Giugno 8, 2026
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Trump vs Iran: e se la crisi petrolifera non fosse un “incidente”? Analisi di una possibile strategia

Per Trump una crisi energetica prolungata potrebbe essere una sorta di dazio indiretto, un modo per indebolire le economie dei concorrenti senza introdurre nuove barriere tariffarie.

di Valerio Giunta, CEO di Startup Italia e Founder di Banking People

Quando l’amministrazione Donald Trump ha deciso di colpire l’Iran, la scelta non è stata unanime all’interno del suo stesso campo politico. Infatti, secondo diverse ricostruzioni e analisi di politica estera, diversi esponenti dell’area “America First” avevano espresso con forza l’opinione contraria su un’escalation militare con Teheran. Tra le voci più prudenti il vicepresidente JD Vance, favorevole a evitare nuovi conflitti in Medio Oriente, e diversi consiglieri economici della Casa Bianca, preoccupati per le possibili conseguenze di una crisi energetica globale.

Anche parte dell’ambiente militare e strategico americano ha invitato alla cautela. Analisti e commentatori come Daniel De Petris, o l’analista geopolitico Trita Parsi, sostenevano che un confronto diretto con l’Iran avrebbe destabilizzato il medio oriente con probabile chiusura dello Stretto di Hormuz. Lo stesso Generale Caine, Capo di Stato Maggiore delle forze congiunte degli Stati Uniti (il più alto grado militare negli USA e nominato dallo stesso Trump), aveva avvertito che guerra con l’Iran avrebbe comportato rischi strategici molto difficili da controllare. Trump ha deciso di procedere comunque, ignorando i consigli più prudenti e – si dice – sottovalutando le conseguenze economiche della crisi, con la conseguenza che oggi le cose non vanno come previsto.

Tuttavia, è doveroso chiedersi se la crisi petrolifera conseguente a questa guerra non sia un effetto imprevisto, come sostengono molti analisti, ma piuttosto uno degli esiti più prevedibili – e potenzialmente più utili – voluti da Trump. Non sarebbe la prima volta, infatti, che una crisi energetica globale incida fortemente negli equilibri economici e geopolitici del mondo. Nel 1973, dopo la guerra del Kippur, lo shock petrolifero aprì la strada alla nascita del sistema dei petrodollari, rafforzando il ruolo del dollaro nel commercio mondiale. Negli ultimi anni, gli Stati Uniti stanno attraversando una fase economica e politica molto complessa, con un debito pubblico americano che ha ormai raggiunto i 40 trilioni di dollari, mentre il suo intero sistema economico – includendo famiglie, imprese e settore finanziario – vive su livelli di indebitamento molto elevati (31 trilioni il debito privato). Allo stesso tempo, l’egemonia economica americana non è più indiscussa, poiché due grandi blocchi industriali competono sempre più apertamente con Washington: la Cina, ormai potenza manifatturiera globale, e l’Europa, ancora uno dei principali poli industriali del pianeta.

La competizione è soprattutto industriale, tecnologica e commerciale. Di conseguenza, il sistema del Dollar Standard è sotto pressione. Dal dopoguerra in poi il commercio mondiale, e in particolare quello energetico, è stato dominato dalla valuta americana. Questo ha permesso agli Stati Uniti di sostenere deficit enormi e un debito crescente grazie alla domanda globale di dollari ritenuti da tutti valuta di riserva stabile. Negli ultimi anni, però qualcosa si è incrinato: sempre più paesi (i c.d. BRICS) stanno cercando di ridurre la propria dipendenza dal dollaro, e molte banche centrali stanno aumentando le proprie riserve in oro, che nell’ultimo anno ha raggiunto prezzi record proprio come bene rifugio alternativo. Questo non significa che il dollaro stia per essere sostituito, tuttavia indica che l’ordine monetario internazionale sta lentamente cambiando.

Nel frattempo Xi Jinping ha reso pubblica sul suo principale giornale teorico Qiushi una sua dichiarazione del 2024: “una valuta potente (lo yuan, ampiamente utilizzata nel commercio internazionale, negli investimenti e nei mercati dei cambi, con lo status di valuta di riserva globale.” (Bloomberg). In questo contesto la questione energetica assume un significato strategico. Negli ultimi quindici anni gli Stati Uniti hanno realizzato un ammodernamento radicale del proprio sistema energetico grazie alla rivoluzione dello shale oil, che li ha portati ad ess il più grande produttore di petrolio del mondo. Questo cambia completamente la logica delle crisi petrolifere: negli anni Settanta gli Stati Uniti erano fortemente dipendenti dal petrolio importato, e dovevano mantenere alto il prezzo del petrolio per rendere sostenibile l’estrazione dello scisto ai produttori interni; oggi la situazione è diversa, poichè gli Stati Uniti sono diventati uno dei principali produttori ed esportatori di energia. Ne consegue che una crisi petrolifera globale prolungata non colpisce tutti allo stesso modo, ma colpisce soprattutto le economie importatrici di energia: Europa, Cina e Giappone.

A questo si aggiunge un elemento ulteriore. Le recenti aperture nel settore energetico venezuelano hanno consentito alle compagnie americane di accedere a una parte significativa delle enormi riserve petrolifere del Venezuela, le più grandi del mondo, rafforzando ulteriormente la sicurezza energetica degli Stati Uniti. In altre parole, mentre molti paesi soffrono  pesantemente una crisi petrolifera prolungata, gli Stati Uniti sono tra i pochi attori globali in grado di gestirla senza gravi conseguenze interne. La crisi petrolifera diventa così una valida alternativa alla politica globale dei dazi ora bloccata dal Senato degli Stati Uniti. Infatti, se il prezzo del petrolio rimane stabilmente alto, gli effetti per i paesi che dipendono da esso sono immediati: aumentano i costi industriali, cresce l’inflazione e peggiora la competitività delle loro economie.

Europa, Cina e Giappone sono tra le economie più vulnerabili a questo tipo di shock. In questo senso, una crisi energetica globale prolungata è a tutti gli effetti una sorta di dazio indiretto, un modo per aumentare i costi di produzione dei concorrenti senza introdurre nuove barriere tariffarie. C’è poi un altro effetto possibile. Un aumento dei prezzi del petrolio rafforza anche la Russia, grande esportatore energetico, e ciò potrebbe persino aprire nuovi scenari geopolitici, poiché in questo modo si potrebbe ridurre “l’abbraccio” tra Mosca e Pechino. Del resto, la storia dimostra che le crisi petrolifere non sono mai soltanto crisi energetiche.

Naturalmente, non esistono prove che la crisi petrolifera sia stata pianificata e messa in atto in modo “chirurgico”, ma una cosa è certa: quando si colpisce un paese armato fino ai denti come l’Iran, con una società fortemente coesa, si dovrebbe prevedere con facilità che lo Stretto di Hormuz verrà bloccato, diventando il punto più fragile del sistema energetico mondiale; ne consegue che la crisi petrolifera non può essere considerata semplicemente un “incidente”. Se così fosse, e se la crisi energetica durasse a lungo (come negli anni ’70), cosa possiamo fare noi europei per affrontarla?

La crisi tra America, Israele e Iran: un nuovo conflitto per bloccare il tracollo del Dollar Standard

La guerra con l’Iran è una competizione che riguarda non soltanto il Medio Oriente, ma l’intero equilibrio del sistema economico internazionale costruito a Bretton Woods.

di Valerio Giunta, CEO di Startup Italia e Founder di Banking People

Quando gli Stati Uniti hanno deciso di attaccare l’Iran, la spiegazione ufficiale è stata relativamente semplice: prevenire una minaccia imminente, poiché secondo la Casa Bianca l’Iran si starebbe avvicinando alla bomba nucleare. Questa ricostruzione è stata messa in discussione quasi subito: il direttore generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, Rafael Grossi, ha dichiarato che non esistono prove di un programma sistematico iraniano per la costruzione di armi nucleari. L’Iran ha effettivamente arricchito uranio fino al 60%, ma, come ha chiarito Grossi, l’AIEA non ha identificato alcun programma strutturato per la produzione di armi nucleari.

Il segretario di Stato Marco Rubio ha contribuito ad alimentare forti dubbi sulla narrativa ufficiale, affermando “Sapevamo che, se l’Iran fosse stato attaccato, ci avrebbe immediatamente colpito. E noi non saremmo rimasti lì a subire il colpo”. Una frase che suggerisce una dinamica diversa: non un attacco per prevenire un’aggressione iraniana, ma la consapevolezza che la risposta di Teheran sarebbe arrivata dopo l’azione militare. Nel frattempo, nel giro di pochi giorni, le giustificazioni dell’intervento sono cambiate più volte. Come ha osservato l’analista Daniel De Petris, si è passati dalla distruzione del programma nucleare alla riduzione della capacità missilistica iraniana, fino alla prevenzione di una minaccia contro le truppe americane. Secondo quanto riportato da Politico, a diversi giorni dall’inizio del conflitto l’amministrazione non è ancora riuscita a definire con chiarezza quali siano gli obiettivi strategici della guerra.

Se si osserva il conflitto in un quadro geopolitico globale, la crisi con l’Iran assume un significato molto diverso. Teheran occupa una posizione strategica fondamentale tra Golfo Persico, Asia centrale e Mediterraneo. Il Paese è uno snodo chiave delle rotte energetiche e commerciali dell’Eurasia ed è destinato a diventare uno dei nodi principali della Belt and Road Initiative cinese. Negli ultimi anni Iran e Cina hanno rafforzato la loro cooperazione economica attraverso accordi energetici e infrastrutturali di lungo periodo, e per Washington questo asse rappresenta una minaccia strategica: indebolire l’Iran significa anche limitare l’espansione geopolitica cinese in Medio Oriente, interrompere rotte commerciali e rendere più oneroso l’acquisto di petrolio.

Ma il problema non è soltanto geopolitico. È anche finanziario. Infatti, il sistema economico internazionale costruito dopo la Seconda guerra mondiale si fonda sulla centralità del dollaro, il cosiddetto Dollar Standard. Per decenni il commercio globale – e in particolare quello energetico – è stato denominato quasi interamente nella valuta americana. Negli ultimi anni questo equilibrio ha iniziato a mostrare crepe. Secondo diverse analisi economiche, l’uso crescente del dollaro come strumento di sanzione geopolitica sta spingendo molti Paesi a cercare alternative. Diversi Stati stanno riducendo la propria dipendenza dalla valuta americana nei commerci internazionali e nelle riserve delle banche centrali (“de-dollarizzazione“). Secondo tale analisi, la quota del dollaro nelle riserve delle banche centrali mondiali è scesa dal 71% dei primi anni Duemila a circa il 57%.

Per gli Stati Uniti questo rappresenta una minaccia esistenziale. La domanda globale di dollari è infatti uno dei fattori che consente a Washington di sostenere un debito pubblico enorme (ormai 40 trilioni di dollari), finanziando i propri deficit attraverso l’emissione di titoli denominati nella propria valuta. Ma negli ultimi anni l’Iran ha iniziato a vendere parte del proprio petrolio utilizzando valute alternative, soprattutto nei rapporti economici con la Cina. Nel 2023, poi, fu annunciato l’accordo tra la Cina e l’Arabia Saudita che consentiva a Pechino di pagare progressivamente il petrolio saudita in Yuan anziché in dollari. Una notizia clamorosa e che ha chiaramente fatto scattare l’allarme rosso a Washington. Trump infatti, immediatamente dopo la rielezione, si è subito attivato per provare a mettere un argine diplomatico a questo.

Questa tendenza che si stava consolidando accelera il processo di erosione della centralità del dollaro. Ed è proprio in questo contesto che molti analisti collocano la crisi con l’Iran. Resta però una domanda inevitabile: perché questa guerra proprio adesso. Negli Stati Uniti si sono accumulate negli ultimi mesi diverse pressioni politiche interne. Una delle più delicate riguarda la vicenda dei file Epstein, l’enorme archivio di documenti legati al caso del finanziere Jeffrey Epstein. La gestione della pubblicazione dei documenti ha provocato polemiche e accuse di scarsa trasparenza, con richieste da parte di diversi membri del Congresso di ulteriori indagini.

Parallelamente, l’economia americana mostra segnali di crescente fragilità. Diversi indicatori suggeriscono un rallentamento del mercato del lavoro e della crescita economica. I dati di febbraio mostrano un calo significativo dell’occupazione e un rallentamento delle vendite in diversi settori dell’economia. A questo si aggiungono segnali di tensione nel sistema finanziario. Negli ultimi mesi sono emerse importanti difficoltà nel mercato del credito privato. Ad esempio, ieri BlackRock ha iniziato a limitare i prelievi dopo un’ondata di richieste di rimborso, segnale che il  potrebbe trovarsi di fronte a problemi di liquidità. In questo contesto, una crisi internazionale ha una forte funzione politica: spostare l’attenzione dell’opinione pubblica verso una minaccia esterna.

Cosa può succedere ora. Le conseguenze della guerra si stanno estendendo ben oltre il Medio Oriente. Uno degli effetti più immediati riguarda il prezzo dell’energia, nel senso che un aumento duraturo del petrolio e del gas ha conseguenze particolarmente pesanti per l’Europa, fortemente dipendente dalle importazioni energetiche. Infatti, dopo la rottura dei rapporti energetici con la Russia l’Europa ha aumentato drasticamente le importazioni di gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti e ora (salvo un riavvicinamento con la Russia) dovrà farlo ancora di più per evitare di tornare alla situazione in cui si è trovata all’inizio degli anni ’70. Questo significa che prezzi energetici più alti tendono a favorire i produttori americani mentre penalizzano l’industria europea, già sottoposta a forti pressioni competitive.

Le crisi energetiche tendono storicamente a produrre riequilibri nella bilancia commerciale tra Stati Uniti ed Europa, trasferendo una parte significativa delle risorse economiche verso i produttori energetici (gli USA sono il primo produttore mondiale di petrolio). Del resto, non sarebbe la prima volta che una crisi mediorientale produce effetti di questo tipo in un sistema globale fortemente dipendente dall’energia. Un precedente storico significativo è la guerra del Kippur del 1973; proprio dopo quella guerra nacque il sistema dei petrodollari, cioè il meccanismo attraverso cui il petrolio mondiale venne progressivamente commercializzato quasi esclusivamente in dollari, e la crisi energetica che seguì a quel conflitto contribuì a modificare profondamente gli equilibri economici tra Europa e Stati Uniti.

In questo contesto si inserisce quanto affermato dal commentatore politico ex-sostenitore di Trump, Tucker Carlson, secondo il quale alcuni attacchi contro infrastrutture petrolifere attribuiti all’Iran potrebbero essere stati il risultato di operazioni clandestine riconducibili ad agenti del Mossad. Teheran ha preso le distanze da diversi sabotaggi contro impianti energetici, negando ogni coinvolgimento diretto.

Ma c’è anche un’altra possibile conseguenza strategica della guerra. Secondo il filosofo e analista politico Andrea Zhok, l’attacco contro l’Iran rischia di produrre un effetto paradossale: rafforzare proprio quelle componenti più radicali del sistema politico iraniano che l’Occidente dichiara di voler indebolire: di fronte a una minaccia esterna percepita come esistenziale, le società tendono a ricompattarsi attorno alle proprie istituzioni e alle proprie strutture di potere. In altre parole, un conflitto aperto rischia di consolidare l’assetto politico interno dell’Iran, tant’è che l’esito più probabile di questo nuovo fronte di guerra è il c.d. “impaludamento“. Ed è proprio per questo che il controllo dei mercati energetici continua a rappresentare uno degli elementi centrali della competizione geopolitica globale.

Esiste poi un’altra dimensione strategica della crisi. Negli ultimi anni la Russia ha rafforzato la propria cooperazione energetica con la Cina, vendendo petrolio e gas a prezzi particolarmente competitivi. Per Washington, questa convergenza tra Mosca e Pechino rappresenta uno dei principali problemi strategici del nuovo equilibrio mondiale, per cui un aumento generale dei prezzi energetici non può che ridurre anche il vantaggio competitivo della Cina derivante dall’accesso a energia russa fin ora a basso costo. Ma la conseguenza geopolitica più importante riguarda l’Asia, dove il vero teatro strategico della competizione tra Stati Uniti e Cina rimane Taiwan. Se Washington restasse intrappolata in un conflitto lungo in Medio Oriente, la capacità americana di concentrare risorse militari nel Pacifico non potrà che ridursi. Questo crea  una finestra strategica favorevole per Pechino: non necessariamente per un’invasione immediata dell’isola, ma per strategie più graduali come un blocco navale o una pressione militare crescente nello Stretto di Taiwan.

In questo scenario, la guerra con l’Iran è uno dei fronti di una competizione globale molto più ampia. Una competizione che riguarda non soltanto il Medio Oriente, ma l’intero equilibrio del sistema internazionale costruito a Bretton Woods. Ed è forse proprio questo il punto più delicato della crisi attuale, perché se il sistema dei petrodollari e la centralità del dollaro dovessero entrare realmente in discussione, le conseguenze non riguarderebbero soltanto la politica estera americana, ma l’architettura stessa dell’economia globale. La guerra con l’Iran, come quella in Ucraina, non è solo una crisi locale , ma uno dei sintomi del cambiamento di un ordine internazionale che sta lentamente arrivando alla fine del suo ciclo storico.

Le azioni europee performeranno meglio di quelle statunitensi? Pare di sì

Grazie al massiccio intervento dell’Europa per combattere la crisi energetica, le azioni europee hanno messo in scena un bel rally, sovraperformando rispetto a molti omologhi non europei. 

La maggior parte dei commenti macro si concentra sugli Stati Uniti, ma negli ultimi mesi il vero protagonista è stata l’Europa: di recente l’euro si è apprezzato di oltre il 10% rispetto al dollaro USA, e i dati macro sembrano suggerire che una recessione è stata evitata e il mercato azionario europeo è in crescita, avendo sovraperformato l’S&P 500 e altri pari.

Per i macro economisti stranieri, la complessa architettura europea e le sue numerose dimensioni appaiono come una scatola nera poco attraente da analizzare. Infatti, appena sei mesi fa (Settembre 2022) le borse europee erano in caduta libera, il cambio EUR/USD viaggiava a 0,95 e tutti si domandavano se l’Europa sarebbe riuscita a tenere le luci accese durante il successivo inverno, o a poter scaldare le case. Queste preoccupazioni, oltre ad essere “pompate” dai media europei, erano però motivate dal complesso quadro macroeconomico ed energetico di quel periodo, che richiedeva certamente l’elaborazione di misure di emergenza, ma soprattutto soluzioni a lungo termine capaci di evitare i disastri dell’ultimo minuto.

L’Europa, cronicamente carente sulle soluzioni a lungo termine,  si è concentrata sulle prime. E così, una gigantesca quantità di PIL pro capite è stata assegnata da diversi paesi europei a famiglie e imprese nel tentativo di combattere la crisi energetica. Più precisamente, i paesi hanno stanziato in media circa il 5% del PIL pro capite per far fronte alla crisi energetica, ed è una cifra enorme se pensiamo che, per esempio, il disavanzo fiscale italiano di un intero anno oscilla tra 50 e 60 miliardi di euro e l’Italia ha stanziato oltre 90 miliardi di euro esclusivamente per proteggere i consumatori e le imprese dall’aumento dei prezzi dell’energia; ed in tal modo si è mostrata pessima nella definizione di soluzioni a lungo termine ma brava nelle misure di emergenza, esattamente come gli altri paesi dell’Unione Europea.

Usare le finanze pubbliche per proteggere il settore privato da un problema strutturale di commercio e/o circolazione merci non è una soluzione praticabile a lungo termine, ma funziona sicuramente a breve termine, poiché incide nella relazione tra importazioni, esportazioni e valuta, ossia nelle c.d. ragioni di scambio. Queste altro non sono che il rapporto in base al quale beni di diversi paesi vengono scambiati. Gli indici delle ragioni di scambio misurano la performance relativa dei prezzi di esportazione e importazione di un paese. Ragioni di scambio migliori (più alte) si manifestano quando il valore che un paese ottiene dalle proprie esportazioni supera il valore delle cose che deve importare dall’esterno, e viceversa. Inoltre, le ragioni di scambio sono importanti per la valuta: il deterioramento (o il miglioramento) del relativo indice comporta spesso una valuta più debole (o più forte), poiché il paese deve spendere di più (o di meno) per importare la stessa quantità di prodotti.

Ebbene, non appena l’Europa è intervenuta massicciamente e le ragioni di scambio hanno iniziato a migliorare, e l’euro è cominciato a risalire in modo implacabile. Un euro più forte e un sentiment generale migliore hanno sostenuto anche la ripresa degli asset di rischio europei, ma soprattutto l’intervento del governo ha eliminato le tensioni recessive ed ha ridotto l’estremo pessimismo intorno all’industria manifatturiera, in quanto i costi degli input e dell’energia erano sovvenzionati dai governi. In questo modo le azioni europee hanno messo in scena un massiccio rally, sovraperformando rispetto a molti omologhi non europei. Inoltre, i dati macro hanno iniziato a convalidare questa nuova “narrazione azionaria europea”, poiché i sondaggi provenienti dalle PMI hanno visto risposte più ottimistiche sulla futura crescita economica.

Pertanto, le azioni europee continueranno a sovraperformare le loro controparti statunitensi, e questo sta diventando più probabile di giorno in giorno.

Guerra e crisi energetica allontanano la Sostenibilità dalle priorità degli italiani

La lotta al cambiamento climatico è solo al quinto posto, dopo il miglioramento delle retribuzioni, una buona assistenza sanitaria, la lotta all’inflazione e il rafforzamento dell’economia.

L’impatto della pandemia e della guerra in Ucraina e la conseguente crisi inflazionistica hanno inciso in maniera negativa sull’interesse delle persone verso le problematiche ambientali, sociali e di governance (ESG), sostituite da nuove priorità, come la lotta all’aumento del costo della vita, la garanzia di un’assistenza sanitaria di qualità e a prezzi accessibili e il rafforzamento dell’economia. È quanto emerge dalla seconda edizione dell’ESG Monitor, l’indagine di SEC Newgate che monitora il livello di consapevolezza delle persone sulle problematiche ambientali, sociali e di governance e come queste stiano influenzando i comportamenti d’acquisto e l’opinione nei confronti di governi e imprese.

La survey, che ha coinvolto 12 Paesi e territori fra Europa, America, Asia e Pacifico[1] per un totale di oltre 12.000 intervistati, affronta un tema che sarà oggetto di discussione durante COP27, la conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, che si terrà a Sharm el Sheikh a novembre. Proprio il confronto con i dati dello scorso anno mette in luce come gli eventi globali come la guerra in Ucraina e il protrarsi della pandemia e i loro effetti, come l’aumento dei prezzi dell’energia e il forte incremento del costo della vita, abbia distolto attenzione negli italiani verso le tematiche ESG: l’interesse scende infatti dal valore di 7,9[2] del 2021 al 7,3 di oggi.

Si tratta comunque di un dato elevato, più alto rispetto a quanto espresso a livello globale (6,5). Inoltre, gli intervistati italiani attribuiscono la massima importanza all’impegno delle aziende sulle questioni riguardanti la sostenibilità (8,1) e affermano che le loro decisioni d’acquisto quotidiane sono comunque influenzate dalle azioni delle imprese (6,9) in ambito ESG. Se dunque le esigenze personali immediate, come il prezzo, la qualità e la convenienza, si rafforzano rispetto a valori e priorità più altruistici, restano ancora elevate le aspettative sulle azioni di cui imprese e governi devono farsi carico in merito alle questioni ambientali, sociali e di governance.  Le aziende, perciò, dovranno stare molto attente a non scaricare sui consumatori costi non necessari e a privilegiare le iniziative volte a sostenere realmente le categorie più vulnerabili.

“La congiuntura macroeconomica e geopolitica che ha caratterizzato lo scenario mondiale nell’ultimo anno sta portando in secondo piano le tematiche della sostenibilità rispetto all’aumento del costo della vita”, osserva Fiorenzo Tagliabue (nella foto), CEO e fondatore di SEC Newgate. “Ciononostante, l’azione di aziende e governi in tema ambientale e – soprattutto in questa fase storica – sociale, rimane rilevante nel determinarne la reputazione. Come evidenzia il SEC Newgate ESG Monitor, è necessario accompagnare ad azioni concrete una comunicazione trasparente, chiara e coerente per creare un rapporto di fiducia con le persone, che ad oggi rimangono scettiche rispetto al reale impegno di imprese e istituzioni sulle problematiche ESG. È in questo contesto che il ruolo della consulenza strategica relativamente a politiche e scelte legate alla sostenibilità risulta fondamentale per proteggere e incrementare la reputazione e il business delle organizzazioni, ponendosi al crocevia fra mercato, politica e società”.

I dati dell’Italia – Entrando nel merito dei temi ESG, quello che gli italiani reputano più importante per le aziende sono la tutela dell’ambiente (19%), la lotta ai cambiamenti climatici (15%) e i diritti dei lavoratori (15%). Le questioni ambientali sono considerate dal 62% degli intervistati uno dei principali problemi di cui le aziende dovrebbero occuparsi, a fronte del dato globale del 46%. Severo il giudizio degli italiani sulle azioni del governo in ambito ESG (5,0 punti su 10), sensibilmente più basso rispetto al 5,5 del 2021, mentre le organizzazioni no profit si confermano al primo posto per le azioni ESG con un voto medio di 5,9. Insufficienti anche le valutazioni delle imprese: le grandi aziende si posizionano in fondo alla classifica (5,4 punti su 10), seguite dalle PMI (5,7) e dal consumatore in generale (5,6). Quanto ai singoli settori, i più apprezzati per l’impegno ESG sono grande distribuzione organizzata, agricoltura e tecnologia e telecomunicazioni, mentre il settore delle bevande alcoliche, quello chimico e quello del trasporto aereo hanno ricevuto il punteggio più basso. Qui le valutazioni italiane, oltre ad aver registrato cali significativi, sono state generalmente inferiori rispetto alla media globale.

Lo scenario globale: pandemia e guerra in Ucraina modificano le priorità in tutto il mondo
Anche a livello mondiale, l’impatto della situazione geopolitica e macroeconomica ha cambiato l’ordine di priorità delle persone: ben il 39% degli intervistati afferma che l’aumento del costo della vita è tra le principali criticità da affrontare per il futuro del Paese, seguita dalla garanzia di un’assistenza sanitaria di qualità e accessibile (27%) e dal rafforzamento dell’economia (27%). Agire con decisione sul cambiamento climatico si è classificato solo all’ottavo posto (14%) tra i temi esaminati. La crisi economica raffredda l’interesse per i temi ESG, diminuito rispetto al 2021 di 0,3 punti (da 6,8 a 6,5 su 10). E fra le tematiche ESG, quelle in ambito sociale (7,3) hanno superato per interesse quelle dell’ambiente (7,2).

Questo non toglie che le persone continuano ad aspettarsi un impegno attivo in materia di ESG da parte delle aziende: il 78% afferma che le imprese abbiano la responsabilità di monitorare il loro impatto sulle persone e sul pianeta; mentre il 71% dichiara che le aziende dovrebbero agire attivamente in tema di sostenibilità. Inoltre, i cittadini-consumatori sono pronti a reagire a ciò che le imprese fanno – o non fanno – nell’ambito della sostenibilità: il 62% si dice d’accordo sul penalizzare le aziende in caso di mancata azione sulle principali questioni ESG, ma, il 69% è disposto a dare una seconda occasione a un’organizzazione, se questa è trasparente sui propri errori e dimostra di voler migliorare in futuro.

Agire sulle questioni ambientali rimane un fattore fondamentale per modificare la percezione che la collettività ha delle imprese. Per il 71% degli intervistati, si tratta di azioni che non incidono sulla reddittività di un’azienda e, sebbene il 67% dei consumatori si aspetta che le aziende si facciano carico anche dei costi legati al miglioramento di tali prestazioni senza scaricarli sui consumatori, c’è una quota importante tra gli intervistati (46%) che è disposta a condividerne il prezzo. Dallo studio emerge tuttavia che solo il 9% dei cittadini consumatori si fida di ciò che le aziende dichiarano sulle proprie prestazioni ESG. Inoltre, secondo il 72% degli intervistati, le organizzazioni dovrebbero comunicare più chiaramente a consumatori e investitori i risultati dei loro sforzi in merito alle questioni ambientali, sociali e di governance e il 71% concorda sul fatto che le imprese dovrebbero utilizzare un approccio coerente per dare conto delle proprie performance.

Tom Parker (nella foto), Deputy CEO di SEC Newgate Group, ha dichiarato: “Nonostante la scarsa conoscenza del termine ESG, gli europei hanno chiaramente a cuore la sostenibilità, in particolare le questioni legate all’ambiente, e sono più critici nei confronti delle performance aziendali rispetto ad altre parti del mondo. Questo è un campanello d’allarme per le aziende che operano in Europa. Non solo devono fare meglio sul fronte della sostenibilità, ma devono anche migliorare la loro comunicazione”.

Per avere accesso a tutte le notizie riguardanti le tematiche ESG, si può visitare il sito dedicato www.secnewgateesgmonitor.com.

[1] I Paesi interessati dalla ricerca sono stati: Australia, Colombia, Emirati Arabi Uniti, Francia, Germania, Hong Kong, Italia, Polonia, Regno Unito, Singapore, Svezia e Stati Uniti

[2] Su una scala che va da 0 a 10, dove 0 equivale a “Per nulla interessato” e 10 a “Estremamente interessato”

La crisi energetica può causare una discesa del Pil europeo del 5%

Secondo Alberto Conca, a metà 2023 la recessione potrebbe trasformarsi in stagflazione, e la bilancia commerciale europea potrebbe restare in deficit per diversi anni.

“Le conseguenze della crisi energetica in Europa stanno avendo e avranno un impatto devastante sull’economia di tutti i paesi del vecchio Continente. La recessione in Europa è teoricamente certa: dai dati di questo trimestre, l’ultimo del 2022, dovremmo iniziare a osservare una discesa in termini di Pil, che nel migliore dei casi sarà circa dell’1%, mentre se la situazione dovesse continuare ad aggravarsi potrebbe raggiungere addirittura il 5%”. È l’analisi di Alberto Conca, gestore del fondo Zest Quantamental Equity.

La crisi energetica in corso ha già ampiamente eroso i margini di interi settori, soprattutto quelli in cui l’energia è un input fondamentale, come i produttori chimici, le acciaierie e i produttori d’auto. I governi per supportare cittadini e le imprese hanno implementato misure e proposte per alleggerire il peso dei costi energetici. Questi aiuti, finanziati da nuovo debito degli Stati, si inseriscono in un contesto in cui la bilancia commerciale dell’Eurozona ha visto bruciarsi tutto il surplus strutturale che aveva in pochi mesi a causa della crisi energetica. Questa variazione, legata principalmente al costo dell’energia, potrebbe perdurare a lungo, mantenendo la bilancia europea in deficit per diversi anni.

In questo contesto, sono tre gli scenari di contrazione del Pil per l’Europa. Il primo caso riporta una contrazione del Pil pari allo 0.9% ed è basato a sua volta su due condizioni: i paesi dell’Unione Europea implementeranno piani di risparmio energetico efficaci che riusciranno a limitare il consumo domestico di gas e quindi la produzione industriale soffrirà di meno; la Russia continuerà a rifornire l’Europa con gli ultimi flussi di gas rimasti attivi (10% rispetto al 2021). Detto ciò, rimane sempre la variabile principiale e soprattutto non stimabile legata alle temperature di questo inverno che potrebbero alleggerire o peggiorare la situazione.

Il secondo scenario, invece, assume due variabili e potrebbe portare a una contrazione del Pil pari al 2.6%: l’inverno sarà molto rigido e di conseguenza gli sforzi introdotti dall’Europa per risparmiare sui consumi saranno stati vani; la Russia interromperà del tutto i flussi di gas, chiudendo anche l’ultimo gasdotto che attraversa l’Ucraina.

Infine lo scenario peggiore, che significa profonda recessione per l’Europa, fissa la contrazione del Pil intorno al 5%. Alle assunzioni del caso precedente si aggiunge la frammentazione del mercato europeo del gas e quindi divergenze tra i prezzi degli Stati membri dell’Ue. Questa variabile creerebbe concorrenza interna e con molta probabilità i prezzi del gas schizzeranno a livelli mai visti prima. Bloomberg stima che in questo scenario il prezzo medio potrebbe aggirarsi intorno a 428 euro per MWh. Inoltre, la situazione rischierebbe di minare la coesione che finora ha contraddistinto l’Unione Europea. “L’Europa si trova in una grave situazione che molto probabilmente la porterà ad una recessione nel breve periodo”, conclude Conca. “Da metà 2023, quando verrà ristabilito un “equilibrio”, la recessione potrebbe trasformarsi in stagflazione in seguito a un tasso d’inflazione che persisterà per almeno due anni parallelamente a una crescita stagnante”.

Ethenea: mercato dell’energia sotto pressione

I prezzi del gas e dell’elettricità stanno raggiungendo livelli record, non solo in Europa. Che impatto ha questo sui mercati finanziari? Ci sono ancora interessanti opportunità d’investimento nel settore energetico?     

Il recente aumento dell’energia porterà inevitabilmente a un ulteriore aumento dell’inflazione. Tuttavia, le banche centrali di tutto il mondo non sembrano essere preoccupate della situazione. Sostengono che gli attuali picchi d’inflazione siano solo temporanei. “Per la politica monetaria, superare il crollo dell’occupazione e dell’attività economica causato dalla pandemia da coronavirus rappresenta in questo momento la priorità”, afferma Volker Schmidt, Senior Portfolio Manager presso Ethenea. “Pertanto al momento, gli alti costi dell’energia dovrebbero incidere limitatamente nelle decisioni delle banche centrali relative ai tassi d’interesse”.

L’inflazione e l’andamento dei tassi d’interesse delle banche centrali sono solo un fattore tra i tanti di cui tener conto nel determinare l’andamento dei rendimenti delle obbligazioni a lungo termine, aggiunge. Un aumento dei tassi d’interesse a lungo termine, ad esempio per i Treasury americani a 10 anni o i Bund tedeschi, è tuttora limitato grazie ai programmi di acquisto di asset delle banche centrali. “In generale, sia i consumatori che le aziende la cui produzione dipende fortemente dall’uso di energia, hanno una protezione almeno temporanea contro l’aumento dei prezzi, perché hanno stipulato contratti a lungo termine o di copertura”, spiega il dottor Schmidt. “Il fattore decisivo per loro sarà la durata dei sovraccosti dell’energia, perché a un certo punto anche il contratto più duraturo scadrà”.

Tuttavia, continua, ci sono evidenti differenze a livello di paese. “In Italia, Grecia e Francia, i consumatori ricevono già il sostegno del governo”, approfondisce l’esperto. “La Spagna ha fissato i prezzi dell’energia per l’energia idroelettrica e nucleare prodotta a livello nazionale, ha sospeso le tasse sull’energia e quindi ha frenato l’aumento dei prezzi attraverso la regolamentazione del governo”. La situazione attuale nel Regno Unito è particolarmente drammatica. Il produttore di fertilizzanti CF Industries ha chiuso i suoi impianti nel Regno Unito a causa della crisi energetica“. Ma, visto che un sottoprodotto della produzione di fertilizzanti è il CO2, essenziale per la conservazione degli alimenti, il governo è intervenuto e ha convinto CF a riprendere la produzione.

“Al momento è difficile tenere traccia di quali aziende stiano beneficiando degli sviluppi e quali stiano soffrendo”, dice Schmidt. Per i fornitori di energia in particolare, la situazione è complicata. “Da un lato, le società di servizi vogliono offrire ai loro clienti i prezzi più bassi possibili e competitivi, il che depone a favore dei contratti a breve termine tra le società di servizi e i produttori di elettricità quando i prezzi sono bassi”, spiega il portfolio manager. “D’altra parte, i contratti a lungo termine con i produttori sono importanti per le utility per fare calcoli affidabili. Ma se un utility è rimasta legata ad un livello di prezzo troppo alto per troppo tempo, sarà superata dai concorrenti che hanno effettuato coperture a breve termine in caso di un calo dei prezzi”.

L’esempio del fornitore di energia britannico Green mostra perché è importante analizzare a fondo le singole aziende quando si investe. “Green ha chiuso a causa dei regolamenti in essere, che stabiliscono che i contratti con i clienti non possono essere adattati alle attuali situazioni di mercato. Il costo di acquisto del gas è ben al di sopra del prezzo che l’azienda è autorizzata a praticare ai suoi clienti finali”. Anche se Green non è rappresentata sul mercato dei capitali né con azioni né con obbligazioni, questa è una chiara dimostrazione del fatto che un’analisi fondamentale caso per caso, così come la comprensione dei meccanismi di prezzo più importanti, è particolarmente significativa quando si tratta di società più piccole. Almeno altri sei fornitori di energia nel Regno Unito sono falliti nel solo mese di settembre perché i fornitori non sono anche i produttori di energia.

“In sintesi, allo stato attuale, le obbligazioni emesse dalle società del settore energetico difficilmente rappresentano un investimento interessante”, afferma Schmidt (nella foto). “I proprietari di reti elettriche o di gas, per esempio, oggi non pagano premi di rischio interessanti. Gli investitori li considerano giustamente a basso rischio perché il loro modello di business è scarsamente dipendente dalle variazioni dei prezzi dell’energia e solitamente sono in parte di proprietà dello Stato”. Il rischio principale è la perdita potenziale di uno o più clienti. “I chiari vincitori dell’attuale crisi energetica – conclude Schmidt – sono le società di estrazione del gas e del petrolio così come i produttori di elettricità pura, compresi i produttori di elettricità a carbone, che sono legittimamente criticati per motivi di sostenibilità se hanno dei depositi di carbone di proprietà. In Germania, questo vale solo per i produttori di elettricità a base di lignite; il carbone fossile non viene più estratto da tempo, ma viene invece importato. Al momento, per i consumatori e per le aziende che consumano energia, la sicurezza dell’approvvigionamento è prioritaria rispetto alla sostenibilità“. Lo dimostra anche il fatto che l’elettricità da carbone in Germania ha sostituito le energie rinnovabili come fonte energetica più importante durante la prima metà del 2021.