Il conflitto tra Israele e Hamas ha aggiunto ulteriore complessità sul fronte dell’inflazione e della crescita, sulla quale prevediamo un rallentamento nel resto del 2023 e nella prima metà del 2024.
Di Andrea Scauri*
Il conflitto tra Israele e Hamas ha aggiunto ulteriore complessità sul fronte dell’inflazione e della crescita a un contesto macroeconomico già complesso. Nei prossimi mesi prevediamo un rallentamento della crescita economica, poiché il forte aumento dei tassi d’interesse inizierà ad avere un effetto restrittivo sull’economia. La curva dei rendimenti Usa a 2 e a 10 anni sta iniziando ad appiattirsi, come è tipico quando si avvicina la prospettiva di un rallentamento economico significativo e il mercato inizia a prezzare l’assenza di ulteriori rialzi dei tassi nel breve termine”.
L’Eurozona ha registrato un ulteriore rallentamento economico, con il Pmi composito sceso a 46,5 punti, rispetto ai 47,2 di settembre e al livello più basso degli ultimi 35 mesi. La componente manifatturiera è rimasta stabile ma in territorio di profonda recessione (a 43 punti), mentre quella dei servizi è scesa a 47,8 punti dai 48,7 di settembre. Anche la Cina ha mostrato segni di rallentamento, con il Pmi manifatturiero sceso a 50,6 punti a settembre, mentre le preoccupazioni per il settore immobiliare sono rimaste elevate.
Sul fronte societario, questo trimestre abbiamo assistito a un aumento dei profit warning, con diverse aziende che hanno segnalato una riduzione dei volumi e/o della domanda, un peggioramento del contesto macroeconomico e pressioni inflazionistiche. In particolare: Worldline (titolo -59%), nel settore dei pagamenti, ha ridotto significativamente le aspettative per il 2023-24 segnalando un rallentamento maggiore del previsto dei consumi discrezionali in Germania e la decisione di interrompere i rapporti con alcuni commercianti online; Electrolux (titolo -14%), nel settore degli elettrodomestici, ha riportato risultati trimestrali ben al di sotto delle aspettative, con una crescita organica dei ricavi del -7,9% rispetto al -5,2% previsto, una domanda che rimane poco promettente. Sanofi (titolo -19%), nel
settore farmaceutico, ha rivisto al ribasso le sue previsioni per il 2024 a causa di un aumento degli investimenti previsti in R&S e in parte a causa di un’aliquota fiscale più elevata; Société Generale (titolo -11%), nel settore bancario, ha ridotto la crescita annua dei ricavi prevista per i prossimi 3 anni da almeno il 3% a un intervallo compreso tra lo 0% e il 2%, riducendo anche l’obiettivo di ROTE; Alstom (titolo -38%), gruppo industriale operante nel settore delle infrastrutture ferroviarie, ha ridotto la propria guidance di Fcf per il 2024 di circa 1 miliardo di euro, a causa dell’inatteso aumento delle scorte, dei ritardi nell’esecuzione dei contratti e del rinvio degli ordini.
Continuiamo a prevedere che i tassi di interesse reali scenderanno nei prossimi mesi in risposta all’indebolimento del contesto macroeconomico e all’aumento del debito pubblico, con un leggero ampliamento degli spread creditizi. Sul fronte delle imprese, prevediamo un ulteriore rallentamento della crescita nel resto del 2023 e nella prima metà del 2024, in quanto i volumi rimangono sotto pressione, l’effetto positivo dei prezzi si attenua e i portafogli ordini si normalizzano. Anche le aziende che hanno necessità di rifinanziamenti significativi nel 2024 e nel 2025 dovranno essere monitorate attentamente, poiché le spese per interessi aumenteranno.
In questo scenario, in portafoglio continuiamo a preferire la qualità ai ciclici. Sui finanziari abbiamo concentrato il nostro posizionamento su due banche (Banco BPM e Banca Monte dei Paschi) sulla base della valutazione e dell’interesse speculativo, mentre abbiamo chiuso il nostro posizionamento su Mediobanca. Sebbene il piano industriale annunciato sia solido, la performance del titolo dovrebbe essere stata favorita dalle recenti speculazioni sulla prossima nomina del consiglio di amministrazione. Sul petrolio, abbiamo mantenuto la nostra posizione su Tenaris, così come la nostra partecipazione in Saipem. Il nostro posizionamento si concentra poi sui temi legati al cosiddetto “green capex“, con titoli come Danieli e Prysmian, che beneficeranno di un ciclo di investimenti a lungo termine nei rispettivi settori.
*Gestore azionario Italia di Lemanik






E’ dagli anni ’40 che non vediamo un tale livello di disconnessione tra inflazione e tassi di interesse, e come allora molte banche centrali dei mercati sviluppati sono intrappolate: non possono aumentare i tassi di interesse in modo persistentemente superiore al
Un’unione monetaria senza un’unione fiscale
non sembra così diverso da ciò che succede con i singoli stati degli Stati Uniti. Texas, California e altri stati non possono stampare dollari, quindi qual è il problema se neanche i paesi dell’area dell’euro possono? La differenza è che gli Stati Uniti esiste una unione fiscale condivisa, oltre a una unione monetaria, mentre l’
Pertanto, è la differenza di
La maggior parte degli stati statunitensi non ha bisogno della monetizzazione del debito da parte della Fed per rimanere solvibile; diversi paesi europei, invece, hanno bisogno di una monetizzazione del debito persistente da parte della Banca centrale europea per rimanere solvibili anno dopo anno. Certo, gli Stati Uniti hanno altri problemi, poiché il mercato azionario americano è abbastanza grande da influenzare la sua economia piuttosto che il contrario, e inoltre i cittadini statunitensi sono fortemente orientati al consumo più di ogni altro paese al mondo, ma è altrettanto certo che qualunque consulente finanziario, oggi, consiglierebbe ai propri clienti di comprare immobili, azioni redditizie, materie prime, oro e persino Bitcoin pur di non detenere in portafoglio euro-obbligazioni, qualora vedranno mai la luce.
In Giappone, infatti, l’indice dei prezzi al consumo (IPC) core di Tokyo è aumentato dell’1,9% su base annua ad aprile rispetto allo 0,8% di marzo. Considerato un indicatore anticipatore dell’andamento dei prezzi a livello nazionale, la lettura suggerisce una maggiore probabilità che l’IPC giapponese raggiunga l’obiettivo di inflazione del 2% della Banca del Giappone nei prossimi mesi, mentre la debolezza dello yen ha fornito sostegno agli esportatori, aumentando il valore dei loro guadagni all’estero. In pratica, la lettura dell’indice dei prezzi al consumo di Tokyo suggerisce che, a differenza di USA ed Europa – ancora lontanissime dal vedere la fine del tunnel – la BoJ potrebbe essere più vicina ai suoi obiettivi di politica monetaria, nonostante un debito pubblico vicino al 260% del PIL.
Il problema – ma per i giapponesi è sempre stato un vantaggio – è che a Tokyo storicamente non ha alcun interesse a mantenere alto l’indice dei prezzi al consumo con il segreto obiettivo di “impoverire” della stessa misura, oltre che il potere d’acquisto dei suoi cittadini, anche il valore del proprio debito pubblico. Senza voler fare necessariamente del complottismo, è quello che sta accadendo nei nostri confini, dove di fronte ad una inflazione all’8% i tassi delle banche centrali vengono artificiosamente mantenuti bassi sull’onda della bugia, spacciata da quasi un anno, secondo cui questo tasso di inflazione sarebbe un “fenomeno passeggero”, per cui va bene mantenere i tassi entro il 2.5% o giù di lì “tanto tra poco si sgonfia”, e si torna ad una pressione inflazionistica più sostenibile.
Powell lo va ripetendo da un anno, questo ritornello, e ormai chi ci crede ancora è orbo o un sempliciotto della finanza. Invece, si dovrebbe imparare proprio dai giapponesi, il cui livello del debito non è certo una sorpresa. Infatti, già nel 2010 il Giappone era diventato il primo paese a raggiungere un rapporto debito/PIL del 200%, e per finanziare nuovo debito, emette obbligazioni che vengono acquistate principalmente dalla Banca del Giappone e dai giapponesi stessi, che insieme detengono circa l’80% del proprio debito (la Banca del Giappone, da sola, possiede il 45% dello stock). Anche la BoJ, però, pare stia cominciando a cedere una certa “sovranità intellettuale” – relativamente all’inflazione – agli argomenti
farlocchi degli USA, poichè recentemente ha alzato le sue prospettive per l’indice dei prezzi al consumo e, soprattutto, ha cominciato a parlare dell’impatto di un “aumento significativo dei prezzi dell’energia, ma solo come fenomeno temporaneo”. E a proposito di politiche energetiche, il primo ministro Fumio Kishida ha parlato di ridurre la dipendenza del Giappone dall’energia russa, sottolineando che il nucleare e le energie rinnovabili saranno una parte della futura politica energetica del Paese. C’è da giurare che ci riusciranno, a differenza degli ondivaghi governi occidentali, sempre incerti sul da farsi e pronti a litigare anche sull’ovvio pur di dare “un colpo al cerchio e uno alla botte” dei potenti lobbisti di turno.
In Cina, i mercati sono crollati poiché Pechino non ha mostrato alcun segno di allentamento del suo approccio di tolleranza zero al Coronavirus, consci della inefficacia dei propri vaccini e del tutto insensibili di fronte al costo economico dei blocchi che coinvolgono milioni di persone, paralizzando industrie e distribuzione. Peraltro, le dichiarazioni del governo fanno riferimento soltanto alla necessità di evitare le infezioni su larga scala e i decessi, ma non menzionano alcuna misura di conciliazione con la crescita economica e con il bisogno di ridurre al minimo i danni all’economia. Il risultato è che molti dei 25 milioni di residenti di Shanghai rimangono ancora bloccati a casa per paura delle severissime misure di contenimento – lì, se ti trovano per strada, ti arrestano e non sai quando esci – anche se la città ha iniziato ad allentare le restrizioni con il calo delle
infezioni. Nel frattempo, Pechino ha annunciato test di massa e maggiori restrizioni in risposta a una crescente epidemia. Questa politica a tratti suicida ha inciso sui consumi interni: la spesa durante i cinque giorni di festa del lavoro in Cina è crollata del 43% rispetto all’anno precedente, tanto per fare un esempio. L’attività del settore dei servizi in Cina si è ridotta ad aprile al secondo tasso più ampio mai registrato, mentre l’indice PMI ufficiale è sceso per il secondo mese consecutivo poiché i blocchi hanno frenato la produzione e interrotto le catene di approvvigionamento.
Nel frattempo, le tensioni con gli Stati Uniti sono rimaste elevate, perché la Securities and Exchange Commission (SEC) ha aggiunto oltre 80 società cinesi quotate negli Stati Uniti al suo elenco di entità che rischiano il possibile delisting dalle borse statunitensi, e sebbene questo elenco di società cinesi che rischiano l’espulsione derivi da una disputa sugli standard di revisione utilizzati dalla Cina – considerate più “morbidi” rispetto alle regole di revisione degli Stati Uniti – è chiaro che il tempismo usato dalla SEC abbia degli obiettivi di politica internazionale che non sfuggono agli osservatori più attenti. E siccome i cinesi non sono meno aggressivi degli americani, il governo di Xi Jinping ha ordinato alle aziende sostenute dallo stato di sostituire entro due anni i personal computer di marca straniera con alternative nazionali, effettuando una delle mosse più aggressive di Pechino fino ad oggi per ridurre la dipendenza del Paese dalla tecnologia statunitense.
Come molti sanno, la banca centrale cinese ormai si muove come entità totalmente decorrelata dal resto del mondo, avendo dentro i suoi confini di competenza un mondo a sé. E così, i rendimenti dei titoli di stato cinesi sono diminuiti dopo che la People’s Bank of China ha dichiarato che utilizzerà strumenti politici incrementali per sostenere una crescita economica costante e stabilizzare l’occupazione e i prezzi. Esattamente il contrario di ciò che sta accadendo in USA ed Europa, alle prese con una utilissima – per i governi mediamente più indebitati – inflazione che, scaricando i suoi effetti sui cittadini, lenirà il peso degli aumenti del rapporto debito/PIL generati nel 2020 per fronteggiare la pandemia.
Questo il commento di Luigi Consiglio, Presidente GEA a conclusione della prima edizione del
Un riferimento anche alla leva fiscale, che potrebbe incentivare le famiglie a investire in fondi e strumenti a sostegno dell’economia reale. Secondo Enrico Sassoon, Presidente Eccellenze d’Impresa, “i cambiamenti cui stiamo assistendo sono estremamente veloci e profondi. Il
L’Italia è un paese che non cresce, con un’economia bloccata da vent’anni: cinquemila miliardi di euro di
Sul tema della crescita, inevitabile il riferimento alle dimensioni e performance delle nostre 
Entrambi i paesi, infatti, hanno avuto il proprio “Piano Marshall”, che nella storiografia giapponese viene chiamato, al pari del nostro, “Miracolo economico o Boom economico”, ed esattamente come in Italia ciò è stato possibile grazie all’assistenza finanziaria degli Stati Uniti d’America e, successivamente, grazie alla politica di intervento pubblico del Ministero giapponese del commercio e dell’industria, vero cuore pulsante del Paese.
Per non parlare dell’influenza militare americana in Italia e in Giappone – che continua ancora oggi, sebbene sotto altre forme più condivise – e della nuova Costituzione, stilata per entrambi i paesi sotto la supervisione degli USA, che “suggerirono” (fortunatamente) i principi giuridici fondamentali dell’Ordinamento Democratico e la maggior parte degli articoli sui diritti umani e sulle libertà fondamentali dell’individuo, oltre alla composizione del Parlamento (due camere) e alla Corte Suprema (Corte Costituzionale, in Italia), quest’ultima con il compito di verificare la rispondenza delle leggi del Parlamento alle rispettive costituzioni.
Invece l’Italia, sui media nazionali ed internazionali, è data per spacciata un giorno sì ed uno no, paragonata ai peggiori esempi stranieri di gestione della Res Publica. In particolare, i media italiani a cui piace parecchio parlar male del proprio paese hanno scelto, quale metro di paragone, la Turchia, dimenticando a piacimento le profonde differenze politiche, costituzionali ed economiche dell’Italia rispetto al paese di Erdogan. Così facendo, essi contribuiscono non poco al basso apprezzamento del nostro debito pubblico (rating) e sul prezzo dei nostri titoli di Stato, soprattutto quando accade uno shock mondiale come quello che stiamo vivendo oggi: il BTP decennale, ad Aprile 2020, è arrivato ad un rendimento del 3%, mentre le emissioni giapponesi dello stesso tipo e scadenza hanno superato lo 0% di pochi centesimi.
Il Quantitative Easing non l’ha inventato l’UE o Mario Draghi: la Bank of Japan è stata la prima a sperimentarlo già agli inizi degli anni 2000, acquistando obbligazioni governative per abbassarne il rendimento. In più, la domanda interna di questi titoli è sostenuta, sia dal mercato retail che da quello di banche e fondi pensione nazionali; questo sembra essere un indice di elevata sostenibilità, che detta la differenza con il debito pubblico italiano, detenuto in buona parte da banche e fondi stranieri (circa la metà, più di 1.000 miliardi).
Con questi strumenti, il nostro Paese potrebbe addirittura risolvere – politica permettendo – la questione meridionale che si trascina vergognosamente dalla caduta del Regno delle Due Sicilie e dalla c.d. Unificazione d’Italia.
Il ministro Gualtieri, dicevamo, ha subito messo le mani avanti, ed a chi gli chiedeva garbatamente il suo parere sul ritorno alle normali regole di austerità, rispondeva come nel più classico dei negoziati, e cioè prima rinviando qualunque rientro al Patto di Stabilità solo dopo il raggiungimento dei livelli di PIL pre-Covid, e poi sottoponendo il dibattito alla “…necessità di rivedere le regole che ne migliorino il carattere, perché il Patto prevede troppa complicazione, una eccessiva pro-ciclicità, un non-incentivo agli investimenti“.
Se non altro, adesso sappiamo quale sarà il leitmotiv che animerà le prossime riunioni formali dell’Eurogruppo, in occasione della quali L’Italia sarà costretta a difendersi dai ricatti di Germania e Olanda, che faranno pressioni inaudite –
Per comprendere meglio quanto siano validi gli inviti alla prudenza, basti ripassare le caratteristiche del “Patto di stabilità e crescita” (Stability and Growth Pact), che richiede il rispetto di alcuni parametri di bilancio e ruota attorno a due cardini: 1) il deficit pubblico (cioè la differenza tra entrate e uscite, comprese le spese per interessi) non deve superare il 3% del PIL e 2) il debito pubblico non deve superare il 60% del PIL. Ebbene, la maggior parte dei paesi membri sono molto lontani da quest’ultimo parametro, ma l’Italia è lontana anni-luce, con il suo rapporto debito/PIL al 150% nel post-Covid. E per arrivare al parametro del 60% previsto dal Patto, il divario tra il livello del debito di un paese e il riferimento del 60% deve essere ridotto di un ventesimo all’anno. Questo, oggi, per il nostro Paese significherebbe un salto all’indietro di quasi 100 punti di debito in venti anni; un obiettivo difficile, se non impossibile, che potrebbe impoverire una intera nazione.







