L’economia globale rallenta nonostante gli stimoli fiscali Usa. Il debito privato americano fa paura
Il sistema economico USA non è in grado di reggere una recessione senza subire una colossale ondata di default sul debito privato e una conseguente depressione economica.
di Maurizio Novelli, gestore Lemanik Global Strategy Fund
L’economia globale conferma l’accentuarsi della fase di rallentamento nonostante i costanti e significativi stimoli fiscali implementati sia prima che dopo gli eventi del 2020. Il contesto economico globale si appresta a subire il pericoloso effetto concomitante di un cedimento del ciclo finanziario e un cedimento dei drivers di crescita trainanti dell’ultimo ventennio.
Per cercare di contrastare tali cedimenti, gli Stati Uniti hanno aggressivamente spinto sulla politica fiscale, che è diventata il principale fattore di sostegno al ciclo economico. Il problema principale è che le politiche implementate sono state finalizzate nel cercare di sostenere un modello di sviluppo in crisi e non più sostenibile piuttosto che cercare di riformarlo. E’ quindi evidente che le politiche monetarie e fiscali implementate negli ultimi 15 anni non hanno risolto i problemi strutturali, bensì li hanno peggiorati, infilando l’economia mondiale prima nella trappola del debito privato e ora in quella del debito pubblico. Oggi i problemi macroeconomici strutturali che pesano sul ciclo si possono sintetizzare nei seguenti punti.
1) E’ Iniziata di una crisi demografica che coincide con il rallentamento della spinta alla crescita economica fornita dalla generazione dei Baby Boomers. La crescita fino al 2000/2003, generata da consumi sostenuti dai redditi e non dal debito, ha ceduto il passo a crescita sostenuta da consumi alimentati dal debito privato. La domanda finanziata dal debito ha raggiunto il 20% dei consumi USA.
2) Il cedimento dei redditi reali dopo la crisi del 2001, accentuato dalla delocalizzazione produttiva in Cina, ha generato un modello di crescita che ha favorito in modo accentuato il settore corporate. Le aziende hanno beneficiato di bassi costi produttivi, contenuta pressione salariale, tassi bassi e tasse quasi a zero. Il calo del potere d’acquisto dei redditi è stato quindi compensato dal debito. Il ciclo del debito si è concentrato nel 2004-2008 sul Real Estate e dal 2010 ad oggi nel credito al consumo
3) A partire dal 2005 l’economia mondiale ha beneficiato della straordinaria urbanizzazione e dello sviluppo industriale della Cina. Tale evento, non più ripetibile, è stato uno dei principali motori di crescita globale e ha iniziato ad entrare in crisi con il cedimento del settore immobiliare e con la pandemia del 2020.
4) La pandemia del 2020 ha colpito l’economia americana e cinese al massimo del suo leverage basato su credito speculativo, sostenuto da oltre 15 anni di QE. Gli Stati Uniti sono particolarmente vulnerabili in alcuni segmenti del debito speculativo privato (Private Equity, Venture Capital, Private Credit e Shadow Banking in genere) e i cinesi nel settore del Real Estate. Gli interventi fiscali USA hanno finora tamponato la situazione ma la loro intensità non fa che evidenziare la dimensione del problema e non è sostenibile.
Il contesto geopolitico si è talmente compromesso da mettere in discussione gli equilibri commerciali, monetari ed economici sui quali si è basato l’assetto economico globale definito a Bretton Wood. In parallelo con tali problemi macroeconomici c’è il rischio di un cedimento concomitante del ciclo finanziario che ha sostenuto i consumi finanziati, ha finanziato il Real Estate cinese, ha canalizzato ingenti risorse nel settore illiquido dello Shadow Banking System e ha gonfiato la dimensione del credito speculativo nel sistema. Il ciclo finanziario che ha sostenuto tali settori si è messo in moto dopo il 2010 ed è stato caratterizzato da:
– ultradecennale politica monetaria espansiva di Quantitative Easing;
– ripetuti e sistematici interventi di salvataggio a favore del settore finanziario (Crisi del mercato dei Repo nel 2018, Crisi Covid nel 2020, Crisi bancaria USA nel 2023). Il settore finanziario, nonostante il supporto pubblico e monetario ha sempre mostrato una elevata vulnerabilità;
– aumento dei tassi, che in concomitanza con la crisi inflazionistica del 2022 non ha mai drenato la liquidità in eccesso per continuare a puntellare le bolle speculative e la vulnerabilità del sistema finanziario. La FED ha sempre fornito iniezioni di liquidità nel sistema tramite un significativo aumento delle riserve bancarie e l’utilizzo di liquidity facilities. La riduzione del bilancio FED è stata quindi compensata dall’intervento di acquisto di titoli di stato da parte delle banche, finanziate dall’iniezione di riserve in eccesso da parte della FED. Il QE, diretto o indiretto, in sostanza non si è mai interrotto.
Il ciclo finanziario globale sta entrando in crisi a causa del boom del debito privato, sostenuto dal QE ultra decennale, ha prodotto una colossale allocazione di capitale di rischio a investimenti non più remunerativi (Misallocation) in molti settori dell’economia (Private Equity, Venture Capital, Commercial Real Estate, Real Estate cinese, ecc). I nuovi driver di crescita emergenti (AI e transizione energetica) non sono attualmente remunerativi e aggiungono ingenti allocazioni di investimenti a progetti che, al momento, distruggono capitale e producono reddito solo per pochissime società, aumentando la
percentuale di concentrazione di rischio finanziario ma anche la misallocation di capitale nell’economia globale. La transizione green ha avuto un devastante impatto sul settore auto globale, mentre gli investimenti in datacenters per l’implementazione di AI divorano capitale e non producono attualmente reddito. Tali investimenti richiedono inoltre una alta intensità di energia che aumenta i costi energetici per gli altri settori dell’economia. Il moltiplicatore monetario, nonostante l’ingente liquidità nel sistema tuttora presente, perde quindi sempre più di efficacia sull’economia reale e fornisce solo carburante alle bolle speculative finanziarie.
Per compensare il cedimento del moltiplicatore monetario i policy makers si sono attivati con aggressive politiche fiscali espansive. Tali politiche hanno inizialmente contrastato il cedimento del ciclo finanziario (o ciclo del debito privato) ma anche il moltiplicatore fiscale sta ora perdendo trazione, al punto che l’economia USA necessita di sempre più debito per crescere in media solo del 1,5%-1,8%. Anche l’economia cinese sta subendo l’impatto della Balance Sheet Recession nel settore immobiliare, e cerca di contrastare il deleverage con un deficit Pil del 6% all’anno. Le dimensioni dei deficit di bilancio di Cina e Stati Uniti sono strettamente correlate alla dimensione del problema strutturale dell’economia. Anche le economie occidentali (Europa e Stati Uniti in particolare), come la Cina, hanno iniziato a “politicizzare” i dati macroeconomici per non ammettere la situazione di crisi.
Poiché il ciclo finanziario ultra decennale ha gonfiato bolle speculative sistemiche in quasi tutti i segmenti del mercato finanziario (Equity, Private Equity, Crypto, Credito Speculativo, ecc.), il sistema è altamente vulnerabile e non è in grado di reggere una recessione senza subire una colossale ondata di default sul debito privato e una conseguente depressione economica. Questo è il motivo principale per il quale le politiche fiscali non possono essere fermate e la Banca Centrale del mondo (la FED) deve essere controllata dalla politica per introdurre la monetizzazione del debito.
Il credito speculativo nell’economia americana è sottostimato a circa 12 trilioni di USD, più o meno il 50% del PIL. Una parte di questo debito non era solvibile con i tassi a zero, non è solvibile con i tassi al 5% e non sarà solvibile se i tassi tornano a zero. In realtà l’unica soluzione possibile sarebbe quella di avviare politiche di ristrutturazione del modello economico con:
– Politiche fiscali espansive esclusivamente mirate ad aumentare i redditi reali per rendere la crescita meno dipendente dalla domanda finanziata e ridurre il leverage del settore privato.
– Politiche fiscali restrittive per il settore Corporate, che opera in regime Tax Free, per finanziare le politiche fiscali espansive.
– Gestione selettiva del credito insolvente per evitare un deleverage disordinato.
– Tassazione dei Buy Back e detassazione degli investimenti reali nell’economia.
Introdurre capital gain decrescenti in proporzione al tempo di detenzione di un investimento per ripulire i mercati dall’eccesso di speculazione di breve termine e favorire gli investimenti (Tobin Tax) di medio-lungo termine. Il problema è che attualmente nessuno ha il coraggio di implementare tali politiche economiche, perché sarebbero negative per il settore finanziario e per la borsa americana. Così, per difendere le bolle speculative, si persevera nel modello che ci ha infilato nella trappola del debito con nuovo debito, e le riforme saranno giustificabili solo in seguito ad una crisi sistemica. Poiché i rischi di sistema sono però sempre più elevati, gli Stati Uniti hanno iniziato a prepararsi ad un evento di crisi, introducendo norme di emergenza sul blocco dei capitali esteri in uscita, potenziale chiusura delle linee swap sul Dollaro, controllo governativo della FED, controllo della curva dei rendimenti, dispiegamento della Guardia Nazionale nelle principali città americane.



Poiché il settore “shadow” gestisce attualmente il 60% del credito all’economia e circa 90 Trilioni di asset (375% del PIL), tra i quali, cartolarizzazioni di ogni tipo, Leverage Loans, CRE, ABS e Private Credit, anche il moltiplicatore monetario è compromesso, e una discesa dei tassi Usa non avrà alcun effetto significativo sul ciclo economico. Nel solo settore del CRE (Commercial Real Estate) il credito in distress è ormai al 25% e nulla sappiamo dei reali tassi d’insolvenza nel Private Credit e nei loans a Venture Capital e Private Equity (5 trilioni di dollari, 20% del PIL). Nel frattempo il governo USA si appresta a dare il via libera alla legge che consente di collocare fondi di Private Equity e Private Credit al retail a tranche da 5000 dollari.
Gli Usa nel pantano della Balance Sheet Recession
Così come è accaduto in Giappone negli anni 90, anche gli Stati Uniti sono ora in fase di ingresso nel pantano della Balance Sheet Recession. Esistono però alcune differenze sostanziali tra la gestione giapponese e quella americana: 1) i policy makers americani, a differenza di quelli giapponesi, stanno cercando in tutti i modi di evitare lo scoppio delle bolle speculative e quindi hanno nazionalizzato il mercato azionario sui massimi e messo il cap ai tassi a 10y sui Treasuries (YCC). Il Giappone aveva messo il controllo dei tassi (YCC) ma aveva lasciato esplodere la bolla speculativa sul Nikkei, accentuando la crisi deflazionistica e nazionalizzando i mercati azionari solo in un secondo tempo, quando erano sui minimi.
2) il Giappone ha subito una forte rivalutazione di Yen che ha peggiorato la deflazione mentre gli Usa stanno cercando di imprimere una netta svalutazione di dollaro per creare inflazione e svalutare il debito in termini reali.
La criticità di tale ultima operazione è che gli USA non dispongono del risparmio interno per finanziare tale strategia, che si basa su crescita del debito a oltranza con capitali esteri, e rischiano quindi una fuga di capitali e una caduta del dollaro se perseguono nelle politiche fiscali che servono ad evitare la crisi. Sebbene la strategia USA sembra funzionare meglio nel breve termine, ha comunque dei limiti di sostenibilità per mancanza di adeguato risparmio interno per finanziarla. Quindi, mentre tutti parlano delle sciagurate politiche fiscali americane, nessuno si è mai fatto la domanda del perché le fanno.
Evitare il deleverage aggiungendo leverage
Infatti, analizzando in dettaglio i bilanci delle prime 10 banche USA, si scopre che oltre 60% circa del margine d’interesse è ottenuto grazie alla remunerazione di tali riserve che sono erogate al sistema dalla Banca Centrale. Questi interessi sono pagati dalla FED, ossia dal Ministero del Tesoro, ossia dal bilancio pubblico americano. Ma nonostante questo intervento pubblico per evitare una crisi bancaria come nel 2008, si continuano a fare buy back e a premiare i CEO con bonus milionari. Nessuna ricerca macro proveniente dal mainstream di Wall Street parlerà di questa situazione, ovviamente, dato che ormai la finalità degli intermediari USA è unicamente quella di cercare di tenere i capitali esteri investiti in questo sistema in crisi.
La stagione delle trimestrali Usa è iniziata con le banche, attese al banco di prova per verificare se le insolvenze in corso su credito al consumo potevano iniziare a emergere nei bilanci. In realtà qualcosa si è iniziato a vedere ma molto poco: le insolvenze pubblicate sono ancora su livelli infimi del 1,5%, mentre le statistiche di sistema indicano che siamo al 6%-7% su credito al consumo e si stima che le perdite sul Commercial Real Estate siano al 25%-30% (Fonte: Financial Stability Report Fmi). Nel frattempo l’associazione bancaria americana, tramite il Bank Policy Institute, ha iniziato a fare lobby sul Congresso e sulla Fed per bloccare l’implementazione di Basilea 3, dato che la sua applicazione farebbe emergere l’esigenza di ingenti ricapitalizzazioni per i primi dieci istituti bancari americani, proprio mentre invece sono impegnati in forsennati buy back, riducendo il capitale per sostenere i titoli in borsa (si veda Bank Policy Institute: Basel III accord US finalization).
È l’ennesima conferma che allo stato attuale tutto quello che circola nel sistema “galleggia” ai prezzi di carico nei bilanci di banche, fondi pensione, assicurazioni, Private Credit e Private Equity. Circa 13/14 trilioni di asset non vendibili ai prezzi evidenziati sui bilanci di queste istituzioni, le cui perdite effettive sono sconosciute e non contabilizzabili. Alcuni fondi pensione americani hanno iniziato a ricorrere ai prestiti bancari per pagare le contribuzioni mettendo a collaterale gli asset illiquidi (non è mai accaduto prima). Fondi di Private Equity hanno iniziato a pagare i dividendi agli azionisti con prestiti bancari garantiti dalle partecipazioni che hanno in portafoglio (rendimenti prodotti dal debito). JPMorgan e Bank of America hanno centrato i profitti attesi pescando dalle riserve accantonate per rischi su crediti. La riduzione delle riserve per rischi su crediti mentre le insolvenze di sistema salgono, come anche la riduzione del capitale tramite buy back per sostenere i titoli in borsa, evidenziano il livello di ridicolo paradosso raggiunto dal settore finanziario Usa: aumentano le perdite e i rischi di sistema ma si riducono le protezioni di capitale e riserve per fare le trimestrali e tenere su la Borsa, il tutto sotto gli occhi degli attenti “regulators”.
Tutto questo conferma che lo scenario di Balance Sheet Recession è in arrivo o forse è già cominciato. La dinamica della spesa pubblica negli Stati Uniti non fa che confermare il terrore dei policy makers per la situazione che hanno creato, e che richiede ora il costante intervento pubblico per essere sostenuta ed evitare di trascinare l’economia mondiale in una crisi. Tuttavia l’intervento pubblico costante crea altri problemi di sostenibilità del debito, innescando un intreccio pericoloso, dove per sostenere il debito privato non più sostenibile è necessario fare debito pubblico a ritmi non sostenibili. Pertanto, le sorti dell’economia sono ormai intrappolate in un meccanismo che non può contabilizzare le perdite, non può far scendere la Borsa, non può subire una recessione, non può fermare la spesa pubblica e non può rimborsare il debito.
Un sistema che deve nascondere le perdite e non può fare deleverage per evitare una recessione o una stagnazione non regge a lungo. Le perdite che ingolfano il sistema bloccano comunque la circolazione del credito procurando un credit crunch, l’intervento fiscale inizia a tamponare per un po’ ma l’economia non regge senza una costante espansione fiscale. Esistono due possibili soluzioni: Inflazione o nazionalizzazione dei mercati. Inflazione e svalutazioni monetarie possono essere una soluzione ma portano comunque a disordine e instabilità finanziaria di lungo periodo (come negli anni ‘70 e ‘80). La “nazionalizzazione” dei mercati finanziari, controllo palese o occulto delle variabili finanziarie (tassi d’interesse e mercato azionario), è un tentativo probabilmente già in corso.
I recenti rialzi in corso sull’Oro, nonostante dollaro forte e tassi alti, potrebbero quindi avere motivazioni non semplicemente legate al contesto inflazionistico ma a rischi di sistema che la maggioranza degli investitori non ha ancora completamente percepito. A complicare il quadro generale concorre la situazione geopolitica di contrasto tra le due principali economie mondiali. Stati Uniti e Cina sono in una precaria posizione economico finanziaria: tutti e due nascondono perdite, hanno problemi sulle banche e nello Shadow Banking, hanno problemi nel settore immobiliare e manipolano i dati macro per far vedere che tutto è ok. La differenza di strategia per gestire i problemi è però evidente: la Cina ha preferito evitare stimoli e avviare una pulizia del sistema (deleverage) pagando il conto subito, gli Stati Uniti spingono su stimoli aggressivi e non vogliono ripulire il sistema con il deleverage. Occorre ora chiedersi quale delle due strategie è la più sostenibile nel tempo: quella finalizzata a pagare i danni di politiche sbagliate o quella che cerca di non pagarli?
Nel 2017, nonostante una crescita economica deludente, borse e credito hanno continuato la corsa sostenuti solo dalle politiche monetarie e sempre meno dai fondamentali. I multipli si sono mantenuti costantemente in zona di sopravvalutazione. Nel corso del 2018, la FED cominciava il tentativo di rimuovere la liquidità dal sistema, ma l’economia evidenziava già segni di evidente rallentamento e il sistema finanziario iniziava a segnalare l’emergere di una crisi sul mercato dei Repo’s, che segnalava stress in arrivo, mentre la curva dei rendimenti puntava ad una inversione recessiva. Il cedimento improvviso del mercato azionario a fine anno, obbligava la FED ad una repentina retromarcia, ricominciando il
QE e facendo scendere i tassi. Era evidente già allora che il sistema non avrebbe retto alcuna politica restrittiva, dato che il leverage accumulato in anni di QE dava preoccupanti segnali di stress. Dal 2009 al 2019, la crescita media dell’economia Usa è rimasta inchiodata al 2% massimo, nonostante una politica monetaria e fiscale costantemente espansiva per oltre 10 anni. Il moltiplicatore del debito si rivelava in costante peggioramento, al punto che, alla fine del 2019, per ottenere 1 dollaro di Pil avevamo bisogno di 5 dollari di nuovo debito pubblico e privato.
I cedimenti nello Shadow Banking System erano già evidenti a causa dell’elevato credito speculativo creato in anni di QE. In caso di recessione, la struttura del sistema finanziario sarebbe stata travolta da una ondata di default. Il Covid ha giustificato quindi una colossale operazione di salvataggio che ha salvato dal default coloro che oggi sono però di nuovo sull’orlo dell’insolvenza (si veda il Commercial Real Estate già in crisi dal 2018). I mercati sono ripartiti sulla scommessa che il sistema era ormai uscito dalla latente crisi del 2016, 2018 e del 2019, e che gli interventi avrebbero dato la spinta necessaria a superare i problemi strutturali che si erano creati dopo il 2008. Ma il denaro gratis e gli interventi fiscali hanno iniziato ad esaurire gli effetti già sulla fine del 2021, dato che la grande iniezione di liquidità nel sistema è stata assorbita dal sistema finanziario per salvataggi e non per investimenti reali. 
La corretta strategia d’investimento, pertanto, deve essere compatibile con uno scenario di recessione o di stagnazione economica pluriennale, innescata dal debito tossico che ingolfa il sistema finanziario e rischia di procurare una Balance Sheet Recession nell’economia mondiale. Lo short di equity è compatibile con uno scenario di recessione o stagnazione dell’economia mondiale che procurerà una decisa revisione al ribasso dei profitti attesi e un bear market di lungo periodo, dopo 14 anni di trend rialzista sostenuto. I mercati azionari affrontano un rischio di recessione/stagnazione con valutazioni estremamente care rispetto agli standard storici, ed esprimono un rischio di caduta del 50%-60% dai livelli attuali. I bond di Usa e Germania, attualmente super venduti, sono per noi una opportunità di acquisto nell’attuale fase ribassisita, dato che la FED non può proseguire con il rialzo dei tassi se non ci sono più stimoli fiscali per l’economia.

Ho la sensazione che l’intera economia mondiale (dagli Stati Uniti a UK, Australia, Canada e Cina), abbia accumulato debito per acquistare asset a redditività compatibile con tassi d’interesse molto bassi. Il problema è che, poiché il QE è durato 14 anni, la dimensione di tali posizioni è sconosciuta ma certamente colossale. Il motivo per il quale il “soft landing” potrebbe essere “giapponese” è quindi collegato a quello che abbiamo fatto in 14 anni di QE. I titoli di stato che procurano i problemi ai bilanci bancari sono un altro eclatante esempio. È chiaro che lo stesso principio va esteso agli investimenti reali nel suo complesso e non possiamo essere così ingenui da pensare che anche altri segmenti dell’economia reale non siano esposti alla stessa situazione (bassa redditività e debito più caro).
Quando sopprimi il costo del debito, tutto il break even di sistema si abbassa, quando lo alzi accade il contrario. All’inizio, le aziende cercano di contenere il problema alzando i prezzi e innescano l’inflazione, ma poi i redditi reali si contraggono, i consumi cedono e l’economia si ferma. Nel frattempo i principali paesi che sono al centro dell’export globale (Cina, Giappone e Germania) continuano a evidenziare un cedimento della domanda globale. Il Giappone è stato il principale “svalutatore” competitivo negli ultimi 12/18 mesi ma il suo export globale non cresce, anzi scende. L’economia cinese è in grave difficoltà a causa del deleverage nel settore immobiliare, per un maggiore controllo delle allegre politiche fiscali dei governi locali e per la deglobalizzazione innescata dagli Stati Uniti. Il China Reopening è stato un tema “venduto” agli investitori per sostenere l’idea della ripresa globale, ma in realtà la Cina non vuole più fare la locomotiva dell’economia mondiale sul debito. Anzi, la priorità del governo centrale è quella di avviare un deleverage controllato del sistema (tentativo di soft landing anche qui).

In primo luogo, la crescita reale del Pil Usa al 2,9% nel quarto trimestre è stata calcolata applicando un tasso d’inflazione del 3,5%, mentre l’inflazione nota è al 6,8%. Se dovessimo sottrarre dal Pil reale (Pil nominale meno tasso d’inflazione) il 3,3% d’inflazione in più, il Pil del quarto trimestre sarebbe negativo di 0,4%. La stessa identica cosa è stata fatta con il calcolo del Pil del terzo trimestre, uscito con un’inflazione rilevata al 4% mentre era al 7%. Anche in quel caso il Pil reale sarebbe stato negativo. In effetti è alquanto strano che, mentre quasi tutti i Pmi sono in territorio negativo, i consumi cedono e i profitti delle società quotate (ex energy) sono in calo mediamente del 7%, il Pil Usa sia così forte.
Anche l’economia della Germania sorprende per l’anomala resistenza. Nonostante la più grande crisi energetica della storia del paese, il blocco della produzione automobilistica e il crollo dell’export, l’economia evita la recessione e chiude il 2022 a crescita zero. Andando a leggere le motivazioni di tale anomalia, l’ufficio di statistica del governo tedesco sottolinea la forte performance dei consumi interni che, dopo il Covid, sarebbero stati decisamente tonici. Strano, dato che la rilevazione mensile dei dati sulle retail sales pubblicata dallo stesso ufficio evidenzia una tendenza annua a -6%.
La realtà è che il sistema è già in recessione ora, i profitti continueranno a contrarsi e i consumi anche. Il fatto che il sistema non può permettersi una recessione dipende dallo stock di debito speculativo (e non ripagabile) che è stato accumulato in questi anni di tassi a zero. Lo stock di debito potenzialmente problematico non può affrontare un rollover in caso di recessione, e lo shock da default sarebbe insopportabile. Stiamo dunque implementando la strategia giapponese di avviare un deleverage di lungo periodo perché non possiamo permetterci una rapida “pulizia” del sistema. Questa fase sarà molto lunga e conferma il rischio evidente di Balance Sheet Recession. Infatti lo scenario di recessione può anche essere evitato grazie ad artifici contabili, ma ci accorgeremo presto che il pantano nel quale ci siamo infilati non sarà facilmente rimosso dagli ingranaggi dell’economia.
Il tasso di crescita potenziale degli Stati Uniti è 1,5%. Questo significa che se vuoi crescere di più del tuo potenziale rischi di creare inflazione, ma peggio, per crescere oltre devi fare ulteriore leverage. L’Europa ha un tasso di crescita potenziale dell’1%, esattamente come il Giappone da circa trent’anni. Il collasso del tasso di crescita potenziale è stato contrastato con politiche monetarie e fiscali espansive che hanno però portato a benefici molto concentrati in un segmento limitato della popolazione, accentuando la caduta di potenziale d’acquisto delle classi medie e medio-basse. Nonostante il fallimento plateale di tali politiche, stiamo tuttora cercando di ripartire dagli stessi metodi, prospettando un’inflazione “temporanea”, tassi che torneranno a scendere per sostenere la finanza speculativa e ciclo economico insensibile a qualsiasi evento.
In sostanza, il quadro economico internazionale non è facilmente risolvibile raccontando che l’inflazione è solo “transitoria”, la recessione sempre “tecnica” e i profitti “battono sempre le stime”. Per questo motivo, i venti di ottimismo che hanno caratterizzato il mese di gennaio non potranno reggere e fanno semplicemente parte di una strategia che mira a pilotare una discesa controllata della propensione al rischio di sistema. Mentre l’approccio degli investitori sembra orientato sempre al “buy on dips”, in realtà lo scenario atteso è più compatibile con il “sell on rally”. L’instabilità di lungo termine sarà una caratteristica del nuovo scenario economico che farà molta fatica a trovare un nuovo sentiero sostenibile di crescita senza le politiche monetarie dei tassi a zero.

credito a tutti i segmenti dell’economia (MBS, CLO, Leverage Loans, Private Credit, ecc). Quando il modello va in crisi, l’unico meccanismo d’intervento sono i “bailout” o salvataggi a carico del bilancio pubblico, mentre la Banca Centrale è obbligata ad intervenire con il QE per impedire un deleverage che il sistema non potrebbe reggere. Il ruolo delle banche d’investimento si modifica: da consulenti d’investimento diventano i motori della raccolta di denaro da canalizzare nel sistema per sostenere il leverage; questo rende il modello estremamente propenso alle creazione di bolle finanziarie (Real Estate, Borsa, Credito).
Banca Centrale è in grado di ridurre il bilancio o portare i tassi reali in territorio positivo. Il collasso del modello “debt driven” viene innescato quando, per vari motivi: 1) il sistema privato non può più, o non riesce più, ad aumentare il suo indebitamento, che è vitale per il sostentamento del meccanismo di crescita, 2) il reddito reale perde sempre più potere d’acquisto, che il nuovo debito non riesce più a compensare, 3) eventuali fattori esogeni (inflazione o shock di offerta e domanda) non possono essere efficacemente contrastati da vere politiche monetarie o fiscali che rischiano di compromettere leverage e domanda finanziata. Allo stato attuale mi sembra che i punti 1, 2 e 3 siano già tutti presenti nel sistema.
A questo punto è altamente probabile che il paradigma sia completamente cambiato e nulla sarà più come prima. Mi aspetto quindi un lungo bear market e una lunga fase di deleverage che avrà un duraturo impatto sulla crescita dell’economia. Le uniche politiche efficaci per sostenere il ciclo saranno solo quelle fiscali, dato che quelle monetarie non avranno più lo stesso effetto di prima, poichè il sistema, oberato da un eccesso di debito, è esposto ad una balance sheet recession come già accaduto in Giappone negli anni 90. Il cedimento del Dollaro costituirà l’ultimo capitolo di questa fase complicata ed avverrà in concomitanza con una probabile recessione USA nel 2023, o quando la FED dovrà necessariamente prendere atto che una Debt Driven Economy non
regge i tassi necessari a contrastare l’inflazione in corso. Per ripartire si dovrebbe agire su un rilancio dei redditi reali ma, in un contesto inflazionistico, tale strategia rischia di creare ulteriori problemi. In realtà, negli ultimi 15 anni abbiamo implementato politiche di QE per reflazionare l’economia quando sarebbe bastato rivalutare i redditi reali per farlo. Il risultato è che queste politiche hanno solo creato bolle speculative ed un eccesso di debito nel sistema. La crisi delle Banche Centrali (BoE, BoJ, FED e ECB), che alzano i tassi ma stampano moneta, evidenzia la fine di un esperimento fallimentare implementato senza mai pensare ad una exit strategy, proprio perché il modello fa perdere l’indipendenza dei policy maker, che diventano schiavi delle bolle che hanno alimentato.
I tentativi di sostenere le borse con le tattiche di “short squeeze”, che servono ad innescare rally puramente tecnici dovuti a ricoperture, non fanno che rimandare la vera liquidazione delle posizioni ed evidenziano continui meccanismi di manipolazione. Nel frattempo, le posizioni rialziste degli investitori rimangono vicine ai massimi storici, in attesa di un imminente cedimento della FED e un ritorno al QE per evitare una crisi. Si è così innescato un braccio di ferro tra mercati e FED, che rischia di finire male per tutti e due. Se dovessero vincere i mercati, ripristinando condizioni finanziarie espansive tramite restringimento degli spreads e ritorno al credito speculativo, l’inflazione non si fermerebbe e ripartirebbe al rialzo, costringendo la FED a rafforzare politiche monetarie anticicliche. La lotta all’inflazione è dunque complicata dal fatto che i mercati finanziari possono innescare condizioni finanziarie meno restrittive di quelle che vorrebbe avere la Banca Centrale. Non credo che la FED possa permettersi di correre questo rischio, la view sui mercati azionari rimane dunque negativa fino a quando non si cominceranno ad evidenziare chiari segnali di recessione e cedimento del mercato del lavoro USA.







