Giugno 10, 2026
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Trump contro il “fuoco amico” federale: gli Stati Uniti sarebbero distrutti senza i dazi doganali

Le entrate tariffarie hanno raggiunto i 183,1 miliardi di dollari per l’anno fiscale in corso, ma la sentenza della corte d’appello federale ha inferto un duro colpo alla politica commerciale di Trump.

Il Presidente Donald Trump ha scritto domenica in un post su Truth Social che il Paese sarebbe “completamente distrutto” senza i “trilioni di dollari” di entrate tariffarie che entrano nell’economia statunitense. La rivelazione è arrivata pochi giorni dopo che una corte d’appello federale ha stabilito che Trump aveva oltrepassato i suoi limiti di autorità utilizzando i poteri di emergenza per imporre nuovi dazi sulle merci importate.

Trump ha a lungo pubblicizzato i dazi come una fonte chiave di entrate governative e, a pochi mesi dall’entrata in vigore delle sue radicali politiche commerciali, miliardi di dollari erano già confluiti nelle casse federali. Tuttavia, la sentenza ha inferto un duro colpo alla politica commerciale di Trump, un pilastro fondamentale della sua agenda economica, che si basa fortemente sui dazi per aumentare le entrate ed esercitare pressione sui partner commerciali esteri. Il Procuratore Generale Pam Bondi ha dichiarato che il Dipartimento di Giustizia presenterà ricorso contro la sentenza alla Corte Suprema. Nel frattempo, la corte ha consentito che i dazi rimanessero in vigore fino a metà ottobre.

Le entrate tariffarie sono aumentate costantemente da circa 17,4 miliardi di dollari ad aprile a 23,9 miliardi di dollari a maggio, prima di salire a 28 miliardi di dollari a giugno e raggiungere il picco di 29,6 miliardi di dollari a luglio. Secondo gli ultimi dati del Dipartimento del Tesoro su “Imposte doganali e alcune accise”, pubblicati il ​​28 agosto, le entrate tariffarie totali hanno raggiunto i 183,1 miliardi di dollari per l’anno fiscale in corso. Al ritmo attuale, gli Stati Uniti potrebbero incassare in soli quattro o cinque mesi la stessa quantità di entrate tariffarie dell’intero anno precedente.

Il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha precedentemente affermato che l’amministrazione Trump potrebbe destinare parte delle entrate tariffarie alla riduzione del debito nazionale. “Penso che a un certo punto saremo in grado di farlo”, ha dichiarato Bessent durante un’intervista del 19 agosto alla CNBC, aggiungendo che lui e il presidente Trump erano “concentratissimi sul pagamento del debito“. “Penso che ridurremo il deficit rispetto al PIL, inizieremo a pagare il debito e poi, a un certo punto, questo potrà essere utilizzato come compensazione per il popolo americano”, ha affermato. Secondo il Dipartimento del Tesoro, il debito nazionale si avvicinava ai 37,2 trilioni di dollari al 18 agosto. Bessent ha affermato di voler rivedere la stima delle entrate tariffarie di quest’anno al di sopra della precedente proiezione di 300 miliardi di dollari. Pur non avendo fornito una nuova previsione, ha sottolineato che il totale sarebbe stato “sostanzialmente” più alto.

Mercati asiatici asset class più interessante tra le azioni globali

Azioni cinesi quotate negli Stati Uniti a rischio delisting a causa della retorica anti-cinese. Interesse per l’azionario Indonesia e per il Giappone, e aumento del peso della Cina nel segmento domestico.

di Marcel Zimmermann, gestore del fondo Lemanik Asian Opportunity di Lemanik

Le prospettive del mercato restano difficili da prevedere a causa della natura erratica dello scenario tariffario statunitense. Riteniamo comunque che i mercati asiatici siano l’asset class più interessante tra le azioni globali e che continueranno a essere sostenuti dall’espansione regionale.

Il 2 aprile, in occasione della “Festa della Liberazione”, il Presidente statunitense Donald Trump ha presentato la sua strategia tariffaria reciproca. Le tariffe annunciate sono state molto più alte delle aspettative del mercato. I mercati globali hanno reagito immediatamente allo shock con un crollo di tutti gli asset statunitensi, comprese le obbligazioni, le azioni e il dollaro Usa. L’oro è salito perché gli investitori si sono spostati su beni rifugio. Le turbolenze del mercato hanno costretto Trump a sospendere l’applicazione dei dazi per 90 giorni. La Cina ha reagito all’aumento dei dazi con contromisure sulle importazioni statunitensi del 125% e ha dichiarato che consulterà l’OMC in merito alla controversia. I mercati globali hanno reagito alla sospensione con un forte contro-rally in tutte le classi di attività, chiudendo parzialmente il sell-off iniziale. I mercati azionari asiatici più colpiti sono stati Taiwan, la Cina e in parte l’Asean. Gli indici coreani e giapponesi hanno resistito meglio.

I dati economici pubblicati nel mese di aprile sono rimasti relativamente stabili, in quanto il front-loading degli ordini di esportazione dall’Asia agli Stati Uniti ha spinto l’attività manifatturiera in Asia. Tuttavia, gli economisti si aspettano che i dazi abbiano un effetto deflazionistico su Asia ed Europa, poiché parte della produzione sarà dirottata fuori dagli Stati Uniti. L’economia americana dovrebbe invece subire una spinta all’inflazione importata, poiché i dazi si aggiungeranno ai prezzi delle importazioni. Di conseguenza, nel corso del mese abbiamo chiuso la nostra esposizione alle azioni cinesi quotate negli Stati Uniti. Esiste il rischio potenziale che gli Stati Uniti delistino le società cinesi che operano negli Usa nell’ambito della loro retorica anti-cinese. Durante il sell-off abbiamo aggiunto posizioni in Indonesia e Giappone e aumentato il peso della Cina nel segmento domestico, come Bio-Tech, Banking e Real Estate.

Timori della Fed per l’inflazione, mercati in subbuglio. In Germania risalgono i prezzi al consumo

Mentre la Fed teme l’impatto delle politiche di Trump sull’inflazione, in Germania i prezzi al consumo salgono a dicembre. Il ministro inglese Reeves sotto pressione tra sterlina debole e indebitamento.

A cura di Gold Avenue

I primi dieci giorni del nuovo anno hanno chiarito il livello e le “gradazioni” delle aspettative sui mercati finanziari nell’era Trump. Gli investitori, infatti, sperano in un forte rialzo delle azioni statunitensi nel 2025, guidati anche dai potenziali tagli fiscali. Tuttavia l’inflazione è un jolly: se rimane vicina al 2%, le azioni potrebbero prosperare; se si allontana sensibilmente dalla soglia di sostenibilità, ciò potrebbe innescare rialzi dei tassi e perdite di mercato. Nel frattempo, i rischi globali incombono, tra cui l’indebolimento delle valute, le tensioni commerciali e l’instabilità geopolitica. L’Europa, la Cina e il Giappone devono affrontare le proprie sfide, che potrebbero ripercuotersi sulla crescita e sui mercati globali.

I funzionari della Federal Reserve temono che le politiche commerciali e immigratorie di Trump possano peggiorare l’inflazione, come emerge dai verbali della riunione. Hanno intenzione di rallentare i tagli dei tassi di interesse a causa dell’incertezza economica e degli elevati rischi di inflazione. Il tasso di riferimento della Fed è stato ridotto al 4,25%-4,5%, ma sono previsti meno tagli per il 2025. I funzionari hanno osservato che l’inflazione rimane al di sopra dell’obiettivo del 2%, guidata dalla forte spesa dei consumatori e dall’attività economica. La Fed mette in evidenza un approccio cauto, paragonando le sue mosse politiche alla “guida in una notte di nebbia”.

L’oro sfiora i massimi in 4 settimane. I prezzi dell’oro sono saliti a 2.679,91 $ l’oncia venerdì, il livello più alto dal 13 dicembre. La domanda di beni rifugio, alimentata dall’incertezza sulle politiche del presidente Trump, e l’attesa dei dati sulle buste paga statunitensi hanno fatto salire l’oro di oltre l’1% questa settimana. Gli analisti suggeriscono che se i dati sull’occupazione fossero più deboli del previsto, i prezzi dell’oro potrebbero spingersi verso i 2.700 dollari e stabilizzarsi per qualche mese attorno a questa soglia. 

In Europa, balza l’inflazione in Germania, dove è salita al 2,8% a dicembre, superando le previsioni del 2,6%, secondo Destatis. Questo è il terzo mese in cui l’inflazione si è mantenuta al di sopra dell’obiettivo del 2% fissato dalla Banca centrale europea, con un aumento anche dell’inflazione di base. Gli analisti citano l’aumento dei salari e il venir meno degli effetti dei costi energetici come fattori chiave. I dati arrivano in un contesto di incertezza politica in vista delle elezioni federali anticipate del 23 febbraio. Gli esperti avvertono che l’inflazione potrebbe rimanere ostinatamente alta nei prossimi mesi.

Nel Regno Unito, l’aumento del costo del debito britannico e la caduta della sterlina hanno riportato alla memoria la crisi monetaria del 1976. Gli investitori dubitano della capacità dei laburisti di finanziare gli ambiziosi piani di spesa, con i costi di indebitamento a lungo termine che hanno raggiunto i massimi dal 2008. I critici sostengono che l’esiguo cuscinetto della ministra della Finanze Rachel Reeves (nella foto) e l’impennata dei rendimenti lasciano poco spazio di manovra per evitare tagli alla spesa o aumenti delle tasse. Dal canto suo, la sterlina ha toccato il livello più basso da oltre un anno e i costi di indebitamento del Regno Unito hanno raggiunto il massimo da 16 anni, suscitando preoccupazioni sulla stabilità economica. Gli economisti avvertono che l’aumento del costo del debito potrebbe costringere il governo a tagliare la spesa o ad aumentare le tasse per sottostare alle regole fiscali.

Sempre in tema di inflazione, secondo alcuni esperti i beni domestici e i prodotti di prima necessità potrebbero subire aumenti di prezzo consistenti, sulla scorta dei dazi statunitensi che potrebbero far lievitare ulteriormente i costi. Si prevede che le aziende scaricheranno sui consumatori l’aumento dei costi dei prodotti alimentari, elettronici e chimici. I ritardi nelle spedizioni e i potenziali scioperi dei porti statunitensi potrebbero peggiorare la situazione. In Giappone, invece, gli aumenti salariali si stanno diffondendo in tutto il territorio, mentre le aziende rispondono alla carenza di manodopera, rafforzando l’ipotesi di un rialzo dei tassi da parte della Banca del Giappone. La Bank of Japan (BOJ) potrebbe alzare i tassi già in occasione della riunione di gennaio, mentre molte aziende stanno già pianificando aumenti salariali significativi. Gli stipendi di base sono aumentati del 2,7% a novembre, il ritmo più veloce dal 1992, alimentando un’inflazione vicina all’obiettivo del 2% della BOJ. Tuttavia, l’incertezza sulle politiche commerciali di Donald Trump offusca le prospettive dell’economia giapponese, molto dipendente dalle esportazioni.

2025, Trump in guerra contro il commercio. Outlook Regno Unito e USA in cinque punti

Un cambiamento dai contorni ancora sconosciuti travolgerà l’America, mentre i vecchi problemi dell’economia e la lotta all’inflazione affliggeranno altri paesi. Regno Unito in stagnazione?

L’economia globale sta entrando nel nuovo anno con crescenti tensioni geopolitiche che incombono sulle sue prospettive, mentre le principali banche centrali del mondo tentano di tagliare i tassi di interesse dopo il peggior shock inflazionistico degli ultimi decenni.

In tutta probabilità, il secondo mandato di Donald Trump alla Casa Bianca dominerà l’agenda economica, e le tensioni commerciali globali sono ormai all’orizzonte, mentre il presidente eletto minaccia di imporre tariffe radicali sulle importazioni statunitensi. In Europa, l’economia britannica sta vacillando sotto la scure delle pressioni inflazionistiche, mentre le maggiori economie dell’eurozona sono travolte da turbolenze politiche. In Asia, Pechino sta lottando per rilanciare l’economia cinese, mentre i paesi del sud del mondo stanno affrontando pagamenti di interessi sul debito in forte aumento. Ecco i cinque punti chiave che sostengono le prospettive economiche per il 2025.

1) Le guerre commerciali di Trump 2.0 – La vittoria inequivocabile di Trump ha aumentato la prospettiva di battaglie globali su una scala molto più ampia rispetto al suo primo mandato, quando i suoi scontri con la Cina hanno avuto ripercussioni sul commercio mondiale. Tuttavia, molti economisti sperano che Trump si fermi prima di schierare l’intero arsenale di minacce che ha fatto durante la campagna elettorale, che includeva tariffe sulle importazioni fino al 60% sulla Cina e fino al 20% sui nemici e gli alleati dell’America. Le promesse del presidente eletto di tagliare le tasse e le normative sulle imprese hanno fatto sperare gli investitori in un’impennata nel mercato azionario americano, ma si teme che le sue misure possano aprire un buco enorme nel bilancio federale degli Stati Uniti, dove anche le famiglie colpite da tasse più elevate sulle importazioni potrebbero alimentare l’inflazione. Altrove, le tensioni rimangono elevate con i conflitti in Ucraina e in Medio Oriente, mentre l’incertezza politica sta aumentando nel nucleo dell’eurozona, dove i governi francese e tedesco sono sotto pressione.

2) Inflazione ostinata – Le banche centrali più potenti del mondo hanno iniziato a tagliare i tassi di interesse nel 2024 dopo che l’inflazione si è raffreddata più rapidamente del previsto. L’attenzione principale per l’anno a venire sarà su quanto saranno ulteriormente ridotti i costi dei prestiti, in considerazione dei timori per le persistenti pressioni inflazionistiche e le prospettive di crescita economica. La Banca d’Inghilterra ha segnalato un approccio graduale, dopo aver previsto che l’inflazione sarebbe rimasta al di sopra del suo obiettivo del 2% fino al 2027. Nel Regno Unito l’inflazione complessiva è scesa da un picco dell’11,1% nella seconda metà del 2022 fino a sotto il 2% a settembre 2024, ma è tornata quasi subito al 2,6%. La crescita salariale è rimasta più forte del previsto, con il potenziale per alimentare l’inflazione. La Banca centrale inglese sta anche monitorando l’impatto del bilancio autunnale di Rachel Reeves, dopo che il cancelliere ha annunciato un aumento di 25 miliardi di sterline nei contributi previdenziali nazionali dei datori di lavoro da aprile. I leader aziendali hanno avvertito che ciò potrebbe colpire i posti di lavoro o essere trasferito ai consumatori attraverso prezzi più alti. Gli investitori hanno ridotto le aspettative di tagli profondi dei tassi di interesse nel 2025.

3) Il Regno Unito in stagnazione? – L’economia britannica è sull’orlo della stagnazione, aumentando la prospettiva di un periodo di “stagflazione“, quando la crescita è in stallo ma l’inflazione è alta. Il Regno Unito è cresciuto al ritmo più rapido nel G7 nella prima metà del 2024, in parte perché si stava riprendendo da una recessione superficiale nella seconda metà del 2023. Tuttavia, un forte calo della fiducia dei consumatori e delle imprese ha pesato sull’economia, che alcuni analisti hanno attribuito alla cupa retorica del Labour e ai piani di aumento delle tasse. L’economia si è contratta dello 0,1% a ottobre, mentre la Banca d’Inghilterra prevede una crescita pari a zero negli ultimi tre mesi del 2024. Alcuni esperti sono, tuttavia, più ottimisti, e affermano che la fiducia degli inglesi nell’economia britannica e continentale dovrebbe riprendersi, poiché il contesto politico generale è molto più stabile in Inghilterra rispetto agli ultimi anni e, soprattutto, rispetto ad altri paesi europei.

4) Tasso di occupazione – La Gran Bretagna è uno dei pochi paesi sviluppati con un tasso di occupazione inferiore rispetto a prima della pandemia di Covid.

Oltre 9 milioni di persone sono “economicamente inattive”, ovvero non lavorano né cercano un lavoro. Riportare più persone al lavoro è visto dal governo come uno dei modi più efficaci per riavviare la crescita economica e sarà una delle sue massime priorità nel 2025. Parte di questo sforzo sarà mirato a sistemare i servizi pubblici malconci, mentre ci saranno cambiamenti nei centri per l’impiego e nel sostegno all’occupazione a partire dalla primavera. Negli USA, invece, il il mercato del lavoro è passato di recente da una lunga fase di piena occupazione tecnica (ossia un tasso di disoccupazione “fisiologico” compreso tra il 3% ed il 3,5%) ad un leggero rallentamento del saldo netto occupazionale, con un livello di disoccupazione passato al 4,1%. Se questa percentuale di inoccupati dovesse aumentare o mantenersi ai livelli attuali, le pressioni inflazionistiche potrebbero rallentare e la Fed potrebbe continuare ad abbassare i tassi di interesse, sia pure con lenta gradualità (e non come Wall Street vorrebbe).

5) Rendimenti obbligazionari – I governi di tutto il mondo stanno affrontando sfide dovute ai maggiori costi di indebitamento. A differenza degli anni di tassi di interesse ultra bassi dopo la crisi finanziaria del 2008, quando la spesa pubblica alimentata dal debito ha contribuito a sostenere una crescita fragile, il rischio di un’inflazione più rigida e di tassi di interesse più elevati nel 2025 renderà tutto più difficile. “La politica fiscale espansiva nei periodi difficili non è più un pranzo gratis. Ora richiede un adeguato consolidamento fiscale nei periodi favorevoli“, hanno scritto gli analisti della Bank of America in una nota ai clienti. Anche la Francia sta lottando per ridurre il suo deficit di bilancio in mezzo a turbolenze politiche. Gli investitori potrebbero richiedere rendimenti più elevati se prestassero a governi con deficit elevati, e questo farebbe aumentare ulteriormente i costi del debito sovrano.

Mercati ed elezioni: l’Europa riserva sorprese sui tassi, gli USA sull’Equity. Oro sempre più su

Analizziamo i mercati in vista delle imminenti elezioni americane. Guerre e tensioni geopolitiche sembrano non scalfire il trend di crescita, ma gli esiti incerti del confronto elettorale negli USA mettono paura.

Nonostante guerre e fortissime tensioni geopolitiche, i mercati fanno orecchio da mercante e sembrano poco inclini a considerare gli eventi come fattore di avversione al rischio. Ciò che guida adesso gli investitori di tutto il mondo, infatti, è la fiducia cieca sulla decrescita strutturale dell’inflazione – anche accettando livelli superiori alla soglia del 2% fissata dalle banche centrali – e la conseguente previsione di futuri guadagni sulla parte di portafoglio dedicata ai bond, nonchè l’elevata propensione al rischio sull’Equity dei settori tecnologi e finanziari, che insieme riescono a compensare la paura di una recessione. Quest’ultima, tuttavia, è ancora possibile e, per alcuni analisti tra i più autorevoli, anche probabile. 

In Italia, le previsioni di crescita sono in calo ma migliorano debito e deficit. L’istituto Ref Ricerche, infatti, ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita del PIL italiano, stimando un incremento dello 0,8% per il 2024 e il 2025, e dell’1,1% per il 2026. Secondo Ref, l’orientamento restrittivo delle politiche di bilancio frenerà la domanda interna e rallenterà l’economia; tuttavia, sono attesi miglioramenti sul fronte del deficit, previsto al 3,6% nel 2025, e del debito, con un calo stimato al 138% del PIL nel 2024. Anche l’inflazione è in calo, con stime all’1,7% per il prossimo anno. Di questo scenario, naturalmente, beneficerebbero i BTP, soprattutto quelli con scadenze più lunghe, che negli ultimi anni (da Agosto 2021 ad Ottobre 2023) hanno sopportato minusvalenze a doppia cifra (e con il 2 davanti).

La BCE, invece, riserva sorprese sui tassi, poichè potrebbe attuare presto un maxi-taglio. I membri della Banca centrale europea, infatti, hanno accennato alla possibilità di un significativo taglio dei tassi di 50 punti base a dicembre. Mārtiņš Kazāks, governatore della Banca di Lettonia, si è unito al banchiere centrale portoghese Mario Centeno nel dire che tale taglio è “sul tavolo”, dato che l’inflazione continua a rallentare. La BCE ha già effettuato tagli consecutivi dei tassi, i primi in 13 anni, e i dati recenti mostrano che l’inflazione nell’eurozona è scesa all’1,7% a settembre, al di sotto dell’obiettivo del 2% della BCE per la prima volta dal 2021.

Fuori dall’Unione Europea (ma di poco), il Regno Unito annuncia un cambio delle norme fiscali. La ministra delle Finanze britannica Rachel Reeves ha annunciato modifiche significative alla normativa fiscale del Paese, con l’obiettivo di liberare miliardi di sterline per gli investimenti nel bilancio di Ottobre-Novembre. Il cambiamento, che potrebbe spostare l’attenzione dal debito netto del settore pubblico a una misura più ampia, riguardante le passività finanziarie nette del settore pubblico (PSNFL), è pensata per creare più spazio finanziario per gli investimenti senza tagliare la spesa del settore pubblico. La mossa arriva mentre il Primo ministro Keir Starmer avverte che si prospettano tempi duri, con il governo che si trova ad affrontare un sostanziale “buco nero” nelle finanze pubbliche.

Negli Stati Uniti, Tesla guida il rimbalzo delle “Magnifiche sette“, registrando un’impennata del 19% una settimana fa e portando i titoli tecnologici delle “Magnifiche sette” – come vengono chiamate le big tech, ovvero Apple, Microsoft, Alphabet (Google), Amazon, Nvidia, Tesla e Meta Platforms – ai massimi da tre mesi dopo che la società ha ottenuto forti utili e previsto una crescita delle vendite di auto fino al 30% per il prossimo anno. Nonostante le fluttuazioni del mercato, i risultati positivi degli utili di società come United Parcel Service, che ha registrato la prima crescita dei profitti in quasi due anni, hanno contribuito a compensare i cali di titoli come IBM e Boeing. I Treasury hanno registrato un leggero rimbalzo, con i rendimenti dei titoli di Stato decennali scesi al 4,20%, mentre gli investitori si preparano a una maggiore volatilità in vista delle elezioni USA.

Nel frattempo, calano le richieste di disoccupazione, che sono scese di 15.000 unità (arrivando a 227.000 la scorsa settimana) e adesso segnalano una ripresa dalle perturbazioni causate dagli uragani Helene e Milton. Questo ritorno ai livelli precedenti all’uragano suggerisce che l’impatto economico delle tempeste potrebbe essere meno grave di quanto inizialmente temuto. Tuttavia, i rinnovi delle richieste di sussidio, un indicatore della disoccupazione in corso, sono aumentati a quasi 1,9 milioni, il valore più alto degli ultimi tre anni, riflettendo in parte gli effetti delle tempeste e del prolungato sciopero di Boeing, che ha dato origine a congedi forzati nella sua catena di fornitura.

Relativamente agli accadimenti post-elettorali, esiste negli operatori il timore che le politiche di Trump possano alimentare l’inflazione. Infatti, i trader si preparano a un possibile ritorno di Donald Trump, con il timore che le sue politiche possano peggiorare la crisi del costo della vita. Di conseguenza, i mercati delle scommesse e i rendimenti obbligazionari suggeriscono che Trump potrebbe varare misure inflazionistiche, quali forti dazi sulle importazioni e un giro di vite sull’immigrazione, misure che potrebbero entrambe far salire i prezzi. I costi dei prestiti, compresi i tassi sui mutui, stanno già aumentando con l’aumentare delle probabilità di una vittoria di Trump, con il tasso sui mutui a 30 anni che ha raggiunto il 7,09%. Nonostante gli alleati di Trump sostengano che le sue politiche non danneggeranno l’economia, i mercati indicano il contrario.

Fortunatamente, la recente ondata di vendite di Treasury statunitensi si è attenuata giovedì, con rendimenti che restano vicini ai massimi livelli da luglio. Questa settimana il rendimento a 10 anni ha toccato brevemente il 4,26%, spinto da dati economici statunitensi solidi, tra cui un calo delle richieste di sussidi di disoccupazione e risultati migliori del previsto per l’indice PMI e le vendite di abitazioni. La resilienza dell’economia, unita ai timori di politiche che aumenterebbero il deficit qualora Donald Trump vincesse le prossime elezioni, mantiene la pressione sui mercati obbligazionari. Sebbene le aspettative di tagli dei tassi da parte della Federal Reserve si siano ridimensionate, i mercati monetari prevedono comunque un taglio di 25 punti base per novembre e un allentamento di 135 punti base entro la fine del 2025.

Noncurante di tutto, l’oro sale sulla scorta delle tensioni geopolitiche e sul conseguente aumento della domanda di beni rifugio. I prezzi dell’oro hanno sfiorato i massimi storici una settimana fa, salendo dell’1% a 2.732,39 dollari l’oncia, trainate dalla domanda degli investitori in un contesto di incertezza geopolitica. Questa impennata, sostenuta dalle preoccupazioni per l’inflazione e dal disagio politico in vista delle elezioni americane, ha già fatto salire l’oro di oltre il 33% quest’anno. Nel frattempo, il palladio è balzato dell’8%, raggiungendo il livello più alto da dicembre del 2023, per via dei timori di turbolenze nelle forniture.

Trump vs Harris: il mondo attende mentre l’economia Usa segue il suo sentiero

Economia USA: i singoli numeri non sono allarmanti, ma persiste preoccupazione dal punto di vista macroeconomico. Nel frattempo la Bce taglia di nuovo i tassi.

di David Pascucci, analista dei mercati di XTB

A pochi giorni dal primo dibattito pubblico tra Kamala Harris e Donald Trump, durante il quale i due candidati alla presidenza degli Usa hanno tenuto un confronto di circa 1 ora e 45 minuti, si sono affrontati vari temi, soprattutto quelli relativi a geopolitica ed economia.  In sintesi, si parte subito con il dibattito economico, tema molto caro agli americani, con la Harris che promette sgravi fiscali per le piccole imprese mentre Trump ribatte parlando della attuale situazione definita come “disastrosa” per via dell’inflazione. Harris afferma di avere un piano per la classe media e in generale per la “working class” parlando di “economia delle opportunità” mentre Trump ribatte a questa affermazione accusando l’attuale governo di essere stato “disastroso” per tutte le classi.

La Harris accusa Trump di aver lasciato l’economia Usa con la disoccupazione più alta dalla grande depressione del 1929, Trump ribatte dicendo che ha creato una delle economie più forti anche grazie ai dazi nei confronti della Cina. Sul tema geopolitico Trump afferma che con lui alla presidenza finirà la guerra tra Russia e Ucraina, nel mentre la Harris afferma che con lui alla presidenza avremmo avuto Putin a Kiev con gli occhi puntati verso l’Europa. Un dibattito alquanto inconsistente dal punto di vista dell’economia, con pochi punti chiari da ambo le parti e senza alcun punto forte e presa di posizione nei confronti dell’attuale situazione economica.

La situazione economica degli Usa, per quanto i numeri presi singolarmente non siano eccessivamente allarmanti, risulta preoccupante da un punto di vista macroeconomico. La disoccupazione non é alta, si trova poco sopra il 4%, ma di fatto la tendenza al rialzo sembra essere segnata e quando vediamo una disoccupazione al rialzo con questi ritmi, non abbiamo visto di certo un’espansione economica, anzi, abbiamo sempre assistito ad un rallentamento. Il rallentamento del mercato del lavoro viene confermato dal ribasso dell’inflazione, spinto solitamente da un calo della domanda, mentre da un punto di vista della gestione delle politiche monetarie, la Fed dovrà attuare un ciclo di taglio dei tassi qualora dovesse peggiorare il mercato del lavoro, evento che è già sotto gli occhi di tutti.  

Al momento, vedendo le correlazioni macroeconomiche principali, il prossimo presidente avrà a che fare una situazione alquanto delicata che ricorda le stesse condizioni viste tra il 2000 e il 2003 e tra il 2007 e il 2009, ossia tassi alti, inflazione al di sopra del target e disoccupazione sui minimi in via di peggioramento, condizioni che hanno portato ad un epilogo tutt’altro che roseo sui mercati azionari. Il futuro esito delle elezioni non potrà quindi fermare quelle che sono le leggi macroeconomiche, forze inarrestabili nel momento in cui iniziano a intraprendere una direzione ben precisa. Ricordiamo che le decisioni in merito alle politiche monetarie, o a politiche fiscali, hanno un impatto sull’economia solamente dopo che il quadro macro si é assestato sulle sue regole fondamentali.  

Il mercato del lavoro è al momento al centro dell’attenzione degli operatori di mercato, un mercato del lavoro che è precario a livello globale, questo per via del forte aumento dei tassi di interesse su scala globale, condizione essenziale per una diminuzione di quell’inflazione che è andata sui massimi storici circa 2 anni fa. Il rallentamento attuale sembra essere inevitabile, il mercato del lavoro sarà il primo vero compito da svolgere per il nuovo presidente degli Usa, un compito non facile considerando la grandezza imponente di questa variabile economica fondamentale.

Nel frattempo, la Bce ha portato i tassi di interesse dal 4,25% al 4%, un taglio già ampiamente previsto dagli operatori che di certo non rimangono sorpresi da questa decisione piú che doverosa. Con un’inflazione al 2,2%, quindi vicina al target, questo dovrebbe essere uno dei tanti tagli che vedremo nel corso dei prossimi mesi. L’entitá dei prossimi tagli sará strettamente dipendente dall’andamento dell’inflazione, giá al 2,2% e dall’andamento del tasso di disoccupazione che potrebbe essere determinante cosí come lo é per l’economia Usa. Qualora l’economia dovesse rallentare in modo vistoso, come stiamo vedendo in Germania, il ritmo dei tagli potrebbe diventare ancor piú aggressivo.

Blümke, Ethenea: dalle elezioni Usa nessun impatto sui mercati a lungo termine

La volatilità della fase elettorale USA suggerisce di adeguare i portafogli in modo anticiclico. È presto per capire dove andrà il dollaro, mentre l’oro tornerà a salire.

“Come quattro anni fa, i sondaggi sulle elezioni presidenziali americane indicano di nuovo un risultato incerto. Se dovesse essere rieletto il presidente Donald Trump, questa volta le sue politiche, per quanto imprevedibili, non sarebbero più una sorpresa. Se tuttavia a vincere le elezioni dovesse essere l’avversario democratico Joe Biden, c’è motivo di credere che non solo saranno revocate parti della riforma fiscale di Trump, ma che inevitabilmente vi sarà l’introduzione di nuove regolamentazioni”, spiega Michael Blümke, portfolio manager del fondo Ethna-Aktiv di Ethenea.

“Questi fattori, insieme all’incertezza generale che circonda il tema della nuova presidenza, suggeriscono che una rielezione di Trump potrebbe avere un impatto più positivo che negativo sui mercati dei capitali, almeno nel breve termine. Tuttavia, a nostro avviso, il risultato delle elezioni non avrà un impatto importante sui mercati nel lungo termine“.

Nelle prossime settimane, sarà importante essere preparati alla fase critica della campagna elettorale, con la maggiore volatilità che ne deriverà. Pertanto, è opportuno adeguare i portafogli in modo leggermente anticiclico, così che eventuali battute d’arresto temporanee nei mercati possano essere utilizzate per acquisizioni piuttosto che per disinvestimenti. Inoltre, è consigliabile astenersi dal riposizionare i portafogli rispetto al dollaro fino a quando non saranno noti i risultati delle elezioni. Guardando al futuro, ci sono in effetti argomenti sia a favore che contro lo sviluppo del dollaro. Mentre la combinazione del disavanzo e, soprattutto, della maggiore portata delle misure di quantitatve easing costituiscono argomenti contro il dollaro, a favorire quest’ultimo nel futuro saranno il vantaggio relativo degli Stati Uniti in termini di crescita e il ritorno quasi certo del rischio politico in Europa. Al momento, tuttavia, il vento contrario è ancora troppo forte, quindi è opportuno attendere gli sviluppi futuri.

Guardando ai mercati, non ci aspettiamo che le turbolenze degli ultimi sei mesi, in termini positivi o negativi, continuino. Tuttavia, resta il fatto che nell’attuale contesto le banche centrali e i governi faranno tutto il possibile per stimolare la crescita economica. Con questo in mente, c’è più ottimismo rispetto a tre mesi fa. Naturalmente, non è un segreto che i maggiori guadagni proverranno dalle azioni, qualora si concretizzasse uno scenario con dati di crescita migliori. Anche in uno scenario positivo, c’è solo una probabilità limitata di aumenti sostenuti dei tassi di interesse.

“Questo è il motivo per cui, in linea con il nostro concetto multi-asset, sovrappesiamo attualmente le azioni, ma continuiamo a mantenere una posizione neutra nelle obbligazioni societarie, che – grazie all’aggiunta di alcune interessanti obbligazioni ad alto rendimento – genera ancora un ritorno positivo”, conclude Blümke. “Riguardo all’oro, sebbene si stia attualmente consolidando dopo un rally significativo, prevediamo che i suoi prezzi continueranno a salire nel lungo termine. Attualmente, nel nostro fondo Ethna-AKTIV abbiamo ridotto l’allocazione in oro al 5%, ma siamo pronti ad aumentarla nuovamente fino al 10%”.