Luglio 26, 2026
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Un piano della Commissione Europea contro il caro energia. In Italia le bollette al centro del dibattito elettorale

Mentre Ursula Von Der Leyen annuncia un piano europeo per staccare il prezzo del gas da quello dell’elettricità, in Italia i partiti concentrano la propria campagna elettorale sul caro energia, evocando l’intervento dello Stato.

(ITALPRESS) – Un progetto per staccare il prezzo del gas da quello dell’elettricità. E’ questo l’annuncio fatto dal presidente della Commissione europea durante una conferenza stampa in Slovenia. L’Unione europea sta preparando un intervento una riforma strutturale del mercato dell’energia” ha annunciato Ursula von der Leyen. Quasi a far eco a queste parole c’è stato il ribasso del prezzo del gas tornato sotto quota trecento euro. Un calo che sembra soprattutto una pausa per riprendere fiato prima di un altro strappo verso l’alto.

A conferma della delicatezza del momento c’è l’annuncio della Francia che si prepara al razionamento. “Purtroppo, dobbiamo prepararci al razionamento dell’elettricità alle imprese”, ha detto la premier francese, Elisabeth Borne, parlando davanti al Congresso del Medef, la Confindustria d’Oltralpe. Da qui l’urgenza di un piano europeo per l’energia. “L’impennata dei prezzi dell’elettricità mostra chiaramente i limiti dell’attuale funzionamento del mercato che era stato concepito in un contesto molto diverso”, ha spiegato la Von der Leyen. Il tema della continua impennata dei prezzi del gas e della necessità di una riforma del mercato sarà oggetto di discussione nella riunione di emergenza dei ministri dell’Energia dell’Ue che si terrà a Praga il 9 settembre.

Difficile, per il momento ottenere un tetto al prezzo del gas come ha chiesto l’Italia anche se, in queste ore anche il Belgio sembra interessato alla proposta. Le resistenze della Germania e dell’Olanda però non sembrano superabili. Più semplice arrivare al disaccoppiamento delle rinnovabili dal prezzo del gas, ipotesi già esaminata più volte nel corso degli scorsi anni che non ha mai trovato applicazione per l’opposizione di diversi paesi. Ora però potrebbe essere il momento di ripensarci considerando, per esempio, che i costi di produzione delle centrali idro-elettriche sono molto più bassi di quello del gas. “Abbiamo bisogno – ha detto la presidente della Commissione – di un nuovo modello di mercato per l’elettricità che funzioni davvero e ci riporti in equilibrio”.

In Italia, la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, nel suo intervento alla manifestazione di FdI di Catania con il presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci e il candidato presidente del Centrodestra alle Regionali, Renato Schifani, ha dichiarato “Io sono per le utenze di cittadinanza, non per il reddito. Perchè i cittadini non possono restare senza energia a casa. Chiamiamo tutti a raccolta e mettiamo a confronto tutte le nostre idee. Domani sono pronta ad andare in Parlamento per discutere del taglio del costo delle bollette. Lo Stato può tagliare le imposte sulle bollette per esempio…”. Invece secondo il leader di Italia Viva Matteo Renzi, intervenuto alla presentazione dei candidati di Azione e Italia Viva in Lombardia, “La Russia sta gestendo questa vicenda con abilità malevola nei confronti dell’Europa” ed è chiaro che “sta utilizzando la questione energetica come elemento di pressione politica e quasi militare. E’ un pezzo della propria strategia”. Per questo “noi siamo d’accordo a fermarci e metterci attorno a un tavolo” con il presidente Mario Draghi e le altre forze politiche così come proposto da Carlo Calenda. Renzi registra “ieri i primi segnali di apertura rispetto alla proposta avanzata da Carlo”, accogliendoli con favore dato che “questo è il tema vero dei prossimi 12 mesi”. Dopodichè si scaglia contro chi, da “ipocrita”, “oggi chiede a Draghi di risolvere il problema dopo averlo mandato a casa”. Renzi infine ribadisce la posizione del terzo polo: “L’unico modo per affrontare il tetto al costo gas è europeo” perciò “l’Europa deve darsi svegliata”. Certo, conclude, “se avessimo Draghi al tavolo sarebbe stata un’altra storia”.

“Abbiamo due tsunami che arrivano contemporaneamente: quello energetico e quello finanziario”. Lo dice, in un’intervista al Corriere della sera, il leader di Azione Carlo Calenda. Il segretario di Azione sottolinea che “la Fed continuerà ad alzare i tassi per combattere l’inflazione e ciò porterà ad una revisione della politica della Bce. Saremo meno protetti”. Sul fronte dell’energia, Calenda dice che “sarebbe meglio non fare un nuovo scostamento di bilancio, ma mi rendo conto che i margini di manovra sono limitatissimi. Per dimezzare il costo delle bollette e aiutare le imprese serve sganciare il prezzo delle rinnovabili non contrattualizzate dal prezzo del gas, serve un obbligo di legge del Gse. Bisogna anche sospendere i certificati Ets sulle emissioni di Co2 e mettere dieci miliardi su imprese e gasivore ed energivore”, aggiunge Calenda.

Giancarlo Giorgetti, in una intervista al Corriere della Sera , afferma “Essere in carica per gli affari correnti non significa non avere poteri. Credo di essere stato il primo a sollevare il problema dell’energia più di un anno fa. Oggi bisogna rispondere senza aspettare i due mesi che serviranno per avere un nuovo governo. Sarebbe un disastro economico e sociale”. “Mi pare che Matteo Salvini – aggiunge – abbia visto giusto nel chiedere un armistizio in campagna elettorale. Tutti devono porsi il problema di come affrontare questo frangente”. “Abbiamo dichiarato una guerra commerciale alla Russia – afferma Giorgetti – con le sanzioni, usando meccanismi economici con un obiettivo politico sacrosanto: difendere la libertà. Intanto però, di fronte alla risposta russa alle nostre sanzioni, continuiamo a usare meccanismi strettamente di mercato. Non capiamo che quei meccanismi sono utili in tempo di pace, ma falliscono in tempo di guerra”. Oggi “il prezzo del gas è legato al Ttf di Amsterdam, un piccolo mercato speculativo che Vladimir Putin si diverte a far impazzire. Questo è un finto sistema di mercato, così come lo è l’ostinazione in Europa nel tenere il prezzo dell’elettricità agganciato a quello del gas benchè tanta energia elettrica sia prodotta da altre fonti molto meno costose. Questi sono sistemi concepiti per funzionare in tempo di pace, non di guerra. Perciò l’Italia chiede un tetto europeo al prezzo del gas e di sganciare quest’ultimo dalle tariffe elettriche”.

Secondo il vicepresidente e coordinatore unico di Forza Italia, Antonio Tajani, nel corso di una intervista a “Non Stop News” su RTL 102.5, un’idea per contenere gli aumenti del costo dell’energia “potrebbe essere quella di far pagare le bollette come l’anno scorso, con il sovrapprezzo a carico dello Stato. Bisogna valutare se si può fare senza fare altro debito, se si possano trovare fondi in altro modo”, altrimenti “uno scostamento di bilancio potrebbe essere necessario”. “In questo momento così difficile tutte le famiglie sono in difficoltà, non solo quelle meno abbienti, anche quelle del ceto medio. E dobbiamo assolutamente impedire che le imprese chiudano. Non è una questione che può essere rimandata al prossimo governo”. (ITALPRESS)

L’inflazione italiana prende fiato ad aprile, ma il trend rimane al rialzo

Le riduzioni delle tasse governative su energia e carburante sono riuscite a fermare l’aumento dell’inflazione complessiva solo temporaneamente. Possibile una stabilizzazione dell’indice dei prezzi al consumo dopo il secondo trimestre.

Di Adriana Cardinale*

Il rallentamento dell’economia italiana nel primo trimestre ha ceduto il passo ad una lieve contrazione, quando l’impatto della guerra in Ucraina ha aggravato altri fattori negativi che avevano già colpito consumatori e imprese. Nonostante le misure compensative messe in atto dal governo, pertanto, sembra altamente probabile una recessione tecnica.

La stima preliminare del PIL del primo quadrimestre 2022 indica una contrazione dello 0,2% su base trimestrale (+5,8% il dato annuale mese su mese), in linea con le aspettative di consenso. Sebbene i dati non lo abbiano ancora confermato, pare che la domanda interna abbia dato un contributo positivo alla crescita trimestrale, soprattutto grazie alle costruzioni – alimentate dai bonus, ogni città è un grande cantiere – ma a frenare sono state le esportazioni nette e i consumi privati, questi ultimi rallentati dalla diminuzione del reddito reale dei consumatori e del livello di fiducia, che ha raggiunto il livello più basso da Novembre 2020.

A livello di macro-settori, è andata bene l’Agricoltura, stabile l’Industria e male il settore dei servizi, ed è possibile che il consuntivo economico del terzo trimestre alla fine sarà uguale a quello precedente, nonostante le misure introdotte dal governo per stemperare gli effetti di una inflazione elevata di lontana memoria – neanche gran parte dei millennials se la ricordano – e del caro-energia che peserà molto quest’anno sull’equilibrio finanziario delle famiglie. Del resto, anche la fiducia delle imprese è ai minimi termini, dal momento che la bassa disponibilità di attrezzature e materiali è ancora di ostacolo alla produzione. Inoltre, la fiducia dei consumatori è nuovamente scesa, sebbene una buona novella sembra arrivare dal settore turistico, che per questa estate e inizio autunno si prevede in grande crescita.

Nel dettaglio, secondo l’ISTAT l’inflazione ad Aprile si è abbassata al 6,2% su base annua dal 6,5% di Marzo), grazie alla riduzione temporanea della tassazione sui carburanti e sui prezzi regolamentati dell’energia, ma senza queste misure l’inflazione complessiva sarebbe aumentata di nuovo. Le pressioni inflazionistiche maggiori provengono dal comparto energia (+42,4%) e dai generi alimentari (6%), mentre nei servizi il tasso di inflazione è stato solo del 2,1%. Le previsioni degli economisti indicano probabili ulteriori pressioni sul fronte dell’inflazione core, dal momento che le imprese riverseranno sui prezzi alla produzione i maggiori costi che hanno ridotto i margini di profitto. Di conseguenza, il governo sarà sottoposto a crescenti pressioni politiche per allargare i cordoni della spesa pubblica e compensare famiglie e imprese, magari prorogando fino a giugno i tagli alle tasse sui carburanti. Questo – attenzione – non farebbe diminuire l’inflazione, ma solo farla stabilizzare intorno al 6,5%, salvo nuovi e più gravi sviluppi dalla guerra in Ucraina e dal caro-petrolio/gas.

In definitiva, il dato peggiore di tutti è quello del sentiment, ossia cosa frulla per la testa degli investitori e cosa sentono “di pancia” i consumatori: nessuno di loro riesce ad abituarsi all’idea di una guerra combattuta sul campo, che si riteneva essere ormai un retaggio del secolo scorso, una cosa da raccontare a figli e nipoti. Invece, di fronte all’atteggiamento della Russia di Putin – e per alcuni anche dell’Ucraina e di Zelensky, ma non entriamo nel merito – persino la Cina ci sembra un tranquillo approdo di pace, equità sociale e democrazia progressista.

* Segreteria di redazione P&F

Siviero, Ethenea: non sarà una recessione a W, ma neanche un soft landing

Le banche centrali proseguiranno i piani di normalizzazione, ma la politica fiscale resterà espansiva in Europa e Cina. Cruciale superare la crisi pandemica per ripristinare le catene di approvvigionamento, ridurre le pressioni inflazionistiche e sostenere la ripresa globale.

“L’economia mondiale attraversa una fase difficile e le incertezze sono fortemente aumentate. Mentre la congiuntura va riprendendosi dalla recessione causata dalla pandemia e l’inflazione accelera, il recente grave shock negativo della domanda e dell’offerta minaccia di innescare una nuova fase recessiva e l’ipotesi di un soft landing, un rallentamento del mercato e dell’economia che comunque continua la sua fase di crescita, appare sempre più remota”. È l’analisi di Andrea Siviero, Investment strategist di Ethenea Independent Investors.

L’invasione russa dell’Ucraina ha scioccato il mondo, inflitto enormi sofferenze alla popolazione ucraina e danneggiato l’economia globale. La guerra ha complicato ulteriormente uno scenario già di per sé difficile, caratterizzato da un’inflazione persistentemente elevata e dal ritiro delle politiche monetarie accomodanti delle banche centrali. Le incertezze e i rischi di ribasso sono fortemente aumentati. La guerra e le conseguenti sanzioni imposte da Stati Uniti ed Europa hanno fatto schizzare verso l’alto i prezzi di energia e materie prime. Il rincaro duraturo di energiacommodity aumenta le pressioni sui prezzi e costituisce un notevole rischio che l’inflazione rimanga a lungo elevata e che si consolidi, innescando effetti secondari più persistenti.

“In questa situazione, l’economia globale rischia una nuova recessione, colpita da shock negativi paralleli sul fronte della domanda e dell’offerta, che hanno ulteriormente danneggiato le catene di approvvigionamento globali e intensificato le pressioni inflazionistiche e che, minando la fiducia e penalizzando il commercio internazionale, causeranno il rallentamento della crescita”, sottolinea Siviero. “Questo tipo di shock stagflazionistico rappresenta una sfida particolarmente insidiosa per le autorità politiche, costrette a trovare un compromesso sempre più arduo tra il contenimento di un’inflazione persistentemente elevata e il sostegno alla crescita, proprio nel momento in cui avevano cominciato a normalizzare la propria politica ultra espansiva anti-pandemia”.

Davanti a questa nuova realtà, le autorità finanziarie e monetarie riesamineranno attentamente i piani di inasprimento delle rispettive politiche. Con l’acuirsi delle incertezze, il mix delle politiche macroeconomiche diventa un fattore cruciale per tenere sotto controllo l’inflazione senza spingere nuovamente le economie globali in recessione. Le banche centrali continueranno a perseguire i propri piani di normalizzazione per ridurre le aspettative di inflazione e impedire che si consolidino. La politica fiscale continuerà a offrire sostegno all’economia al fine di evitare una contestuale stretta monetaria e finanziaria che potrebbe scatenare una nuova recessione.

Alla luce della crescita solida, della piena occupazione e delle forti pressioni sui salari, a marzo la Fed ha imboccato la strada della normalizzazione, comunicando chiaramente il proprio fermo impegno per ridurre l’inflazione. La Fed ha inoltre segnalato che l’economia Usa è solida e può tollerare un aggressivo inasprimento senza esporsi a elevati rischi di recessione. L’amministrazione Biden probabilmente tenterà di rilanciare il suo programma “Build Back Better” al fine di sostenere le famiglie e le imprese colpite dal rincaro di energia e materie prime. L’economia europea, fortemente dipendente dall’energia russa e legata a Mosca da stretti legami commerciali sarà la più penalizzata dalle conseguenze della guerra. La Bce ha annunciato che intende accelerare la conclusione del programma di quantitative easing, ma date le incertezze economiche sarà più restia della Fed a inasprire la propria politica. L’erogazione dei fondi previsti nel quadro del pacchetto Ue a sostegno dell’economia, la riforma del Patto di stabilità e crescita, la possibile introduzione di ulteriori misure per contenere gli effetti dell’aumento dei prezzi energetici e incrementare le spese per la difesa faranno sì che la politica fiscale rimanga espansiva. In Cina, ancora alle prese con le ripercussioni della pandemia di Covid-19, la politica macroeconomica rimarrà fortemente espansiva per favorire il raggiungimento dell’obiettivo di crescita del Pil del 5,5% fissato dal Congresso nazionale del popolo per il 2022.

“Una rapida risoluzione del conflitto in Ucraina sembra costituire un fattore decisivo per ridurre i rischi di stagflazione”, conclude Siviero. “Un soft landing richiede un mix appropriato di politiche economiche che comprenda una graduale normalizzazione della politica monetaria e il sostegno della politica fiscale in modo da offrire alle banche centrali il margine di manovra necessario per ritirare le misure accomodanti senza causare una recessione. Sarà fondamentale evitare passi falsi, il che nell’attuale contesto è sempre più difficile. Infine, la risoluzione globale della crisi pandemica resta la chiave per eliminare le strozzature nelle catene di approvvigionamento, ridurre le pressioni inflazionistiche e sostenere la ripresa globale. Il nostro scenario di riferimento non prevede una recessione “double dip”, ma l’auspicato soft landing potrebbe divenire un’ipotesi sempre più remota”.

Un “nuovo ordine mondiale” alla guida di azioni e obbligazioni

Le obbligazioni, che in genere ottengono un vantaggio in tempi di avversione al rischio, stanno fornendo meno zavorra al portafoglio poiché le correlazioni con le azioni sono convergenti.

Di Joy Wiltermuth

“È la fine di un’era”, ha affermato Tony De Spirito, chief investment officer della divisione azionaria di BlackRock Inc., ossia il più grande asset manager del mondo, suggerendo agli investitori di prepararsi per la fine di quel ciclo di tassi bassi e crescita lenta che è nato dalla crisi finanziaria mondiale del 2008. Nonostante un inizio precario del 2022, “una cosa di cui ci sentiamo relativamente certi è che stiamo uscendo dal regime di investimento che aveva regnato dalla crisi finanziaria globale del 2008“, ha scritto De Spirito relativamente alle attese per il secondo trimestre.

Il gruppo azionario vede non solo prendere forma un “nuovo ordine mondiale” che “comporterà senza dubbio inflazione e tassi più elevati di quelli che abbiamo conosciuto dal 2008 al 2020″, ma un ambiente più complicato per gli investitori, in particolare perché la guerra della Russia in Ucraina minaccia di mantenere l’energia e i costi delle materie prime in frizione per molto tempo. “La situazione potrebbe favorire le azioni statunitensi, poiché sono più isolate rispetto alle loro controparti europee dai picchi dei prezzi dell’energia e dagli impatti diretti della guerra e dalle sue ramificazioni economiche”, ha aggiunto De Spirito. “Vale anche la pena notare che le obbligazioni, che in genere ottengono un vantaggio in tempi di avversione al rischio, stanno fornendo meno zavorra al portafoglio poiché le correlazioni con le azioni sono convergenti”.

Il team di BlackRock ha studiato i precedenti cicli di rialzo dei tassi della banca centrale statunitense, a partire dal 1983 al 2015, e ha scoperto che i titoli value hanno sovraperformato le loro controparti a grande capitalizzazione, ma anche i benchmark chiave del mercato obbligazionario. Il team ha confrontato la performance dell’indice Bloomberg U.S. Aggregate Bond, dell’indice Russell 1000 e del Russell 1000 Value Index RLV, e la performance è stata positiva in tutti e tre i segmenti nei primi tre anni dopo che i tassi hanno iniziato ad aumentare.

Altre ipotesi prevedono che l’inflazione si possa ritirare entro la fine dell’anno dai massimi degli ultimi 40 anni toccati adesso, con il costo della vita che si stabilizzerà al di sopra del livello del 2%, forse in un intervallo compreso tra il 3% e il 4% secondo lo scenario peggiore. Tuttavia, De Spirito vede il potenziale trasferimento dei costi più elevati sui consumatori. “Il periodo di tassi di interesse estremamente bassi è stato molto positivo per i titoli growth, e molto impegnativo per gli investitori value“, ha scritto. “È probabile che la strada da percorrere sia diversa, ripristinando parte del fascino di una strategia di valore per i mesi futuri”.

Ethenea: la guerra in Ucraina espone l’Europa al rischio stagflazione

Le autorità fiscali e monetarie dovranno probabilmente rivalutare attentamente i loro piani di normalizzazione. Le politiche di inasprimento già scontate dai mercati potrebbero dover essere riviste al ribasso e adattate alla nuova realtà. 

“Il conflitto in Ucraina, insieme alle conseguenti sanzioni statunitensi ed europee, aumenta la pressione sui prezzi delle materie prime e dell’energia, e causerà una crescita economica più lenta. L’economia globale è colpita da uno shock combinato di domanda e offerta che indebolirà la crescita economica e intensificherà ulteriormente le pressioni inflazionistiche”. È l’analisi di Andrea Siviero, Investment strategist di Ethenea Independent Investors.

L’economia globale si trova in una circostanza particolarmente pericolosa. L’eccezionale sostegno politico messo in atto dai responsabili politici di tutto il mondo ha aiutato l’economia globale a uscire dalla recessione indotta dalla pandemia del 2020. La ripresa economica è stata insolitamente rapida e particolarmente solida, e non è stato possibile far corrispondere il forte aumento della domanda aggregata a un’offerta non abbinata. L’inflazione è aumentata a livello globale nel 2021 e le banche centrali nelle economie avanzate hanno recentemente segnalato un brusco cambio di orientamento hawkish e accelerato l’allentamento del loro sostegno politico pandemico. L’ambiente di persistente alta inflazione e il rallentamento della crescita economica è tuttavia particolarmente preoccupante e ha suscitato ipotesi secondo cui l’economia globale potrebbe presto entrare in un periodo di stagflazione economica.

La decisione di Vladimir Putin di attaccare lUcraina non solo causerà un danno immenso al popolo ucraino e all’economia ucraina e potrebbe innescare lo scoppio di un conflitto armato ampio e distruttivo in Europa, ma aumenterà enormemente i rischi al ribasso per l’economia globale e la pressione inflazionistica. La regione coinvolta nel conflitto è una delle principali fonti di materie prime di ogni tipo: petrolio, gas, grano, minerali, metalli, ecc. Un’impennata sostenuta dei prezzi dell’energia e delle materie prime alimenterà le pressioni sui prezzi con un rischio considerevole che l’inflazione si radichi, innescando effetti secondari più duraturi.

Con l’inflazione ostinatamente alta, l’indebolimento dello slancio economico e i responsabili politici che iniziano a ritirare il loro sostegno, uno shock stagflazionistico esogeno di questo tipo è particolarmente preoccupante ed estremamente impegnativo per i responsabili politici che cercano di iniziare il loro processo di normalizzazione. Rappresenta un ostacolo importante per l’economia globale equivalente a una significativa tassa estera sulla crescita per le economie occidentali.

Come reagiranno i politici? “Mentre la situazione è eterogenea tra le varie regioni e potrebbe essere troppo presto per trarre conclusioni, le autorità fiscali e monetarie dovranno probabilmente rivalutare attentamente i loro piani di normalizzazione”, conclude Siviero. “Le politiche aggressive di inasprimento attualmente scontate dai mercati potrebbero dover essere riviste al ribasso e adattate alla nuova realtà. La strada verso un atterraggio morbido dell’economia nelle economie avanzate è ancora aperta, ma i rischi sono aumentati considerevolmente”.

Ethenea: mercato dell’energia sotto pressione

I prezzi del gas e dell’elettricità stanno raggiungendo livelli record, non solo in Europa. Che impatto ha questo sui mercati finanziari? Ci sono ancora interessanti opportunità d’investimento nel settore energetico?     

Il recente aumento dell’energia porterà inevitabilmente a un ulteriore aumento dell’inflazione. Tuttavia, le banche centrali di tutto il mondo non sembrano essere preoccupate della situazione. Sostengono che gli attuali picchi d’inflazione siano solo temporanei. “Per la politica monetaria, superare il crollo dell’occupazione e dell’attività economica causato dalla pandemia da coronavirus rappresenta in questo momento la priorità”, afferma Volker Schmidt, Senior Portfolio Manager presso Ethenea. “Pertanto al momento, gli alti costi dell’energia dovrebbero incidere limitatamente nelle decisioni delle banche centrali relative ai tassi d’interesse”.

L’inflazione e l’andamento dei tassi d’interesse delle banche centrali sono solo un fattore tra i tanti di cui tener conto nel determinare l’andamento dei rendimenti delle obbligazioni a lungo termine, aggiunge. Un aumento dei tassi d’interesse a lungo termine, ad esempio per i Treasury americani a 10 anni o i Bund tedeschi, è tuttora limitato grazie ai programmi di acquisto di asset delle banche centrali. “In generale, sia i consumatori che le aziende la cui produzione dipende fortemente dall’uso di energia, hanno una protezione almeno temporanea contro l’aumento dei prezzi, perché hanno stipulato contratti a lungo termine o di copertura”, spiega il dottor Schmidt. “Il fattore decisivo per loro sarà la durata dei sovraccosti dell’energia, perché a un certo punto anche il contratto più duraturo scadrà”.

Tuttavia, continua, ci sono evidenti differenze a livello di paese. “In Italia, Grecia e Francia, i consumatori ricevono già il sostegno del governo”, approfondisce l’esperto. “La Spagna ha fissato i prezzi dell’energia per l’energia idroelettrica e nucleare prodotta a livello nazionale, ha sospeso le tasse sull’energia e quindi ha frenato l’aumento dei prezzi attraverso la regolamentazione del governo”. La situazione attuale nel Regno Unito è particolarmente drammatica. Il produttore di fertilizzanti CF Industries ha chiuso i suoi impianti nel Regno Unito a causa della crisi energetica“. Ma, visto che un sottoprodotto della produzione di fertilizzanti è il CO2, essenziale per la conservazione degli alimenti, il governo è intervenuto e ha convinto CF a riprendere la produzione.

“Al momento è difficile tenere traccia di quali aziende stiano beneficiando degli sviluppi e quali stiano soffrendo”, dice Schmidt. Per i fornitori di energia in particolare, la situazione è complicata. “Da un lato, le società di servizi vogliono offrire ai loro clienti i prezzi più bassi possibili e competitivi, il che depone a favore dei contratti a breve termine tra le società di servizi e i produttori di elettricità quando i prezzi sono bassi”, spiega il portfolio manager. “D’altra parte, i contratti a lungo termine con i produttori sono importanti per le utility per fare calcoli affidabili. Ma se un utility è rimasta legata ad un livello di prezzo troppo alto per troppo tempo, sarà superata dai concorrenti che hanno effettuato coperture a breve termine in caso di un calo dei prezzi”.

L’esempio del fornitore di energia britannico Green mostra perché è importante analizzare a fondo le singole aziende quando si investe. “Green ha chiuso a causa dei regolamenti in essere, che stabiliscono che i contratti con i clienti non possono essere adattati alle attuali situazioni di mercato. Il costo di acquisto del gas è ben al di sopra del prezzo che l’azienda è autorizzata a praticare ai suoi clienti finali”. Anche se Green non è rappresentata sul mercato dei capitali né con azioni né con obbligazioni, questa è una chiara dimostrazione del fatto che un’analisi fondamentale caso per caso, così come la comprensione dei meccanismi di prezzo più importanti, è particolarmente significativa quando si tratta di società più piccole. Almeno altri sei fornitori di energia nel Regno Unito sono falliti nel solo mese di settembre perché i fornitori non sono anche i produttori di energia.

“In sintesi, allo stato attuale, le obbligazioni emesse dalle società del settore energetico difficilmente rappresentano un investimento interessante”, afferma Schmidt (nella foto). “I proprietari di reti elettriche o di gas, per esempio, oggi non pagano premi di rischio interessanti. Gli investitori li considerano giustamente a basso rischio perché il loro modello di business è scarsamente dipendente dalle variazioni dei prezzi dell’energia e solitamente sono in parte di proprietà dello Stato”. Il rischio principale è la perdita potenziale di uno o più clienti. “I chiari vincitori dell’attuale crisi energetica – conclude Schmidt – sono le società di estrazione del gas e del petrolio così come i produttori di elettricità pura, compresi i produttori di elettricità a carbone, che sono legittimamente criticati per motivi di sostenibilità se hanno dei depositi di carbone di proprietà. In Germania, questo vale solo per i produttori di elettricità a base di lignite; il carbone fossile non viene più estratto da tempo, ma viene invece importato. Al momento, per i consumatori e per le aziende che consumano energia, la sicurezza dell’approvvigionamento è prioritaria rispetto alla sostenibilità“. Lo dimostra anche il fatto che l’elettricità da carbone in Germania ha sostituito le energie rinnovabili come fonte energetica più importante durante la prima metà del 2021.

Idrogeno Verde, ovvero la soluzione chiave per “de-carbonizzare” i portafogli di investimento

Il tema dell’idrogeno verde rientra tra i megatrend climatici e ambientali, ed è diventato oramai di grande attualità. Nel 2020 quasi ogni titolo legato a questa tecnologia si è ben comportato in Borsa, ed anche per il futuro le prospettive sono interessanti. 

Il tema dell’idrogeno rientra tra i megatrend climatici e ambientali. “L’energia rinnovabile può de-carbonizzare la generazione di energia, e lo farà, ad esempio nel settore automotive” spiega Simon Webber, Portfolio Manager di Schroders. “Ma queste tecnologie non saranno così disponibili per l’aviazione, la navigazione, i veicoli commerciali, la produzione di acciaio o di fertilizzanti. In tutte queste industrie vitali sembra che sarà necessario l’idrogeno, o almeno che l’idrogeno sarà una delle soluzioni più praticabili”.

L’idrogeno, infatti, può essere bruciato in un motore a combustione o in una caldaia per il trasporto e il riscaldamento. Poi usato per alimentare una cella a combustibile per il trasporto o il riscaldamento o usato come agente di riduzione del ferro per fare acciaio. Può anche essere utilizzato come agente di stoccaggio dell’energia usando l’energia solare in eccesso in estate per produrre idrogeno, immagazzinato e riconvertito in elettricità per l’uso in inverno. Tutti processi che hanno emissioni di CO2 nulle o molto più basse delle alternative attuali.

Si tratta di un settore altamente tecnologico, con un giro d’affari potenziale (al 2050) di 820 miliardi di euro l’anno, capace di creare circa 5,4 milioni di nuovi posti di lavoro. Le stime sono di “Hydrogen Roadmap Europe: A sustainable pathway for the European Energy Transition” (di The Fuel Cells and Hydrogen Joint Undertaking).

Certo, oggi i costi sono ancora elevati: “L’idrogeno rinnovabile è molto più costoso dell’idrogeno da combustibili fossili” conferma Webber. “Tuttavia, questo dovrebbe cambiare, ed entro il 2030 l’idrogeno rinnovabile dovrebbe diventare il metodo di produzione più economico. La situazione è molto simile a quella in cui si trovavano i veicoli elettrici e la stessa energia rinnovabile 5-10 anni fa”.

LO SVILUPPO IN ITALIA – Di recente, H2IT (Associazione Italiana Idrogeno e Celle a Combustibile) ha presentato il report “Strumenti di supporto al settore idrogeno. Priorità per lo sviluppo della filiera idrogeno in Italia” in occasione dell’evento digitale ”Idrogeno: il futuro dell’energia è oggi”. Si tratta di uno studio dettagliato, che ha coinvolto l’intera filiera e portato all’elaborazione di sette priorità per una Strategia Nazionale dell’Idrogeno. Dall’industria ai trasporti, dalla produzione di energia e calore all’uso in ambito residenziale: tanti i settori che verrebbero trasformati dall’idrogeno.

Come spiegano da H2IT, il 2020 è stato l’anno della svolta per le politiche ambientali europee, con l’UE che ha varato una strategia per azzerare le emissioni di CO2 entro il 2050. L’idrogeno si presenta come soluzione chiave: è un vettore energetico che non genera emissioni (anche nella produzione se prodotto da fonti rinnovabili attraverso elettrolisi dell’acqua). Può essere conservato per lungo tempo sia in forma gassosa che liquida. Inoltre, permette di utilizzare infrastrutture di trasporto e distribuzione già esistenti con costi di adeguamento sostenibili, e può essere usato in diverse tipologie di veicoli per la mobilità di merci e persone, come materia prima nelle industrie, come combustibile nei processi ad alta temperatura. Inoltre, può essere utilizzato nel settore industriale e residenziale in sostituzione ai combustibili fossili per la produzione di energia e calore.

Con un immagazzinamento senza particolari problemi di sicurezza, offre una soluzione per de-carbonizzare i processi industriali e i settori energetici in cui la riduzione delle emissioni di carbonio è urgente e difficile da ottenere.

IDROGENO E INVESTIMENTI – Quali saranno le ricadute dell’utilizzo dell’Idrogeno su aziende e investimenti? “Ci saranno opportunità per le aziende energetiche e le società di ingegneria industriale per costruire e gestire tutti i nuovi impianti di idrogeno verde” spiega il manager di Schroders. “Ci sarà anche bisogno di centinaia di gigawatt di nuova capacità di energia rinnovabile per fornire elettricità agli elettrolizzatori. Questi nuovi volumi di energia rinnovabile non sono ancora incorporati nelle previsioni di mercato per i fornitori dell’industria eolica e solare. Tuttavia, forse la più semplice opportunità di business e di investimento sarà la crescita che avverrà a livello delle aziende che potranno catturare il mercato delle attrezzature per tutti i nuovi elettrolizzatori che verranno distribuiti. Le vendite di attrezzature per elettrolizzatori sono un mercato davvero minuscolo oggi, con solo circa 250 milioni di dollari di ricavi nel 2020. Arrivare al quantitativo di idrogeno verde necessario per de-carbonizzare tutte queste industrie a livello globale richiederebbe un mercato annuale di elettrolizzatori più vicino ai 25 miliardi di dollari negli anni di picco della costruzione”.

“il fatto che ci sia solo una manciata di operatori leader di elettrolizzatori oggi rende questo settore molto interessante, in quanto potrebbero sì esserci alcuni nuovi arrivi, ma la tecnologia non è semplice. Inoltre gli operatori consolidati stanno rapidamente formando alleanze e relazioni con sviluppatori e gruppi energetici” conclude Webber. Ecco perchè sono “tutti pazzi per l’idrogeno”.

BORSA E IDROGENO – A Piazza Affari sono disponibili due strumenti per investire sul tema dell’idrogeno. In primo luogo un Tracker Certificate di Ventobel, poi il nuovo Etf, listato da poco più di un mese, di L&G su Hydrogen Economy. Infine, incentrato su alcuni titoli legati all’economia dell’idrogeno, vi è un Certificato di SocGen emesso da pochi giorni.

Liberamente tratto da:
https://www.investireneimegatrend.it/tutti-pazzi-per-lidrogeno-con-certificati-ed-etf-quotati/  (di Massimiliano Malandra)
https://www.wallstreetitalia.com/borse-tutti-pazzi-per-lidrogeno-ecco-i-motivi-di-tanta-frenesia/  (di Mariangela Tessa)

Dubbi sul Bitcoin. Antonio Mazzone: stop alle ipocrisie, la moneta virtuale non rispetta i criteri ESG

Se all’improvviso scomparissero tutte le cripto-valute, l’intera comunità mondiale ne ricaverebbe un vantaggio. I miners sottraggono allo sviluppo di intere comunità e nazioni ingenti risorse naturali e fonti energetiche indispensabili.

La storia recente di Bitcoin è nota. Con lo scoppio della pandemia, l’interesse verso le cripto-valute è cresciuto a dismisura, determinando anche un furioso aumento delle quotazioni. E così, Bitcoin ha superato la quota “psicologica” dei 50.000 dollari USA (portando il suo massimo fino a quasi 60.000) ed oggi, dopo una correzione ampiamente prevista, mentre scriviamo vale circa 42.400 euro (51.000 dollari circa), avendo raddoppiato il suo valore in meno di tre mesi e portando la sua capitalizzazione di mercato a quasi 900 miliardi di dollari (+400% in 12 mesi).

Per molti operatori, la sensazione è quella di trovarsi in un contesto simile a quello del 2017, quando ai record della moneta virtuale seguì un crollo verticale del 75%. Secondo le stime recentemente riportate dal Wall Street Journal, rispetto all’offerta di Bitcoin “di fresco conio” pari a 150.000 nell’ultimo quadrimestre del 2020, la domanda nello stesso periodo è stata di circa 360.000 unità, stabilendo uno squilibrio che, da solo, anticipava con chiarezza la rapidissima crescita di valore dei primi mesi del 2021.

C’è da dire che, oltre ai Bitcoin già in circolazione, ogni giorno una (modica) quantità di nuovi bitcoin viene immessa sul mercato grazie al protocollo denominato Blockchain, che permette di far funzionare un particolare processo di estrazione digitale (circa 900 nuove monete digitali al giorno).

Su questo fenomeno – a metà strada tra la finanza innovativa ed il marketing puro – molti esperti si sono pronunciati nell’ultimo periodo, determinando un dibattito piuttosto acceso tra i fedeli sostenitori dell’Economia Reale e quelli della finanza “a tutti i costi”. Warren Buffett, per esempio, già nel corso dell’assemblea annuale dei soci del 2018 di Berkshire Hathaway aveva affermato che il Bitcoin è “veleno per topi al quadrato”, mentre per il suo socio storico Charlie Munger si tratterebbe di “demenza finanziaria”. Buffett, che non è affatto avverso alla tecnologia (lo dimostra il suo corposo investimento in azioni Apple) motiva il suo giudizio spietato sulla base del fatto che il Bitcoin è “un asset che di per sé non sta creando nulla. Quando si comprano asset non produttivi, tutto quello su cui si conta è che ci sia qualcuno che paghi di più perché è ancora più entusiasta di chi lo ha acquistato prima di lui”. Micheal Burry, analista finanziario famoso per essere stato interpretato al cinema nel cult-movie “The Big Short” (La Grande Scommessa) dall’attore Christian Bale, da mesi sta mettendo tutti in guardia dal rischio di una enorme bolla speculativa legata alle cripto-valute.

Sembra essere stato toccato, quindi, un punto altamente critico, nel quale, da una lato, il Bitcoin riceve attestati di stima dalle grandi banche internazionali, da investitori c.d. “visionari” (Elon Musk, per esempio, ci ha investito parecchio) da colossi dei pagamenti digitali e dagli hedge fund e, dall’altro, sussiste il rischio di una rigida regolamentazione che è già stata sollecitata dal segretario al Tesoro USA, Janet Yellen, e dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Inoltre, grava l’accusa secondo la quale le attività di mining non siano ecosostenibili, perché determinano un enorme consumo di energia elettrica e una elevatissima produzione di CO2 all’interno di un contesto dominato dai criteri ESG.

Non mancano anche in Italia le voci fuori dal coro di chi osanna l’investimento in Bitcoin. Secondo Antonio Mazzone, fondatore di Bancadvice.it, “è venuto il momento di chiudere tutte le posizioni attive su azioni Tesla e wallet in cripto-valute. Recentemente ho avuto un flashback: mi è sembrato di rivivere il periodo 1999-2000, dove all’euforia successe presto lo “sboom” delle dot.com”. Secondo Mazzone, oggi è bene porsi tre domande sul Bitcoin, e darsi immediatamente delle risposte prima di soccombere:

1) “relativamente a Tesla, una azienda automobilistica che commercializza solo mezzo milione di vetture, e fa utili solo da attività di trading in bitcoin, può capitalizzare quanto l’intero settore auto mondiale ed avere un P/E (indice price/earnings) superiore a 1.000? Per me NO”.

2) “L’intera popolazione dei miners produce in un mese un quantitativo di CO2 pari a quello prodotto in un intero anno da un paese come la Giordania, e consuma energia elettrica in un mese quanto l’Argentina in un anno. E’ un sistema sostenibile? Per me NO”.

3) “Se all’improvviso scomparissero tutte le cripto-valute, l’intera comunità mondiale se ne accorgerebbe e ne avrebbe un danno significativo? Per me, assolutamente NO. Anzi, ne ricaverebbe un vantaggio. Infatti, il numero dei miners negli ultimi 18 mesi è cresciuto di nk-volte rispetto al periodo precedente, seguendo una progressione simile a quella logaritmica. Sono state così sottratte allo sviluppo di intere comunità e nazioni ingenti risorse naturali e fonti energetiche indispensabili, senza avere in cambio alcuna partecipazione su larga scala ai profitti di queste nuove “miniere”.

Antonio Mazzone

“Solo a febbraio e solo in Iran – prosegue Mazzone – sono stati disconnessi dalla rete elettrica locale oltre 1.600 nuovi miners dopo aver procurato diversi blackout”. “Diventa evidente – conclude Mazzone – il contrasto paradossale, al limite dell’ipocrisia, tra la diffusione di investimenti con criteri ESG, l’attenzione sulla riduzione dei gas serra e sul disastro climatico e la corsa a proteggerci da eventuali nuove pandemie con le sollecitazioni di big Financial corporation (JPM, Citi, Bayerische L., per citarne alcune) e blasonati miliardari che consigliano investimenti sulle cripto-valute, la cui attività estrattiva è tra le più energivore ed inquinanti del pianeta”.