Aprile 21, 2026
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Poliziotto buono e poliziotto cattivo, Italia sotto torchio da 1.416 ore. BTP e borsa in pericolo?

Come nel più classico dei polizieschi, l’Italia ed il suo sistema finanziario sembrano essere in stato di fermo dalla notte del 7 Marzo scorso. In questa immaginaria saletta degli interrogatori, le istituzioni della UE si alternano, ora con aggressività ora con gentilezza, per strappare al nostro Paese la confessione di un “reato” non ancora commesso.

di Massimo J. Bonaventura

Nella notte tra il 7 e l’8 marzo, con un nuovo decreto, Conte limitava le possibilità di movimento nelle zone più colpite dal contagio, in entrata e in uscita e all’interno dei territori. La sera del 9 marzo, con un nuovo decreto, tutta l’Italia diventava zona rossa, mentre il successivo 11 Marzo l’OMS dichiarava che l’epidemia di Covid19 fosse ufficialmente una pandemia, con oltre 165 paesi nel mondo coinvolti nel contagio. Da quella notte di venerdì 7 Marzo, però, l’Italia veniva posta in una sorta di “fermo di polizia comunitario” che, in tutta evidenza, continua ancora oggi, con un balletto di attori che si alternano per tenere sotto torchio il nostro Paese da ben 1.416 ore.

Come nel più classico dei film polizieschi, ci sono tutti i personaggi: l’imputato (Conte), i poliziotti cattivi (Merkel, Lagarde e soprattutto il rude olandese Rutte, dal cognome che evoca buona digestione) ed i poliziotti buoni (il presidente della Repubblica tedesca Frank-Walter Steinmeier, Ursula Von Der Leyen e Mario Draghi). Ci sono anche quegli attori (Commerz Bank) che, in una immaginaria storia di complotti internazionali, interpretano la parte degli sgherri senza scrupoli, pronti ad eseguire ordini da chi li foraggia – non importa se i buoni o i cattivi – pur di rendere l’imputato ricattabile. Tutti costoro si danno il cambio più o meno settimanalmente, ora con aggressività ora con gentilezza, per strappare all’imputato la confessione di un “reato” non ancora commesso, ossia la sua uscita dall’UE, sfruttando la presunzione di colpevolezza di una Italia considerata inaffidabile per via dell’ampiezza del suo debito, e mascherando il desiderio di tenersela, invece, così com’è, fragile e accomodante, invece di avere un avversario economico temibile com’era un tempo, prima del suo ingresso nell’UE.

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Passando dal piano della fantasia – e nemmeno tanto – a quello di realtà, l’intervento dal perfetto tempismo della Corte Costituzionale tedesca fa seguito al downgrade sull’Italia deciso da Fitch e precede solo di qualche giorno (8 Marzo) il giudizio sul rating del debito italiano delle due agenzie Moody’s e DBRS, preannunciando un mese di Maggio 2020 ad alta tensione per la borsa italiana ed i BTP. Infatti, dopo il rinvio del 24 marzo, la Corte federale  si è finalmente pronunciata sulla legittimità degli acquisti di titoli di BCE nell’ambito del Quantitative Easing, creando scompiglio laddove, invece, c’era bisogno di adottare maggiore sensibilità giuridica; ergo, maggiore livello di compromesso, necessario date le circostanze. Così, la Corte ha accolto solo in parte il ricorso sulla legalità del Quantitative Easing della BCE, sottolineando che alcuni suoi aspetti violerebbero la legge tedesca e concedendo al governo della Merkel tre mesi di tempo per fare chiarezza sul programma. Pertanto, adesso Christine Lagarde deve dimostrare a Berlino che la BCE ha fatto il suo lavoro come si deve, e questo la dice lunga su chi comanda in Europa.

Onestamente, quella di una Corte costituzionale tedesca indipendente dai chiari desideri di supremazia politica ed economica della Germania, portati avanti dai conservatori che tengono in piedi la Merkel, non se la beve nessuno, tanto più che la scelta della Corte di aumentare il periodo di “riflessione” di tutta l’Unione Europea sui futuri strumenti da adottare non sembra accadere per caso, ed è certamente collegabile all’avversione della Germania verso gli eurobond. Pertanto, ci vuole poco a scommettere su una Merkel che userà la decisione della Corte federale per apparire “con le mani legate” ed opporsi alla emissione di un debito comune (e questo la dice lunga sulle istituzioni tedesche “indipendenti” che non farebbero politica…).

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Inoltre, la Corte interviene in un momento gravissimo per l’Europa, e nonostante ciò lancia un messaggio inaccettabile, secondo il quale il diritto deve essere rispettato anche il mondo andasse a rotoli, senza alcun cambio dell’ordine delle cose e a qualunque costo (degli altri). Una posizione, a ben vedere, molto cara alle banche tedesche: come non collegare l’uscita di Commerz Bank dell’1 Aprile, in occasione della quale la seconda banca tedesca dava per scontato il declassamento del debito italiano a livello “junk” (spazzatura), con la decisione odierna della Corte? 

Per chi vuol vedere il bicchiere mezzo pieno, potremmo dire che la Corte avrebbe promosso parzialmente il piano di QE già lanciato da tempo dall’Eurotower, dichiarando di “….non avere riscontrato una violazione del divieto di finanziamento monetario dei bilanci degli Stati membri“; però, allo stesso tempo, i giudici costituzionali hanno aggiunto che governo federale e Bundestag tedesco avrebbero violato i diritti dei ricorrenti (gli imprenditori tedeschi Heinrich Weiss, Patrick Adenauer e Juergen Heraeus, molto vicini ai conservatori) per non aver intrapreso iniziative contro la BCE allo scopo di verificare se le misure inerenti al QE avrebbero travalicato il principio di proporzionalità.

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C’è da dire che una bocciatura da parte della Corte tedesca, pur escludendo la partecipazione della Bundesbank dagli acquisti dei titoli (cioè, del maggiore acquirente), non avrebbe bloccato il QE della BCE, ma avrebbe comunque dato un segnale politico di crisi irreversibile dell’Unione Europea che, alla luce dei fatti, necessita ancor di più di una revisione dei suoi trattati, di cui la decisione della Corte federale tedesca ha rivelato tutta la fragilità.

Inoltre, a causa di tutto ciò, il prossimo 8 Maggio si potrebbe aprire un capitolo dolorosissimo per la borsa italiana e, soprattutto, per i BTP. Infatti, un ulteriore downgrade segnerebbe l’ingresso dei titoli di stato italiani nell’inferno dei junk bond (titoli spazzatura), e la decisione della Corte tedesca pone già il veto alla Merkel di permettere il loro acquisto nel programma di QE e costringerebbe la Lagarde – che ogni tanto veste i panni del poliziotto buono – a fare i salti mortali per fare accettare la continuità dello stesso programma.

In ogni caso, è chiaro che all’Italia verrà chiesto di fare un passo indietro sugli eurobond.

E speriamo soltanto su questi.  

Un “casino” chiamato Europa. Federalismo ed eurobond per cambiare le strategie di investimento

Di George Calhoun*

Il sistema federale degli Stati Uniti non è una macchina perfetta, ma senza di esso sarebbe un pasticcio, come l’Europa di oggi. Lo sviluppo di un mercato europeo del reddito fisso, in grado di competere con il Tesoro degli Stati Uniti, cambierebbe in meglio le strategie di investimento per i gestori patrimoniali di tutto il mondo.

L’idea del federalismo, per gli americani, è netta. Implica giurisdizioni sovrapposte e responsabilità concorrenti. C’è lo “Stato di New York” (o Florida, o Iowa), e poi c’è “Il governo federale“. Gli stati pagano alcune cose e riscuotono le proprie tasse, mentre i federali hanno l’IRS. Ci sono tribunali statali e tribunali federali; polizia di stato ed FBI; i singoli stati sovrintendono ai sistemi scolastici, e lo stesso fa il segretario alla Pubblica Istruzione. Gli stati regolano le banche e le compagnie assicurative, ed i federali perseguono i loro top manager (o le stesse compagnie) quando qualcuno di essi commette un crimine finanziario.

Normalmente, questo sistema ibrido funziona abbastanza bene. Ma in un’emergenza, come l’epidemia di COVID-19, c’è spesso uno stallo iniziale tra gli stati ed il sistema federale-centrale, e l’incertezza su chi abbia autorità (e su cosa): di chi sono i ventilatori? chi possiede quella scorta medica di emergenza? chi può richiedere una quarantena? chi decide sulle restrizioni di viaggio? quale conferenza stampa dovremmo guardare? che dire dei militari? Alla fine il pubblico si aspetta che il governo federale risolva le incertezze con l’autorità, e di solito lo fa: chiama la Guardia Nazionale, Il Congresso approva un disegno di legge, il Presidente si rivolge alla nazione e la risposta alla crisi diventa coerente e unitaria.

Per l’uomo o la donna della strada americana, il federalismo significa semplicemente “siamo tutti insieme”.

Non è certamente un sistema perfetto, come avevano già capito anche i Padri Fondatori. Tuttavia, immaginate come sarebbe se non ci fosse il governo federale, se gli Stati Uniti fossero solo … stati uniti. Se la Florida, ad esempio, potesse decidere un embargo delle spedizioni mediche a New York, o se l’Ohio potesse chiudere i suoi confini alle persone della Pennsylvania. Oppure ancora se una banca di New York potesse rifiutare di incassare assegni bancari nel New Jersey.

Che casino ne conseguirebbe….Quel casino, sarebbe l’Unione Europea di oggi.

È ampiamente riconosciuto che nell’Unione Europea manca un vero quadro federale, e che l’Europa è bloccata in quella che un americano chiamerebbe l’”era dei diritti degli stati”. Ognuno dei 27 paesi membri ha la sua forza (chi più chi meno) ed il governo centrale è debole. L’UE non può tassare e non può spendere, almeno non su una scala tale da sostenere un pacchetto di stimoli significativi in ​​periodi di difficoltà economica. Ogni paese stabilisce la propria politica, aumenta le proprie entrate e spende come desidera (con solo linee guida molto generali da Bruxelles). Esiste un bilancio dell’UE, ma è esiguo, solo l’1% del prodotto interno lordo (PIL) dell’UE. Esiste una valuta comune e una Banca centrale europea (BCE) incaricata di gestire quella valuta. La BCE può stampare denaro (come la Federal Reserve), ma non può emettere debiti garantiti da tutta l’UE. Non esiste un equivalente europeo del Ministero del Tesoro degli Stati Uniti, né “eurobond” in parallelo al mercato dei titoli del Tesoro statunitense. Non esiste uno stabile strumento “federale” per finanziare un programma comune dell’UE, non importa quanto urgente.

Le disfunzioni che questo anti-federalismo genera agli europei sarebbero scioccanti per un americano.

Due esempi. Nel 2015, i leader tedeschi hanno evidentemente preso in seria considerazione la “soluzione” dei problemi finanziari della Grecia, semplicemente chiedendo di eliminarla (temporaneamente) dall’Eurozona. Potremmo immaginare che gli Stati Uniti possano soltanto pensare di affrontare le difficoltà creditizie dell’Illinois, o di Puerto Rico, tagliandole dal dollaro e costringendole a fluttuare nelle proprie valute?

Nel 2017, il ministro dell’economia olandese, considerando che i Paesi Bassi contribuiscono più al bilancio dell’UE di quanto non ritorni in termini di finanziamenti europei, ha additato i paesi dell’Europa meridionale (come la Spagna e l’Italia) accusandoli “spendere tutti i soldi in bevande e donne”, ed oggi gli olandesi si oppongono costantemente a tutto ciò che sembri un eurobond o un finanziamento di “livello federale“. La settimana scorsa gli olandesi hanno posto il veto alla proposta di “coronabond” come veicolo per finanziare gli aiuti dell’UE all’Italia, alla Spagna e ad altri.

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Chi in America presta attenzione al fatto che New York e la California, per esempio, pagano elevati sussidi attraverso il sistema federale  (più di $ 1300 per cittadino di New York all’anno) per sostenere stati economicamente più deboli come il Mississippi? Quando abbiamo sentito i politici del Massachusetts (un altro stato abbastanza sovvenzionato) chiedere di imporre condizioni sugli aiuti per la Virginia occidentale?

La crisi COVID-19 ha portato alla luce, soprattutto all’inizio, più o meno lo stesso scenario: la Germania ha vietato l’esportazione di forniture mediche, compresi i ventilatori – di cui è molto fornita – per colpire l’Italia; l’Austria ha chiuso unilateralmente i suoi confini agli italiani; la presidente della BCE, Christine Lagarde, ha dichiarato che la BCEnon è qui per chiudere gli spread“, vale a dire che non vedeva come suo compito affrontare il calo dei prezzi delle obbligazioni e l’aumento dei costi in Italia per il finanziamento delle misure di aiuto per il COVID-19; e così lo spread è scoppiato immediatamente, aumentando di oltre 150 punti base in pochi giorni, facendo scendere il mercato azionario di Milano del 17% in un solo giorno.

La questione dei cosiddetti coronabondseurobond solleva un altro scenario possibile: l’impatto finanziario della crisi COVID-19 non riguarda solo il calo dei corsi azionari, ma sta avendo anche un impatto strutturale, con conseguenze che possono durare a lungo dopo che il virus si sarà attenuato. Non torneremo semplicemente alla normalità, alcune cose saranno cambiate in meglio, altre in peggio o, magari, non ci saranno più. Quando, tra qualche anno, verrà fatto un consuntivo più sereno della crisi, tutti dovrebbero poter riconoscere che c’è stato un cambiamento radicale nella finanza europea, e cioè la creazione (finalmente) di meccanismi di finanziamento dell’UE e l’emergere di un nuovo mercato di strumenti a reddito fisso sostenuto non dall’Italia o dalla Germania, ma da tutta l’Unione europea.

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Perché essere ottimisti, visto l’attuale clima di opposizione al nuovo strumento? Innanzitutto, la cosa ha senso e tutti lo sanno (anche gli stati che si oppongono). L’UE deve avere un modo per finanziare programmi più ampi, e in particolare per incanalare le risorse in modo più efficiente dalle “California” dell’Europa ai suoi “Mississippi”. Tranne i tedeschi e gli olandesi, tutti sono praticamente d’accordo con questo. Inoltre, nei Paesi Bassi il contraccolpo politico a seguito del veto della proposta di coronabond del mese scorso è stato sorprendente. In Germania, la cosiddetta politica “Black Zero” – la Siegfried Line del governo per anni contro i deficit di bilancio – è svanita durante una notte.

Tutto ciò sarebbe stato inconcepibile anche soltanto due mesi fa. La BCE, dopo la prima uscita infelice, ha cambiato linea, e la sig.ra Lagarde ha ritrattato, con un linguaggio quasi verbale (“qualunque cosa serva”) che il suo predecessore Mario Draghi ha usato per bloccare l’ultima crisi nel 2012. Pochi giorni dopo, la BCE ha consegnato un programma di acquisto di obbligazioni da 750 miliardi di euro, incluso il debito del Sud dell’Europa. Non è ancora una federalizzazione, ma ne indica la strada; del resto, i mercati hanno risposto e gli spread sono tornati quasi normali.

La crisi del COVID-19 porterà molti cambiamenti al sistema finanziario. La creazione di un meccanismo di finanziamento europeo simile a quello dei titoli del tesoro potrebbe essere una delle più significative. Si può immaginare, infatti, lo sviluppo di un mercato europeo del reddito fisso in grado di competere con il mercato del Tesoro degli Stati Uniti, che cambierebbe le strategie di investimento per i gestori patrimoniali di tutto il mondo, aggiungendo una nuova risorsa “rifugio” per ancorare i portafogli di investimento e stabilizzare ulteriormente il sistema finanziario globale. Rafforzerebbe l’euro, e aiuterebbe a consolidare l’UE, iniziando ad alleviare le disuguaglianze regionali che stanno guidando così tanto l’angoscia politica in Europa oggi.

Pertanto, una crisi alla volta l’Europa potrebbe dirigersi verso una costituzione migliore, e verso un “federalismo funzionale” che richiede almeno tre parti di una stessa infrastruttura finanziaria: una moneta comune, (un bilancio condiviso per affrontare le questioni politiche comuni – in particolare quelle che colpiscono alcuni membri più di altri e richiedono trasferimenti da regioni più ricche a regioni più povere – ed uno strumento comune per pagare tutto, per esempio emettendo debiti garantiti da tutti.

Nel 2012 Draghi ha affrontato la questione della valuta. Nel 2020, la proposta di coronabond, in qualche modo, potrebbe finalmente stimolare lo sviluppo di una fondazione “federalista” e di una politica economica comune. Ciò potrebbe contribuire a facilitare l’emergere di un’autorità fiscale con poteri centrali e, con ciò, un’Unione Europea più perfetta.

George Calhoun

*George Calhoun, Stevens Institute of Technology (New Jersey)

No Eurobond, vincono i paesi dei criminali negati alla giustizia, dei free joint e delle signorine in vetrina

“…Nessuno di questi paesi vuole avere qualcosa in comune con l’Italia, che rimane per loro un semplice mercato di sbocco, possibilmente da depredare come già hanno fatto, nella Storia Moderna, Napoleone ed Hitler…”

Editoriale di Alessio Cardinale*

Nel negoziato sugli eurobond, anche questa volta ha prevalso la linea di quei paesi ostinatamente contrari all’adozione di uno strumento di vera solidarietà europea. Neanche le migliaia di morti di una pandemia globale hanno convinto la Merkel – con i conservatori tedeschi che la tengono nella sua poltrona – e la sua ancella Christine Lagarde a fare l’unica cosa che andava fatta: prendere per mano gli olandesi di Mark Rutte (quante metafore in un solo cognome…) e convincerli a non fare il bastian contrario.

Invece, il Cancelliere tedesco ha preferito seguire le indicazioni politiche di chi la tiene in sella da tre mandati, senza irritare gli amici olandesi che trova sempre alleati quando c’è da salvare le proprie banche in rovina.

Pertanto, le trattative sui c.d. Coronabond sono finite come la Merkel aveva già annunciato ieri sera, mettendo una pietra tombale sulla possibilità che potesse essere messo in campo qualcosa – sia anche un normalissimo titolo obbligazionario “europeo” – che ci accomunasse tutti in uno stesso popolo. Invece, il messaggio è chiaro: nessuno di questi paesi vuole avere qualcosa in comune con l’Italia, che è un semplice mercato di sbocco, possibilmente da depredare come già hanno fatto, nella Storia Moderna, Napoleone ed Hitler.

Ricapitolando, la questione si può sintetizzare in questi termini:

— Italia, Francia, Spagna, Portogallo e altri 5 paesi “pigs” d’Europa si oppongono al MES per via delle condizioni di austerity che esso impone e che già il popolo greco ha subito;

— Tedeschi, olandesi, austriaci e finlandesi, pur di non confondere il loro popolo con quello dei “pigs”, sono disponibili a consentire l’accesso ai fondi del MES senza imporre riforme inaccettabili ADESSO, rinviando quel momento a quando la pandemia sarà passata, e condizionando le somme al solo comparto sanitario, escludendo qualunque intervento sulle imprese del nostro Paese e condannando così l’Italia ad una “recessione durevole”;

– i “pigs” vogliono condizioni agevolate nella restituzione delle somme (tra 30 e 50 anni), mentre i paesi del Nord Europa vorrebbero scadenza-capestro a massimo 10 anni.

Del resto, Angela Merkel era stata chiara nel chiudere definitivamente il negoziato sugli eurobond: «Voi sapete che io non credo che si dovrebbe avere una garanzia comune dei debiti e perciò respingiamo gli eurobond», ha detto in conferenza stampa a Berlino, nonostante sia stata attaccata duramente – come mai era successo prima – da una parte della stampa tedesca che la sollecitava a restituire il favore ricevuto dalla Germania nel secondo Dopoguerra dagli altri stati.

La Merkel, peraltro, ha tentato di “mettere in mezzo” anche il Premier Giuseppe Conte, affibbiandogli pubblicamente il ruolo di “quasi-complice benevolo” della linea tedesca: «….Ho parlato a lungo con il premier italiano Giuseppe Conte anche pochi giorni fa. Siamo d’accordo che vi sia una urgente necessità di solidarietà ora che l’Europa vive le sue ore forse più difficili. La Germania è pronta a dare a dare solidarietà e si sente in dovere di dare solidarietà…».

Non sappiamo cosa ha pensato Conte, ma chiunque, al posto suo, si sarebbe infuriato per questa uscita “a gamba tesa”.

E mentre si cerca di capire che ruolo abbia avuto la Francia in questo episodio, l’Europa vagheggiata da Prodi (a proposito, dov’è finito…?) si è ridotta ad essere dominata da una nazione che protegge ancora oggi, insieme al suo surplus commerciale, anche gli assassini nazisti condannati in Italia, negandone ostinatamente l’estradizione, e da un’altra che ha fatto delle prostitute in vetrina e della libertà di drogarsi un vanto di libertà nazionale.

Siamo sotto ricatto – è vero – ed è difficile manovrare in queste condizioni. Ma deve esserci un modo per uscirne.

*Editore e direttore editoriale di Patrimoni&Finanza