Aprile 15, 2026
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La Scienza di Beppe atto III, ovvero l’era delle “revenge news”

Il prof. Beppe Scienza è un sedicente esperto di risparmio e previdenza che scrive spesso sul Fatto Quotidiano. Lo scorso 4 Settembre ha pubblicato un vero e proprio capolavoro di “giornalismo vendicativo” contro i programmi di accumulo (PAC).

Di Alessio Cardinale

Se in mezzo non ci fosse il Fatto Quotidiano, che sfortunatamente gli regala una certa visibilità, gli strali del prof. Beppe Scienza sarebbero solo una nota di colore, quasi caricaturale, nel noiosissimo mondo della finanza raccontata. Purtroppo, ogni 5 o 6 mesi al giornale diretto dal duo Travaglio/Gomez si ricordano che il sistema bancario è un totem del “capitalismo tossico” che va bastonato periodicamente, giusto per non perdere l’allenamento, e così vengono chiamati all’azione modestissimi “soldati” che, anziché sortire l’effetto voluto, finiscono col far perdere credibilità alla stessa testata. La quale, a sua volta, si è già distinta per una sorta di “guerra santa” contro i consulenti finanziari; per cui, finchè non si accorge della modesta caratura dei suoi blogger, la cosa può persino tornare utile (oltre ad essere oggettivamente divertente).

Uno di questi autori è il prof. Beppe Scienza, sedicente “esperto di risparmio e previdenza” che lo scorso 4 Settembre ha pubblicato sul Fatto online un vero e proprio capolavoro di assenza argomentativa e rivalsa personale, dal titolo eloquente “Piani di accumulo capitale: un imbroglio per i risparmiatori”.

Il professore ha un conto da regolare con i “venditori di PAC“, ossia i c.d. Piani di Accumulo di Capitale, per cui vale la pena vivisezionare alcune temerarie affermazioni dell’autore, che esordisce con un incipit significativo: “È oltre mezzo secolo che ai risparmiatori italiani vengono consigliati i Piani di accumulo di capitale (Pac). Una delle prime a rifilare tali trappole, purtroppo del tutto lecite, fu Fideuram, rete porta a porta che risale al 1968…”.  Per la Scienza di Beppe, pertanto, a nulla vale che i PAC siano presenti sul mercato da cinquant’anni, e che milioni di risparmiatori li abbiano sottoscritti con soddisfazione. Non importa neanche che siano “del tutto leciti”, poiché sono comunque delle ”trappole”. Non c’è approfondimento analitico, sul perché i PAC debbano essere delle trappole per i risparmiatori, ma solo la sua modestissima opinione basata esclusivamente su una esperienza familiare, che egli erge a simbolico monito per l’intera Società dei risparmiatori: “…(Fideuram) ne sbolognò uno anche a mio padre, con costi sull’80% delle somme versate per le rate iniziali…”.

Il seguito, poi, è in puro Scienza-style: “…Ma non li spingono solo venditori porta a porta e bancari, li consigliano incessantemente anche i giornalisti economici…”. A parte il fatto che da almeno da trent’anni – forse quaranta -non c’è un solo consulente finanziario che si arrischia ad entrare in un condominio e bussare alla porta degli ignari condomini per proporre strumenti finanziari come si faceva un tempo con le pentole e le enciclopedie, ma nemmeno il fatto che i giornalisti economici consigliano la soluzione del PAC può convincere il nostro Beppe Scienza a stemperare i toni o a scrivere imbarazzanti inesattezze. Come quella che “…col termine PAC si intende però un contratto con cui uno s’impegna a versare periodicamente una certa cifra, per esempio 200 euro al mese per anni se non decenni, in un determinato fondo comune o altro contenitore…”.

Sbagliato, professore, i PAC non prevedono alcun impegno a versare, ma solo l’opportunità di farlo per via del noto meccanismo – di grande efficacia, per niente “insulso” – del costo medio di acquisto. Inoltre, le preistoriche commissioni del 70-80% sui primi 12 versamenti mensili sono defunte da almeno quindici anni, sebbene sulla carta esistano ancora – in pochissime famiglie di fondi – ed in misura molto più ridotta, ma trovare un consulente finanziario che le faccia pagare alla propria clientela è quasi impossibile; e nei rarissimi casi in cui ciò accade, non c’è niente di immorale o vessatorio, poiché si tratta della remunerazione prevista e preventivamente autorizzata da Consob/Banca D’Italia; inoltre, qualora applicate, le commissioni sui primi 12 versamenti – che già dal 2008 sono molto più contenute di quelle di un tempo – vengono idealmente “spalmate” negli anni successivi, durante i quali ulteriori commissioni possono essere annullate del tutto, riducendo il “taeg” del PAC ad uno zero virgola qualcosa in proporzione al capitale investito

Del resto, un PAC si sottoscrive per essere alimentato nel tempo e con regolarità, poichè risponde ad una esigenza fondamentale delle famiglie italiane, e soprattutto di quelle più giovani e senza risorse già formate: accumulare capitale con gradualità, secondo le proprie possibilità di accantonamento mensile, per raggiungere obiettivi di spesa a lungo termine. E i PAC, in relazione a questo, non temono confronti.

L’impegno a versare sui PAC, sul quale argomenta astutamente il prof. Scienza, è tipico di prodotti come le polizze vita, e nonostante l’offerta di strumenti finanziari sia cambiata profondamente pare che il nostro professore non se ne sia accorto, tanto è concentrato a “vendicare” il papà per l’offesa ricevuta da Fideuram qualche decina di anni fa. Poco lucido, parimenti, è l’esempio del PAC in un fondo monetario: nessun consulente con un po’ di sale in zucca lo avrebbe mai fatto sottoscrivere, per cui è ridicolo essere ingannevoli con i lettori del Fatto Quotidiano facendo riferimento ad una possibilità priva di fondamento pratico.

Solo al termine dell’articolo, il professore si riscatta parzialmente, quando afferma “Benché (i PAC) non vincolino legalmente ai versamenti…”, ma poi si perde nella sua teoria strampalata: “…i PAC intrappolano psicologicamente i clienti. Il solo senso che hanno è raschiargli via commissioni per un tempo lunghissimo...Conclusione operativa: meglio dare subito disposizioni alla propria banca di sospendere i PAC sottoscritti. Poi si vedrà”. In pratica, il consiglio del professore Scienza è quello di sospendere i versamenti nei programmi di accumulo e tenere i soldi in conto corrente; “poi si vedrà cosa fare”. Tutto questo – alla faccia del grande esperto – senza offrire uno straccio di alternativa.

Il Fatto Quotidiano, i fattoidi e l’ideologia contro i consulenti finanziari

Perché il Fatto Quotidiano si accanisce contro i consulenti finanziari? Quando le ideologie scarseggiano, l’informazione spesso le crea dal nulla, lanciando false teorie prive di qualunque fondamento scientifico, ma ripetute con una certa regolarità da soggetti scarsamente autorevoli e molto disponibili.  

Di Alessio Cardinale*

Qual è la differenza tra Teoria e ideologia? La prima è sorretta da studi, statistiche e ricerche effettuate con estrema razionalità da studiosi autorevoli (i teorici) nel corso degli anni; e quando viene annunciata pubblicamente, la Teoria deve anche dimostrare, con stime e risultati inconfutabili, l’esistenza di un certo fenomeno (sociale, economico, naturale etc), in base al quale i c.d. decisori – i governi, le democrazie parlamentari e gli organismi mondiali – adotteranno (o meno) scelte a beneficio della Collettività. La seconda, invece, è basata su idee elaborate strumentalmente da una piccola cerchia di soggetti (gli ideologi), affatto interessati allo studio di un fenomeno ma dotati di una certa posizione di potere, grazie alla quale sfruttano gli elementi non razionali (emozioni e sentimenti collettivi) della comunicazione e riescono così ad orientare l’opinione di certe fasce di popolazione.

In pratica, mentre le prime servono a trasferire “conoscenza utile” a chi deve risolvere problemi pratici, le seconde “….servono a risolvere l’incertezza e a soddisfare l’umano bisogno di comprendere e prevedere ciò che accade, per fronteggiare l’ansia e mantenere l’autostima. La conferma della propria ideologia aumenta il senso di sicurezza, la disconferma provoca invece ansia e accresce il senso di vulnerabilità. Quando l’ideologia è in pericolo, le persone che credono in essa si impegnano per riaffermarla…” (Chiara Volpato).

Non è superfluo aggiungere che, storicamente, le teorie sono state sempre uno strumento proprio delle democrazie, mentre le ideologie esclusivo appannaggio delle peggiori dittature. Entrambe, però, trovano un comune denominatore nell’Informazione e nei media, di cui hanno bisogno per propagarsi e sopravvivere nel tempo.

In Italia, l’Informazione non è esattamente “libera e indipendente”, ma asservita a gruppi di potere che fanno a gara per possedere i maggiori organi di stampa con cui influenzare l’opinione pubblica. Pertanto, al netto dei piccoli editori, i media italiani sono particolarmente sensibili alle ideologie, con le quali riescono a creare il terreno per raggiungere obiettivi di natura politica e, a cascata, proteggere interessi di natura economica. E quando le ideologie scarseggiano o non sono più efficaci, l’Informazione italiana le crea dal nulla: è sufficiente lanciare una “falsa teoria” – priva, cioè, di qualunque fondamento scientifico – nutrendola di singoli episodi (che non costituiscono fenomeno a sé stante), e poi farla ripetere a soggetti per niente autorevoli, ma molto disponibili, con una certa periodicità, al fine di mantenere alto il livello di attenzione dell’opinione pubblica su alcuni c.d. fattoidi (“notizie prive di fondamento, ma diffuse e amplificate dai mezzi di comunicazione di massa al punto da essere percepite come vere”) attribuiti agli “avversari” di turno, i quali di solito appartengono ad una intera categoria di individui avente interessi in contrasto con il gruppo di potere a cui l’ideologia è asservita.

In sintesi, si tratta di garantire basse questioni di interesse e/o di potere, e non del rispetto di alti principi.

Beppe Scienza

Da qualche anno, con una certa regolarità, il Fatto Quotidiano sferra attacchi di matrice ideologica (e non teorica) ai consulenti finanziari, e lo fa ospitando i contenuti scritti da soggetti autoreferenziali, di scarsa autorevolezza, però molto disponibili, i quali, in cambio di immeritata visibilità, sparano a zero contro l’intera categoria professionale dei professionisti della finanza. Degli attacchi del prof. Beppe Scienza sul Fatto Quotidiano ci siamo occupati in passato ed anche di recente, per cui non è il caso di impiegare altro tempo. Lo scorso 8 Agosto, però, è stato il turno del dottor Vincenzo Imperatore, “consulente di direzione, giornalista e saggista”, come si definisce lui stesso, il quale ha in comune con il prof. Scienza l’uso di una terminologia volutamente dispregiativa verso i consulenti finanziari, definiti ora “promotori” (vecchia denominazione), ora “venditori porta a porta” (come i piazzisti di enciclopedie o di aspirapolveri di un tempo) oppure “consulenti-squalo”.

Nel suo articolo dal titolo “Basta ai continui cambi di casacca dei consulenti finanziari!”, Vincenzo Imperatore mostra di sapere utilizzare bene la “tecnica del fattoide”, ammantando di negatività quelli che lui definisce “cambi di casacca” i quali, invece, altro non sono che l’esercizio di un sacrosanto diritto di qualunque professionista al cambiamento ed al miglioramento delle proprie condizioni lavorative ed economiche, nel rispetto delle norme che regolano il mercato del lavoro.

Vincenzo Imperatore

In particolare, Imperatore inventa due fattoidi; il primo è sintetizzato nella frase “…Se il vostro consulente finanziario cambia casacca e passa a lavorare per un’altra banca, fate attenzione! Perché lui, in tal caso, guadagna un bel po’ di soldini (“premio di ingaggio”) dal nuovo intermediario per effetto del trasferimento del suo patrimonio gestito (……) e voi vi potreste trovare nella condizione di dover sostenere pro-quota, senza accorgervene, quel costo….”. In questo caso, il fattoide (falso come una banconota da due euro) è il seguente: “i clienti del consulente che va a lavorare per un’altra banca dovranno sostenere il costo del premio di ingaggio”. La realtà, invece, è esattamente opposta: in occasione di un “cambio di casacca”, il consulente sopporterà il rischio di perdere parte della clientela che si è guadagnata con il sudore della fronte, e la banca “ricevente” dovrà investire interamente, nel nuovo collega, le somme relative al premio di ingaggio, che nei successivi due o tre anni peseranno sul suo conto economico. Il cliente, dal canto suo, non pagherà proprio niente, nè direttamente, nè indirettamente. Infatti, per avere successo nel trasferire clientela alla nuova banca, il consulente dovrà proporre condizioni migliorative anche in termini di costi e commissioni (sennò il cliente potrebbe non seguirlo, mica è fesso).

Andiamo al secondo fattoide: “…i consulenti finanziari sono i venditori “porta a porta” di prodotti finanziari, liberi professionisti (…) che possono però collocare solo i prodotti della banca a cui sono legati da un vincolo monomandatario. Il promotore finanziario non può dunque vendere i prodotti di un altro istituito…”. Questa affermazione, se andava bene venti anni fa, oggi suscita solo ilarità. Imperatore, infatti, dovrebbe sapere bene che tutte le banche reti – proprio tutte, nessuna esclusa – lavorano con un modello di business definito “ad architettura aperta”, e cioè caratterizzato dalla distribuzione alla clientela di prodotti di case terze, non aventi alcun legame con la società mandante, e dalla fortissima limitazione – persino inesistenza – dei c.d. prodotti di casa. Ed è proprio tale architettura aperta che consente al consulente,  in occasione del passaggio ad altra banca, di effettuare il trasferimento del portafoglio senza neanche toccare i singoli investimenti dei clienti, con una semplice procedura di “cambio gestore” che evita il disinvestimento ed il successivo reinvestimento.

Tralasciando altri fattoidi “secondari” che comunque abbiamo annotato, sui primi due Vincenzo Imperatore costruisce un articolo che, per qualità ed approfondimento, solo il Fatto Quotidiano avrebbe potuto pubblicare.

Ma chi è Vincenzo Imperatore?

Secondo le informazioni scritte da lui stesso su Internet, “…ho  vissuto 22 anni come manager di un primario istituto di credito del nostro paese (…). Nel 2012 ho scelto la strada della libera professione e oggi sono titolare di Imperatore Consulting (….). (Nei suoi libri) ..per la prima volta un ex manager bancario offre la sua testimonianza per svelare i segreti, le strategie e gli scandali avvenuti nelle “segrete stanze” delle banche che hanno distrutto il risparmio degli italiani e frenato lo sviluppo economico…”.

Pertanto, dopo aver partecipato in prima persona al grande banchetto degli utili bancari del periodo storico che termina nel 2008, Imperatore improvvisamente ha una crisi di coscienza dal sapore mistico, “si pente” e poi si scaglia contro l’intero sistema, ergendosi a paladino della italica clientela. Tutto questo, però, dopo aver incassato la liquidazione da ex manager (che immaginiamo sostanziosa) dalla banca per cui lavorava.

In considerazione del profondo pentimento che lo ha portato ad uscire, in un impeto dell’anima, da quell’ambiente “immondo” che oggi attacca a tutto spiano, ci si sarebbe aspettati che vi rinunciasse, alla liquidazione, e che magari restituisse anche i ricchi premi di produzione ed i benefits da manager acquisiti nei 22 anni in cui era stato “traviato” dal “demonio bancario”. Ma come si fa a dimenticare il primo amore? Egli è stato (recensione di Amazon) “… per vent’anni nelle direzioni operative di alcuni tra i più blasonati istituti di credito italiani. Prima e dopo la crisi economica. La sua testimonianza svela i segreti, le strategie e i maneggi delle banche a danno del correntista. I costi eccessivi caricati sui conti (…). La moltiplicazione delle commissioni. Il ricatto psicologico dietro le richieste di rientro (…). Le procedure di calmierazione reclami per i clienti che si accorgono di movimenti strani sul conto e minacciano di chiuderlo (“Noi lo chiamavamo sistema 72H”, ricorda Imperatore). Le tecniche per piazzare un diamante, una polizza assicurativa o un derivato (“Ci garantivano una redditività enorme”)…”.

Quindi Imperatore aveva, per sua stessa ammissione, le mani in pasta, per così dire; salvo poi “pentirsi”. Ma 22 anni di partecipazione attiva – in qualità di manager/testimone che “sa tutto ed ha le prove”  – ai maneggi delle banche ai danni dei correntisti, il dottor Imperatore come intende espiarli? Forse rifacendosi una verginità al Fatto Quotidiano dopo aver cambiato la casacca da dirigente di banca con quella di consulente/giornalista?

Il sogno dei “giornalisti-squalo” (e probabilmente del Fatto Quotidiano), stile Beppe Scienza e Vincenzo Imperatore, sembra essere unicamente quello di vedere scomparire il sistema delle banche-reti dal mercato. E questo ci fa legittimamente sospettare che dietro i loro attacchi ci sia un disegno preciso, di cui Scienza e Imperatore sembrano essere soltanto compiacenti esecutori.

Fortunatamente, avere il titolo di professore o di consulente di direzione non fa di loro dei bravi giornalisti, né li rende credibili; così come non è sufficiente, per il Fatto Quotidiano, rinunciare al finanziamento pubblico all’Editoria per essere un buon giornale, distante da approcci ideologici e da banalissimi interessi di parte.

La Scienza di Beppe, atto II. La rabbia verso i “promotori” fa perdere la faccia anche con gli indipendenti

Questa volta Beppe Scienza sembra prendersela con quei  consulenti indipendenti  rei di fare abuso, secondo lui, degli ETF, e di lavorare così in modo troppo facile. Quando manca la conoscenza di base delle cose, l’informazione finanziaria muore.

Di Beppe Scienza, matematico dell’Università di Torino e generosamente indicato dal Fatto Quotidiano come esperto di risparmio e previdenza, abbiamo parlato già in un’altra occasione. Il nostro si è sempre distinto per le sue critiche al vetriolo contro i consulenti finanziari non autonomi, che si ostina ancora adesso a chiamare “promotori” in segno di spregio per la categoria.

I toni da lui abitualmente utilizzati appaiono sempre un po’ esagerati, simili più a quelli di chi “se l’è legata al dito” che a quelli di un critico autorevole. In fondo, si potrebbe trattare di una nota di colore nel grigio mondo della finanza; ma c’è un problema, e cioè che il frutto di questa sorta di “guerra santa” viene pubblicato spesso su un importante organo di stampa, il Fatto Quotidiano, il quale continua a proporre ai lettori le sue uscite senza alcun controllo di redazione che possa verificare se i concetti esposti dall’autore abbiano, o meno, sufficiente correttezza, nonchè la giusta autorevolezza per essere ospitati in cotanto giornale. E così, quando gli articoli sono pieni zeppi di macroscopiche inesattezze (per usare un eufemismo), il danno è fatto. Infatti, pubblicate in un quotidiano online seguito da centinaia di migliaia di lettori, proprio le inesattezze contribuiscono a formare, negli stessi lettori-risparmiatori, una opinione priva del suo elemento essenziale: la conoscenza di base delle cose. E quando essa manca, l’informazione muore.

In pratica, l’esatto contrario del principio di Educazione Finanziaria, che è ciò che dovrebbe perseguire un organo di stampa, e chi vi scrive.

Lo scorso 30 Luglio, il Fatto ha pubblicato l’ultimo capolavoro del prof. Scienza, dal titolo “Investimenti, attenzione agli Etf e a chi li consiglia”, con il quale l’autore si è distinto per avere condensato, in un unico articolo, una massa imbarazzante di errori concettuali (e non solo) difficilmente riscontrabile in chi viene frettolosamente riconosciuto quale “esperto di risparmio e previdenza”. In più – forse per mancanza di nuovi spunti – Scienza se la prende anche con quei consulenti indipendenti (“…e intendo proprio i consulenti e non i promotori…”), rei di adottare “…un modo di lavorare molto facile ….. una impostazione che richiede scarsissime competenze. Così moltissimi, anziché valutare e poi scegliere i titoli da comprare, subappaltano ad altri tale scelta. In questo modo hanno la pappa fatta con pochissima fatica….”.

Scienza si riferisce all’uso dei c.d. Etf (acronimo di “Exchange Traded Fund”), e cioè a quella famiglia di strumenti finanziari che replicano, a costi bassissimi, uno o più indici di borsa di qualsiasi natura (azionaria, obbligazionaria, monetaria, materie prime, valute etc). Strumenti utilissimi, pertanto, in qualunque portafoglio di investimenti che si rispetti, dal momento che consentono all’investitore “costi di mantenimento” più bassi anche del 90% rispetto all’universo dei fondi comuni e sicav, conservando la loro natura di “patrimonio indiviso e separato” da quello dell’emittente, fondato sul frazionamento del rischio in centinaia – o almeno decine – di titoli di emittenti differenti, e cioè quelli che di solito compongono un certo indice o paniere. In più, sono anche quotati ufficialmente in borsa valori, e quindi dotati di una ulteriore fonte di trasparenza e controllo a monte per chi li sottoscrive.

I consulenti finanziari indipendenti (c.d. fee only) da sempre li utilizzano – non esclusivamente, ma insieme ad una scelta ragionata di singoli titoli diversificati – per consentire ai clienti di investire in aree geografiche difficili da seguire e molto costose in termini commissionali (si pensi all’investimento diretto nel mercato azionario cinese o indiano), ed anche di realizzare un risparmio notevolissimo sul costo annuale del portafoglio, motivando legittimamente, anche in virtù di ciò, il pagamento della propria parcella professionale. A monte di tutto, poi, c’è l’assenza totale di conflitto di interessi con il cliente, tipica dei consulenti indipendenti.

Ma Scienza, evidentemente, ha bisogno di nuovi nemici sui quali lanciare i propri strali; e così, dopo aver esaurito quelli destinati ai “promotori”, si addentra senza sufficiente ponderazione nell’argomento Etf (riferendosi soprattutto a quelli obbligazionari), scrivendo: “….Gli Etf, come tutti i fondi comuni, sono solo scatole, più o meno nere o più o meno trasparenti, dove vi sono gli investimenti veri, cioè quelli finali: obbligazioni, titoli di Stato, azioni ecc. Chi possiede quote di un Etf non possiede tali titoli, ma partecipa solo a un patrimonio indiviso. Ciò ha alcune conseguenze negative, sistematicamente nascoste dai consulenti finanziari ai loro clienti.….”.

Lo schema è chiaro: prima il nostro crea curiosità tramite un “fattoide” condito da imprecisati indizi di colpevolezza (“…sistematicamente nascoste dai consulenti finanziari ai loro clienti.…), e poi cerca di argomentare l’impossibile (“…alcune conseguenze negative…”) ammantandole di schematica certezza:

“….1) A un risparmiatore alla ricerca di sicurezza conviene comprare direttamente emissioni di uno o più Stati affidabili. Fra l’altro può diversificare facilmente, perché spesso i tagli sono nell’ordine dei 1000 euro. Con un Etf invece dà un calcio alle garanzie contrattualmente previste dagli emittenti. Germania, Olanda, Stati Uniti ecc. garantiscono il rimborso dei soldi loro prestati. Ma tali garanzie non si estendono alle quote di un Etf, che pure investe negli stessi prestiti. ….. Ricordiamoci di Lehman Brothers!…”.

E poi “…2) Negli scenari peggiori gli svantaggi degli Etf sono ancora più gravi. Un piccolo risparmiatore col 3% dei suoi risparmi in obbligazioni subordinate di Veneto Banca recupererà il 95%, come ricuperò il 71% con le Alitalia. Tali indennizzi invece se li sogna, se la stessa percentuale del suo patrimonio la possiede tramite un Etf….”.

Infine “….3) Si duplicano i costi. Indirizzando un cliente verso un Etf, un consulente lo costringe a pagare, oltre alla sua parcella, la commissione periodica di gestione del fondo. Ciò riduce la redditività del reddito fisso, attualmente già striminzita….”.

A leggere queste righe così temerarie (soprattutto quelle contenute nella “osservazione” n. 1, un vero e proprio condensato della peggiore disinformazione), un addetto ai lavori sobbalza dalla sedia, poi magari si fa una risata e passa oltre. I lettori poco evoluti del Fatto Quotidiano, invece, potrebbero prendere per buone queste affermazioni, nutrire una certa diffidenza verso ottimi strumenti come gli Etf, ed essere così indirizzati verso scelte sbagliate che rimpiangerebbero amaramente. Pertanto, per loro sarebbe necessario una sorta di “tutor” d’ufficio, che li rimetta sulla retta via. Per fortuna, si ottiene lo stesso risultato dando la parola ai commentatori dello stesso articolo, i quali sparano senza pietà sulla “Scienza di Beppe” in materia di Etf:

– “…Prof. Scienza, lei era una voce fuori dal coro, cos’è successo? Come mai sta prendendo queste cantonate sugli ETF? Scusi, eh, ma qui mancano proprio le basi che può trovare su Borsa Italiana. ETF tutta la vita….”;

– “….Come fa un giornale come Il Fatto Quotidiano a pubblicare articoli del genere??…”;

– “…Articolo intriso di una ignoranza assoluta. Gli ETF sono i principali nemici dei consulenti. Gli ETF hanno dei costi di gestione bassissimi e battono sempre i fondi attivi. Il patrimonio degli ETF è separato da quello della casa d’investimento. Studiare prima di scrivere boiate no eh?...”;

– “…Lei non sa come funzionano gli Etf: Studi…..i titoli acquistati per replicare l’ ETF costituiscono patrimonio separato da quello della SGR quindi eventuale e pur remotissimo fallimento non avrebbe NESSUNA ripercussione sui titoli depositati. L’unico modo perchè fallisca un Etf sarebbe che debbano fallire contemporaneamente tutte le aziende contenute nel paniere….”;

– “…..Articolo delirante e demonizzante sugli ETF. Forse fa paura il fatto che i fondi passivi quali qli etf nel 99% dei casi rendono più di quelli attivi delle grandi case. Jack Boogle, l’inventore dei fondi passivi si starà rivoltando nella tomba….”;

– “….E’ un articolo che mi risulta incomprensibile e privo di senso. Mi scusi, ma forse ha idee molto confuse sugli ETF ed il mondo della consulenza. In filiale, alle poste, dal consulente di qualche banca online di consulenza nessuno consiglia ETF, tutto il grande business del risparmio gestito è basato su inutili fondi attivi e polizze con commissioni in gran parte occulte volte ad erodere il capitale…”;

– “….Purtroppo il “professore” sembra abbia un problema personale con gli ETFs, e lo porta qui a spasso sul FQ con cadenza bimestrale…..Quello che davvero infastidisce é che gli permettano di scrivere, e ripetere, queste assurde idee, aiutando a propagare l’ignoranza in un paese che già non brilla per cultura finanziaria….”;

– “…Ma lei è serio, prof. Scienza?...”.

Niente da aggiungere, davvero imbarazzante.

La “Scienza di Beppe”. Sul Fatto Quotidiano un articolo al vetriolo contro i consulenti finanziari

Marucci (Federpromm): “Il prof. Scienza dovrebbe fare più attenzione prima di avanzare formule dogmatiche  e strumentali nei confronti di una categoria professionale che con dignità, professionalità e serietà svolge quotidianamente il proprio lavoro nell’interesse dei risparmiatori e della trasparenza del mercato”.

Lo scorso 5 Agosto, in pieno periodo di ferie, a non pochi sarà sfuggito l’articolo pubblicato dal Fatto Quotidiano (edizione cartacea e in abbonamento), a firma di Beppe Scienza, con il quale l’autore si scaglia contro l’intera categoria dei consulenti finanziari.

Chi è costui?

Ce lo dice lui stesso: “Sono un matematico e insegno all’Università di Torino. Dal 1976 mi occupo di risparmio e dal 1984 di previdenza integrativa. Ne “Il risparmio tradito” ho denunciato i danni causati da fondi e gestioni, ma anche le connivenze del giornalismo economico….. Pubblicista, dal 1984 ho collaborato a varie testate.…, ora solo al Fatto Quotidiano. Intervengo nel blog di Beppe Grillo sui temi del risparmio e della previdenza.”.

Pertanto, sarà certamente il suo autorevole curriculum ad averlo autorizzato a scrivere sul Fatto Quotidiano che “Bancari e promotori (…) finanziari le provano tutte per dissuadere i risparmiatori dal tenere i soldi fermi sul conto. Questo gli impedisce infatti di addebitargli commissioni, provvigioni, caricamenti ecc. Hanno perciò cercato di spaventarli col rischio del bail–in, poi con l’inflazione, quindi col rischio di fantomatici controlli fiscali sui conti non movimentati. Sono ricorsi pure alla mozione degli affetti: il denaro dev’essere investito per rilanciare l’economia, ridurre la disoccupazione, insomma per salvare la patria. Ma niente! Gli italiani bruciati da azioni e obbligazioni azzerate, certificati andati a picco e diamanti strapagati hanno mangiato la foglia.”.

Oltre a definirli provocatoriamente come “promotori”, secondo Scienza “…i sedicenti consulenti finanziari ne hanno pensata un’altra: bisogna mettere in fretta i risparmi in fondi comuni, per sfuggire a un’imminente imposta patrimoniale. Anche questa è una frottola…”.

In pratica, Beppe Scienza inventa – lui stesso – una frottola (quella secondo cui sarebbe attuale abitudine dei professionisti del risparmio terrorizzare i propri clienti prevedendo scenari da governo Amato) e la mette in bocca a quelli che, in barba alle norme che hanno reso possibile il cambio di denominazione, definisce “sedicenti” consulenti finanziari.

Tutto questo, naturalmente, senza portare prove a sostegno delle sue indagini e chiedendo ai lettori del Fatto di fidarsi della sua parola di insigne matematico.

Su questa enorme frottola, Scienza costruisce un articolo di bassa lega, che il Fatto Quotidiano gli pubblica probabilmente confidando sulla scarsità di lettori tipica del periodo vacanziero.

A noi, però, non è sfuggito.

Le conclusioni a cui la Scienza di Beppe giunge sono autenticamente folli anche per gli stessi risparmiatori: “liquidare senza indugio quanto tenuto in fondi comuni, polizze e gestioni varie e spostarlo su impieghi dove l’industria parassitaria del risparmio gestito non possa raschiare nulla. Riportarlo quindi su conti correnti e libretti, tassati al massimo 34,5 euro l’anno qualunque sia la cifra giacente, sui buoni fruttiferi postali o decisamente in banconote.”.

Con buona pace della pianificazione, degli obiettivi e degli impegni costruiti nel tempo dagli investitori, i quali dovrebbero seguire il pensiero unico di una persona che ha fatto di una industria con milioni di addetti un nemico da abbattere con ogni mezzo, anche quello più discutibile.

Interpellato dalla redazione di PATRIMONI&FINANZA, Manlio Marucci, Segretario Generale di Federpromm, dice “…meraviglia che un giornale serio come il Fatto Quotidiano dia spazio a tesi così formulate senza un processo di controllo che ne avvalori sia in termini quantitativi che qualitativi la portata delle argomentazioni esposte….

Manlio Marucci

Conosco Bebbe Scienza non come giornalista ma come matematico; tra l’altro sul suo sito (ilrisparmiotradito.it)  si può ampiamente vedere e capire la sua linea di pensiero e gli orientamenti politici che sono alla base delle sue azioni, molto spesso orientati a fomentare un clima di sfiducia ed arrembaggio  che diventa deterrente per i facinorosi della protesta. Non so a vantaggio di chi e a quali logiche risponda questa sua impostazione analitica dei problemi senza che abbiano un rigore metodologico basato sulla concreta realtà dei fatti e del lavoro svolto da seri professionisti quali i consulenti finanziari….”

Capire la complessità dei fenomeni che sottendono i vari strumenti monetari e finanziari e la sua organizzazione distributiva, le dimensioni e la portata di un mercato così articolato e difficile, credo siano argomenti seri a cui il prof. Scienza dovrebbe fare più attenzione prima di avanzare formule dogmatiche  e strumentali nei confronti di una categoria professionale che con dignità, professionalità e serietà svolge quotidianamente il proprio lavoro nell’interesse dei risparmiatori e della trasparenza del mercato. De te fabula narratur!”.

Tirando le somme, l’articolo del prof. Scienza (che non è nuovo a queste critiche durissime rivolte al mondo dei consulenti finanziari), al di là di convincere i lettori a sposare i suoi argomenti, rivela soltanto ciò che l’autore dell’articolo dovrebbe sapere bene, e cioè che gli attacchi scomposti ad una intera categoria di professionisti nascondono spesso motivazioni molto personali e poco obiettive.

Forse è il caso che Scienza le chiarisca, una volta per tutte.

(ac)