Laddove non sia possibile assicurare la continuità familiare in azienda, serve valutare un graduale passaggio di consegne verso soggetti terzi, con tutto ciò che consegue in termini di valutazione.
Il passaggio generazionale è quel momento in cui una nuova generazione di imprenditori succede a quella precedente nella gestione dell’impresa. In genere, nelle micro-imprese essa si realizza con la successione tra padre e figlio, ma non sono rare le trasmissioni caratterizzate dal c.d. salto generazionale, ossia tra nonni e nipoti, oppure quelle in linea orizzontale (da zio a nipote).
Il passaggio generazionale di azienda è un fenomeno piuttosto comune in qualunque ambito di impresa, e quindi qualunque sia la sua dimensione sul mercato. In generale, il passaggio del comando (o della proprietà) di una azienda rappresenta uno dei momenti più delicati della sua storia, poiché intervengono esigenze di tipo personale, familiare e patrimoniali che, a seconda della forma societaria, della dimensione aziendale e del grado di maturità imprenditoriale raggiunto dai discendenti dei fondatori, possono essere prevalenti su quelle più esclusivamente di mercato, tanto da determinare anche la “premorienza” dell’impresa proprio nel momento in cui essa, invece, dovrebbe garantire ai discendenti continuità di occupazione, reddito e prosperità.
Non è un caso, infatti, che in Italia solo poche aziende sopravvivono dopo la prima generazione, e pochissime arrivano alla terza. Inoltre, nei prossimi cinque anni un’azienda familiare su cinque – in particolare le micro-aziende – dovrà affrontare il tema del passaggio generazionale, e nell’attuale congiuntura economica ci sono tutte le premesse affinchè il tasso medio di trasmissione possa peggiorare. Pertanto, laddove non sia possibile attuare un processo di successione familiare e garantire la continuità aziendale, serve valutare l’inserimento dei nuovi gestori, attraverso i quali effettuare un graduale passaggio di consegne, o la vendita diretta dell’impresa a terzi, con tutto ciò che consegue in termini di valutazione di mercato.
Con esclusione delle aziende quotate in borsa, il cui valore è massimamente determinato dal prezzo delle azioni moltiplicato per la quota di controllo (o totalitaria) che si intende vendere/acquistare, il controvalore di cessione di una qualunque altra impresa dipende da alcuni parametri e dalla applicazione di diverse metodologie. Per una micro-impresa, in particolare, bisogna tenere conto della estrema “volatilità” dei risultati aziendali da un anno all’altro, della sensibilità del suo fatturato rispetto alla congiuntura economica e, negli ultimi quindici anni, rispetto all’innovazione tecnologica. Come sappiamo, le micro-imprese – da non confondersi con le piccole imprese – sono quelle attività di tipo imprenditoriale con un numero di dipendenti da 1 a 10 e con un volume d’affari fatturato che non supera i 2 milioni di euro annuali (requisiti raccomandati nella circolare 2003/361/CE, attuata in Italia con DM del 2005), mentre la classificazione della Piccola Impresa riguarda aziende con un numero di dipendenti compreso tra 11 e 50, ed ha un fatturato annuo massimo di 10 milioni di euro.
Ne discende che nella micro impresa sono considerati dipendenti anche i titolari della stessa, ossia i soci che offrono il loro contributo lavorativo, per cui vendere una impresa di tali dimensioni non è affatto semplice. In ogni caso, esistono delle attività “preparatorie” che servono a rassicurare i potenziali acquirenti, come quella di rendere ineccepibile la tenuta dei libri contabili – nota dolente di molte imprese di questo calibro – rafforzare le finanze aziendali (ad esempio riducendo l’indebitamento) ed effettuare ulteriori investimenti per rendere forte l’azienda e la sua reputazione sul mercato locale e/o nazionale. Infatti, nella vendita di una azienda entrano in gioco una serie di professionisti tra commercialisti e specialisti della valutazione aziendale a supporto del potenziale compratore, per cui risulta essere fondamentale intensificare la collaborazione con il proprio fiscalista per assicurare ai terzi che le informazioni finanziarie siano inappuntabili.
In genere, qualunque compratore vorrà vedere almeno tre anni di bilanci e rendiconti finanziari su tutte le entrate della società, poiché eventuali inesattezze o – peggio ancora – irregolarità formali, per quanto minime, verrebbero interpretate negativamente dall’acquirente. Quest’ultimo, peraltro, applicherà diversi metodi per la corretta valutazione dell’azienda da acquistare. Il primo di questi è quello del “Flusso di cassa attualizzato”, con il quale si calcola il valore attuale dei flussi di cassa futuri di un’azienda, scontati in base al rischio
connesso all’acquisto dell’azienda stessa. Il secondo è quello del Reddito, che mostra la redditività futura di un’azienda tenendo conto del flusso di cassa e del ROI annuale (Return On Investment). Un terzo metodo è quello del Patrimonio, che si ottiene calcolando il valore netto delle attività di un’azienda, sia materiali che immateriali, meno il valore delle sue passività. Il quarto metodo è quello relativo al Mercato, con il quale si calcola il valore dell’azienda in base agli acquisti e alle vendite di società comparabili all’interno dello stesso settore.
Relativamente alle micro aziende, essendo molto forte la componente familistica dettata dal Know-How esclusivo dei fondatori, i metodi del Patrimonio e del reddito appaiono i più indicati, poiché il metodo del Mercato e quello del Flusso di cassa attualizzato sono scarsamente praticabili per via dell’unicità della micro azienda, da contestualizzare nella realtà economica locale, e la tipica volatilità proprio dei flussi di cassa, sui quali spesso incidono i fattori stagionali e l’indebitamento a breve termine presso il sistema bancario.



Dalla presentazione emerge come il 2021 per l’industria italiana della nautica si sia rivelato l’anno con il migliore incremento di fatturato di sempre e come l’anno nautico appena concluso abbia assicurato solide prospettive anche per il 2022, consolidando una crescita strutturale. Considerando gli scenari economico-politici che stiamo attraversando – con forti criticità sul fronte dell’approvvigionamento delle componenti, imprevedibili fluttuazioni dei prezzi e della disponibilità delle materie prime e una sempre più evidente scarsità di manodopera specializzata – si tratta di un risultato eccezionale per le nostre imprese. I numeri sono chiari: il fatturato globale del settore è passato da 4,6 miliardi del 2020 a ben 6,1 miliardi del 2021. L’incremento registrato rispetto all’anno precedente è stato del +31,1%: un dato straordinario che consente non solo di compensare il lieve calo registrato nel 2020, ma di portare il fatturato del settore a livelli pressoché analoghi a quelli del biennio record del 2007-2008.
Fra i fattori determinanti che hanno alimentato la crescita si deve annoverare l’exploit delle esportazioni della produzione cantieristica nautica, che nell’anno scorrevole terminato a marzo 2022 hanno toccato il massimo storico di 3,37 miliardi di euro, con gli USA primo mercato in assoluto per i nostri cantieri (485 milioni di euro, pari a una quota del 16,4%). Altri fattori determinanti sono i portafogli ordini dei cantieri italiani di yacht e superyacht, che per molti operatori coprono addirittura il prossimo triennio, e l’ottima performance dei comparti dell’accessoristica nautica e dei motori marini. Gli addetti complessivi
sono saliti a 26.350 rafforzando ulteriormente il trend occupazionale positivo (+9,7% rispetto al precedente anno) che ha caratterizzato trasversalmente tutti i comparti del settore, con una particolare incidenza nella costruzione di nuove unità (+14,7%) in cui sono impiegati quasi la metà degli addetti complessivi del settore (14.710). Il contributo del settore della nautica al PIL nazionale è stato superiore ai 5,1 miliardi di euro nel 2021, in forte aumento (+31,4%) rispetto al dato 2020. Anche il peso del contributo della nautica al PIL in rapporto al PIL nazionale è cresciuto, passando dal 2,37‰ del 2020 al 2,89‰ nel 2021, a testimonianza della fase espansiva del settore.


Lo sviluppo del vaccino è un processo più lungo, che normalmente richiede circa 5 anni e molti test da effettuare su migliaia di persone. Data l’attuale emergenza, però, è stato proposto un periodo di tempo più ristretto, compreso tra 12 e 18 mesi, e trattandosi di un’emergenza sanitaria che interessa tutto il mondo la capacità di produzione dovrebbe essere garantita prima del termine degli studi clinici e ripartita globalmente per garantire anche un’equa distribuzione in tutti i paesi del mondo.
cura, poi il vaccino) è quella che il Covid-19 potrebbe rimanere in circolazione per maggiore tempo, dal momento che molte persone, sicure di potersi curare rapidamente in caso di contagio, non ricorrerebbero al vaccino. Anche questa ipotesi è corretta, ma è altrettanto corretto prevedere che sarà molto difficile attuare una vaccinazione di massa come è accaduto, ad esempio, per il Morbillo, che necessitava di una copertura pari al 95% della popolazione. Secondo un sondaggio recente, negli Stati Uniti solo il 50% dei cittadini intervistati si è dischiarato disposto a fare il vaccino.
Tornando ai nostri temi, lo scorso 9 Novembre Pfizer ha annunciato che il suo vaccino sperimentale contro il Coronavirus, sviluppato dalla tedesca BioNTech, si è rivelato molto più efficace del previsto nell’ultima fase di test su esseri umani. La notizia è stata accolta da grande ottimismo sia tra gli operatori che tra gli investitori in Borsa, ed ha generato ordini per miliardi di dollari da parte dei governi. Eppure, i tempi per distribuire il vaccino alle masse saranno piuttosto lunghi, per via delle procedure di autorizzazione da parte delle autorità sanitarie e della capacità di Pfizer di produrre materialmente i vaccini per alcuni miliardi di persone e distribuirlo in tutto il pianeta.
Il clima euforico di borsa, naturalmente, ha trascinato al rialzo anche le azioni dell’azienda americana Moderna, che già stipulato accordi anche con l’Unione Europea per 300 milioni di dosi.
Nel frattempo, il marketing istituzionale delle diverse aziende operative nel campo del vaccino anti-Covid ha cominciato a diffondere i suoi messaggi “promozionali”, soprattutto attraverso i media, scatenando una specie di gara al rialzo sul grado di efficacia di ciascun vaccino. E così, Pfizer-Biontech, che aveva inizialmente annunciato un’efficacia di poco superiore al 90%, dopo l’annuncio di Moderna (efficacia al 94,5%) ha comunicato una percentuale del 95%. La Russia, dal canto suo, ha sbandierato un notevole 92%.
Relativamente alle previsioni di produzione, Moderna dichiara di poter arrivare, entro fine 2021, a produrre fino ad un miliardo di dosi, per un fatturato complessivo pari a circa 25 miliardi. Pfizer-Biontech dichiarano una produzione pari a 1,3 miliardi di dosi entro il prossimo anno, per un fatturato pari a circa 26 miliardi.
Per spiegare la natura di questo contrasto tra altissimo grado di interesse degli utenti (i tifosi) e pessimi risultati aziendali, partiamo dai numeri. A livello sportivo in senso stretto, il pallone coinvolge 4,6 milioni di praticanti, con circa 1,4 milioni di tesserati per la FIGC (833.000 tesserati nelle squadre giovanili). Ogni anno in Italia si disputano circa 570.000 partite ufficiali (1.600 partite al giorno, una ogni 55 secondi), e questo dà una misura del fenomeno.
Nel dettaglio, il valore medio della produzione per una società di Serie A (dati 2018) è pari a quasi 154 milioni di euro, mentre in Serie B e in Serie C è pari rispettivamente a 18,6 e a 2,7 milioni (in Serie D circa 345.000 euro, ma a fronte di costi per quasi 372.000 euro). Caratteristica comune di tutte le società che giocano tra la serie A e la D è il forte squilibrio economico creato dal rapporto tra entrate e monte stipendi dell’area sportiva, che rimane purtroppo una costante: tra il 2007 ed il 2018 la perdita aggregata è stata pari a quasi 3,7 miliardi di euro, sebbene ci sia stata una leggera inversione di tendenza nel corso del biennio 2017-2019. Questo si ripercuote sui dati relativi al patrimonio netto aggregato, che a fine 2018 è pari a 490 milioni di euro, ma a fronte di un livello di indebitamento elevatissimo (quasi 4,3 miliardi di euro), che farebbe tremare le gambe a chiunque.
Nonostante la crescita incoraggiante che si era verificata nel 2018 e 2019, la competitività economica della Serie A in confronto agli altri campionati europei, il massimo campionato italiano aveva fatturato circa 2,5 volte di meno della Premier League inglese, che aveva ormai superato i 5,7 miliardi di euro di fatturato netto. Anche la Bundesliga tedesca e la Liga spagnola facevano meglio dell’Italia, che peraltro sconta ancora una profonda arretratezza relativa sia al profilo infrastrutturale che al livello di servizi offerti all’interno dei vetusti impianti sportivi italiani, che richiedono un urgente processo di aggiornamento e ammodernamento. Purtoppo, il lockdown per gli stadi – massima espressione di assembramento – non è mai finito, e ciò determina il venir meno dei ricavi da stadio, che in Italia rappresentano circa il 25% del valore della produzione (cioè il fatturato), fino a quando verrà il momento di riaprirli (marzo 2021?).
La sommatoria di questi dati ci fa capire come il sistema del calcio professionistico italiano oggi richieda un potenziamento della visione strategica di lungo periodo, la sola capace di determinare i cambiamenti già avvenuti con successo negli altri paesi europei prima dell’apparizione del Coronavirus.
Pertanto, non è più sufficiente fermarsi all’aspetto squisitamente sportivo del calcio: le società devono oggi essere riconosciute dalla Società Civile come una vera istituzione locale, che abbia la prerogativa di formare giovani (e meno giovani) dal punto di vista socio-culturale, operando all’interno di un ambiente sereno e rispettoso dei valori che solo una lunga tradizione sportiva è in grado di trasmettere.
A livello tecnico sportivo, il secondo filone (“B2B”) si realizza anche attraverso la compravendita di calciatori, in occasione della quale le squadre con un importante settore giovanile realizzano plusvalenze anche di grande entità. Il management, al fine di dare stabilità a questi introiti c.d. straordinari, dovrà sviluppare annuali programmi di investimento nello Scouting, capaci di intervenire “in anticipo” – e quindi con minori costi di acquisizione – lungo l’arco della catena distributiva dei calciatori, nonchè costituire una squadra in grado di assicurare negli anni la permanenza nelle serie professionistiche.
Le famiglie oggi rappresentano il target ideale delle società di calcio, sebbene il loro coinvolgimento si fermi troppo spesso a semplici offerte di promozioni, e non si estenda al mondo dei bambini e delle scuole. E’ questo il “Tifoso 3.0”: non più una singola persona da coinvolgere, bensì un intero nucleo, all’interno del quale coesistono contemporaneamente notevoli differenze tra un componente ed un altro (uomo, donna, bambino, adolescente, anziano), tutti tenuti insieme all’interno di un unico “contenitore” fisico (l’impianto, la stadio-esperienza) che continua ad emozionare anche nei giorni successivi alla gara precedente.







