Agosto 24, 2026
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Maurizio Novelli: sull’inflazione la Fed procede a fari spenti

La Fed non è in grado di valutare se l’inflazione è davvero temporanea, ma la sfrutta per svalutare il debito. Volatilità destinata a crescere su tutte le asset class. Piccoli investitori Usa esposti sull’azionario per 1.000 miliardi di dollari.

“La Fed non è in grado di valutare se l’inflazione è temporanea e quanto potrà durare, ma è abbastanza ovvio che la strategia è creare inflazione per svalutare un debito che continua a salire inesorabile. Una parte importante del fenomeno inflazionistico in corso dipende da fattori non monetari che non sono sotto il controllo delle banche centrali, dato che è stato innescato da problemi legati alla catena globale delle forniture e a un’impennata dei costi della logistica. Questi fenomeni possono anche essere considerati temporanei, ma al momento non sembra che ci siano rallentamenti in vista”. È l’analisi di Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy Fund.

L’aumento dei costi di produzione e di logistica è avvenuto in un contesto in cui le principali economie erano ancora parzialmente affette dal lockdown e le “riaperture” post Covid in fase iniziale. Cosa potrà accadere quando avremo anche un aumento della domanda proveniente da una riapertura completa dell’economia occidentale nessuno osa immaginarlo – ammonisce Novelli – ma è chiaro che il mercato dubita della “scommessa della FED” sulla temporaneità del fenomeno inflattivo in corso. Quindi, se la strategia è creare inflazione, prepariamoci a un aumento della volatilità su tutte le asset class. Le “prove tecniche” di questo fenomeno si sono già viste in queste ultime settimane, ma è probabile che sia solo l’inizio dell’uscita dal contesto di bassa volatilità che ha caratterizzato e sostenuto anni di alta propensione al rischio nel sistema.

Bassa volatilità e tassi a zero sono un fattore primario di formazione di un altro fenomeno di instabilità prospettica: la leva finanziaria. “Fare debito per acquistare qualsiasi cosa abbia un rendimento positivo accentua i movimenti rialzisti ma produce gli effetti amplificati inversi quando c’è da smontare queste posizioni”, prosegue Novelli. “Si stima che attualmente la leva finanziaria per sostenere posizioni speculative sul mercato finanziario Usa sia oltre il 15% del Pil, pari a 3 trilioni di dollari, di cui quasi 1 trilione, cioè 1.000 miliardi, attribuito agli investitori retail per acquistare azioni. Il rischio di sistema è dunque talmente elevato che, se la scommessa della Fed sulla temporaneità dell’inflazione fosse sbagliata, si verificherebbe una carneficina sui mercati e l’effetto Bitcoin, che ha prodotto un crack sui mercati delle criptovalute, si estenderebbe anche ad altre asset class”.

Le recenti aperture di indagini da parte della SEC, dopo il caso Archegos, per capire quanto leverage esiste nel sistema degli hedge fund ha iniziato a innervosire i prime broker e non è escluso che le recenti correzioni del Nasdaq siano anche collegate a una riduzione della leva in questo segmento speculativo. Anche gli inviti alla prudenza sulle criptovalute non sono mai stati presi in seria considerazione dagli speculatori, mentre l’indice Goldman Sachs sulle società tecnologiche quotate che evidenziano grandi perdite nei bilanci è quadruplicato in 12 mesi.

“Sei delle dieci grandi crisi degli ultimi 50 anni sono state provocate da policy mistakes della Fed, che non ha voluto mai intervenire per frenare gli eccessi speculativi su alcune asset class come equity e credito, o ha deciso di “rimanere dietro la curva”, cioè in netto ritardo nel contrastare l’inflazione in rialzo, provocando così una caduta dei Treasury e una fuga dalla valuta Usa. Se la storia ci insegna qualcosa, oggi si sta ripetendo lo stesso problema”, conclude Novelli. “In un contesto simile, confermiamo una asset allocation decisamente contrarian rispetto al consensus del mercato. Siamo negativi sulle prospettive del dollaro mentre siamo long sull’oro. Rimaniamo positivi sulle prospettive delle asset class Asia emergenti e Cina, dopo i significativi movimenti di rialzo registrati negli ultimi mesi. Tuttavia, poiché la Cina ha iniziato a rimuovere parte degli stimoli monetari e fiscali, riteniamo che questi mercati siano al momento in una fase di correzione. Quello che sembra emergere, dopo tutti gli interventi che sono stati fatti per evitare il collasso, è che il contesto dell’economia post Covid rischia di essere meno stabile e più esposto a fenomeni di crisi di quanto stiano scontando attualmente gli investitori”.

Mercati, le attese di Ethenea per i prossimi tre mesi: USA e Cina in tensione, ma volatilità sotto controllo

Previsioni del comitato investimenti di Ethenea: dal confronto Usa-Cina alle prospettive di azioni e obbligazioni in vista della chiusura del 2020 e l’avvio del 2021.

A breve, i rapporti Usa-Cina non miglioreranno, ma avremo meno volatilità (Andrea Siviero, Investment Strategist di Ethenea Independent Investors Sa). Le tensioni tra Stati Uniti e Cina, così come l’incremento dei dazi commerciali, hanno posto grossi problemi all’economia globale nel 2018. Non solo ha ridotto la crescita di Stati Uniti e Cina, ma hanno influito sulla crescita globale stravolgendo le value chain in tutto il mondo. Un’escalation di questa situazione, attualmente non prevista, metterebbe certamente a dura prova la debole e incerta ripresa globale nel 2021. 

Per il futuro, ci aspettiamo che l’amministrazione del presidente Joe Biden adotti un approccio più moderato e meno conflittuale alle relazioni internazionali. Tuttavia, dal momento che l’opposizione all’espansionismo cinese è stata una delle poche questioni (se non l’unica) a ricevere il sostegno bipartisan nel Congresso statunitense, non prevediamo un significativo cambiamento nell’atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti della Cina, almeno non a breve termine. L’amministrazione Biden probabilmente si asterrà da azioni imprevedibili nei confronti della Cina, ma non sarà in grado di invertire facilmente la rotta intrapresa dall’amministrazione Trump. La fine della politica di Trump, a volte instabile e impulsiva, significherà in primo luogo meno volatilità e più sicurezza nella pianificazione

Mercato positivo per i prossimi tre-sei mesi (Michael Blümke, Senior Portfolio manager Ethenea). A nostro avviso, ci sono le condizioni per un mercato positivo per i prossimi tre-sei mesi.  Tuttavia, nessuno sa se ciò si rifletterà in un aumento dei prezzi alla fine dell’anno. L’incertezza legata alle elezioni americane è stata eliminata, ma un presidente democratico che opera con una Camera divisa non potrà cambiare né il sistema fiscale né il quadro normativo. Inoltre, con la prospettiva di un vaccino efficace nel 2021, molti operatori del mercato sono pronti a guardare oltre l’attuale situazione pandemica e alle misure di contenimento che sono state attuate, e con il sostegno di una politica della banca centrale ancora molto favorevole e di altri pacchetti fiscali, le prospettive degli utili delle imprese non solo dovrebbero stabilizzarsi l’anno prossimo, ma potrebbero anche riservare sorprese positive.

L’importanza di un’asset allocation strategica per controllare il rischio a lungo termine (Michael Blümke, Senior Portfolio manager Ethenea). Sia l’asset allocation a lungo termine sia la selezione di singoli titoli fungono da generatori di alfa nella costruzione delle performance. Si tratta di due approcci che non sono in competizione l’uno con l’altro, ma possono essere utilizzati in parallelo. Tuttavia, va da sé che l’asset allocation strategica ha di gran lunga il maggiore effetto leva, ed è lo strumento più efficace per avere rendimenti interessanti a rischio controllato nel lungo termine. Se l’obiettivo è generare questo tipo di rendimenti con un livello di rischio gestibile, diventa essenziale adottare questo tipo di approccio.

Obbligazioni ancora affidabili grazie ai piani di acquisti di BCE e Fed (Volker Schmidt, Senior Portfolio manager Ethenea). Durante la riunione di fine ottobre, la BCE ha chiaramente dichiarato di non avere alcuna intenzione di diventare più restrittiva. Gli acquisti effettuati durante il temporaneo Pandemic Emergency Purchase Programme (PEPP) continueranno almeno fino a giugno 2021. I principali pagamenti dei titoli in scadenza saranno reinvestiti in obbligazioni almeno fino a giugno 2022. I programmi di acquisto di importi inferiori continueranno anche fino a quando non saranno introdotte le misure della Banca centrale e l’inflazione non si avvicinerà al livello target.

La BCE ha inoltre annunciato ulteriori misure, che saranno adottate già a dicembre. Ciò mostra chiaramente che la BCE resterà un acquirente di obbligazioni per i prossimi 18 mesi almeno, e che non ha nessuna intenzione di vendere i titoli obbligazionari, se non eliminando gradualmente i suoi investimenti esistenti. Lo stesso vale per la Federal Reserve.

Negli Stati Uniti le discussioni circa ulteriori spese pubbliche per rilanciare l’economia americana sono in pieno svolgimento. Per quanto riguarda il rifinanziamento, è probabile che la Fed intensifichi nuovamente i suoi acquisti in Treasuries statunitensi.

Titoli growth a quello value? Come prepararsi al nuovo scenario dalla primavera 2021 (Christian Schmitt, Senior Portfolio manager Ethenea). Dal 2007 circa, abbiamo costantemente registrato una performance migliore dei titoli growth a rapida crescita rispetto ai titoli value low-rated. Questo sviluppo disomogeneo si è addirittura rafforzato negli ultimi tre anni e ancora di più nel 2020. Chi parte dal presupposto che nei prossimi anni ci sarà un’inversione di tendenza sostanziale, rimarrà deluso in questo senso. Per definizione, i titoli value sono caratterizzati da una bassa valutazione, ed il mercato dei capitali è in linea di massima efficiente. Pertanto nulla è economico senza motivo.

Sono tre le ragioni principali della bassa valutazione delle società in termini di valore. Da un lato, siamo di fronte a una mancanza di crescita strutturale. Dall’altro queste aziende devono confrontarsi con nuovi dirompenti concorrenti che guadagnano quote di mercato in modo aggressivo e vengono costantemente riforniti con nuovo capitale. Inoltre, i bassi tassi d’interesse mettono sotto pressione anche la valutazione dei titoli value. Dal nostro punto di vista, nessuno dei tre fattori menzionati si tradurrà in un cambio sostenibile a favore dei titoli value nel prossimo futuro. Pertanto, in termini assoluti, le prospettive da medio a lungo termine di molti titoli value possono essere classificate come piuttosto modeste. Nel lungo termine, la crescita strutturale delle aziende rimane un fattore decisivo e necessario per una performance azionaria positiva e duratura. Le ultime settimane, durante le quali ci sono state notizie positive riguardo i vaccini, hanno dimostrato agli investitori che anche la sovraperformance dei titoli growth rispetto ai titoli value non è una strada a senso unico.

Per fortuna, il mercato azionario non è solo bianco e nero – value o growth – ma offre una varietà di sfumature importanti e di fattori in grado di influenzarlo. Partendo da questo presupposto, è consigliabile spostare l’attenzione su quelle società che, pur subendo nel breve periodo gli effetti del lockdown, continuano a mostrare una crescita strutturale convincente a lungo termine.

L’UE futura colonia di USA, Cina e Russia? Senza una NEP (Nuova Politica Economica) è inevitabile

“Bisogna capire che tipo di modello di società si vorrà realizzare una volta passata la bufera del Covid19: ancora capitalismo di ultima generazione, oppure una  transizione obbligata verso una  società di tipo socialista o di vera democrazia partecipata?”

Di Manlio Marucci*

Saremo condannati a non far altro che sanare piaghe”. Così si espresse  Lenin al congresso del PC nel marzo del 1921, dopo che l’armata rossa, con tremenda ferocia,  soppresse  l’ammutinamento dei marinai e della guarnigione dei socialisti rivoluzionari di Kronstadt . Una triste storia, che diede vita poi a quel processo  di riforme obbligate che va sotto il nome di NEP (Nuova Politica Economica), con il ritorno al sistema  capitalistico e al libero commercio.  Una pagina amara che forse è utile ricordare per la sua similitudine con questa fase storica e socio-politica che sta attraversando l’Europa.

In  questa attuale fase di transizione, le trasformazioni  del  processo di sviluppo sono dominate variabili biologiche (e forse chimiche), i rapporti di scambio a livello mondiale sono condizionati  da un sistema finanziario governato dalla speculazione selvaggia e le politiche economiche dei vari Stati sono orientate su come mantenere posizioni di potere e di privilegio. In un sistema così, nasce l’esigenza di comprendere che tipo di modello di società si vorrà realizzare una volta passata la bufera del Covid19: ancora capitalismo di ultima generazione, o transizione obbligata verso una  società di tipo socialista o di vera democrazia partecipata ?

John Adam (1735-1826) così definiva l’idea futura di società:  “Ci sono due modi per conquistare e rendere schiava una nazione. Uno è tramite la spada. L’altro è tramite il debito”. Una locuzione quanto mai efficace nell’attuale contesto, soprattutto per  il nostro paese.  E se il debito fosse un falso problema? Per comprendere bene il fenomeno, e soprattutto il modo in cui il debito influenza  i vari aspetti  della società, bisogna risalire alla istituzione del sistema monetario, alla formazione del denaro e alle politiche che lo governano. In proposito ci aiutano alcuni dati. In un mondo in cui l’1% della popolazione possiede il 40% della ricchezza planetaria, 34.000 bambini muoiono ogni giorno di povertà e di malattie e il 50% della popolazione mondiale vive con meno di 2 dollari al giorno, ci vuol poco a capire che c’è qualcosa di veramente sbagliato in un siffatto sistema economico. Già nel lontano 1913, nel documento intitolato “Modern Money Mechanies” (La Tecnica Moderna della Moneta), si descriveva minuziosamente la procedura ufficiale per creare moneta (c.d. sistema a riserva frazionaria), mediante la quale la FED acquistava già allora i titoli del Tesoro attraverso miliardi di banconote della Federal Reserve create dal nulla (semplicemente stampate) e depositate su un conto corrente, trasformandole così in “moneta a corso legale”.

Oggi questa transazione moneta-titoli avviene elettronicamente, senza l’utilizzo di carta moneta, e solo il 3% della massa monetaria esiste in valuta fisica. L’altro 97% vive essenzialmente solo nei computer. Il problema è che quando la FED acquista questi titoli con moneta che ha creato essenzialmente dal nulla, il Governo in realtà sta promettendo di restituire quei soldi alla FED. Lo stesso sistema è stato adottato poi da tutti i Paesi , compresa la BCE; in questo senso, quindi,  Il denaro  viene creato dal debito, il quale diventa, per la collettività che lo deve utilizzare, una forma di schiavitù della società moderna, indipendentemente dal regime politico e di governo (cit. a ZEITGEIST:  https://youtu.be/H_oMPNYP9EM).

In questo momento di grave emergenza planetaria, sull’argomento si è aperto un vivace dibattito che sta coinvolgendo scuole di pensiero  di diversi orientamenti: economisti, banchieri, sociologici, politologi, governanti, scienziati, intellettuali di grido, giornalisti ed accademici; ma anche tecnici ed esperti  di comunicazione e  persino  la Chiesa. Ognuno di questi cerca di far prevalere la propria tesi, in ciò impedendo il perseguimento di una linea unitaria che consenta il superamento della pandemia ed il ritorno alla normalità. Tra gli interventi più significativi vale la pena ricordare quello di  Mario Draghi“…..Se è vero che nel tempo presente e futuro i debiti pubblici devono salire in tutto il mondo senza limiti, è però anche vero che, a fronte di questo processo incrementale, limiti possono pur sempre essere drammatici per l’Italia..” – oppure quello di Giulio Tremonti  – “……Al posto del Global Order si sta formando un Global Disorder, e la cassetta degli attrezzi è vuota…”). Degne di nota anche la proposta di Assonime  – “…..creare un nuovo soggetto, nella forma di un fondo di investimento a capitale prevalentemente pubblico, che possa supportare le imprese italiane nella difficile fase di ripresa dell’economia dalla crisi del Covid-19 attraverso nuove iniezioni di capitale e di liquidità, trasformabili in capitale a determinate condizioni…”, quella del Copasir  sul rischio derivati – “….Il Governo ha finito le cartucce a disposizione, ma il sistema creditizio va protetto dalla speculazione, altrimenti va in default tutta la baracca” – e quella di Paolo Savona – “…poggiare il peso interamente sull’indebitamento nelle sue varie forme aggrava il problema storico della leva finanziaria squilibrata della nostra economia, che viene considerato un freno a un maggiore saggio di investimento produttivo”. Non meno importante la tesi dell’AD di Banca Intesa Carlo Messina  – “….Le aziende hanno bisogno di finanziamenti a fondo perduto. Non bastano aiuti che aumentano i debiti, che vanno restituiti. Non è accettabile pensare di fare affidamento solo alle soluzioni in discussione sui tavoli europei”.

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In tutto questo fermento di idee, mi preme segnalare anche una proposta avanzata dall’associazione Moneta Positiva, che si è fatta promotrice di un comitato per un “Piano di Salvezza Nazionale” che si può leggere nella sua interezza al link https://pianodisalvezzanazionale.it/

Mentre il dibattito in corso tra i paesi dell’UE non trova una linea di azione unitaria, e gli USA varano un piano di intervento di ampia portata, ci si chiede se i  1.800 miliardi di euro stanziati dalla UE saranno sufficienti  per far ripartire l’economia dell’intero continente,  oppure se questi aiuti saranno usati prevalentemente  dalla Germania e pochi altri a scapito di tutti gli altri, soprattutto dell’Italia.

Del resto, se viene meno quel processo di unità politica tra tutti i 27 paesi dell’UE, sulla scorta della quale affrontare tutte le riforme necessarie (in primis quella fiscale), la stessa UE sarà inevitabilmente una semplice appendice coloniale, funzionale agli interessi  internazionali di USA, Russia, Cina e Giappone, ossia delle grandi potenze economiche che oggi sono veramente indipendenti da qualunque condizionamento esterno.    

 

 

Manlio Marucci, Presidente Federpromm-Uiltucs

Covid-19, è recessione tecnica. Dopo le rapide mosse della FED la BCE resta a guardare. Per quanto ancora?

La fase attuale non ha niente a che vedere con la grande crisi del 2008, che rischiava di distruggere il sistema alla radice; quella crisi non arrivò in una manciata di settimana, ma ci mise un anno prima di minacciare la solidità delle grandi banche e istituzioni americane.

Mentre il Governo Conte vara la madre di tutte le manovre economiche italiane per sostenere l’Economia nel mese di Marzo (farà la stessa cosa ad Aprile, annunciando interventi successivi per complessivi 350 miliardi), con la seconda mossa in pochissimi giorni la Fed abbassa i tassi quasi a zero e annuncia  la riapertura del QE (quantitative easing) per una cifra di 700 miliardi di dollari di acquisti – tra T-bond e mutui immobiliari – al fine di combattere gli effetti della pandemia sull’economia americana e, conseguentemente, su quella mondiale. L’intervento complessivo annunciato è di 1.500 miliardi di dollari, e sappiamo bene che i consumi degli Stati Uniti hanno un effetto trainante su buona parte delle economie asiatiche e su parte di quella europea.

L’annuncio notturno della FED sembra tendere la mano verso una concertazione con la BCE (con la BoI, ossia con la Bank of England, c’è già), la quale invece, per via delle mosse individualiste della Lagarde e della Merkel, appare ancora in balia delle pulsioni tedesche e francesi – con il corollario di proteste generalizzate provenienti da quasi tutta l’area meridionale dell’UE – e sembra non avere ancora preso una decisione sui tassi.

Pare che già questa settimana ci possa essere un ulteriore annuncio, ma l’effetto sui mercati si prevede modesto dopo gli effetti generati dal “patto scellerato” franco tedesco.

Pertanto, se in Europa si rimarrà in balia degli speculatori – che già tanto devono, in termini di ricchezza procurata in brevissimo tempo, alla Lagarde – adesso tutto dipende proprio da colei che ha affossato la borsa italiana lo scorso 12 Marzo. Al momento, infatti, sembra che i buoi siano stati liberati tutti dalle proprie stalle, e che non esista un piano comune che possa sorreggere l’economia europea, ma solo iniziative lasciate ai singoli stati.  Ed è proprio questo approccio che ci dirà se una bruttissima parentesi del trend di crescita possa trasformarsi in una vera e propria inversione di tendenza, lunga e profonda, per tutte le economie europee.

Eppure, secondo gli esperti, tutto indica che si tratti, appunto, di una parentesi, e cioè di una c.d. recessione tecnica che durerà  due trimestri consecutivi di PIL con il segno meno davanti, più corta negli USA e più lunga (grazie alla BCE targata Lagarde) in Europa. Tecnicamente, la settimana scorsa l’indice S&P 500 è passato con grande velocità dallo status di semplice correzione di mercato “toro” a quello di scenario “orso”, e cioè a meno venti punti percentuali dai massimi di periodo. Ma bisogna fare attenzione: passare dal mercato “toro” all’orso per qualche punto non basta per dichiarare un’inversione di un trend di lungo periodo. Infatti, la fase attuale non ha niente a che vedere con la grande crisi del 2008 (con il crac di Lehman Brothers), che rischiava di distruggere il sistema alla radice; quella crisi non arrivò in una manciata di settimane, ma ci mise un anno prima di minacciare la solidità delle grandi banche e istituzioni americane, chiedendo l’intervento coraggioso del Tesoro USA e della Fed. Anche allora, come oggi, esse misero sul piatto migliaia di miliardi di dollari, riuscendo a far riprendere anche un’Europa attonita e, come oggi, dominata da personaggi piuttosto inclini a far prevalere l’interesse di Germania e Francia.

A differenza di quel periodo, però, nel 2012 arrivò Mario Draghi a salvare la barca, mentre oggi ci ritroviamo al timone della BCE la modestissima – per usare un eufemismo – Christine Lagarde.

Tecnicamente, la recessione che si prospetta oggi è generata dalla contemporanea caduta della domanda e dell’offerta. Per quanto riguarda la prima, il consumo di beni e servizi sta subendo una forte contrazione in molti settori, mentre la seconda appare inevitabilmente legata al rallentamento dell’attività economica globale e alle interruzioni nelle catene dei rifornimenti di materie prime e semilavorati. Per un po’ di tempo non dovrebbero esserci problemi di approvvigionamento (tranne che per i prodotti strettamente collegati all’emergenza sanitaria) e si potrà andare avanti con le scorte di magazzino, ma se non si assicura adesso un piano di continuità produttiva e distributiva è difficile non ipotizzare un blocco dei mercati globali.

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Non avendo alcuna esperienza storica recente sulle circostanze che il mondo sta vivendo adesso, si potrebbe ipotizzare che i mercati tenderanno a stabilizzarsi solo quando il resto del mondo potrà – e vorrà – replicare il modello di contenimento cinese del coronavirus (quarantena forzata e misure molto più drastiche di quelle italiane ed europee). Pertanto, ci potrebbero volere da 8 a 10 settimane prima di vedere risultati positivi e avviarsi verso un ritorno alla normalità. Traducendo il tutto in termini di PIL, si prevede una discesa di quello cinese nel primo trimestre 2020, e di quello europeo nei primi due, potendosi parlare di recessione globale “tecnica” solo a cavallo tra il primo ed il secondo trimestre; ma sarà comunque una recessione del tutto diversa da quelle “non tecniche”, ossia quelle generate da forti squilibri nel debito di stati e imprese, che richiedono una durata di almeno 12 mesi. Ed è proprio qui che entra in gioco la BCE, con il suo dannoso attendismo; infatti, occorre agire in fretta attraverso un’espansione monetaria e fiscale, in modo da non mettere in discussione la solvibilità delle medie e piccole imprese. C’è tempo fino a tutta questa settimana, dopo di che i giochi saranno fatti ed ogni intervento, pur avendo effetti positivi sull’economia, sarà tardivo per i mercati azionari dell’UE e per una possibile ripresa immediata dei corsi.

In ogni caso, nonostante gli aggiornamenti siano all’ordine del quotidiano, è opinione comune che sia ormai troppo tardi per vendere, ed anzi l’obiettivo degli asset manager è quello di trovare un buon punto di ingresso, dal momento che una correzione massima del 40% dai massimi, nella quale già ci troviamo, pare avere scontato le aspettative peggiori ed è considerata oggi sufficiente per tornare a comprare.

Covid-19 infetta l’economia mondiale. Mercati nervosi e PIL in discesa, ma una nuova recessione è improbabile

The Economist: la strategia più adeguata sembra essere quella di mantenere le posizioni investite, rimanendo focalizzati sull’asset allocation strategica e prestando attenzione alla gestione del rischio, poiché gli episodi di volatilità potrebbero proseguire.

Per gran parte del mese di febbraio, era sembrato che i mercati finanziari scontassero uno scenario di base che ipotizzava un impatto relativamente temporaneo del COVID-19. La Cina ha adottato subito misure drastiche per contenere l’epidemia di Coronavirus e sostenere l’economia, creando le premesse per una ripresa potenzialmente rapida dell’attività. Le informazioni disponibili avallano questo scenario: il tasso di crescita dei nuovi casi in Cina ha cominciato a rallentare e l’attento monitoraggio dei dati sul consumo di energia elettrica, sul traffico passeggeri e sulle vendite immobiliari nel paese ha evidenziato dei segnali di miglioramento. Ipotizzando uno scenario di contenimento dell’epidemia con un impatto limitato del virus, però, gli investitori avevano cominciato a guardare con un certo favore all’effetto di stimolo delle misure intraprese, ma adesso i mercati sembrano scontare una maggiore probabilità che l’impatto del Coronavirus sia più grave e prolungato.

Peraltro, in ossequi al principio del liberismo economico, gli stessi mercati sono stati “lasciati soli” dalla politica proprio nel momento in cui, invece, serviva una certa concertazione; così, solo quando i mercati finanziari sono stati scossi dal panico da possibile pandemia la politica è entrata (tardivamente) in azione, nella consapevolezza che il PIL globale probabilmente si ridurrà per buona parte di quest’anno.

Di conseguenza, alcune banche centrali hanno tagliato i tassi di interesse a un ritmo visto l’ultima volta nella crisi finanziaria del 2007-09. Il 3 marzo la Federal Reserve ha abbassato il suo tasso ufficiale di 0,5 punti percentuali, due settimane prima della riunione programmata di politica monetaria. Anche le banche centrali in Australia, Canada e Indonesia hanno seguito l’esempio, e a breve vedremo medesima reazione da parte della Banca centrale europea e della Banca d’Inghilterra.

Se i mercati monetari hanno ragione, sono in serbo altri tagli alla Fed. Eppure, c’è la sensazione inquieta che una raffica di ulteriori tagli dei tassi potrebbe non essere la soluzione a questa crisi, anche perché sono già molto bassi. Una regola d’oro nella lotta alle crisi è quella secondo cui, per essere credibili, bisogna avere più munizioni disponibili. Nel 2008-10 il tasso medio globale è diminuito di tre punti percentuali; oggi, invece, al di fuori dell’America i tassi di interesse dei paesi occidentali sono vicini, pari o inferiori allo zero. Perfino la Fed ha un margine di manovra limitato per tagliare ancora di più: una ragione, forse, per cui i corsi azionari non sono riusciti a riprendersi nelle ore successive alla sua ultima mossa.

La tensione deriva anche dalla peculiarità dello shock che l’economia deve affrontare, che comporta effetti sulla domanda, l’offerta e la fiducia. La durata dell’interruzione dipende principalmente dalla gravità dell’epidemia e dalle misure di sanità pubblica adottate per contenerla. Alla luce di tali incertezze, i politici sanno che sebbene i tagli ai tassi di interesse siano un’opzione, hanno anche bisogno di misure fiscali e finanziarie per aiutare le imprese e gli individui a resistere a una stretta temporanea ma lancinante.

Un modo in cui il virus danneggia l’economia è interrompendo l’offerta di lavoro, beni e servizi.: le persone si ammalano, le scuole chiudono, costringendo i genitori a rimanere a casa. Le quarantene potrebbero forzare la chiusura completa dei luoghi di lavoro. Ciò è accompagnato da notevoli effetti della domanda. Alcuni sono inevitabili: i malati o i soggetti in quarantena escono di meno e acquistano meno beni. Anche le misure di sanità pubblica limitano l’attività economica. Mettere più soldi nelle mani dei consumatori farà poco per compensare questa resistenza. La piena attività, pertanto, riprenderà solo una volta che l’epidemia avrà finito la sua corsa.

Inoltre, sia le aziende che le famiglie dovranno affrontare una crisi di liquidità. Per le prime, in particolare, è fondamentale non depauperare eccessivamente la propria riserva di liquidità per rimanere in piedi. Prendendo in considerazione, ad esempio, un campione di 2.000 società americane quotate in borsa, e immaginando che i loro ricavi si riducano sensibilmente in tre mesi e non riescano più a coprire i costi fissi (che non si riducono), ci si potrebbe attendere che un quarto di esse non avrebbe abbastanza denaro di riserva per sostenerli e dovrebbe cercare di prenderlo in prestito, oppure di ridimensionare produzione e occupazione. Infatti, secondo i ricercatori della Bank for International Settlement (un specie di club di banche centrali), oltre il 12% delle imprese del mondo ricco genera entrate troppo ridotte per coprire il pagamento anche dei soli interessi sul debito.

Molti lavoratori, quindi, rischiano di perdere i loro redditi e il loro lavoro, mentre devono ancora rimborsare i mutui e acquistare beni essenziali. In Cina, che è un mese avanti rispetto al resto del mondo in termini di contagio, un sondaggio tra i responsabili degli acquisti ha rivelato che la produzione manifatturiera a febbraio è scesa ai livelli più bassi dal 2004, ed oggi sembra probabile che il PIL si contrarrà nel primo trimestre per la prima volta dalla morte di Mao Zedong nel 1976. Goldman Sachs ritiene che il PIL globale annuo si ridurrà del 2,5% nel primo trimestre, ma il crollo si interromperà una volta che il virus smetterà di diffondersi, e la velocità e le dimensioni del rimbalzo economico dipenderanno anche dalle condizioni in cui si troveranno i paesi a quella data.

Nel frattempo, i banchieri centrali e i ministeri finanziari si stanno rivolgendo a interventi più mirati, che rientrano in tre grandi categorie: politiche per garantire che il credito fluisca senza intoppi attraverso le banche e i mercati monetari; misure per aiutare le aziende a sostenere costi fissi, come l’affitto e le imposte; misure per proteggere i lavoratori sovvenzionando i costi salariali.

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Questa serie di misure ha lo scopo di proteggere i lavoratori, prevenendo i licenziamenti e mantenendo stabili i redditi. Il governo cinese, per esempio, ha messo in atto un taglio temporaneo ai contributi previdenziali. Il Giappone sosterrà i salari delle persone che sono costrette a prendersi del tempo libero per prendersi cura dei bambini o dei parenti malati. Singapore ha annunciato sovvenzioni in denaro per i datori di lavoro dei lavoratori interessati.

Quali sono gli scenari potenziali, alla luce dell’attuale situazione?

1) un aumento del flusso di notizie negative sull’epidemia, che probabilmente causerebbe un ulteriore aumento del rischio; 2) una stabilizzazione del tasso di crescita dei nuovi casi di COVID-19; in tale evenienza, i mercati potrebbero registrare una parziale inversione rispetto agli ultimi ribassi, e 3) un calo del tasso di crescita dei nuovi casi, che potrebbe indurre gli investitori a ritenere che le misure di contenimento stiano funzionando e a concentrarsi nuovamente su una potenziale ripresa dell’attività, alla luce dello stimolo derivante da un calo generalizzato dei tassi di interesse e dalle misure di sostegno dell’economia adottate un po’ da tutti i paesi.

Qual è la probabilità di una recessione? Le prospettive economiche sono incerte ma, in questa fase, continuiamo a ritenere improbabile una recessione economica negli Stati Uniti o a livello globale. A gennaio l’attività economica evidenziava una tendenza al miglioramento, e crediamo che, in uno scenario in cui l’impatto dell’epidemia di coronavirus si limiti sostanzialmente al primo semestre dell’anno, la crescita potrebbe continuare a mostrare una buona tenuta. Tuttavia, bisogna rivedere al ribasso le previsioni di crescita dell’economia cinese per il 2020 (dal 5,8% al 5,2%), ma la risposta sul piano politico e i segnali di stabilizzazione dell’attività dovrebbero limitare ulteriori rallentamenti. Per quanto riguarda i mercati, la strategia più adeguata sembra essere quella di mantenere le posizioni investite, rimanendo focalizzati sull’asset allocation strategica e prestando attenzione alla gestione del rischio, poiché gli episodi di volatilità potrebbero proseguire.

Amanti delle obbligazioni alla ricerca dell’inflazione. Come avvicinarsi ai portafogli alternativi al risparmio gestito

L’assenza durevole di inflazione può trasformarsi in un grosso problema per l’Economia e per la remunerazione dei risparmi. Con la deflazione alle porte, chi ama le obbligazioni farebbe meglio a diversificare (con il supporto di un consulente finanziario) in valute diverse dall’Euro e dal Dollaro.  

Negli ultimi due anni, complice l’arretramento stabile a livello zero dei tassi di interesse (anzi, a livello negativo…), si è fatta strada la consapevolezza di un profondo cambiamento nello stile di gestione dei propri risparmi, che insieme ad una generale incertezza sta lentamente facendo nascere, nei risparmiatori passivi di un tempo, la necessità di una trasformazione in “investitori attivi”, bisognosi anche di un più elevato tasso di informazione relativamente ai mercati, agli strumenti di investimento ed alla comprensione dei rischi ad essi legati.

Questo cambiamento è ancora in atto, non si è ancora pienamente realizzato, e ciò è dimostrato dalla grande massa di liquidità che staziona per molti mesi nei conti correnti delle famiglie prima di essere investita nel risparmio gestito (principale beneficiario di questo contesto, insieme agli ETF).

Ma è proprio vero che, in un mercato senza inflazione, non ci sia alcuna possibilità di evitare il ricorso a fondi comuni, sicav, gestioni patrimoniali e polizze per realizzare un buon portafoglio di investimento? La risposta è che esiste un modo alternativo di investire senza ricorrere al c.d. risparmio gestito, ma prima di approfondire la materia è bene ribadire alcuni concetti di base sull’inflazione e sui rischi derivanti da una sua assenza prolungata.

E’ noto che la stabilità dei prezzi permetta di avere una visione più sicura del prossimo futuro (sia in termini di investimenti che di attività economiche), e che una inflazione fuori controllo, invece, distrugge il potere d’acquisto e indebolisce l’economia. L’ideale è, pertanto, perseguire un “livello aureo” di inflazione per evitare che un contesto  di inflazione inesistente si trasformi nel lungo periodo in un grosso problema, rappresentato dal disincentivo verso i consumi: perché comprare un telefonino oggi quando tra tre mesi costerà meno?

Negli ultimi 24 mesi, le principali banche centrali avevano individuato questo “livello aureo” di inflazione nel 2%, salvo accorgersi che non è affatto semplice da raggiungere. Così, la FED ha annunciato che perseguirà il raggiungimento un tasso di inflazione medio del 2 per cento nel corso di un certo periodo, in ciò rivelando che si potrà tollerare in futuro un tasso di inflazione superiore all’obiettivo del 2 per cento per un periodo altrettanto lungo.

Quest’ultimo scenario è certamente favorevole all’investimento in obbligazioni c.d. emergenti, e cioè quelle espresse nella valute di paesi che hanno una inflazione non ancora vicina al “livello aureo medio” tratteggiato dalla FED, ma in progressivo miglioramento rispetto alle soglie che possono creare preoccupazione.

Dal punto di vista operativo, i possibili titoli utili a definire un portafoglio di obbligazioni espresse in valute emergenti è bene che vengano scelti all’interno di un paniere di emittenti privi di rischio, e cioè BEI (o EIB, European Investment Bank, cioè Banca Europea degli Investimenti), BERS (in inglese EBRD, European Bank of Reconstruction and Development)  e World Bank (Banca Mondiale), evitando le obbligazioni governative espresse nella stessa valuta (che hanno invece un rating molto basso). I vantaggi di questa scelta sono molteplici, e sono in grado di compensare, nel medio-lungo periodo, la tipica volatilità delle valute emergenti:

– rating massimo (stabilmente tripla A), in quanto le emissioni sono sovranazionali ed eliminano il c.d. Rischio Emittente, e cioè quello che chi ha emesso i titoli possa fallire mandando in default  l’obbligazione;

– ritenuta fiscale dei rendimenti in misura agevolata (12.5% anziché 26.0%);

– cedole elevate, visibili sul conto bancario ad ogni scadenza, da reinvestire per aumentare il REN (rendimento effettivo netto) del portafoglio;

– quotazione ufficiale giornaliera;

– acquisto diretto nel mercato secondario (immissione nel deposito titoli);

– elevato risparmio nel costo di gestione del portafoglio (nessuna commissione di gestione, a differenza del risparmio gestito, e commissioni di negoziazione trattabili da banca a banca).

Ecco un elenco di paesi ritenuti interessanti dai maggiori gestori di portafogli specializzati in economie emergenti (per ciascuno di essi un esempio di titoli con rating AAA su cui poter investire), raccomandando di evitare accuratamente il “fai da te” e di studiare attentamente, con l’ausilio di un consulente finanziario, il peso da attribuire a ciascuno di essi all’interno di questo ipotetico portafoglio.

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TURCHIA – buoni fondamentali macro-economici, distensione geo-politica con USA ed inflazione in forte discesa nei prossimi 2 anni fanno prevedere un notevole apprezzamento delle obbligazioni ed un buon recupero della valuta. Rimane una buona volatilità dovuta all’indebitamento privato in USD, ma il fenomeno è in riduzione grazie al nuovo corso di politica monetaria del governo turco ed alla distensione del clima geo-politico che ha determinato, nell’estate del 2018, il crollo della Lira.

– EIB TF Ap26 Try 11.00% – Isin XS1807207581* (Lira Turca)                                     https://www.borsaitaliana.it/borsa/caratteristiche/view.html?isin=XS1807207581&market=MOT&lang=it

– EIB TF Ap24 Try 10.50% – Isin XS1059896016* (Lira Turca)                   https://www.borsaitaliana.it/borsa/caratteristiche/view.html?isin=XS1059896016&market=MOT&lang=it

MESSICO – L’imminente accordo commerciale USA-MEX-CAN (c.d. NAFTA) ha stabilizzato il cambio e attribuisce oggi al Peso Messicano lo status di “valuta forte” all’interno del panorama di quelle c.d. emergenti.

– EIB TF Lg27 Mxn 6.50% – Isin XS1588672144* (Peso Messicano)                                                  https://www.borsaitaliana.it/borsa/caratteristiche/view.html?isin=XS1588672144&market=MOT&lang=it

RUSSIA – L’economia russa è strettamente dipendente dal petrolio, per cui se i prezzi del greggio crollano, anche il rublo dovrebbe scendere, e viceversa. l’intervento veloce da parte della Banca centrale russa, che ha lasciato crollare il rublo nel 2018 ed ha alzato i tassi di interesse per evitare un’inflazione eccessiva, hanno permesso all’economia del paese di assorbire il forte ribasso del prezzo del greggio. Il biennio 2019-2020 si prospetta migliore, dal momento che non ci sono in vista fattori in grado di destabilizzare l’economia, di influenzare i tassi di cambio o di modificare l’inflazione.

– EIB TF Fb22 Rub 6.75% – Isin XS1947924921* (Rublo Russia)                          https://www.borsaitaliana.it/borsa/caratteristiche/view.html?isin=XS1947924921&market=MOT&lang=it

SUDAFRICA – La Banca centrale sudafricana ha tagliato di recente i tassi di 25 punti base portando il costo ufficiale del denaro al 6.50%, e questa mossa potrebbe non rimanere isolata. Al momento il mercato sconta un’ulteriore riduzione nei tassi entro la fine del 2019, e se le previsioni della banca centrale per l’economia sudafricana non appaiono particolarmente esaltanti (+ 0.6% la crescita attesa nel 2019) l’inflazione non appare un problema.

– EIB TF Fb23 Zar 7,25% – Isin XS1179347999* (Rand Sudafricano)                    https://www.borsaitaliana.it/borsa/caratteristiche/view.html?isin=XS1179347999&market=MOT&lang=it

INDONESIA – L’Indonesia è un Paese con inflazione sotto il livello target, con profilo di rischio investment grade, e a livello geopolitico non si intravedono grandi problemi. Di qui, ne consegue che le preoccupazioni riguardo questo Paese emergente, formulate nel recente passato quando la valuta (come tutte le altre emergenti) si è indebolita, sono eccessive, ed oggi rimetterla in portafoglio è una buona opportunità.

– EIB TF Gen25 Idr 5.75% – Isin XS1757690992* (Rupia Indonesiana, quotato alla borsa di Berlino) https://www.boerse-berlin.com/index.php/Bonds?isin=XS1757690992

– EBRD TF Dc22 Idr 6.45% – Isin XS1734550897* (Rupia Indonesiana , quotato alla borsa di Berlino)                 https://www.boerse-berlin.com/index.php/Bonds?isin=XS1734550897

INDIA – A influenzare negativamente le valute dei mercati emergenti, compresa quella indiana, è stata nel corso della prima parte del 2019 l’escalation della guerra commerciale USA-Cina. Nonostante questo, la rupia indiana sembra recupere bene le perdite conseguite contro il dollaro e, grazie all’emissione di obbligazioni sovrane in valuta estera, dovrebbe rafforzarsi per tutto il 2020. L’unico rischio potrebbe essere quello di doversi appoggiare pesantemente alle emissioni di valuta forte come mezzo di recupero, per cui è meglio attribuire un peso molto moderato all’interno di un portafoglio ideale di valute emergenti.

– EBRD TF Fb23 Inr 6.00% – Isin XS1766853367* (Rupia Indiana)                https://www.borsaitaliana.it/borsa/caratteristiche/view.html?isin=XS1766853367&market=MOT&lang=it

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* N.B. Le informazioni pubblicate nel presente articolo non devono essere considerate una sollecitazione al pubblico risparmio o la promozione di alcuna forma di investimento, ne raccomandazioni personalizzate ai sensi del Testo Unico della Finanza, trattandosi unicamente di informazione standardizzata rivolta al pubblico indistinto. Le eventuali raccomandazioni fornite tengono conto unicamente delle caratteristiche degli strumenti finanziari oggetto della raccomandazione e devono essere intese a mero titolo di esempio generale, non conoscendosi alcuna informazione relativa alle conoscenze ed esperienze, alla situazione finanziaria e agli obiettivi di investimento dei singoli lettori, i quali soltanto potranno adattare il contenuto dell’articolo alla specifica situazione personale in corrispondenza con il proprio personale profilo di rischio.