Agosto 24, 2026
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Il mercato immobiliare USA è caldo, la Fed riuscirà a raffreddarlo prima che esploda?

I bassi tassi di interesse e le scorte scarse di materie prime hanno portato i prezzi degli immobili a salire verso nuovi record anche dopo la pandemia, con un aumento del 19%, ma la domanda è destinata a rallentare.

Secondo Bill Gross, fondatore di PIMCO, “nessuno può guidare le quotazioni delle obbligazioni al di fuori delle banche centrali, che sono le uniche regine del mercato”. La definizione appare appropriata, perché mai come oggi la Federal Reserve ha voluto così fortemente tassi di interesse più alti nel minor tempo possibile e condizioni finanziarie rigide, mentre gli Stati Uniti vedono schizzare il costo della vita al livello più alto degli ultimi 40 anni: i salari sono aumentati, ma prezzi di benzina, generi alimentari, automobili, alloggi si sono spinti ben al di sopra dell’aumento del reddito medio.

I verbali della riunione di marzo della Fed hanno fatto eco alla posizione inasprita della banca centrale nei confronti dell’inflazione, ribadendo il piano per ridurre il suo bilancio di quasi 9 trilioni di dollari al ritmo più rapido di sempre. Con sorpresa, i verbali hanno anche lasciato la porta aperta alle vendite a titolo definitivo dei $ 2,7 trilioni di titoli garantiti da ipoteca della banca centrale, un processo potenzialmente dirompente che richiede ad altri investitori di colmare il vuoto. “Chiaramente, la Fed è molto concentrata sulla riduzione dell’inflazione“, ha affermato Greg Handler, responsabile dei mutui e del credito al consumo presso Western Asset Management, osservando che le abitazioni costituiscono circa un terzo dell’indice dei prezzi al consumo, nonchè un indicatore chiave dell’inflazione che ha raggiunto un tasso annuo del 7,9% a febbraio. 

Il presidente della Fed Jerome Powell la scorsa estate ha minimizzato qualsiasi legame diretto tra i suoi acquisti di titoli del Tesoro pandemici e obbligazioni ipotecarie con l’aumento dei prezzi delle case. Ma la Fed è stata per anni un acquirente chiave di tale debito e la banca centrale esercita un’influenza considerevole sui tassi di interesse. Dalla recessione del 2007-2009 e il governo è stato un ingranaggio vitale nel mercato del debito immobiliare statunitense di circa 12 trilioni di dollari. Infatti, sempre più americani si affidano ai finanziamenti per l’acquisto di case, con l’obiettivo di costruire ricchezza generazionale. Anche l’edilizia abitativa rimane un segmento critico dell’economia, il che significa che la posta in gioco è alta per ciò che verrà dopo. “Stiamo prendendo atto che una quota significativa del patrimonio netto delle famiglie è costituita dal capitale proprio“, ha affermato Mike Reynolds, vicepresidente della strategia di investimento di Glenmede, aggiungendo che i baby boomers possiedono una grande quantità di case di famiglia rispetto ai 142 milioni di single statunitensi.

I bassi tassi di interesse e le scorte scarse di materie prime hanno portato i prezzi degli immobili a salire verso nuovi record anche dopo la pandemia, con un aumento del 19% annuo tra gennaio 2021 e gennaio 2022. Ma mentre parte dello slancio dei prezzi al rialzo potrebbe attenuarsi quando i mutui a tasso fisso a 30 anni si avvicineranno improvvisamente al 5% e rallenteranno la domanda di nuovi acquirenti, le bollette dei mutui a tasso variabile si sono già avvicinate ai livelli dell’era della bolla. Infatti, in relazione agli aumenti di prezzo negli Stati Uniti, la società di rating S&P Global ora considera l’88% delle quotazioni immobiliari di tutti gli stati come ampiamente sopravvalutate. “Sta arrivando sul mercato un crollo chiaro e imminente?” ha chiesto Reynolds. “Sembra improbabile data l’interazione tra domanda e offerta”.

Gli strateghi di BofA Global, all’inizio di aprile, hanno affermato di aspettarsi un apprezzamento dei prezzi delle case statunitensi del 10% quest’anno e del 5% nel 2023. Allo stesso tempo, parti del mercato delle obbligazioni ipotecarie che la Fed ha acquistato hanno già ripreso il prezzo da quando la banca centrale ha iniziato a segnalare una riduzione potenzialmente più rapida del suo bilancio. “Purtroppo per la Fed, il mercato immobiliare è caldo”, ha detto Handler. Ma in termini di offerta criticamente bassa di stock immobiliare, “non c’è molto che la Fed possa fare a questo punto”.

Mercati azionari, inflazione, tassi, commodities e Dollaro: l’opinione di BlackRock

Siamo molto vicini all’inversione della curva dei tassi americani, e quando questo accade di solito ci troviamo in una situazione di recessione. Quali segnali possiamo cogliere dal mercato?

Anche durante l’ultima riunione di Marzo, la Fed ha evidenziato come i tassi di interesse saliranno più rapidamente di quanto si aspettava in passato, superando la neutralità già nel 2023. Tuttavia la Fed ha comunicato che per il 2024 si aspetta un’inflazione sopra target ma non un contemporaneo ulteriore restringimento monetario rispetto al livello raggiunto nel 2023. Pertanto, la Fed sembra essere disposta a convivere con un livello di inflazione più alto del proprio obiettivo anche nel medio periodo.

Siamo abituati a previsioni sull’inflazione da parte delle banche centrali che convergono puntualmente verso il loro obiettivo, e il fatto che questo non accada più – non soltanto per il 2021 e il 2022, ma anche per il 2023 e 2024 – lancia un segnale particolarmente indicativo della disponibilità della Fed di convivere con tassi di policy più alti per un periodo di tempo anche abbastanza lungo. Relativamente ai tassi di interesse reali, ossia i tassi di interesse al netto dell’inflazione, è vero che la Fed alzerà quelli nominali, ma l’inflazione è già molto alta e questo comporta tassi di interesse reali che non sono molto più alti di quanto potevamo immaginare fossero qualche mese fa. Riteniamo che questo sia uno dei motivi del movimento al rialzo dei mercati azionari a fronte del movimento molto ostile dei mercati obbligazionari, con i tassi che si sono mossi significativamente al rialzo.

Di conseguenza, siamo molto vicini all’inversione della curva dei tassi americani, e quando questo accade di  solito ci troviamo in una situazione di recessione. Quali segnali possiamo cogliere dal mercato? La curva dei tassi appiattita ci dice che la politica monetaria ha raggiunto il massimo restringimento, e che la crescita economica inizia a decelerare. Osservando la storia, vediamo che dal momento in cui la curva si inverte le performance dei mercati diventano deboli su orizzonti temporali sopra i 12 mesi. C’è quindi un periodo di tempo in cui la curva appiattita (flat) segnala che c’è una fase di potenziale rallentamento ciclico, mentre la fase più complicata per i mercati avviene quando i tassi di policy diventano effettivamente più restrittivi. Attualmente, riteniamo che la curva sia vicina all’inversione.

Guardando alle valutazioni dei mercati azionari, non riteniamo che esse siano diventate più attraenti nel corso delle ultime settimane: gli utili prospettici calano, i tassi salgono, le valutazioni relative delle azioni rispetto alle obbligazioni sono peggiorate. Abbiamo incrementato aree come il corporate investment grade, dove i livelli di spread avevano raggiunto valutazioni piuttosto interessanti, e come i mercati cinesi, ma attualmente non riteniamo di aumentare l’esposizione ai mercati azionari dei mercati sviluppati.

Guardando al mondo delle commodities, finora non c’è stato un rallentamento dell’afflusso del gas russo in Europa, nonostante la volontà europea e nonostante le notizie di un blocco per i paesi “ostili” si facciano sempre più frequenti. Per quanto riguarda il petrolio russo invece, non tutta la produzione russa dedicata all’esportazione è in questo momento tagliata fuori. Nei primi giorni del conflitto un ammontare di più di 4 milioni di barili di petrolio al giorno di produzione russa rimanevano bloccati. Oggi stimiamo che circa solo 1/2 milioni di barili di produzione russa rimangono fermi, mentre gli altri 2/3 milioni contribuiscono a soddisfare la domanda globale. Sul tema delle commodities abbiamo visto una significativa correzione al ribasso del prezzo del petrolio, in particolare nel corso delle ultime settimane. Tuttavia crediamo che le pressioni di medio termine sui prezzi delle commodities siano destinate a persistere perchè: 1) una soluzione rapida della situazione Russia-Ucraina risulta complicata; 2) non crediamo che le sanzioni verranno rimosse anche in caso di un’eventuale tregua; 3) la riconfigurazione dei flussi di esportazione delle commodities a livello globale risulta particolarmente complicata da ottenere.

Abbiamo incrementato l’esposizione all’oro nei portafogli, non per le sue capacità di hedging (copertura) dall’inflazione ma per quella che noi riteniamo essere una diversificazione delle riserve valutarie globali da parte delle banche centrali. Riteniamo che questa diversificazione sia accelerata dalla crisi russa, e che a tutti gli effetti il freezing degli asset alla banca centrale incrementi l’incentivo per le banche centrali, soprattutto dei paesi emergenti, a detenere oro. Il nostro incremento di oro nell’allocazione non è una posizione di breve termine, riteniamo infatti che sia una posizione che avremo per lungo tempo. Abbiamo aggiunto anche energy e commodities prima del conflitto, che continuiamo a detenere.

Relativamente al Dollaro USA, si ritiene che possa parzialmente aiutare nelle fasi di elevata volatilità. Il dollaro presenta un carry positivo, ossia un differenziale di rendimento abbastanza importante rispetto agli asset dell’Eurozona, tuttavia ci sembra chiaro che ci siano fattori di lungo periodo non a favore del dollaro. Innanzitutto, i tassi di interesse si stanno muovendo al rialzo ma il mercato è anche preoccupato che la Fed possa fare una ultra-restrizione monetaria. Inoltre, sta avvenendo un po’ di diversificazione delle riserve valutarie globali. Pensiamo alla notizia di settimana scorsa sull’Arabia Saudita, che sta pensando se ricevere il pagamento sul petrolio, almeno dalla Cina, in RMB invece che in dollari, per cui si potrebbe ritenere che ci sia un indebolimento dello status del dollaro come valuta di riserva globale. Inoltre, nonostante la Fed sia in estrema fase di restrizione monetaria, le valute dei paesi emergenti non si sono affatto indebolite, ed anzi rafforzate.

Per questo motivo non vediamo un trend nitido di rafforzamento del dollaro.

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Corvino, Zest: è il momento di essere selettivamente contrarian

In 12 mesi cancellato più di un decennio di sovraperformance dei titoli azionari con alti tassi di crescita. La curva dei tassi statunitense adesso prezza 2/3 tagli a seguito del rallentamento economico. 

“Nel contesto attuale appare appropriato mantenere un atteggiamento contrarian sfidando il mercato e costruire posizioni su titoli azionari dalle buone opportunità di crescita, le cui valutazioni sono diventate relativamente attraenti. Questo perché i timori, seppur fondati, appaiono ragionevolmente prezzati”. È l’analisi di Pasquale Corvino, gestore di Zest.

Il conflitto in Ucraina ha esacerbato i timori inerenti  due grandi  punti di discontinuità rispetto al  passato recente, ossia minore globalizzazione e maggiori pressioni inflazionistiche. A  corollario di  tutto questo diventa inevitabile, da parte delle principali banche centrali e in primis della Fed, porre in essere politiche monetarie restrittive volte a calmierare la dinamica dei prezzi e di conseguenza raffreddare la crescita economica. Per tali ragioni la curva dei tassi statunitense ha iniziato a muoversi con maggiore violenza e incorporare fino a otto rialzi da 0.25% sull’anno per poi prezzare 2/3 tagli a seguito del conseguente rallentamento economico. 

“L’inversione della curva, e cioè con tassi governativi di breve periodo più elevati dei tassi di lungo periodo, storicamente ha dimostrato un certo valore predittivo per recessioni e/o correzioni  di mercato ma alcune precisazioni sono doverose”, continua Corvino. “In primo luogo, anche nei casi in cui l’indicatore è stato accurato, l’intervallo di tempo intercorso tra “segnale” e “bear market“/recessione è talmente variegato da essere poco utile come strumento di market timing, e cioè uscire dal mercato evitando fasi ribassiste. In secondo luogo, la parte di curva più informativa per la Fed, ossia la parte breve, non mostra segnali preoccupanti. In ultimo, la correzione dei titoli azionari dalle valutazioni più elevate, associate a tassi di crescita più elevati, può già ritenersi drammatica, avendo cancellato in 12 mesi oltre un decennio di sovraperformance”.

USA, i rendimenti obbligazionari salgono sui commenti della Fed

Per lo S&P500 record di acquisti nell’ultima ora di negoziazione per cinque giorni di borsa consecutivi. Le preoccupazioni per una svolta sempre più aggressiva da parte della Fed pesano sul sentiment azionario e provocano vendite sostenute nel mercato obbligazionario.

Negli USA la scorsa settimana i principali benchmark hanno chiuso per lo più al rialzo, con l’indice S&P 500 a grande capitalizzazione che ha raggiunto il livello più alto, nelle giornate di venerdì, dal 10 febbraio. In particolare, i titoli di tecnologia dell’informazione hanno sovraperformato, aiutati dai guadagni di Apple in seguito alla notizia delle aspettative degli analisti per forti vendite dell’iPhone 13. Un continuo aumento dei prezzi di molte materie prime ha spinto i settori dell’energia e dei materiali, mentre i titoli sanitari hanno sottoperformato, trascinati al ribasso in parte da un calo nel gigante farmaceutico Pfizer.

L’attività di mercato è stata generalmente contenuta, ma c’è stata una notevole tendenza all'”acquisto in chiusura” per gran parte della settimana. Bloomberg ha riferito che l’S&P 500 ha guadagnato un terzo dell’uno per cento nell’ultima ora di negoziazione per cinque giorni consecutivi, la serie più lunga in due decenni. Ciò è conseguenza delle preoccupazioni per una svolta sempre più aggressiva da parte della Federal Reserve, che pesano sul sentiment azionario e provocano contemporaneamente vendite sostenute nel mercato obbligazionario.

Lunedì, il presidente della Fed Jerome Powell ha ripetuto in un discorso alla National Association for Business Economics che la banca centrale potrebbe effettuare aumenti dei tassi superiori a 25 punti base (0,25 punti percentuali) nelle riunioni future per tenere sotto controllo l’inflazione. All’inizio della giornata, tuttavia, il presidente della Fed di Atlanta Raphael Bostic ha affermato che “livelli elevati di incertezza” hanno mitigato la sua fiducia che un “percorso dei tassi estremamente aggressivo” sia appropriato per la Fed.

Anche gli sviluppi della guerra della Russia contro l’Ucraina sono rimasti nel radar degli investitori. Pesanti combattimenti sono continuati a nord di Kiev e gli ufficiali ucraini hanno respinto la richiesta russa che le loro forze a Mariupol si arrendessero. Mentre i timori che la Russia possa schierare armi nucleari a basso rendimento se la sua avanzata fosse rimasta in stallo ha ostacolato il sentiment, le azioni sembravano prendere il piede giusto giovedì pomeriggio scorso, dopo che un consigliere del presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy ha espresso “cautato ottimismo” sui colloqui di cessate il fuoco.

I dati economici della settimana hanno avuto un tono poco incoraggiante. Gli ordini di beni durevoli sono scesi del 2,2% a febbraio, il primo calo in cinque mesi e molto più del calo previsto dal consenso intorno allo 0,5%. Mercoledì mattina le azioni sembravano reagire negativamente alla notizia che le vendite di nuove case di febbraio sono diminuite del 2,0%, nonostante un aumento delle scorte ai livelli più alti dal 2008, e le vendite complessive di case di febbraio, riportate venerdì, sono diminuite del 4,1%, sfidando le aspettative di circa l’1% guadagno. Al contrario, l’indicatore dell’attività manifatturiera di IHS Markit è aumentato molto più del previsto a marzo, e ha raggiunto il livello più alto da settembre 2020, mentre il suo indicatore dei servizi ha indicato la maggiore attività da luglio 2021. Nel frattempo, le richieste di sussidi di disoccupazione settimanali sono diminuite molto più del previsto, e hanno raggiunto i livelli visti l’ultima volta nel settembre 1969.

Il rendimento del titolo di riferimento del Tesoro statunitense a 10 anni è balzato di circa 35 punti base nel corso della settimana, rispecchiando un forte calo dei prezzi dei Treasury. (Prezzi e rendimenti obbligazionari si muovono in direzioni opposte), ed anche l’ampio mercato delle obbligazioni municipali esenti da tasse è stato svenduto in linea con i Treasury. La volatilità del mercato delle obbligazioni societarie investment grade si è amplificata sulla scorta delle oscillazioni dei mercati azionari e dei Treasury, e i commenti aggressivi del presidente della Fed Powell hanno fatto il resto. Tuttavia, il mercato primario ha mostrato forza, poiché le nuove emissioni sono state generalmente sottoscritte in eccesso. Anche il mercato obbligazionario high yield manifesta debolezza, ma il segmento è stato in qualche modo sostenuto dalla performance degli emittenti energetici, che rappresentano una quota relativamente ampia del mercato. Il volume delle nuove emissioni è stato estremamente leggero, ma alcune operazioni aggiuntive sembravano pronte per fare prezzo se il mercato avesse mostrato segni di stabilizzazione.

Il balzo dei rendimenti obbligazionari, infine, ha avuto un impatto minore sul mercato dei prestiti bancari, dove i pagamenti delle cedole salgono insieme ai tassi di interesse. Il contesto tecnico per i prestiti è stato sostanzialmente positivo, con afflussi sani sia ai fondi comuni di investimento che ai fondi negoziati in borsa, nonostante le aspettative degli investitori di molteplici rialzi dei tassi della Fed nel corso dell’anno.

Ucraina a parte, sui mercati pesano i dati “roventi” sull’inflazione: cosa succede adesso?

La performance dei mercati è stata modellata dalla crescita dei prezzi al consumo, che sta mettendo a dura prova il sentiment dei consumatori. La crisi Ucraina non modifica la prospettiva su ciò che mostrano i dati recenti, e su ciò che potrebbe accadere.

Mentre la crisi tra Russia e Ucraina incombe sul panorama mondiale, i fondamentali di mercato non mutano affatto, e affidano gli scenari futuri alla congiuntura economica. Infatti, l’inflazione ha accelerato la sua corsa a Gennaio, allargando le pressioni sui prezzi, ed il rendimento dei Treasury a 10 anni ha superato la soglia del 2% per la prima volta dal 2019, sotto la scia delle aspettative per un inasprimento più aggressivo da parte della Fed. E così, i settori sensibili ai tassi e i titoli growth hanno sottoperformato dopo tanto tempo, confermando un trend che vedrebbe adesso i titoli value più attrattivi.

Sebbene gli investitori si aspettassero una lettura dell’inflazione elevata, i dati di gennaio sono comunque riusciti a sorprendere al rialzo, innescando un’immediata reazione del mercato azionario ed obbligazionario. L’indice dei prezzi al consumo (CPI) è aumentato del 7,5% rispetto a un anno fa, superando la stima del 7,3% e segnando il più grande aumento dal febbraio 1982. Escludendo le componenti volatili di cibo ed energia, i prezzi sono aumentati del 6% rispetto a un anno fa e dello 0,6% da un mese prima.

L’aumento dei prezzi di cibo, elettricità, auto usate e abitazioni ha segnalato che le pressioni sui prezzi si stanno diffondendo al di là di alcuni beni che continuano a essere colpiti dalle interruzioni della catena di approvvigionamento. Inoltre, è probabile che l’accelerazione degli affitti, il peso maggiore nel paniere di spesa dei consumatori, sia supportata dall’aumento dei prezzi delle case, da un mercato del lavoro molto teso e dal tasso di affitti liberi più basso dal 1984. Con l’aumento dell’inflazione nel prezzo dei servizi, ci vorrà probabilmente più tempo di quanto le banche centrali siano disposte a tollerare prima che il tasso di crescita dei prezzi ritorni ad una soglia accettabile e adeguata a sostenere l’onda lunga del piano di espansione dell’economia.

Anche se l’inflazione probabilmente rimarrà al di sopra dell’obiettivo della Fed per qualche tempo, gli aumenti dei prezzi raggiungeranno presto il picco entro il mese di marzo e si modereranno in modo più significativo nella seconda metà dell’anno, man mano che le catene di approvvigionamento e le scorte si normalizzeranno. A gennaio, per esempio, i prezzi delle auto usate sono aumentati del 41% e quelli delle auto nuove del 12% rispetto a un anno fa, ma si tratta di un recupero delle perdite realizzate a dicembre.

Più in generale, i costi di spedizione sono diminuiti da metà novembre, e i tempi di consegna dei fornitori sono migliorati, entrambi indicando che i colli di bottiglia stanno iniziando a risolversi. Con l’attenuarsi dell’impennata della variante omicron, questa tendenza al miglioramento potrebbe ulteriormente prendere vigore, confermando che l’inflazione elevata è un problema che non verrà risolto presto, ma la sua dinamica in aumento verrà spenta non appena la Fed inizierà ad agire sui tassi in modo deciso. Forse è per questo che le aspettative di inflazione a lungo termine basate sul mercato sono rimaste relativamente stabili, anche se l’inflazione nel breve periodo sta raggiungendo i massimi da 40 anni.

In ogni caso, è evidente che i dati economici evidenziano l’urgenza per la Fed di agire, e ciò rappresenta comunque un cambiamento di linea rispetto a quella di appena 4 mesi fa, secondo la quale non sarebbe stato necessario mettere mano ad un aumento dei tassi e sarebbe stato sufficiente attendere la sistemazione spontanea delle distorsioni nelle catene di approvvigionamento. La Fed deve quindi abbandonare la sua politica monetaria estremamente accomodante e iniziare velocemente ad aumentare i tassi di interesse. Con il PIL che dovrebbe continuare a crescere a un ritmo superiore alla media quest’anno, e con il tasso di disoccupazione in calo vicino ai minimi storici, l’economia non ha decisamente più bisogno di aiuto, e sebbene gli aumenti dei tassi non aiuteranno a risolvere i problemi della catena di approvvigionamento, ed anzi aumenteranno il costo dei prestiti – vero asse portante dei consumatori, soprattutto di quelli americani – le mosse della Fed potrebbero aiutare a bilanciare domanda e offerta.

Dopo la pubblicazione dei dati sull’inflazione, il mercato obbligazionario si sta muovendo in modo un po’ irrazionale, soprattutto in USA, dove sta scontando quasi ben sette rialzi dei tassi solo quest’anno. Decisamente troppi, ma a guidare questo comportamento è la percezione che la Fed, invece di aumentare il tasso di riferimento del classico 0,25% a marzo, possa decidere di aumentarlo dello 0,5%, ossia il primo aumento di mezzo punto dal 2000. Tale sensazione è rafforzata dal presidente della Fed di St. Louis James Bullard, che ha espresso pubblicamente il suo sostegno all’aumento dei tassi dell’1% entro luglio, facendo schizzare i rendimenti dei treasuries a due anni della percentuale più grande dal 2009.

Da qui il timore di una serie di rialzi che appare invece del tutto ingiustificata. Infatti, è più logico ritenere che in risposta all’aumento repentino e sostenuto dell’inflazione – il maggiore aumento degli ultimi quattro decenni – un ritmo di inasprimento più aggressivo sia giustificato solo all’inizio, con la Fed in rialzo in ciascuno dei prossimi tre incontri (marzo, maggio, giugno) allo scopo di “chiudere la partita” con l’inflazione nel più breve tempo possibile e continuare a far crescere l’economia. Da giugno in poi, la Fed potrebbe avere un certo margine per rivalutare le cose e muoversi a un ritmo più graduale se l’inflazione, come ci si augura, si dovesse moderare.

I rendimenti globali sono in aumento anche in Europa e nel resto del mondo, dove le altre banche centrali stanno ruotando in risposta alle pressioni inflazionistiche. I rendimenti a 10 anni dell’eurozona hanno superato lo 0% per la prima volta in tre anni, e i rendimenti giapponesi sono i più alti dal 2016, avvicinandosi al limite massimo dello 0,25% della Banca del Giappone. Con la fine dell’era dei tassi negativi, il valore di mercato del debito a rendimento negativo in tutto il mondo (composto principalmente da titoli di Stato esteri) si sta riducendo rapidamente, e con le banche centrali che iniziano a normalizzare la politica monetaria gli investitori con un orizzonte temporale pluriennale potranno beneficiare di rendimenti più elevati, ma solo se mantengono un investimento adeguato rispetto ai loro obiettivi di investimento, orizzonte temporale e tolleranza al rischio. Quando le obbligazioni a breve termine matureranno, il controvalore potrà essere reinvestito in obbligazioni di nuova emissione con cedole più elevate. Così facendo, le obbligazioni potrebbero tornare a fungere da stabilizzatore di portafoglio durante i periodi di volatilità dei mercati, proprio come una volta.

Azionario Asia, ruotare i portafogli: meno tecnologia e più finanza

Secondo Marcel Zimmermann, le borse asiatiche hanno pagato l’accelerazione della Fed sui tassi d’interesse, ma le prospettive restano positive. La volatilità di questi mercati diminuirà dopo il primo rialzo dei tassi a marzo.

“Nel mese di gennaio, in tutta l’Asia soltanto Singapore, Hong Kong e Thailandia hanno avuto una performance positiva, mentre Corea del Sud, Giappone e Cina hanno fatto segnare le performance peggiori. Tuttavia le prospettive economiche dell’area restano positive, con una previsione di crescita del Pil nel 2022 pari al 5,3% secondo l’Asian Development Bank. Ma l’espansione regionale è legata alla capacità della Cina di contenere le crisi immobiliari, dato che è il più grande mercato di esportazione della regione”. È l’analisi di Marcel Zimmermann, gestore del fondo Lemanik Asian Opportunity.

Il sentiment positivo registrato nei mercati asiatici durante i primi giorni dell’anno è diventato negativo dopo la pubblicazione delle minute della riunione di dicembre della Fed, da cui è emerso un quadro ben più aggressivo di quanto gli operatori di mercato si aspettassero. La Federal Reserve ha chiaramente indicato la sua disponibilità a ridurre il sostegno politico in modo deciso. L’inflazione è ora considerata con grande preoccupazione e la piena occupazione potrebbe esacerbare ulteriormente questa tendenza.

Nel mese di gennaio, i rendimenti governativi sono aumentati in tutto il mondo, a eccezione della Cina, dove governo e banca centrale sono impegnati a contenere le ricadute della crisi immobiliare, che sta minando i prezzi e la ricchezza delle persone. Per la prima volta dalla crisi del Covid nel marzo 2020, l’indice Caixin China Manufacturing PMI è sceso sotto il livello di espansione. Mentre i dati sull’inflazione regionale sono relativamente stabili, dato che i colli di bottiglia nella logistica e nel processo di approvvigionamento industriale migliorano. A complicare il quadro, i due principali rischi geopolitici, Ucraina e Taiwan, che non si sono sgonfiati, e la ripresa dei test missilistici da parte della Corea del Nord. Nel prossimo autunno, il Congresso del Partito Nazionale Cinese dovrebbe rieleggere Xi Jinping come segretario generale e la nomina annullerebbe ufficialmente l’attuale meccanismo di successione che concentra un immenso potere su Xi. Mentre negli Stati Uniti, sempre in autunno, a novembre, si terranno le elezioni di metà mandato che decideranno il controllo di Senato e Camera.

“In questo contesto, abbiamo abbassato l’esposizione del fondo ai settori healthcare, tecnologia ed energia a favore dei titoli finanziari e industriali, da cui ci attendiamo una sovraperformance nella parte finale del ciclo economico”, spiega Zimmermann. “L’esposizione alla Cina è leggermente aumentata, ma rimane al di sotto del benchmark a causa della situazione di incertezza del Paese. Mentre è scesa sotto al benchmark anche l’allocazione paese in Corea del Sud, come conseguenza della riduzione dell’esposizione alla tecnologia. Continuiamo invece a sovrappesare il Giappone e il Sud-est asiatico. In generale, riteniamo che le valutazioni nella regione asiatica siano interessanti e ci aspettiamo una minore volatilità dei mercati azionari dopo il primo rialzo dei tassi di interesse a marzo”.

Lemanik: gestibile un rialzo dei tassi di 50 punti base in Europa

Il 2022 sarà ancora rialzista per l’azionario europeo, nonostante la maggiore volatilità. Portafogli da riposizionare sui titoli value come finanziari e materie prime.

“La Bce seguirà la Fed e aumenterà i tassi di interesse. Tuttavia un incremento di 50 punti base nel 2022, come si attende il mercato, è ampiamente gestibile attraverso rotazioni settoriali e aggiustamenti di portafoglio che consentano di cavalcare un mercato ancora decisamente rialzista nel 2022”. È l’opinione espressa da Andrea Scauri, gestore azionario Italia ed Europa di Lemanik, intervistato da Class Cnbc. 

Dopo aver tenuto una linea molto ferma fino a non più tardi di due settimane fa, con un atteggiamento molto accomodante che si leggeva nelle parole di Christine Lagarde, nella riunione del 3 febbraio la Bce ha capitolato ­– spiega Scauri – lasciando intendere un possibile rialzo dei tassi di interesse, che il mercato ha già prezzato in almeno 50 punti base nel corso del 2022. Alla base, probabilmente, c’è stata una spinta da parte dei paesi nordici ad abbandonare l’atteggiamento ultra-espansivo tenuto finora dalla Bce. In ogni caso, in un contesto di crescita come quello attuale, con le società che stanno riportando utili molto forti per il 2021, un aumento dei tassi di questa entità è assolutamente controllabile da parte del mercato azionario europeo, che può ancora contare su stimoli fiscali importanti, legati alla messa a terra del Recovery fund. Mentre, al contrario, gli Usa hanno già beneficiato degli importanti incentivi fiscali generati negli ultimi due anni.

Quindi la Bce seguirà la Fed nel ritoccare i tassi di interesse, anche se con un ritmo probabilmente meno forte: bisognerà quindi verificare se la domanda continuerà a essere sostenuta per far crescere gli utili nel 2022. “Alla luce di questa situazione”, prosegue il gestore, “abbiamo venduto tutta la componente industriale growth del nostro portafoglio azionario e ci siamo riposizionati in maniera decisa sulla componente value, che si traduce principalmente in banche, assicurazioni e materie prime, che in un mercato ancora molto volatile dovrebbero vedere una revisione dei multipli, legata alle aspettative di risalita dei tassi di interesse, sovraperformando i titoli growth”. “Ci aspetta una volatilità nettamente più alta rispetto al 2021, ma attraverso le rotazioni settoriali e gli opportuni aggiustamenti di portafoglio è possibile andare a trovare quelle opportunità che potranno beneficiare ancora di un bull market europeo nel 2022”.

Restano due elementi di criticità. Da un lato, il tema geopolitco legato alle tensioni tra Russia e Stati Uniti sull’Ucraina, che in caso di escalation colpirà soprattutto l’Europa, e, dall’altro lato, il possibile ulteriore de-rating dei titoli tecnologici, che, trattando a multipli molto elevati, sono più esposti all’irripidimento della curva dei tassi, come sta avvenendo negli Usa con il Treasury.

Mercati globali: timori sui tassi di interesse, occhi puntati sulla Fed

I timori che la Federal Reserve dovrà agire in modo aggressivo per frenare l’inflazione incombono sempre di più sul sentiment. I futures scontano la previsione di un aumento di 100 punti base nel 2022, e di 50 punti base a Marzo.

I timori sui tassi di interesse in aumento e le preoccupazioni sulla crescita hanno spinto l’indice S&P 500 al suo più grande calo in più di 14 mesi durante la settimana “corta” americana (i mercati sono stati chiusi lunedì in osservanza della festività di Martin Luther King Jr.). L’indice Nasdaq Composite, infatti, è crollato di circa il 7,5%, il più grande calo settimanale dall’inizio della pandemia. La debolezza delle azioni dei semiconduttori ha pesato sui titoli tecnologici, mentre la debolezza delle case automobilistiche e dei rivenditori di articoli per la casa ha trascinato al ribasso il settore dei beni voluttuari. Il declino dei giganti finanziari JPMorgan Chase e Goldman Sachs hanno messo a dura prova le azioni dei servizi finanziari, e il calo di oltre il 20% delle azioni Netflix – dopo il rapporto sugli utili del quarto trimestre – ha contribuito pesantemente alle perdite degli indici.

Cosa è successo nel dettaglio? Molti analisti hanno notato che gran parte della volatilità della settimana sembrava essere dovuta a fattori tecnici. I forti flussi in entrata e in uscita dagli ETF (Exchange-Traded Fund) incentrati su indici hanno indicato che molti investitori negoziavano le azioni come una classe di attività complessiva, invece di basarsi sui rapporti sugli utili della settimana o su altri fondamentali. E così, il Nasdaq ha superato la sua media mobile a 200 giorni per la prima volta da aprile 2020, e i ribassi hanno lasciato il Nasdaq in territorio di correzione, in calo di oltre il 10% dai massimi di metà novembre. Nel frattempo, i timori che la Federal Reserve dovrà agire in modo aggressivo per frenare l’inflazione incombono sempre di più sul sentiment. I trader riportano crescenti speculazioni secondo cui la Fed annuncerà un aumento di 50 punti base (0,50%) nella sua riunione di marzo, invece degli aumenti incrementali di 25 punti base che hanno caratterizzato l’azione della Fed in anni recenti. Inoltre, secondo numerosi analisti i mercati dei futures stanno attualmente scontando quasi due terzi di possibilità che i tassi ufficiali a breve termine aumentino di almeno 100 punti base nel 2022.

Le previsioni di crescita in USA, in particolare sul mercato immobiliare, sono contrastanti. L’indice delle nuove abitazioni e i permessi edilizi a dicembre hanno sorpreso al rialzo, mentre le vendite di case esistenti sono crollate nel corso del mese. Relativamente all’occupazione, c’è stato un aumento inaspettato delle richieste di sussidi di disoccupazione in USA, e questo ha avuto un impatto maggiore sui mercati e soprattutto hanno provocato l’appiattimento della curva dei rendimenti dei treasury. Infatti, il rendimento del titolo di riferimento del Tesoro statunitense a 10 anni ha raggiunto l’1,90%, il livello più alto dalla fine del 2019, ma è sceso bruscamente sulla scia del rapporto sulle richieste di sussidi di disoccupazione più debole del previsto.

I fattori tecnici supportano il mercato delle obbligazioni societarie – Gli spread delle obbligazioni societarie investment grade si sono inizialmente ampliati in risposta ai rapporti sugli utili. Tuttavia, un movimento dei tassi ha contribuito all’aumento della domanda overnight, che ha sostenuto l’asset class dal punto di vista tecnico. Diverse banche statunitensi sono arrivate sul mercato con nuove emissioni, generalmente ben sottoscritte. Le obbligazioni ad alto rendimento sono state scambiate al ribasso a causa della debolezza delle azioni e del sell-off nel mercato dei Treasury. Tuttavia, l’area successiva all’investment grade è rimasta  stabile, con gli acquirenti che hanno mostrato un sano interesse per le nuove operazioni a breve scadenza.

Azionario troppo “tirato” e rischi da inflazione durevole? I gestori tra cauto ottimismo e prudenza

Secondo M&G Investment i prezzi dei titoli azionari sono mediamente elevati, e una inflazione più duratura e il tapering potrebbero portare volatilità. Secondo Fidelity, nel 2022 lo scenario macroeconomico resta di supporto alle asset class a rischio.

“L’azionario globale è salito davvero molto negli ultimi anni, ad un ritmo doppio rispetto alle medie storiche di lungo termine. Inoltre, le quotazioni di molti titoli sono tirate o addirittura care, e questo comporta che un eventuale elemento di discontinuità, come una inflazione più duratura oppure politiche monetarie meno accomodanti, potrebbero portare con loro quella volatilità che ormai non si vede da un anno e mezzo”. Così ha commentato Manuel Pozzi, Investment Director di M&G Investment.

“In termini di approccio all’investimento – afferma Pozzi – è molto importante innanzitutto fruire di strumenti che sfruttino l’intelligenza artificiale, che negli ultimi anni ha fatto passi da gigante e consente di adottare nuove metodologie di selezione dei titoli azionari, aiutando i gestori in carne ed ossa a superare i propri limiti e le proprie convinzioni, oppure ad analizzare un universo enorme di titoli”. “Un altro tema che stiamo guardando con molto favore – continua Pozzi – è quello di investire nelle aziende che detengono o gestiscono infrastrutture-chiave, e quindi in un contesto completamente diverso da quello della tecnologia. Infatti, il settore delle infrastrutture-chiave è caratterizzato da decenni di sotto-investimenti e regole rigide, ma oggi i piani di recovery americani ed europei (PNRR per l’UE, ndr) stanno spingendo tantissimo sulle infrastrutture, creando un contesto fiscale e regolamentare potenzialmente molto favorevole”.

“Inoltre – aggiunge Pozzi – si tratta di un settore estremamente diversificato, tra infrastrutture sociali, economiche e di nuova generazione, e se vediamo le quotazioni possiamo notare che si tratta di un area di mercato rimasta molto indietro nell’ultimo anno e mezzo a causa della pandemia e dei lockdown, che hanno avuto un impatto forte sulle infrastrutture legate ai trasporti. Oggi il rapporto prezzo/valore di libro di queste aziende è attorno a due volte, rispetto allo stesso rapporto della borsa mondiale che è pari a tre volte”. “(Possiamo aspettarci) valutazioni più normali – conclude Pozzi – a fronte di prospettive fiscali e regolamentari più favorevoli e rispetto alla capacità di offrire flussi di cassa stabili, spesso legati anche all’inflazione, con dividendi superiori”.

Secondo Pasquale Borra, Head of Distribution Italy di Fidelity International, “ci avviciniamo a grandi passi verso la fine di un 2021 per molti versi assolutamente straordinario. Per il 2022 lo scenario macroeconomico resta di supporto alle asset class a rischio. Infatti, è vero che stiamo vivendo una fase di maturazione di questo ciclo economico così concentrato, ma è altrettanto vero che possiamo aspettarci dei tassi di crescita ancora molto superiori ai trend di lungo periodo”. “La crescita – afferma Borra – è diffusa ed è trainata soprattutto dall’Asia e dalla Cina, ma vede anche un contributo molto forte da parte degli Stati Uniti, mentre l’Europa sta facendo la sua parte anche se si prenderà un po’ più di tempo prima di ritornare in termini di crescita ai livelli pre-Covid. Il sostegno delle banche centrali continuerà ad essere sostenuto, soprattutto negli Stati Uniti dove l’Amministrazione Biden è alle prese con un calo dei consensi enorme, come non si vedeva dai tempi della presidenza Carter, innescato dalla difficile gestione della crisi in Afghanistan. Pertanto, Biden ha tutte le motivazioni per avvicinarsi alle elezioni di Midterm stimolando l’economia americana e, di conseguenza, i mercati azionari. E lo fa annunciando un ulteriore stimolo fiscale che si aggiunge ai 6.000 miliardi di dollari già immessi nel sistema”.

“Relativamente alle aspettative di inflazione – aggiunge Borra – secondo noi non porteranno la Fed “dietro la curva”, poiché i target di inflazione della banca centrale americana sono passati dall’essere puntuali all’essere valutati all’interno di un ciclo di mercato, dando così maggior tempo alla Federal Reserve per diluire la fase di normalizzazione dei tassi di riferimento. E poi non va dimenticato che il prossimo stimolo fiscale promesso da Biden verrà finanziato da una maggiore tassazione, e questo farà sì che il tapering sarà più intenso e più breve del precedente ed avrà un impatto limitato per via della minore emissione di debito pubblico conseguente alla maggiore tassazione. Infine, non dimentichiamoci del megatrend dell’Asia e della Cina”.

Nessuna recessione nel 2022, ma attenzione alla spirale inflazionistica

Secondo Mario Cribari di Bluestar, il caso Evergrande avrà effetti negativi sull’immobiliare cinese ma non dovrebbe contagiare nè il sistema finanziario cinese nè quello mondiale. Attese per un doloroso periodo di reset delle aspettative in ambito valutario e obbligazionario.

“I forti aumenti dei costi energetici e i colli di bottiglia nelle forniture, così come gli effetti delle politiche di stabilizzazione cinesi, rischiano di rallentare, nel breve termine, la crescita globale. L’incognita non è da sottovalutare, ma nessuna recessione in vista: tali elementi di disturbo dovrebbero infatti ridursi nel corso dei primi mesi del 2022. Il grosso rischio, piuttosto, riguarda l’accelerazione di una spirale inflazionistica che parte dalle componenti energetiche a monte e finisce a valle in un aumento dei salari, a causa dell’evidente squilibrio tra domanda-offerta di lavoro causato, tra l’altro, dalle politiche assistenzialiste implementate negli ultimi anni”. È l’analisi di Mario Cribari, Partner e responsabile della strategia e ricerca di BlueStar Investment Managers.

Gli interventi a sostegno dell’economia durante la pandemia hanno evitato il disastro e reso la recessione del 2020 la più veloce della storia. Ma tutto ha un prezzo. Gli effetti secondari degli stimoli uniti alla de-globalizzazione, alle nuove tecnologie, alla corsa agli investimenti sostenibili ristabiliranno un punto di equilibrio dell’inflazione ben più elevato rispetto a quanto successo dal 1997 al 2019. Dall’altro lato, tuttavia, “l’elettroshock” subito dal ciclo lo renderà più vigoroso spinto da investimenti e consumi.

Le politiche fiscali e monetarie molto creative stanno per presentare il loro conto. Mentre alcune banche centrali, meno dipendenti dai ministri del Tesoro dei rispettivi paesi, possono permettersi politiche più ortodosse altre, in primo luogo la Fed e la Bce sono ormai intrappolate nel loro ruolo di prestatori di ultima istanza del debito nazionale e/o di difensori degli spread di credito di alcuni paesi periferici. Mentre la Fed ha per lo meno cominciato a parlare di tapering e qualche dubbio, non ufficiale, trapela sulla natura non transitoria dell’inflazione, per la Bce qualunque manovra di disimpegno è assolutamente tabù. L’insistenza sulla natura temporanea dell’inflazione ha l’obiettivo di mantenere ancorate le aspettative inflazionistiche di lungo termine che altrimenti rischierebbero davvero di innescare una pericolosa spirale. “È altamente probabile che le due banche centrali manterranno un atteggiamento molto lasco finché potranno, col rischio però di dover poi velocemente rincorrere senza dare tempo alle aspettative di aggiustarsi gradualmente”, sottolinea Cribari. “L’atteggiamento più ortodosso invece di altre banche centrali dovrebbe favorire la forza delle rispettive valute e la natura più solida dei propri mercati obbligazionari. La banca centrale cinese, in particolare, può ormai essere considerata la “Bundesbank” del nuovo Millennio”.

La Cina ha avuto il vantaggio di poter vedere, come in una macchina del tempo, tutti gli errori che i maggiori paesi capitalisti hanno compiuto negli ultimi 30 anni e non vuole ripeterne l’esperienza. Questo approccio può essere vincente. Il tempo della megalomania di alcune società è finito (Huarong o Evergrande) così come la penetrazione incontrollata di alcuni colossi tecnologici in ambiti non di loro stretta competenza, con effetti sociali a volte deleteri per le future generazioni. La Cina vuole fare il salto di qualità in termini di percezione della propria solidità, frenare gli eccessi e incentivare gli investimenti in settori ad alto valore aggiunto considerati strategici a livello nazionale (TikTok e videogames non lo sono di certo). Il caso Evergrande potrebbe avere effetti piuttosto negativi sull’immobiliare cinese ma non contagerà né il suo sistema finanziario né quello mondiale.

“In questo contesto generale, il nostro scenario base implica una view costruttiva sulle azioni nel medio termine ma allo stesso tempo la necessità di un doloroso periodo di reset delle aspettative in ambito valutario e obbligazionario che non potrà, a sua volta, non sortire effetti sulle azioni. Ancora peggio se il nuovo regime inflazionistico dovesse diventare più grave o avere ripercussioni economiche”, conclude Cribari (nella foto). “Un rialzo dei tassi avrà conseguenze sulle valutazioni azionarie di alcuni settori e titoli in particolare e potrebbe causare la definitiva rotazione settoriale a favore dei segmenti più ciclici/value. Nessuna bolla sui big cap tecnologici ma ci attendiamo un recupero relativo importante, in parte già realizzato, dei settori più old economy. Nei momenti di volatilità, che potranno essere ben peggiori di quelli appena sperimentati, non si avrà sollievo dalla detenzione delle solite obbligazioni statali, di certo non di quelle americane o europee. Consigliamo di privilegiare i real asset a sfavore delle obbligazioni, a eccezione di nicchie particolari o dei governativi (e corporate di qualità) cinesi o dei mercati emergenti. Le materie prime si trovano in un nuovo super-ciclo di crescita ma vanno trattate con attenzione. Il dollaro è destinato a svalutarsi ma un’alternativa di valore non è certamente l’euro”.