Febbraio 14, 2026
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la Fed taglia i tassi, la BoE attende, le commodity puntano al superciclo

La Federal Reserve avvia il ciclo di allentamento, la Banca d’Inghilterra resta ferma; domanda solida e vincoli di offerta rafforzano le prospettive a lungo termine per le materie prime.

Le previsioni degli analisti più saggi, e cioè di una decisione della Fed più cauta rispetto al mega taglio sognato da Trump, è stata pienamente rispettata, e la Federal Reserve ha ridotto il tasso di riferimento di 25 punti base (al 4,00-4,25%, il primo taglio da dicembre).

Ad oggi, la maggior parte dei funzionari prevede almeno altri due tagli entro fine 2025 e cinque tagli in totale entro la prima metà del 2026; questo dovrebbe compensare la dichiarata delusione del presidente americano per il taglio “poco coraggioso” appena effettuato. La Federal Reserve, in particolare, segnala di voler sostenere crescita e occupazione, soprattutto di fronte ai segnali di indebolimento del mercato del lavoro, restando però vigile sull’inflazione. Ma la pressione politica crescente per ulteriori tagli ai tassi rende la posizione del presidente Jerome Powell sempre più difficile. Riuscirà davvero a decidere riunione per riunione, come sostiene, o sarà costretto a cedere alle pressioni esterne?

Ma mentre la Fed avvia l’allentamento, molte banche centrali restano in attesa: nessun taglio da parte di BCE e Banca del Giappone. La Banca del Canada ha invece ridotto i tassi di 25 punti base, segnalando un’inflazione in calo e i timori legati al mercato del lavoro. Nel Regno Unito, la Banca d’Inghilterra ha mantenuto il tasso di riferimento al 4% e ridotto il ritmo del quantitative tightening, abbassando l’obiettivo di vendita di bond da 100 a 70 miliardi di sterline. Con un’inflazione ancora alta (3,8%), l’economia del Regno Unito non è ancora ritenuta “fuori pericolo”. Dopo il taglio della Fed, comunque, i titoli tech hanno trainato i listini europei, probabilmente sulla scorta della previsione di un analogo abbassamento dei tassi alla prossima riunione della Bce.

Relativamente alle materie prime e ai metalli preziosi, dopo il taglio dei tassi della Fed l’oro spot ha rallentato a causa del rafforzamento del dollaro, ma resta vicino ai massimi storici (circa 3.707 $/oncia questa settimana). Diverse banche, tra cui UBS, prevedono un rialzo fino a 3.800 $ entro fine 2025. Invece rame, terre rare e altri minerali strategici potrebbero entrare in una fase di rialzo a lungo termine. La forte domanda da veicoli elettrici, rinnovabili e infrastrutture IA/dati, unita a vincoli geologici e sottoinvestimenti, rafforza l’idea che il potenziale delle commodity sia sottovalutato. 

La vittoria di Trump rafforza dollaro e tassi di interesse

I tassi di interesse torneranno a salire, spinti dall’aumento dei dazi e dal taglio delle imposte. A livello settoriale, in portafoglio focus sul settore finanziario, industriale, chimico e beni di consumo.

di Filippo Garbarino, gestore del fondo Lemanik Global Equity Opportunities

La vittoria di Donald Trump ha due effetti principali. Il primo effetto è legato a un’aggressiva politica di aumento dei dazi, destinata a far crescere l’inflazione. Maggiore inflazione si tradurrà in tassi di interesse più alti, pressione sulle obbligazioni a medio-lunga scadenza e un dollaro più alto. Il secondo effetto è invece legato alla politica fiscale. È probabile che il partito repubblicano tagli ulteriormente le imposte, sia aziendali che personali. Ciò si tradurrà in un deficit governativo più elevato ma anche in un impulso positivo ai consumi e utili aziendali in crescita. Anche la politica fiscale pertanto dovrebbe far salire i tassi di interesse, con conseguente impatto negativo sulle obbligazioni e positivo sul dollaro.

I dati recenti evidenziano che le banche centrali hanno vinto la guerra contro l’inflazione. L’indice dei prezzi al consumo Usa si è normalizzato, da un livello massimo del 9.1% all’attuale 2.4%. Il mercato del lavoro si sta ribilanciando, con il tasso di disoccupazione Usa attualmente sopra il 4% dopo aver raggiunto un minimo del 3.4% nel 2023. Pertanto, la Federal Reserve ha iniziato il suo ciclo di riduzione dei tassi con un taglio di 50 punti base in settembre e di altri 25 a novembre. L’economia Usa rimane in fase di espansione. Tuttavia, ci sono alcuni punti deboli nell’economia globale che devono essere monitorati da vicino. I prezzi alti dei beni e dei servizi stanno mettendo pressione ai consumatori e vi è stato un periodo prolungato di contrazione degli indici del settore manifatturiero. L’economia cinese e quella tedesca sono in stagnazione. Il mercato immobiliare è ancora debole a causa degli alti tassi di interesse sui mutui.

Tali punti di debolezza hanno contribuito al processo di normalizzazione dell’inflazione. La Federal Reserve sembra intenzionata a continuare ridurre i tassi nel caso in cui il quadro occupazionale si deteriori o l’inflazione scenda più del previsto. Pertanto, continuiamo a ritenere che lo scenario macroeconomico per i mercati azionari sia relativamente favorevole. L’S&P 500 quota a un multiplo di 23x gli utili del prossimo anno e l’S&P 500 Equalweight è più economico, approssimativamente a 18x. Tali livelli di valutazione non sono economici. Tuttavia, riteniamo che utili societari in crescita porteranno ad un rialzo moderato delle azioni durante i prossimi 12 mesi. A livello settoriale, il portafoglio non ha banche e petroliferi, settori considerati troppo rischiosi. Il portafoglio è sovrappeso sul settore finanziario, industriale, chimico e beni di consumo. I tecnologici sono sottopesati e non vi è esposizione sul settore hardware.

Mercati, ottimismo per i tassi d’interesse vicini al picco

Secondo Filippo Garbarino, il recente rialzo dei tassi è stato causato da una combinazione di fattori. La tendenza disinflazionistica è in corso e c’è un’alta possibilità che i tassi siano vicini a un picco.

“I tassi di interesse sono vicini al picco e questo crea un contesto positivo per le azioni e le obbligazioni. A livello settoriale in portafoglio non abbiamo banche e petroliferi, settori considerati troppo rischiosi. Il portafoglio è sovrappeso sul settore finanziario, industriale e chimico. Il settore sanità è leggermente sovrappesato mentre i tecnologici sono leggermente sottopesati, con nessuna esposizione sul settore hardware”. Sono le indicazioni di Filippo Garbarino, gestore del fondo Lemanik Global Equity Opportunities

Il tasso del bond governativo decennale Usa è aumentato di altri 30bps in ottobre. Tassi più alti aumentano il costo del capitale per le aziende, diminuendone il loro fair value. Un contesto con tassi di interesse in aumento implica quindi multipli più bassi per i mercati azionari. Il rialzo dei tassi di interesse ha quattro cause principali, in ordine di importanza:
1) Inflazione persistente, non ancora tornata ai suoi livelli target. Nella zona Euro, l’ultima rilevazione è del 2.9% mentre negli Stati Uniti è appena sotto al 4%. Il livello target di Bce e Federal Reserve è del 2%. I dati recenti dimostrano quindi che è stato fatto molto progresso, ma la battaglia contro l’inflazione non è stata ancora vinta definitivamente.
2) Resilienza dell’economia Usa (Pil, occupazione e vendite al dettaglio), che probabilmente costringerà la Federal Reserve a mantenere tassi alti ancora a lungo. L’economia Usa infatti non sembra aver risentito della politica restrittiva della Federal Reserve. Il Pil nel terzo trimestre è salito del 4,9% e negli ultimi mesi la creazione media mensile di posti di lavoro si è attestata intorno alle 200.000 unità. Anche la spesa dei consumatori rimane elevata, come hanno dimostrato i recenti risultati trimestrali di Visa e Mastercard. L’economia resiliente non sta aiutando il tentativo della Federal Reserve di calmierare i prezzi.
3) Aspettative di elevati deficit fiscali Usa, che dovranno essere finanziati da emissioni di nuovo debito. I sottoscrittori del nuovo debito dovranno essere ricompensati con tassi più alti, anche in considerazione dell’impennata del rapporto debito/Pil Usa registrata dopo il Covid.
4) Prezzo del petrolio in aumento, che potrebbe generare ulteriore inflazione. Il petrolio infatti rappresenta uno dei principali costi di input per le aziende industriali. Se aumentano i costi di produzione, le aziende li ribalteranno, almeno in parte, sui loro clienti.

“Nel breve periodo (6-12 mesi), la direzione dei mercati azionari sarà determinata principalmente dalla traiettoria dell’inflazione e dei tassi di interesse“, conclude Garbarino. “In generale, i tassi di interesse di mercato raggiungono livelli massimi in concomitanza con l’ultimo aumento della Federal Reserve. Poiché la tendenza disinflazionistica è in corso, con l’inflazione non lontana dal target del 2%, c’è un’alta possibilità che i tassi di interesse siano vicini a un picco. Tali fattori creano un contesto positivo per le azioni e per le obbligazioni“.

Previsioni sul mercato azionario USA per i prossimi cinque mesi: segnali di cautela

Dopo il forte rimbalzo del secondo trimestre, le azioni stanno ritracciando, ed anche un solo aumento dei tassi potrebbe portare ad una recessione e ad una brusca correzione.

Dopo una corsa più che soddisfacente (ma irregolare) delle azioni da gennaio fino alla metà di luglio, le previsioni sul mercato azionario per i prossimi cinque mesi rimangono leggermente rialziste, al netto del ritracciamento in corso. I grandi guadagni nei titoli tecnologici – dal cloud computing al gigante dell’IA generativa Microsoft (MSFT), da Oracle (ORCL) a Palantir Technologies (PLTR) – hanno entusiasmato gli investitori, e a giudicare dalle performance degli ultimi mesi sembra davvero che gli “spiriti animali” del mercato azionario siano tornati.  Ma non è tutto oro  quel che luccica.

Oltre ai principali titoli tecnologici, forti mosse da parte di aziende in crescita dei consumatori, come Amphastar Pharmaceuticals (AMPH), l’innovatore dei trasporti Uber (UBER) e il marketer di cosmetici a media capitalizzazione ELF Beauty (ELF) hanno ha aggiunto la leadership di qualità al mercato. Le azioni di Amphastar, tuttavia, sono state scosse da una volatilità folle verificatasi all’interno del segmento di appartenenza. Nella settimana terminata l’11 agosto, infatti, la biotecnologia small cap è passata da un guadagno del 7,7% a una perdita del 12,9%, replicando la debacle dello scorso Aprile (- 18%). Nel frattempo, le prospettive ottimistiche per le azioni statunitensi potrebbero peggiorare rapidamente se le aspettative degli investitori per gli utili societari, i tassi di interesse e la stabilità del settore bancario dovessero rivelarsi peggiori delle previsioni.

Il 26 luglio scorso, la Federal Reserve ha posto fine alla breve pausa nella sua campagna di inasprimento monetario con un aumento di un quarto di punto del tasso sui federal funds. La mossa ha innalzato la fascia obiettivo dei prestiti overnight alle grandi banche al 5,25%-5,5%, il livello più alto dal marzo 2001. La prossima conferenza della Federal Reserve sui tassi di interesse si svolgerà il 19-20 settembre, e c’è tutto il tempo affinchè fatti nuovi – es. una escalation della guerra Ucraina-Russia – possano raffreddare ulteriormente l’umore degli investitori; i quali, peraltro, mostrano chiaramente preoccupazione per la deflazione e l’aumento vertiginoso della disoccupazione tra i giovani adulti in Cina, la seconda economia mondiale.

L’inflazione e i tassi di interesse, comunque, incombono sulle prospettive. CME FedWatch calcola una probabilità molto bassa (11,5%) che la Fed alzerà il tasso sui federal funds di un altro quarto di punto fino a un intervallo compreso tra 5,5% e 5,75% alla riunione del prossimo 20 settembre, ma la probabilità aumenta al 31,7% per la riunione del 1 novembre e al 29% per quella del 13 dicembre. Inoltre, un rapporto sull’occupazione negli Stati Uniti di giugno ha indicato che il mercato del lavoro è ancora piuttosto teso (disoccupazione al 3,5%), ma i recenti dati sui prezzi al consumo hanno attenuato la preoccupazione che la banca centrale degli Stati Uniti continui ad aumentare bruscamente i tassi durante la seconda metà del 2023.

Ad aumentare i dubbi sul picco di rialzo dei tassi, ad agosto il governo ha annunciato che il PIL degli Stati Uniti è aumentato del 2,4% (tasso annualizzato superiore alle attese), sulla base della prima lettura dei dati economici; questo dato sta contribuendo non poco ad alimentare i timori per un nuovo rialzo dei tassi. Nel frattempo, in Europa, i nuovi dati sull’inflazione nel Regno Unito hanno mostrato un aumento dell’8,7% su base annua, superiore alle attese, e queste cifre lasciano intendere che la stretta monetaria in tutto il mondo potrebbe continuare. Questo insieme di segnali deprime le previsioni per il mercato azionario, tanto più che lo S&P 500 scambia a 20 volte la stima degli utili di consenso per il 2023 e a 18 volte la previsione degli utili per il 2024.

Confrontando il rendimento degli utili per le società a grande capitalizzazione – gli utili attesi divisi per il prezzo S&P 500, moltiplicato per 100 – con i rendimenti attesi per il mercato obbligazionario, otteniamo dati confortanti, poiché il rendimento da utili previsto per l’S&P 500 è del 5% per tutto il 2023, superiore (ma non troppo) al rendimento privo di rischio generalmente accettato del 3,76% per i buoni del Tesoro USA a 10 anni. Peraltro, gli analisti prevedono gli utili in aumento dello 0,8% nel terzo trimestre su base annua, per poi accelerare fino a un aumento dell’8,2% nel quarto trimestre, portando il rapporto medio prezzo-utili per l’S&P 500 a 18,5 volte superiore agli utili di 12 mesi (appena sotto la media quinquennale di 18,6). Nel dettaglio, 11 settori di S&P probabilmente registreranno una crescita degli utili anno su anno e cinque di questi nove settori potrebbero registrare guadagni a due cifre, e più precisamente: i servizi di comunicazione (36,3%), i servizi di pubblica utilità (26,2%), i beni di consumo voluttuari (21,3%), la tecnologia dell’informazione (12,4%) e i finanziari (11,2%).

In conclusione, in questo momento le azioni, dopo aver registrato un forte rimbalzo sulla base delle prove che l’inflazione sta scendendo, stanno ritracciando ma non correggendo, sulla scorta delle opinioni di alcuni strateghi di mercato, secondo i quali anche solo una mossa in più da parte della Fed per aumentare il costo dei prestiti per le maggiori banche della nazione potrebbe portare a una contrazione economica e a una brusca fine della corsa alle azioni. Alcuni membri della Fed, infatti, sembrano non essere disposti a fermare la fase di rialzo dei tassi fino a quando il mercato del lavoro, finora più che resiliente, non si indebolirà sensibilmente, ma questo si potrebbe tradurre in una recessione. Di conseguenza, le circostanze invitano ad una maggiore cautela relativamente alle previsioni del mercato azionario per i prossimi cinque mesi.

Lo scenario più probabile per il 2023 è un “soft landing” economico

Secondo Filippo Garbarino (Lemanik), la riapertura della Cina e la discesa dei prezzi dell’energia rendono l’economia globale più resiliente. Il contesto per i mercati azionari è favorevole per l’anno in corso.

“Malgrado ci siano attualmente alcuni segnali di un rallentamento economico, l’economia globale appare piuttosto resiliente, aiutata dalla riapertura della Cina e dalla discesa dei prezzi dell’energia. Crediamo che un “soft landing” economico sia diventato lo scenario più probabile. Se questo fosse il caso, riteniamo che il contesto per i mercati azionari rimanga moderatamente favorevole per il 2023”. È l’analisi di Filippo Garbarino, gestore del fondo Lemanik Global Equity Opportunities.

Nel mese di Gennaio 2023 i mercati azionari globali hanno riportato un forte rimbalzo. L’indice MSCI World in euro è aumentato del 5.5%. Il rimbalzo dell’indice è stato trainato principalmente da tre fattori: ulteriore evidenza di un miglioramento dello scenario inflazionistico; riapertura della Cina dopo l’abbandono della politica Zero Covid; significativa correzione del prezzo del gas naturale, che aiuterà l’economia europea. Il dollaro ha continuato la sua correzione, causata dall’aspettativa che la Federal Reserve rallenterà presto il ritmo dei rialzi dei tassi di interesse. Negli ultimi sei mesi, le dinamiche di mercato sono radicalmente cambiate. Sei mesi fa, l’inflazione stava salendo e la Federal Reserve stava aumentando i tassi di 75 bps a ogni riunione. Oggi l’inflazione sta scendendo e la Federal Reserve sta aumentando i tassi di 25 bps a ogni riunione.

La stabilizzazione dell’inflazione e dei tassi di interesse ha riacceso l’ottimismo degli investitori. Alcuni di essi si aspettano una recessione a metà 2023, innescata dal forte aumento dei tassi di interesse del 2022. Tuttavia, la maggior parte dell’inasprimento delle Financial Conditions è avvenuta entro il maggio del 2022. Se assumiamo 6-9 mesi di ritardo tra l’inasprimento delle Financial Conditions e il suo impatto sulla crescita economica, la recessione avrebbe già dovuto avvenire o dovrebbe essere in corso in questo momento. “Nel contesto attuale, in portafoglio a livello settoriale non abbiamo banche e petroliferi, settori considerati troppo rischiosi. Il portafoglio è sovrappeso sul settore consumi discrezionali, industriale e chimico. I tecnologici sono leggermente sottopesati”, conclude Garbarino (nella foto). “Abbiamo inserito una nuova posizione in Waste Connections, azienda statunitense leader nello smaltimento rifiuti. La nuova posizione è stata acquistata limando diverse posizioni esistenti incluse Sherwin Williams, Union Pacific, Cintas, Amazon ed Estee Lauder”.

Lemanik: equity più attraente nei prossimi tre mesi

Secondo Filippo Garbarino, l’inflazione è rallentata grazie al prezzo delle commodity e dei trasporti in discesa, al rallentamento del mercato immobiliare e al miglioramento delle filiere di approvvigionamento.

“L’attuale market sentiment è ancora di pessimismo estremo, ma ragionando tre mesi avanti riteniamo che la futura narrazione prevalente sui mercati potrebbe essere che il picco dell’inflazione è stato superato, le banche centrali alzeranno ancora i tassi di interesse ma meno aggressivamente rispetto a prima (la Federal Reserve potrebbe passare da aumenti di 75 bps a 25 bps) e l’economia globale si dimostri resiliente, così come gli utili societari. Questo cambio di narrazione può favorire l’equity”. È l’analisi di Filippo Garbarino, gestore del fondo Lemanik Global Equity Opportunities.

I mercati azionari globali hanno rimbalzato a ottobre dopo aver riportato una perdita significativa a settembre. L’indice MSCI World è aumentato del 6.1% in euro. Il rimbalzo è stato guidato dalle aspettative che le banche centrali globali possano segnalare a breve un rallentamento degli aumenti dei tassi di interesse. La stagione degli utili è stata difficile per le aziende tecnologiche. Un tema comune sono stati ricavi resilienti ma costi operativi e investimenti tecnici in aumento. Questi trend dovrebbero migliorare in quanto la maggior parte delle aziende tecnologiche ha annunciato piani di taglio costi e di riduzione degli investimenti che ci si aspetta migliorino utili e cash flow.

Il market sentiment è pessimista pervia dell’alta inflazione, dei tassi di interesse in aumento, delle tensioni geopolitiche e dei lockdown in Cina, tutti elementi che hanno frenato l’umore degli investitori. Senza dubbio, il motore principale del mercato nel 2022 è stata l’inflazione e il suo impatto sui tassi di interesse. Un sostenuto rally dei mercati richiederebbe quindi un miglioramento dei dati sull’inflazione o un segnale chiaro dalla Federal Reserve che la fase più acuta della stretta monetaria abbia raggiunto il suo picco.

La narrazione oggi sui mercati è la seguente: le banche centrali sono in ritardo e dovranno aumentare ancora di molto i tassi per contenere l’inflazione; tale aumento dei tassi di interesse causerà necessariamente una recessione globale; la recessione frenerà gli utili societari; i mercati correggeranno ulteriormente. Pur comprendendo le preoccupazioni del mercato, ci sono segnali importanti che l’inflazione possa iniziare a raffreddarsi, tra cui il prezzo delle commodity in discesa, i costi dei trasporti più bassi, il rallentamento del mercato immobiliare e il miglioramento delle filiere di approvvigionamento.

Ragionando tre mesi avanti, riteniamo che questa narrazione possa cambiare in direzione di un superamento del picco dell’inflazione, di un atteggiamento meno aggressivo delle banche centrali sui tassi di interesse (la Federal Reserve potrebbe passare da aumenti di 75 bps a 25 bps) e di una maggiore resilienza dell’economia globale e degli utili societari. “La transizione dalla narrazione attuale a quella ipotizzata futura dovrebbe supportare i mercati azionari”, conclude Garbarino. “Inoltre, il rapporto prezzo/utili dell’S&P500 è più basso di circa il 25% rispetto ai livelli di inizio anno. Tale contrazione del multiplo indica che i mercati hanno già scontato tante cattive notizie. Anche se è molto difficile individuare i bottom del mercato, riteniamo abbia senso per gli investitori di medio lungo periodo accumulare azioni ai prezzi correnti”.

Le azioni europee in ribasso. Pesano le attese sull’aumento dei tassi e la paura di una recessione

L’ottimismo generato dall’allentamento delle restrizioni in Cina è stato rapidamente annullato dai dati che indicano che le economie potrebbero andare verso la recessione.

Venerdì le azioni europee sono scese, spazzando via i guadagni precedenti, dopo che i dati sull’occupazione negli Stati Uniti hanno supportato la tesi dell’inasprimento aggressivo della politica della Federal Reserve. Di conseguenza, gli investitori hanno alzato il tiro delle scommesse sui rialzi dei tassi della BCE dopo la pubblicazione dei dati sull’inflazione della scorsa settimana.

L’indice paneuropeo STOXX 600 ha concluso una settimana tumultuosa in calo dello 0,9%, con volumi che contenuti a causa delle festività in Gran Bretagna e Cina. Il settore della tecnologia dell’informazione, sensibile ai tassi, ha portato perdite consistenti sullo STOXX 600, mentre il settore automobilistico è sceso dell’1,6%. In particolare, il francese Faurecia (fornitore di componenti per auto) ha perso il 6,8%, ed ha dichiarato di aver lanciato un aumento di capitale di 705 milioni di euro (758 milioni di dollari) per finanziare l’acquisizione della rivale tedesca Hella. Questi risultati sembrerebbero confermare che gli investitori abbiano aumentato le loro scommesse sugli aumenti dei tassi di interesse della BCE per quest’anno, prezzando un aumento più ampio di 50 punti base in almeno una delle riunioni politiche della banca entro il prossimo ottobre, come naturale portato dell’inflazione record nella zona euro.

“In considerazione della drammatica tendenza dell’inflazione e del fatto che la BCE è così chiaramente ‘dietro la curva’, rispetto alla Fed, il linguaggio della BCE dovrebbe tendere a diventare più aggressivo”, scrivono gli analisti di Commerzbank in una nota. Infatti, i dati di venerdì hanno mostrato che i datori di lavoro statunitensi hanno assunto più lavoratori del previsto a maggio, e hanno mantenuto un ritmo abbastanza sostenuto di aumenti salariali. Si tratta di segnali di forza del mercato del lavoro, che manterranno la Federal Reserve su un percorso di aggressività della politica monetaria, e ciò fa temere che in Europa la BCE seguirà l’esempio, sebbene lo “stile” europeo di manovra dei tassi di interesse non sia mai stato così aggressivo al pari di quello americano.

Il risultato negativo dei mercati azionari europei ha sorpreso molto quanti speravano, ad inizio della scorsa settimana, un maggiore entusiasmo dopo che la Cina ha allentato alcune restrizioni legate al COVID-19 e ha rivelato l’intenzione di usare ulteriori stimoli, ma l’ottimismo è stato rapidamente annullato dai dati che indicavano che le economie potrebbero andare verso la recessione. In Francia, per esempio, secondo un’indagine, la crescita dell’attività nel settore dei servizi dominante del paese è diminuita a maggio rispetto ad aprile, ed anche il settore dei servizi tedesco ha mostrato segnali di rallentamento della crescita.

Il divieto parziale da parte dell’Unione Europea alle importazioni di petrolio dalla Russia, in rappresaglia all’invasione dell’Ucraina, ha anche alimentato i timori di un ulteriore aumento dell’inflazione. “Un’eventuale recessione non si verificherà quest’anno, ma molto probabilmente nel 2023. Detto questo, ci aspettiamo che il mercato sconti in modo più appropriato un minore slancio dell’economia“, hanno affermato gli strateghi azionari di Generali Investments. Nonostante queste dichiarazioni di importanti analisti – che sono generalmente caute riguardo una eventualità di recessione –  i titoli continuano a subire una scarsa propensione al rischio, con eccezione di alcuni player che beneficiano degli effetti del conflitto armato. Per esempio, l’italiano Leonardo è salito del 2,0% dopo che la tedesca Rheinmetall ha fatto un’offerta per una partecipazione di minoranza nella sua unità di produzione di cannoni OTO Melara, fissando un valore di 190-210 milioni di euro come prezzo indicativo per la partecipazione del 49% nel produttore di armi italiano.

Eppure, nella zona euro la crescita del business è stata robusta a maggio, ma rischia di essere vanificata a causa dell’aumento del costo della vita, delle interruzioni della catena di approvvigionamento e dell’incertezza sull’invasione russa dell’Ucraina. L’indice composito finale dei responsabili degli acquisti (PMI) di S&P Global, considerato un buon indicatore della salute economica, è sceso a 54,8 a maggio dal 55,8 di aprile, poco meno di una stima preliminare di 54,9. Qualsiasi valore superiore a 50 indica comunque una crescita. La forte domanda di servizi ha contribuito a sostenere un ritmo sostenuto di crescita economica; tuttavia, i rischi sembrano essere orientati al ribasso per i prossimi mesi. Il settore manifatturiero rimane limitato in modo preoccupante dalla carenza di offerta, e sia le imprese che le famiglie rimangono afflitte dall’aumento dei costi.

Ci sono segnali che la spinta all’economia determinata dalla maggiore domanda di servizi post restrizioni stia iniziando a svanire, per cui le aziende hanno ridimensionato le loro aspettative di crescita per il prossimo anno, preoccupate per la carenza di offerta, l’aumento del costo della vita e l’inasprimento delle condizioni monetarie. Di conseguenza, l’indice composito della produzione futura è sceso a 59,9 da 60,5, uno dei livelli più bassi dall’inizio della pandemia.

La paura di una recessione scatena i catastrofisti. Nel frattempo, Warren Buffett…

Le maggiori banche di investimento tagliano le previsioni e vedono lo scenario peggiore per il mercato azionario, con lo S&P 500 a quota 3.000 in caso di recessione. Warren Buffett fa shopping.

Tra i crescenti timori di recessione, le principali società di Wall Street ora avvertono che il sell-off del mercato in corso, che ha generato sette settimane consecutive di perdite, potrebbe ancora peggiorare, con le azioni destinate a precipitare di un altro 20% circa se l’economia si dovesse dirigere verso una fase di recessione concreta. Anche in una simile evenienza – c’è da esserne certi – i banchieri centrali parleranno di “recessione temporanea e di breve durata”, così come fecero in occasione della prima comparsa dell’inflazione. Sappiamo tutti com’è andata a finire.

I timori di una recessione, pertanto, sono aumentati questa settimana, dopo che le notizie provenienti dai principali produttori e distributori mondiali hanno avvertito delle pressioni inflazionistiche che intaccano i profitti trimestrali, e soprattutto dopo che la Federal Reserve ha promesso che “non esiterà” a continuare ad aumentare i tassi di interesse fino a quando i prezzi in aumento non torneranno a scendere. Su questa scia, ogni stormir di fronde diventa una ulteriore fonte di pessimismo, e le previsioni che ne conseguono non possono che essere dettate dallo stesso spirito negativo. E così, alcune tra le più importanti banche di investimento si sono affrettati a diffondere il proprio “worst case”, ossia lo scenario peggiore che potrebbe derivare dalla combinazione di fattori in essere. La più “nera” tra queste previsioni è che lo S&P 500 potrebbe precipitare a quota 3.000 se l’economia dovesse cadere in una recessione nel prossimo futuro. In soldoni, si tratterebbe di un ulteriore calo del 24% rispetto all’attuale livello dell’indice (circa 3.900), secondo una recente nota del capo del settore azionario e globale di Deutsche Bank negli Stati Uniti, Binky Chadha.

Impossibile non notare la profonda ampiezza tra l’attuale prezzo-obiettivo dello stesso analista riguardo lo S&P 500 (4.750, oltre il 20% in più rispetto ai livelli attuali) e la previsione di un ribasso fino a  3.000 in caso di recessione: come se il calo delle ultime sette settimane di borsa non abbia scontato nessuno scenario negativo rilevante ed equivalente.

Peraltro, Chadha prevede un “rialzo di sollievo” entro la fine dell’anno, e una successiva “svendita prolungata” generata da una “recessione che si autoavvera“. “L’inflazione si sta rivelando vischiosa, e la guida prospettica della Fed è per un ciclo di rialzo dei tassi che è storicamente terminato in recessione il più delle volte (8 su 11 o il 73% delle volte), con la Fed che riconosce e accetta questo rischio”, ha affermato recentemente Chadha. Questo scenario è giudicato plausibile anche da David Kostin, chief equity strategist statunitense di Goldman Sachs, che stima addirittura al 35% le probabilità di una flessione complessiva dello S&P500, basando la sua analisi sui dati storici di 12 recessioni dalla seconda guerra mondiale. Secondo questo modello, quindi, il mercato azionario potrebbe scendere tra l’ 11% e il 18% rispetto ai livelli attuali. Gli strateghi della Bank of America, nel frattempo, hanno avvertito di uno scenario di stagflazione – rallentamento della crescita economica e prezzi elevati – che potrebbero portare lo S&P 500 a quota 3.200, un calo di circa il 18% rispetto ai livelli attuali. Ancora più catastrofico Mark Zandi, capo economista di Moody’s Analytics, secondo il quale il recente sell-off del mercato, insieme alla prospettiva di rialzi aggressivi dei tassi da parte della Federal Reserve per combattere l’inflazione, ha certamente aumentato i timori di recessione, e aumenta le probabilità di un ribasso del 33% nei prossimi 12 mesi e del 50% entro 24 mesi.

Gli investitori dovrebbero essere cauti poiché “i rischi di recessione stanno prendendo il sopravvento” nei mercati, secondo Savita Subramanian, equity e quant strategist di Bank of America, in una nota recente. Non solo le possibilità di un ambiente di stagflazione aumentano, ma le attuali condizioni di mercato ricordano la bolla delle dot-com del 1999-2000. Gli investitori non hanno “un posto dove nascondersi, mentre l’S&P 500 si avvicina al territorio del mercato ribassista”, secondo gli analisti di Forbes.

Nel frattempo, Warren Buffett fa shopping in borsa per 51 miliardi di dollari. Il noto investitore ha sfruttato il sell-off del mercato in corso come un’opportunità per acquistare e aggiungere diverse nuove posizioni importanti in alcune aziende quotate ritenute strategiche per il suo conglomerato di investimento, Berkshire Hathaway. In particolare, Buffett ha approfittato della turbolenza del mercato in corso per entrare in otto nuove posizioni, tra cui 55 milioni di azioni di Citigroup (per un valore di circa 2,6 miliardi di dollari) e 69 milioni di azioni del colosso dei media Paramount Global (per un valore di circa 1,9 miliardi di dollari).

Pertanto, Berkshire Hathaway ora possiede una partecipazione di oltre il 10% in Paramount, rivelando anche una nuova partecipazione di 390 milioni di dollari in Ally Financial. Naturalmente, le azioni di tutte e tre le società sono aumentate dopo la notizia che Buffett aveva preso posizione: Paramount è salito del 14%, Citi del 7% e Ally di quasi il 5%. Berkshire Hathaway aveva già effettuato di recente acquisti considerevoli in due società energetiche: Chevron e Occidental Petroleum, il gigante tecnologico legacy HP e la società di videogiochi Activision Blizzard. Adesso Berkshire Hathaway possiede circa 159 milioni di azioni Chevron (per un valore di circa 27 miliardi di dollari), 143 milioni di azioni di Occidental (quasi 10 miliardi di dollari), 121 milioni di azioni di HP (oltre 4 miliardi di dollari) e 64 milioni di azioni di Activision (5 miliardi di dollari).

Berkshire, tuttavia, ha venduto tutte le sue azioni in Wells Fargo, che in precedenza era stata una delle principali holding e faceva parte del portafoglio di Buffett dal 1989. Il 91enne “Oracolo di Omaha” ha anche venduto quasi tutti i suoi 8 miliardi di dollari di partecipazione nel gigante delle telecomunicazioni Verizon.

Come investire quando i tassi di interesse aumentano?

I prezzi delle obbligazioni scendono con l’aumento dei tassi di interesse, ma ciò non significa che i bond sono da evitare in assoluto. E’ vero che i treasury sono crollati quando la Fed ha inasprito la politica monetaria, ma questa è solo metà della storia.

L’inflazione elevata e l’aumento dei costi, in particolare per la manodopera, e un’eventuale resistenza agli aumenti dei prezzi, hanno spinto la Federal Reserve ad attuare un ciclo accelerato di aumenti dei tassi di interesse a breve termine, e una riduzione dei suoi acquisti obbligazionari che ha già determinato tassi a lungo termine significativamente più alti quest’anno. Di conseguenza, quando i tassi di interesse salgono, i prezzi delle obbligazioni scendono. Ma ciò non significa che i bond sono da evitare in assoluto, e se è vero che le obbligazioni sono crollate quando la Federal Reserve ha inasprito la politica monetaria, è vero anche che questa è solo metà della storia.

In linea di principio, infatti, la qualità del credito nei paesi occidentali e nelle economie più forti è affidabile, e i default sono rari. Infatti, quasi tutti gli emittenti di obbligazioni pagano gli interessi in tempo, e detenere una parte del portafoglio in obbligazioni è un modo largamente utilizzato per ridurre il livello del rischio complessivo. Pertanto, anche per il mondo delle obbligazioni esistono delle strategie che possono mitigare il rischio anche se l’attuale ciclo dei tassi di interesse probabilmente farà scendere ancora i prezzi.

Ma cosa significa per un investitore che il valore di una obbligazione è sceso? Innanzitutto, chi detiene un’obbligazione e prevede di mantenerla fino alla scadenza, il calo del valore di mercato non cambia il fatto che si riceverà il valore nominale alla scadenza. Chi ha acquistato un’obbligazione con uno sconto (sotto la pari, in gergo, e cioè per un valore inferiore al valore nominale), otterrà un guadagno alla scadenza, e chi ha pagato uno scarto in più (sopra la pari, in gergo), riceverà un rendimento inferiore, ma in ogni caso la fluttuazione giornaliera del prezzo non influisce sul pagamento alla scadenza, poiché gli interessi continueranno ad essere percepiti fino alla scadenza del titolo. Cosa diversa è possedere un fondo obbligazionario, poiché la percezione dell’investimento cambia del tutto: non esistono cedole, non c’è una scadenza, e se si è sottoscritto un fondo a distribuzione dei proventi non si può parlare di cedole, bensì di una ripartizione periodica del montante.

Nei bond, quindi, l’interesse continua a scorrere e, man mano che le obbligazioni maturano, verranno rimborsate al valore nominale e sostituite con obbligazioni più remunerative, in termini di cedole, se nel frattempo i tassi sono aumentati. In teoria, infatti, con l’inflazione ai massimi da 40 anni potrebbe volerci molto tempo prima che la direzione al rialzo dei tassi di interesse (e il conseguente calo dei valori di mercato delle obbligazioni) si inverta, e le nuove emissioni potrebbero essere collocate con cedole più elevate. Nel frattempo, chi ha liquidità da investire oggi può avvicinarsi agli investimenti in fondi obbligazionari (o in obbligazioni individuali) con maggiore fiducia, poiché le quotazioni sono già diventate più interessanti in un’ottica di medio o lungo periodo.

In termini di portafoglio, un modello tradizionale di ripartizione è quello chiamato 60/40, con il 40% investito nel mercato obbligazionario ed il rimanente 60% in quello azionario. Questo modello elementare di asset allocation sembrava ormai antiquata durante il lungo periodo di calo dei tassi di interesse, quando le azioni hanno prodotto alcune delle migliori performance degli ultimi decenni. Oggi pare stia rientrando nelle grazie degli asset allocator più “moderni”, dopo un lungo periodo in cui lo stimolo delle banche centrali, i bassi tassi di interesse e i rendimenti molto bassi (o addirittura negativi) per le obbligazioni a lungo termine hanno spinto il denaro verso le azioni. Infatti, il rendimento medio annuo dell’indice S&P 500, per esempio, negli ultimi cinque anni è stato pari al 15,8% calcolando il reinvestimento dei dividendi, ma lo stesso indice scende al  7,3% di rendimento se lo calcoliamo a 10 anni.

Nel complesso, il recente calo dei bond rende questo il momento ideale per considerare l’aggiunta di una maggiore esposizione al mercato obbligazionario, facendo attenzione al concetto di duration. La duration media di un portafoglio obbligazionario è una misura della sua sensibilità al movimento dei tassi di interesse, tiene conto di premi o sconti al momento dell’acquisto di obbligazioni ed è espressa in un numero di anni. Maggiore è la duration, più volatile sarà il fondo obbligazionario e più tempo impiegherà un ciclo di prezzi al ribasso per invertire, poiché le obbligazioni maturano al valore nominale e vengono sostituite da obbligazioni a rendimento più elevato.

In che modo la duration influisce sulla volatilità? Una ricerca in materia di investimenti obbligazionari mostra che una buona regola pratica è posizionare il portafoglio obbligazionario – al pari di quello azionario – sempre nel lungo periodo, in modo tale che se il prezzo dei bond scende in un contesto di tassi in aumento la sostituzione delle obbligazioni in scadenza con obbligazioni dal tasso più elevato compenserà il calo. In pratica, ciò significherebbe poter rimanere investiti in obbligazioni per 10 anni e oltre, e ciò permetterebbe di diversificare con maggiore responsabilità nei fondi obbligazionari invece che nelle singole obbligazioni.