Aprile 22, 2026
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USA vs Cina e Giappone, una lotta impari. L’Europa battezza “l’Inflazione da Valore Aggiunto”

Accanto al conflitto armato tra Russia e Ucraina/NATO si combatte già da qualche anno una guerra silenziosa che fa danni anche senza l’uso delle bombe. Il suo costo è una sorta  di imposta che, come l’IVA, si scarica sui cittadini.

Arrivati al giovedì, dopo la sbornia di aspettative di inizio settimana, è utile effettuare un focus sull’Asia, ed in particolare su Giappone e Cina, le “eterne promesse” fin dai tempi di Marco Polo che periodicamente – dal punto di vista dei mercati finanziari – ci riservano improvvise gioie e repentini dolori. L’analisi assume una certa rilevanza a seconda del punto di osservazione in cui ci poniamo: profonda delusione per gli investitori occidentali – in merito ai risultati dei portafogli di investimento – inerzia mista a una certa soddisfazione per i governi e i cittadini di quei paesi così lontani ma anche così presenti nel nostro quotidiano (con i dovuti distinguo tra di loro).

In Giappone, infatti, l’indice dei prezzi al consumo (IPC) core di Tokyo è aumentato dell’1,9% su base annua ad aprile rispetto allo 0,8% di marzo. Considerato un indicatore anticipatore dell’andamento dei prezzi a livello nazionale, la lettura suggerisce una maggiore probabilità che l’IPC giapponese raggiunga l’obiettivo di inflazione del 2% della Banca del Giappone nei prossimi mesi, mentre la debolezza dello yen ha fornito sostegno agli esportatori, aumentando il valore dei loro guadagni all’estero. In pratica, la lettura dell’indice dei prezzi al consumo di Tokyo suggerisce che, a differenza di USA ed Europa – ancora lontanissime dal vedere la fine del tunnel – la BoJ potrebbe essere più vicina ai suoi obiettivi di politica monetaria, nonostante un debito pubblico vicino al 260% del PIL.

Il problema – ma per i giapponesi è sempre stato un vantaggio – è che a Tokyo storicamente non ha alcun interesse a mantenere alto l’indice dei prezzi al consumo con il segreto obiettivo di “impoverire” della stessa misura, oltre che il potere d’acquisto dei suoi cittadini, anche il valore del proprio debito pubblico. Senza voler fare necessariamente del complottismo, è quello che sta accadendo nei nostri confini, dove di fronte ad una inflazione all’8% i tassi delle banche centrali vengono artificiosamente mantenuti bassi sull’onda della bugia, spacciata da quasi un anno, secondo cui questo tasso di inflazione sarebbe un “fenomeno passeggero”, per cui va bene mantenere i tassi entro il 2.5% o giù di lì “tanto tra poco si sgonfia”, e si torna ad una pressione inflazionistica più sostenibile.

Powell lo va ripetendo da un anno, questo ritornello, e ormai chi ci crede ancora è orbo o un sempliciotto della finanza. Invece, si dovrebbe imparare proprio dai giapponesi, il cui livello del debito non è certo una sorpresa. Infatti, già nel 2010 il Giappone era diventato il primo paese a raggiungere un rapporto debito/PIL del 200%, e per finanziare nuovo debito, emette obbligazioni che vengono acquistate principalmente dalla Banca del Giappone e dai giapponesi stessi, che insieme detengono circa l’80% del proprio debito (la Banca del Giappone, da sola, possiede il 45% dello stock). Anche la BoJ, però, pare stia cominciando a cedere una certa “sovranità intellettuale” – relativamente all’inflazione – agli argomenti farlocchi degli USA, poichè recentemente ha alzato le sue prospettive per l’indice dei prezzi al consumo e, soprattutto, ha cominciato a parlare dell’impatto di un “aumento significativo dei prezzi dell’energia, ma solo come fenomeno temporaneo”. E a proposito di politiche energetiche, il primo ministro Fumio Kishida ha parlato di ridurre la dipendenza del Giappone dall’energia russa, sottolineando che il nucleare e le energie rinnovabili saranno una parte della futura politica energetica del Paese. C’è da giurare che ci riusciranno, a differenza degli ondivaghi governi occidentali, sempre incerti sul da farsi e pronti a litigare anche sull’ovvio pur di dare “un colpo al cerchio e uno alla botte” dei potenti lobbisti di turno.

In Cina, i mercati sono crollati poiché Pechino non ha mostrato alcun segno di allentamento del suo approccio di tolleranza zero al Coronavirus, consci della inefficacia dei propri vaccini e del tutto insensibili di fronte al costo economico dei blocchi che coinvolgono milioni di persone, paralizzando industrie e distribuzione. Peraltro, le dichiarazioni del governo fanno riferimento soltanto alla necessità di evitare le infezioni su larga scala e i decessi, ma non menzionano alcuna misura di conciliazione con la crescita economica e con il bisogno di ridurre al minimo i danni all’economia. Il risultato è che molti dei 25 milioni di residenti di Shanghai rimangono ancora bloccati a casa per paura delle severissime misure di contenimento – lì, se ti trovano per strada, ti arrestano e non sai quando esci – anche se la città ha iniziato ad allentare le restrizioni con il calo delle infezioni. Nel frattempo, Pechino ha annunciato test di massa e maggiori restrizioni in risposta a una crescente epidemia. Questa politica a tratti suicida ha inciso sui consumi interni: la spesa durante i cinque giorni di festa del lavoro in Cina è crollata del 43% rispetto all’anno precedente, tanto per fare un esempio. L’attività del settore dei servizi in Cina si è ridotta ad aprile al secondo tasso più ampio mai registrato, mentre l’indice PMI ufficiale è sceso per il secondo mese consecutivo poiché i blocchi hanno frenato la produzione e interrotto le catene di approvvigionamento.

Nel frattempo, le tensioni con gli Stati Uniti sono rimaste elevate, perché la Securities and Exchange Commission (SEC) ha aggiunto oltre 80 società cinesi quotate negli Stati Uniti al suo elenco di entità che rischiano il possibile delisting dalle borse statunitensi, e sebbene questo elenco di società cinesi che rischiano l’espulsione derivi da una disputa sugli standard di revisione utilizzati dalla Cina – considerate più “morbidi” rispetto alle regole di revisione degli Stati Uniti – è chiaro che il tempismo usato dalla SEC abbia degli obiettivi di politica internazionale che non sfuggono agli osservatori più attenti. E siccome i cinesi non sono meno aggressivi degli americani, il governo di Xi Jinping ha ordinato alle aziende sostenute dallo stato di sostituire entro due anni i personal computer di marca straniera con alternative nazionali, effettuando una delle mosse più aggressive di Pechino fino ad oggi per ridurre la dipendenza del Paese dalla tecnologia statunitense.

Come molti sanno, la banca centrale cinese ormai si muove come entità totalmente decorrelata dal resto del mondo, avendo dentro i suoi confini di competenza un mondo a sé. E così, i rendimenti dei titoli di stato cinesi sono diminuiti dopo che la People’s Bank of China ha dichiarato che utilizzerà strumenti politici incrementali per sostenere una crescita economica costante e stabilizzare l’occupazione e i prezzi. Esattamente il contrario di ciò che sta accadendo in USA ed Europa, alle prese con una utilissima – per i governi mediamente più indebitati – inflazione che, scaricando i suoi effetti sui cittadini, lenirà il peso degli aumenti del rapporto debito/PIL generati nel 2020 per fronteggiare la pandemia.

In pratica, in Europa è ufficialmente nata l’Inflazione da Valore Aggiunto, che al pari dell’IVA (Imposta sul Valore Aggiunto) si scarica ineluttabilmente, di passaggio in passaggio, sul “consumatore finale”, ossia i cittadini europei, che di fatto stanno finanziando di tasca propria i guasti della c.d. finanza delle catastrofi sopportando la perdita del potere d’acquisto di redditi e risparmi.

I consulenti finanziari al tempo di guerra: chi possiede Excalibur?

Le crisi profonde dei mercati degli ultimi 20 hanno sempre confermato che l’asset allocation strategica massimizza il ritorno nel lungo termine per il cliente. Chi asseconda le sue ansie, lo porta a sbagliare.

Di Maurizio Nicosia*

Chi lavora da una trentina d’anni nel settore della Consulenza Finanziaria ne ha viste davvero tante. Fino al 2019 guerre, attentati terroristici, crisi economiche da brividi, mercati impazziti e persino i tassi di interesse negativi hanno disturbato il sonno di chi, il giorno successivo, ha dovuto tranquillizzare i clienti e dare loro i giusti messaggi di serenità e fiducia nel futuro.

Nel 2020, poi, è arrivata la pandemia, e si pensava che a questa “chicca” mancante dal nostro elenco di disgrazie planetarie sarebbe seguito un periodo comunque complicato ma dettato da una certa unità di intenti (sconfiggere il nemico di tutte le popolazioni, senza distinzione di classi o etnie), sotto la cui coperta il mondo si era protetto fino a qualche settimana fa. Niente di più sbagliato; e siccome al peggio non c’è mai fine, le braci ancora accese del dissidio tra potenze mondiali, che covavano sotto quella stessa coperta dal 2014, hanno incendiato il clima di ricostruzione economica mondiale, facendolo precipitare nell’abisso di  una guerra che in Europa conoscevamo solo dai racconti di genitori e nonni.

E così, la possibilità di un rapido evolversi di questo conflitto ha lasciato rapidamente il posto allo spettro di uno scontro duraturo – con il probabile seguito di governi in esilio e rapporti internazionali deteriorati – e la “Finanza delle Catastrofi”, nata con la pandemia, è stata sostituita dalla “Finanza di guerra” senza nemmeno un giorno di tregua. Inutile dire che noi consulenti finanziari, tanto per cambiare, ci siamo dentro fino al collo, e non abbiamo sparato un solo colpo.

Venerdì mattina, per esempio, sono le 8,30 e squilla il telefono. E’ Giovanni , prima cliente venticinquennale e poi amico. Mi chiama per avere conforto, chiede di spiegargli quale sia la logica dell’allocazione dei suoi risparmi, del perché debba affrontare questo impatto emotivo così forte e, soprattutto, quando finirà? In pratica, mi ha scambiato per Mago Merlino, ma non posso fargliene una colpa: il cliente si sente come Re Artù sotto attacco del nemico e io devo essere presente ricordandogli che, alla fine, lui possiede Excalibur, ossia il Tempo, che in Finanza tutto sconfigge. In ogni caso, sono risposte difficili da dare, e far prevalere la parte corticale-razionale del mio cervello non è facile. Devo riportare Giovanni a guardare al domani, alla tendenza al progresso ed al miglioramento verso cui il genere umano e i mercati finanziari tendono da millenni nella Storia.

Del resto, chi può farlo meglio di me e di lui? Io conosco bene quali sono i progetti del mio cliente, l’ho seguito e l’ho visto mentre realizzava i suoi sogni: la famiglia, gli studi dei figli, la sua piena realizzazione professionale, il casale a Ragusa. Oggi i suoi risparmi hanno cambiato obiettivo: sono destinati ai suoi nipoti, e servono per assicurare un benessere futuro alla sua famiglia, e questo, ancora una volta, non verrà messo in discussione dalla guerra di Putin né da una eventuale escalation, poiché il tempo ci permetterà di crescere ancora.

Gli eventi degli ultimi anni hanno rivelato a tutti i consulenti finanziari come sia cambiato profondamente il proprio ruolo. Negli anni ottanta e novanta del secolo scorso non era importante conoscere a fondo i clienti e le loro esigenze, e bastavano le tecniche di vendita professionale per compensare il gap competitivo con le banche. Tutti noi eravamo alla ricerca del “prodotto buono” e di messaggi commerciali innovativi che stupissero i clienti. Il legame tra tempo, rischio e rendimento, così come la costruzione dell’asset allocation, sono arrivati negli anni duemila, e negli anni dieci del nuovo millennio ha cominciato a prendere  forma la “consulenza olistica”, quella incentrata sul ciclo di vita del cliente e sulle sue esigenze familiari in funzione del tempo. E’ grazie a questo nuovo corso della consulenza che possiamo effettuare anche un coaching sull’emotività dei nostri clienti nei momenti di profonda  crisi.

D’altra parte, gli eventi negativi che negli ultimi 20 anni hanno colpito i mercati – dalle torri gemelle alla crisi finanziaria del 2007 alla pandemia – hanno sempre confermato che l’asset allocation strategica massimizza il ritorno nel lungo termine per il cliente. Chi asseconda le ansie del cliente e si presta a fargli ridurre il livello di rischio nel pieno corso delle crisi contribuirà consapevolmente al raggiungimento di una performance peggiore rispetto a chi non ha modificato di una virgola, in quei frangenti pieni di tensione, il proprio programma di investimento. Questo è il compito di un consulente finanziario ai tempi di guerra, e come si può vedere non c’è alcuna differenza rispetto al passato.

Viste le altissime barriere erette all’entrata della professione verso i giovani e l’età media avanzata di ognuno di noi, chiunque legga queste riflessioni sa esattamente ciò di cui sto parlando, avendo condiviso le stesse esperienze. Nel frattempo, avanziamo con fierezza verso una professionalizzazione sempre più profonda e verso una coscienza del ruolo che consente di rassicurare i clienti dalle loro pulsioni emotive in momenti difficili come questo.

La nostra mimetica è un abito grigio, ed il nostro fucile il sorriso. Abbasso la guerra.

* Area Manager di una primaria rete di consulenza finanziaria