Aprile 21, 2026
Home Posts tagged generazione Z

I soldi non fanno la felicità? Il work-life balance priorità assoluta per il benessere sul lavoro

Un cambio di rotta irreversibile per i più giovani: la ricchezza scivola in fondo alla classifica delle priorità dei lavoratori. Ecco i valori che contano davvero per gli italiani.

Negli ultimi anni le priorità dei lavoratori sono profondamente cambiate, spostando l’attenzione dalla retribuzione al benessere e all’equilibrio tra vita privata e lavoro. A confermare questo cambio di rotta è The Guardian, secondo cui il 74% dei giovani della Generazione Z mette al primo posto il work-life balance. Un trend confermato anche dall’8° Rapporto Eudaimon-Censis, che colloca a sorpresa la ricchezza tra gli ultimi valori associati benessere: essa è un priorità solo per il 9% degli italiani, 8° posto nella speciale classifica. 

Il mondo evolve e, di pari passo con esso, anche la società così come le priorità individuali: se per anni il successo professionale è stato misurato attraverso il denaro e il prestigio, oggi qualcosa sta cambiando. Il lavoro non è più solo un mezzo per accumulare ricchezza, ma un elemento centrale dell’equilibrio personale, da costruire su misura delle proprie esigenze. I lavoratori non cercano solo stipendi competitivi, ma un equilibrio tra vita professionale e privata, benessere olistico e tempo da dedicare a se stessi e ai propri affetti. Un cambiamento che riflette un nuovo sentiment non solo italiano, ma addirittura globale: il benessere sul posto di lavoro conta più della semplice retribuzione.

Secondo lo studio del The Guardian, il 74% degli appartenenti alla Generazione Z mette al primo posto un sano equilibrio tra vita privata e lavorativa, mentre solo il 68% considera la retribuzione come una priorità. Un segnale chiaro di come, nonostante l’odierna incertezza economica, il benessere personale stia progressivamente superando il peso dello stipendio nelle scelte professionali. Pertanto, mentre la ricchezza si posiziona ormai terzultima tra i valori considerati più attrattivi dai lavoratori, è il benessere fisico e mentale il fattore che raggiunge la vetta della classifica (63,3%), seguito dalla tranquillità (41,3%) e subito dopo dall’equilibrio (36,2%). La ricerca di un impiego appagante passa anche attraverso la consapevolezza di sé e il benessere psicologico, come dimostra il 30% degli intervistati.

Secondo Alberto Perfumo, CEO di Eudaimon, “non si tratta di una moda passeggera, ma di un chiaro sintomo di una ben più profonda trasformazione culturale, in cui il benessere diventa un criterio guida nelle scelte di carriera. Per le aziende, non è più un’opzione ma un impegno concreto. Il welfare aziendale, se ben progettato, è la risposta più efficace a queste nuove esigenze. Di fronte a questo scenario, le aziende devono adattarsi alle nuove esigenze dei lavoratori e ripensare il concetto stesso di welfare: non più pacchetti standardizzati, ma percorsi personalizzati, in grado di rispondere alle diverse necessità. Perché oggi, più che mai, il vero valore del lavoro non si misura solo in busta paga, ma dalla qualità della vita che è in grado di garantire”.

Ecco quali sono oggi le priorità dei lavoratori secondo l’8° Rapporto Eudaimon-Censis. Innanzitutto, per il 63% dei dipendenti la salute occupa il primo posto: in misura equivalente sia fisica, sia mentale. Il benessere psicofisico, infatti, rappresenta un valore fondamentale per coloro che desiderano adottare uno stile di vita sano. Il 42% delle persone coinvolte nell’indagine associa il benessere lavorativo alla tranquillità, intesa come un ambiente collaborativo e privo di stress, che favorirebbe una maggiore concentrazione e una gestione più serena delle sfide quotidiane, professionali e non. Il 34% delle persone, poi, sceglie l’equilibrio come emblema di benessere individuale. Quest’ultimo, visto come la capacità di bilanciare in modo armonioso gli aspetti della vita privata e lavorativa, è considerato cruciale per evitare il sovraccarico emotivo. Ancora, la cura del proprio corpo occupa un posto importante. Infatti, il 30% delle persone coinvolte nell’indagine associa il benessere al tempo dedicato a prendersi cura di sé, ovvero la capacità di ritagliare del tempo all’interno della routine per dedicarsi alla cura del proprio corpo e della propria mente.

E-book gratuito sulla protezione del patrimonio familiare.

La famiglia viene associata al benessere dal 26,5% delle persone coinvolte nell’indagine, ed è considerata una fonte fondamentale di supporto emotivo e stabilità. Il legame familiare è visto come essenziale per creare un ambiente di sicurezza e affetto, che contribuisce al benessere individuale e alla serenità generale. La sicurezza sul lavoro, invece, viene scelta dal 20% dei dipendenti, considerata da questi un elemento chiave. Questo riflette quanto sia fondamentale per le aziende garantire un ambiente lavorativo stabile e protetto, che contribuisce all’equilibrio psicofisico e alla tranquillità individuale. Per l’11% delle persone intervistate, inoltre, il benessere è legato alla consapevolezza di sé, o mindfulness. Questa pratica non solo favorisce una maggiore sicurezza nelle proprie scelte quotidiane, ma aiuta anche a gestire meglio le sfide lavorative. Essere consapevoli di sé permette di creare opportunità, intrattenere rapporti più sani e vivere ogni momento con una visione più chiara della vita.

Infine il sorprendente dato sulla ricchezza, scelta come simbolo del benessere solamente dal 9% delle persone intervistate. Questo risultato dimostra come, pur riconoscendo l’importanza della stabilità economica, la ricchezza non sia più considerata un valore centrale la qualità della vita individuale, lasciando spazio ad altri fattori legati alla sfera personale e relazionale. Per l’8% delle persone intervistate, il benessere è strettamente legato alla percezione del futuro. Avere una visione chiara e positiva del domani conferisce sicurezza, motiva ad affrontare le sfide quotidiane e permette di orientarsi verso opportunità, creando una base solida per una vita soddisfacente e realizzata. A seguire, anche il divertimento scende parecchio nella scala delle priorità, prediletto solo dal 4,5% degli intervistati. Questo evidenzia come, seppur apprezzato, il divertimento non venga percepito come un valore fondamentale per il benessere, rispetto ad altri aspetti più significativi della vita quotidiana dei lavoratori odierni.

Generazioni a confronto su consumi e ricchezza. Ecco i problemi del “dopo Baby Boomers”

L’analisi della banca N26 sulle preferenze di spesa in Europa conferma gli scenari già in atto. La graduale uscita di scena dei baby boomers potrebbe essere la fine dell’attuale ciclo di ricchezza.

Con una economia ancora saldamente in mano alla Generazione X e ai c.d. Baby Boomers, le distanze tra differenti generazioni è oggetto di grande interesse, soprattutto se prendiamo in considerazione le abitudini di spesa di Baby Boomers, Generazione X, Millennials e Generazione Z. Lo studio “Abitudini di spesa in Europa: confronto tra generazioni” della banca N26 – basato sui trasferimenti di denaro che fuoriescono dal conto bancario principale e classificati in base al tipo di fornitore dei trasferimenti – offre alcune indicazioni importanti, mettendo a confronto le diverse generazioni europee e i dati di un campione di oltre 9.000 clienti in Austria, Germania, Spagna, Francia e Italia. Lo studio, in particolare, rileva come nel 2023 diverse generazioni in diversi Paesi europei hanno gestito le proprie finanze, dalle spese per la formazione agli acquisti discrezionali, dai viaggi agli animali domestici. 

Relativamente alla spesa media per il cibo, in tutti i Paesi analizzati si osserva un aumento proporzionale all’aumentare dell’età. L’Italia emerge come leader nella spesa alimentare attraverso tutte le generazioni: i Baby Boomers spendono il 6,51% della spesa media totale in questa categoria, seguiti dalla Generazione X con il 6,20%, dai Millennials con il 5,38%, e infine dalla Generazione Z con il 4,34%. A livello europeo, la Spagna registra la spesa media più contenuta in questa categoria attraverso la maggior parte delle generazioni, sebbene tra i Baby Boomers siano gli austriaci a spendere di meno in questa categoria (5,1%).

Per quanto riguarda i viaggi, i Baby Boomers guidano la spesa in Italia con il 30,50%, seguiti dalla Generazione X con il 29,64% e dai Millennials con il 27,85%. La Generazione Z, invece, destina solo il 24,81% della propria spesa media totale ai viaggi, riflettendo possibili vincoli economici e stili di vita differenti. Anche in Europa, la spesa per i viaggi cresce all’aumentare dell’età, con l’Austria che registra la spesa più elevata per i viaggi tra i Baby Boomers (34,38%), e la Francia che mostra la spesa inferiore in questa categoria (27,2%). In generale, quella dei viaggi è la categoria in cui si spende di più in Italia e in Europa, in tutte le generazioni, ad eccezione della generazione Z francese che spende più in formazione (23,5%) che in viaggi (21,9%).

La Generazione Z  italiana, per via dei fisiologici motivi legati all’età giovane e alla necessità di seguire percorsi di studio e specializzazione, destina il 23,50% della propria spesa media totale alla formazione, seconda categoria di spesa più alta per tutte le generazioni inclusi i Baby Boomers. Questo dato supera quello della generazione dei Millennials (20,57%), mentre i Baby Boomers (15,66%) e la Generazione X (19,37%) si posizionano più distanti per via di motivi simmetricamente opposti in quanto ad età e formazione già acquisita. Tale tendenza riflette l’impegno crescente delle nuove generazioni verso l’auto-miglioramento e l’acquisizione di nuove competenze, una tendenza che si registra anche negli altri Paesi considerati dall’analisi. A livello europeo, infatti, solo i giovani spagnoli superano gli italiani in termini di spesa per la formazione (32,63% in questo ambito), seguiti quasi a pari merito dagli italiani; distanti i giovani francesi (23,48%), tedeschi (22,45%) e austriaci (23,45%).

Il capitolo dell’amore per gli animali e delle spese per la loro cura vede la Generazione Z italiana in testa nella spesa media locale, ma in Europa i più attenti sono i Baby Boomers francesi. Gli italiani mostrano un profondo affetto per gli animali domestici, con la Generazione Z che destina loro il 14,18% della propria spesa totale, il valore più alto a livello europeo per questa fascia di età. I Millennials seguono con il 13,65%, mentre i Baby Boomers e la Generazione X spendono rispettivamente il 13,35% e il 12,45%. Questo entusiasmo trasversale sottolinea l’importanza degli animali domestici nella vita quotidiana degli italiani. Inoltre, i francesi dimostrano un amore ancora più profondo per i propri animali domestici in tutte le altre fasce d’età. I Baby Boomers, la Generazione X e i Millennials francesi dedicano loro rispettivamente il 15,75%, il 14,6% e il 15,47% della spesa totale, cifre che superano quelle di tutte le altre nazioni europee.

L’analisi sulle abitudini di spesa, in realtà, fotografa solo gli effetti della produzione di ricchezza di ciascuna generazione presa in esame, poiché è proprio la ricchezza a determinare stili e abitudini di spesa. In tal senso, è utile effettuare alcune premesse; prime fra tutte il fatto che la generazione dei Baby Boomers, in Europa e nel c.d. mondo occidentale, ha raggiunto dei livelli di ricchezza mai visti prima nella storia: il loro PIL mondiale è pari al 60% del totale, la percentuale di persone che vivono in una casa di proprietà è ai massimi di sempre e le pensioni pubbliche hanno ridotto di molto la povertà che gli anziani vivevano prima del Secondo Dopoguerra. Oggi (seconda premessa) ci stiamo avvicinando al momento in cui questa ricchezza verrà trasferita per via ereditaria alla generazione successiva. Infatti, man mano che le persone appartenenti alla generazione dei Baby Boomers passeranno a miglior vita, si registrerà un enorme trasferimento di ricchezza che andrà soprattutto in mano ai Millennials, ossia la generazione dei nati tra il 1981 e il 1996. Questo passaggio porterà probabilmente a un ulteriore concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi, dato che il calo demografico degli ultimi tre decenni ha diminuito il numero di eredi e aumentato la dimensione pro capite dell’eredità.

Questo scenario influisce – e influirà sempre di più – sulle abitudini di spesa per le macro-categorie (largo consumo, immobili e autoveicoli). Già oggi, del resto, spesso si discute di come la ricchezza sia troppo concentrata nelle mani di poche persone, e in molti invocano l’adozione di mezzi redistributivi intergenerazionali, soprattutto di natura fiscale, che possano riequilibrare le disponibilità di risorse finanziarie delle classi meno abbienti rispetto a quelle più ricche. In Italia, per esempio, la ricchezza lorda pro capite di un over-65 è vicina a 300 mila euro (immobili compresi), mentre quella di un giovane tra 25 e 34 anni è poco più della metà; questa sperequazione così forte è il sintomo più evidente della fine del “ciclo di ricchezza” iniziato con la c.d. Generazione Silenziosa (quella dei nati tra il 1928 e il 1945) e continuato fino ad oggi grazie alle conquiste dei Baby Boomers.

Mettendo in relazione i dati assoluti dei consumi di ciascuna delle generazioni con la ricchezza (PIL) prodotta da ognuna di esse, la spesa effettuata da quelle più “nuove” (Generazione Y-millennial, Generazione Z e Alpha) ha un valore marginale più elevato rispetto a quella degli “X-ers” (nati tra il 1965 e 1980) e i “boomers” (1946-1964). Infatti, le percentuali di consumi relativi a cibo, viaggi, animali domestici ed altri beni di largo consumo, rapportate alla produzione di PIL (60% Baby Boomers, 40% tutte le altre) determina una spesa proporzionalmente maggiore dei più giovani rispetto ai più anziani. Le generazioni più giovani, cioè, spendono di
più in beni o servizi di largo consumo e sempre meno, per esempio, in autoveicoli nuovi o in beni immobiliari, che presto erediteranno dai “boomers” (grandi “spenditori” in case e seconde case). Pertanto, non è difficile prevedere una certa stabilità – o una certa crescita dedicata ad alcuni settori specifici, come i viaggi e la tecnologia – per i prodotti di largo consumo e, al contrario, una contrazione sensibile per i beni immobiliari, che porterà con sè una profonda modificazione dell’offerta di case da adattare alla mutata domanda delle nuove generazioni: superfici medio-piccole, preferenza per gli immobili “green” e ampio ricorso agli affitti.  

Questa tendenza che privilegia il largo consumo rispetto al Real Estate, peraltro, è già in atto, poiché nel 2023 la percentuale degli acquirenti di case tra i 18 e i 34 anni in Italia si è assestata al 28,7%, una percentuale in calo di ben due punti e mezzo rispetto al 2022 (31,2%). Pertanto, nonostante gli under 34 siano i più attivi sul mercato per ciclo di vita, il loro trend di acquisto mostra chiarissimi segnali di rallentamento da un anno all’altro, e ciò è legato soprattutto al PIL pro capite più basso – che rivela anche redditi più bassi – oltre alle conseguenti difficoltà di accesso al credito e ai costi della vita. A tutto questo, naturalmente, vanno aggiunti i futuri problemi occupazionali generati dal successo mondiale dell’IA e dal “tasso di sostituzione lavorativa”, rispetto alle risorse umane, che essa comporta.

IA vs posti di lavoro: le rivoluzioni industriali sempre a braccetto con una lunga povertà

In molti temono che l’Intelligenza Artificiale possa cancellare la propria posizione lavorativa. Ecco i numeri su cosa potrebbe accadere davvero. Le “visioni” di Bill Gates non sono altro che un pessimo presagio.

di Alessio Cardinale

Nei secoli, la scoperta di nuove tecnologie ha determinato l’evoluzione dell’essere umano e plasmato le sue capacità di adattamento. Così è stato fin dalla Preistoria, e cioè quando il nomadismo alimentare dei Neandhertal è stato sostituito dai progressi nelle tecniche agricole dei Sapiens stanziali, e così è stato nei millenni successivi, soprattutto attraverso le diverse fasi della rivoluzione industriale che, attraverso la Rivoluzione Digitale, ci hanno portato ai giorni nostri.

C’è da dire, però, che durante queste rivoluzioni si è sempre verificata una profonda trasformazione delle condizioni economiche delle famiglie e di distribuzione delle aree popolate, dalle campagne alle città, che ha sempre determinato un aumento della povertà assoluta e, nelle primissime fasi della Rivoluzione Industriale (ultimi decenni del ‘700 e quasi tutto l’’800) condizioni disumane dei lavoratori, ancora non supportati dalle organizzazioni sindacali di categoria. Nonostante queste caratteristiche comuni in ogni fase storica dello sviluppo economico, il livello di sostituzione del lavoratore con le macchine ha sempre previsto a capo dei processi di produzione il fattore umano, dovendosi delegare alla macchina solo le funzioni per cui era stata progettata e periodicamente aggiornata. Con l’avvento della Intelligenza Artificiale, anche una buona parte della guida umana nelle scelte di funzionamento delle macchine verrà delegata …. ad un’altra macchina, e questo ha cominciato a preoccupare il mondo del lavoro.

Infatti, un report pubblicato di recente da Goldman Sachs ha stimato che l’avvento dell’Intelligenza Artificiale porterà all’eliminazione di 300 milioni di posti di lavoro nel mondo entro soli 5-7 anni. L’anno scorso, un’indagine a livello globale condotta da PwC aveva dimostrato che quasi un terzo degli intervistati era preoccupato di venire sostituito dall’IA entro 3 anni. E ancora, secondo uno studio CBNC sui lavoratori statunitensi il 24% di loro pensa che queste nuove tecnologie potrebbero far diventare il loro ruolo obsoleto, soprattutto tra i più giovani. Trasformando le percentuali in numeri assoluti, circa 1 miliardo di persone sono oggi preoccupate dall’avvento dell’Intelligenza Artificiale, e questa percentuale di “AI anxiety” coinvolge il 30% degli occupati con uno stipendio al di sotto dei 50.000 dollari annui e il 16% dei professionisti con stipendio superiore ai 150 mila dollari.

In Italia, secondo Confartigianato esiste il rischio di veder scomparire 8,4 milioni di posti di lavoro, con il 36,2% degli italiani che sarà coinvolto direttamente nell’attuale processo di automazione. In Europa, tale soglia sale fino al 43% in Germania, al 48% in Svezia, al 48,8% in Belgio e al 59,4% in Lussemburgo, con una media europea del 39,5%. Nel frattempo, con un tempismo alquanto singolare, mentre si dibatteva sui danni che l’IA causerà all’occupazione e al benessere di molte famiglie, Bill Gates lanciava le sue “visioni” sul mondo che verrà, dove “grazie” all’IA sarà possibile lavorare 3 ore al giorno perché le macchine produrranno cibo al posto degli uomini. Gates tuttavia non specifica come e in quanto tempo il sistema economico mondiale potrà adattarsi a tutto questo, senza poter evitare una “fase intermedia di assestamento” in cui i redditi saranno più bassi e insufficienti ad acquistare il cibo verrà in parte ancora prodotto e venduto ai costi attuali, la disoccupazione diventerà insostenibile, l’eccessivo livello di industrializzazione preesistente e le ridotte dimensioni del settore agricolo produrranno carestie in larghe zone del mondo e la povertà sarà ai massimi livelli.

Pertanto questa visione in cui, in un futuro prossimo – tra 50, 100 o 200 anni? Bill Gates non lo dice – gli esseri umani potrebbero non essere più costretti a impegnarsi intensamente nel lavoro quotidiano, poiché le macchine saranno in grado di produrre cibo e soddisfare molte altre esigenze, è una pessima notizia per noi “boomers” e, soprattutto, per la Generazione Z, che sbatterà in pieno il muso con questa nuova realtà economica e ci si dovrà adattare a caro prezzo. Di conseguenza, la Società Mondiale e le organizzazioni internazionali che la rappresentano (ONU, FAO, FMI etc) dovranno fare in modo che questa transizione sia la meno dolorosa possibile, e questo non potrà che avvenire rallentando il livello di disruption che l’IA porta con sé, come una valanga inarrestabile, e che potrebbe cancellare la maggior parte delle attività lavorative, così come le vediamo oggi, nel giro di soli 10 anni.

Spendere o risparmiare? Generazioni a confronto sulle abitudini di spesa

Ecco i dati di un sondaggio online sulle abitudini di risparmio degli italiani: in cosa sono più propensi a spendere e quali sono i loro obiettivi finanziari a lungo termine.

Di Sara Marazza

Sono stati recentemente pubblicati i dati di un sondaggio a cui hanno partecipato 1.000 italiani appassionati di finanza, appartenenti alle quattro generazioni principali di riferimento: Generazione Z, Millennials, Generazione X e Baby Boomers. Dai dati emerge un quadro interessante sulle abitudini di risparmio e di spesa delle diverse generazioni. La Generazione Z si distingue infatti per l’elevato tasso di risparmio e gli ambiziosi obiettivi finanziari. I Millennials mostrano invece un forte interesse per il mondo delle criptovalute, mentre la Generazione X si dimostra la più informata in merito agli investimenti. In generale, le esperienze di viaggio sono una priorità comune per tutte le generazioni, dimostrando l’importanza che viene data alle esperienze e all’arricchimento personale.

Indipendentemente dalle preferenze individuali, risparmiare denaro è un obiettivo condiviso da tutte le generazioni a confronto, che mirano a costruire un futuro finanziariamente solido e sicuro. Secondo i dati raccolti a maggio 2023, la Generazione Z si distingue per essere quella che risparmia di più, con un impressionante 91,2% che dichiara di mettere da parte denaro ogni mese. A seguire, l’88,1% dei Millennials, l’82,64% degli appartenenti alla Generazione X e il 68,75% dei Babyboomers. il 42,1% delle persone, a prescindere dalla generazione di riferimento, ha un obiettivo di risparmio. L’obiettivo medio di risparmio è di circa 322,82 euro mensili: la Generazione Z ha un obiettivo di risparmio più alto della media, pari a 455,73 euro mensili, seguita dai Millennial con 329,48 euro, la Generazione X con 358,08 euro e infine i Babyboomers con 313,00 euro.

Relativamente alle motivazioni principali che inducono a risparmiare denaro, le risposte risultano omogenee in tutte le generazioni. In particolare:
– il 51,9% considera il fatto di avere un fondo economico per le emergenze come priorità principale,
– il 16,3% risparmia mensilmente per l’acquisto di una casa,
– l’11% risparmia per finanziare gli studi, che siano per se stessi o per i figli,
– il 10,9% ha come priorità il risparmio finalizzato a un fondo pensione,
– il 9,9% risparmia mensilmente per poter viaggiare.

I viaggi si rivelano essere la scelta di “investimento e crescita personale” più popolare, con il 67,8% delle persone che preferisce investire in esperienze di viaggio. Seguono le esperienze in generale (63,3%), il cibo e i ristoranti (54,3%), la cura della persona (37,2%), gli acquisti per la famiglia (27,8%), gli investimenti (15,7%) e la ristrutturazione della casa (13,3%). Inoltre, il 73,6% degli intervistati avrebbe voluto risparmiare di più di quanto ha fatto finora. Tra le generazioni, i Babyboomers sono quelli che si sentono più soddisfatti, con solo il 31,25% che avrebbe voluto risparmiare di più. Al contrario, i Millennial e la Generazione X si collocano su livelli simili, con il 66,7% e il 62,6% rispettivamente che avrebbero voluto risparmiare più denaro. La Generazione Z si posiziona a metà strada, con il 66,1% che avrebbe voluto risparmiare più di quanto fatto finora.

la Generazione X risulta essere quella maggiormente incline agli investimenti. Il 33,8% dichiara di aver investito nel mercato azionario, seguita dal 31,25% dei Babyboomers. Per quanto riguarda il mercato delle criptovalute, sono di nuovo gli appartenenti alla Generazione X a essere i più interessati, con il 28,9% che dichiara di interessarsi attivamente al mondo delle cripto. A seguire, il 27,9% dei Millennials, il 23,5% della Generazione Z e il 12,5% dei Babyboomers. Infine, la Generazione X è quella che dichiara di avere una maggiore conoscenza delle cripto (54,2%), seguita dai Millennials (54,1%), dai Babyboomers (50%) e dalla Generazione Z (49%).