Aprile 21, 2026
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Il Sud Europa in rovina nel dopo-Covid. Tocca al Nord evitare una nuova “Questione Meridionale Europea”

L’Italia, in quanto a “questioni meridionali”, ha una notevole esperienza. Con le dovute differenze, identico processo storico sta accadendo in Europa, sotto i nostri occhi, da venti anni, e senza interventi di riequilibrio il problema rischia di consolidarsi per i prossimi secoli.

La pandemia del Covid19, insieme a profonde trasformazioni nel modo di vedere il mondo e nelle modalità di relazione tra esseri umani, ha fatto emergere la fragilità di macro sistemi socio-economici che, prima dei vari lockdown, si ritenevano pressoché immutabili. Uno si questi è certamente quello dell’Unione Europea, nata sulla illusione del principio “one money, one nation” (una moneta, una nazione), grazie al quale si sarebbe dovuto produrre, nei singoli paesi aderenti, trasformazioni  tali da realizzare una progressiva armonizzazione tra le diverse realtà nazionali. Il Coronavirus, come la più classica delle onde anomale, ha distrutto in sole due settimane questo castello di sabbia, mettendo in chiaro ciò il vero principio su cui si basa oggi l’UE, quello del “one money, no nations” (una moneta, nessuna nazione). 

Passando dalle questioni di principio a quelle di realtà, tutto questo si è tradotto in una nuova “Questione Meridionale”, tra stati del Sud e stati del Nord Europa, che adesso richiede l’adozione di azioni riequilibrative. Azioni sul debito, innanzitutto, che in Italia (ma anche in Grecia e Spagna) è sempre aumentato senza produrre una crescita economica sufficiente a ripagarlo. Pertanto, non avendo prodotto alcun effetto, esso deve necessariamente essere ridotto adottando strumenti meno “dolorosi” di quelli imposti alla Grecia qualche anno fa. Un periodo di inflazione sostenuta (tra il 3 ed il 5%), per esempio, sarebbe uno dei metodi meno traumatici, perché  ridurrebbe il valore reale del debito, ma il Nord Europa impone – chissà perché – una inflazione massima del 2%, ed oggi uno scenario inflattivo è ipotizzabile solo dopo la totale eliminazione del problema-Covid.

In alternativa, al fine di escludere qualunque ipotesi di default, si potrebbe ragionare sulla ristrutturazione del debito, che però è impopolare, oppure sulla “monetizzazione del debito”, che però è impossibile per via del fatto che l’Italia non può avere, come tutti i paesi UE, una sua politica monetaria indipendente.

Da escludere anche la c.d. austerità, che aggiungerebbe solo povertà estrema in un Paese che, come il nostro, viene da un ventennio di bassa crescita economica e di diminuzione del reddito effettivo.

C’è da dire che l’Italia, in quanto a questioni meridionali, ha una notevole esperienza: quella “domestica”, che poggia le sue basi sulle modalità predatorie che hanno portato all’Unificazione, si è fatta modello economico strutturale – con conseguente flusso migratorio da Sud a Nord – e si traduce ancora oggi in un enorme divario in tutti i settori dell’Economia nazionale (dalle infrastrutture all’apparato industriale) tanto da far parlare, dopo 150 anni, di “due italie” e di una “unificazione mancata”. E’ storicamente accertato, però, come a seguito di questo processo storico il Meridione, prima fiorente ed economicamente avanzato, sia stato impoverito e privato delle sue migliori risorse, a vantaggio del Nord. Con le dovute differenze (nessuna strage di massa di “briganti” meridionali), identico processo storico sta accadendo in Europa negli ultimi venti anni. Infatti, con il loro ingresso nell’Unione Europea, i paesi del Sud (Italia, Spagna, Grecia e Portogallo) si sono impoveriti a tal punto da accentuare – anziché eliminarla – una inaccettabile “Questione Meridionale Europea” (S.E.Q., dall’inglese Southern European Question) che adesso rischia di durare nei secoli, e che gli stati del Nord non hanno alcuna intenzione di attenuare.

E come potrebbero? Ormai non si contano più le aziende nazionali passate in mano straniera, con buona pace dei nostri governi che nulla hanno fatto per impedirlo, schermandosi dietro le “leggi del mercato” che sono valide per tutti, tranne che per le poche aziende italiane che vogliono acquisire partecipazioni di controllo in quelle francesi e tedesche.                         

Paesi come la Germania, l’Olanda e l’Austria hanno potuto beneficiare del vantaggio di avere una moneta più debole rispetto a quella che oggi sarebbe stata la loro valuta nazionale, ed il loro export è cresciuto molto di più di quanto non sarebbe successo senza la moneta unica. Stessa cosa non è successa ai paesi del Sud, in ciò tradendo il principio ispiratore dell’Unione Europea, creata proprio per attenuare gli squilibri, e non per accentuarli. Questo divario di benefici andrebbe adesso ribilanciato attraverso l’adozione di strumenti redistributivi, per evitare che stati come la Germania possano dire “bye bye Unione Europea” uscendo da essa con una posizione economica ingiustamente acquisita ai danni dell’Italia o della Spagna.

La nuova S.E.Q., peraltro, è ben evidenziata dai numeri. La Germania,  per esempio, nel solo periodo 2002-2015 aveva già accumulato un surplus di ben 787 miliardi di dollari, che reinveste principalmente comprando titoli di debito estero. E’ successo con l’acquisto di titoli tossici americani, con i finanziamenti alla Grecia e alle banche spagnole, ed anche con i BTP italiani, oggetto – guarda un po’ il caso – delle attenzioni della Corte federale tedesca in relazione al Q.E.. Certamente, così facendo, la Germania si espone all’eventuale default degli stati emittenti, ma è anche vero che ciò ha un effetto dominante su di essi, una minaccia costante di agire sul loro spread vendendo titoli sul mercato (come è accaduto nel 2011, e come si è cercato di fare, a Marzo, tramite i “consigli disinteressati” di Commerzbank).

Con l’arrivo della pandemia, certi equilibri negoziali sono saltati, e questo ha permesso di poter alzare la voce nelle sedi europee. Pertanto, questo sarebbe il momento giusto per abbandonare gli sterili proclami di natura squisitamente negoziale, e tradurre in azioni concrete i principi contenuti nella lettera inviata da Giuseppe Conte alla Commissione Europea nelle scorse settimane, nella quale il Presidente del Consiglio scriveva che “……le regole europee, mentre si mostrano estremamente rigorose nel censurare politiche nazionali espansive potenzialmente suscettibili di incidere sulla dimensione del debito sovrano, non sanzionano con analogo rigore questi comportamenti (ndr, quelli tesi ad acquisire vantaggi commerciali a danno di altri), che certamente non sono meno destabilizzanti per il benessere dei cittadini europei di quanto non lo sia un elevato debito pubblico”.

In sintesi – ha detto Conte – perchè si minaccia contro l’Italia la procedura d’infrazione per il mancato contenimento del debito, e non si fa lo stesso contro la Germania per il problema del surplus?

In realtà, appare ormai evidente che l’Euro sia diventato un alibi per coprire le operazioni “corsare” di Germania, Francia e Olanda (con il suo paradiso fiscale de facto). La Germania, infatti, avendo adottato l’euro, non può più essere costretta a subire una rivalutazione della sua moneta nazionale – il che riequilibrerebbe in modo “naturale” lo squilibrio del surplus commerciale – come invece, per esempio, è accaduto ripetutamente dopo la seconda guerra mondiale nel cambio marco/dollaro USA. Con l’euro, tutto è cambiato, ed all’interno dell’area non è possibile svalutare per compensare gli squilibri commerciali tra uno Stato e l’altro. Tutto questo ha finito con il creare – quanto inaspettatamente, e quanto volutamente? – uno strumento di difesa dell’export tedesco, francese e olandese dalle “svalutazioni competitive” che periodicamente venivano messe in atto dall’Italia, la quale una volta aveva una fiorente struttura industriale con grandi capacità di adattamento alle fasi di mercato.

Vi ricorda qualcosa?

Bye bye Germania. Tedeschi vicini alla “soluzione finale” della Questione Europea?

Dopo la sentenza della sua Corte federale, la Germania potrebbe salutare tutti ed uscire dall’UE, portando con sé un ricchissimo “bottino” procacciato in venti anni di privilegi finanziari  e di guerra  commerciale condotta, in maniera disinvolta, contro i propri alleati dell’Unione. 

Di Massimo Bonaventura

La “Questione Europea”, esplosa improvvisamente con l’arrivo della pandemia, ha preso un inaspettato abbrivio la scorsa settimana, allorquando la Corte federale tedesca ha sancito, in estrema sintesi, che il diritto nazionale della Germania prevale su quello europeo, spingendosi fino a dare una sorta di ultimatum all’Unione Europea ed alla BCE, le quali avrebbero dovuto spiegare, entro tre mesi, in che modo il programma di Quantitative Easing sarebbe stato rispettoso della costituzione tedesca.

L’abbrivio è continuato fino a ieri, quando Ursula von Der Leyen, rispondendo ad una lettera dell’eurodeputato tedesco Sven Giegold, ha dichiarato che “…la recente sentenza della Corte costituzionale federale solleva questioni che toccano il nucleo stesso della sovranità europea, ma la politica monetaria dell’Unione è una competenza esclusiva comunitaria, ed il diritto dell’Ue ha la precedenza sul diritto nazionale”. Inoltre, ha proseguito la Von Der Leyen, “la Corte di giustizia europea di Lussemburgo ha sempre l’ultima parola sul diritto dell’Ue e le sue sentenze sono vincolanti per tutti i tribunali nazionali”.

Infine “….Prendo questa questione molto sul serio. La Commissione sta attualmente analizzando in dettaglio la sentenza di oltre 100 pagine della Corte costituzionale federale tedesca, e sulla base dei risultati di quest’analisi, stiamo prendendo in considerazione possibili passi successivi, incluse le procedure di infrazione”.

Dietro la sentenza della Corte federale tedesca, accolta con finta rassegnazione dal governo conservatore della Merkel, pare ci sia il desiderio di una soluzione inaspettata della “questione europea”: l’uscita della Germania dall’UE, insieme ad un ricchissimo “bottino” procacciato in venti anni di guerra finanziaria e commerciale perpetrata allegramente ai propri alleati dell’Unione, ai quali va rimproverato la passiva accettazione dell’enorme surplus tedesco, contrario alle regole fondanti dell’Unione e mai fatto valere, per timore verso il paese dominante, in tutte le sedi europee. 

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Ebbene, questo “paura dell’abbandono” sembra trovare nei fatti degli ultimi tre mesi un riscontro notevole. Infatti, l’ipotesi – di stampo solo apparentemente complottistico – di una uscita della Germania non è così lontana dalla realtà. Non è un mistero, infatti, che gli esponenti di spicco del partito conservatore tedesco (quello che regge la poltrona della Merkel) accarezzino da almeno due anni la possibilità di una “Germanexit” dall’Unione Europea, da realizzare adesso per via della raggiunta potenza economica neanche immaginabile soltanto venti anni fa, ed il comportamento ostruzionistico adottato nei momenti più tragici della pandemia, oltre ad essere stato deprecabile, dimostra oltre ogni dubbio che gran parte degli schieramenti politici tedeschi non hanno più alcun interesse a che il loro Paese rimanga in Europa. Adesso, forti dell’impedimento interno creato dalla sentenza della Corte federale, tutti loro mandano un messaggio chiarissimo: il primato della Corte di Giustizia Europea nell’interpretazione del diritto comunitario, ed il carattere vincolante che le decisioni della stessa hanno su tutte le corti nazionali, valgono per tutti tranne che per la Germania; se questo non sta bene, i tedeschi saranno “costretti” ad andare via, magari in compagnia della fedele Olanda di Rutte.

Del resto, dopo la sospensione del Patto di Stabilità – un vero e proprio “totem” per i paesi fondatori dell’UE – si è cominciato a respirare un clima da “liberi tutti”, che evidentemente è piaciuto molto anche all’Establishment tedesco. Per chi non ha ben presente la questione, derogare al Patto di Stabilità significa, di fatto, sospendere l’insieme di regole – trattato di Maastricht: limite di deficit/Pil al 3% e debito sotto il 60% della ricchezza nazionale – che governano dal 1997 le politiche di bilancio degli Stati membri e che sono state allargate nel corso degli anni successivi fino a giungere al famigerato Fiscal Compact.

Se così fosse, si tratterebbe di una “soluzione finale” dell’Unione Europea, generata questa volta senza alcun genocidio, ma con una dose di cinismo politico sufficiente a determinare, con un solo colpo, l’assassinio del sogno europeo che decine di milioni di suoi abitanti hanno coltivato, inutilmente, per due decenni.

Allora, se così deve essere, bye bye Germania; e, probabilmente, addio Europa.

Eurozona, italiani con le ossa rotte. Ce lo dice lo spread di reddito

Mentre l’Olanda continua ad agire come una sorta di paradiso fiscale in piena UE, l’Italia è ancora troppo divisa politicamente per opporre, dopo vent’anni di passività imbarazzante, la forza sufficiente per riformare una Unione troppo “germanizzata” fin dalla sua nascita. Il sentimento anti-europeo, nel frattempo, cresce a dismisura.

Se la pandemia del Coronavirus ha avuto un merito, questo è certamente quello di aver risvegliato le coscienze anche di quanti, fino a due mesi fa, ritenevano che l’UE fosse un progetto comune costruito nell’interesse ed al servizio di tutti. In tutta evidenza il Covid19 è stato – ed è tutt’ora – l’imprevisto inatteso, la forza oscura che ha evidenziato come l’Italia fosse proiettata artificiosamente a continuare la sua perenne “recessione controllata”, a causa della quale ha già perso le sue migliori risorse umane e, adesso, rischia di perdere le sue grandi aziende, divenute pericolosamente allettanti per i concorrenti tedeschi o francesi.

Con la stessa chiarezza, il mondo ha capito che l’unione monetaria sia stata fatta su misura della Germania che detta la linea del comando e dei suoi alleati di ferro, tra i quali l’Olanda sembra avere il compito di fare il “lavoro sporco” – generalmente quello di annunciare, in maniera aggressiva, le intenzioni della Merkel e dei conservatoti tedeschi – mentre la Francia ha sempre avuto un ruolo di “socio di maggioranza relativa”, il vero partner forte da invitare al banchetto dell’Euro ma anche da tenere buono.

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Ci si chiede ancora – distrattamente, ormai, ma la domanda è sempre nell’aria da almeno dieci anni – se Romano Prodi, unico personaggio politico italiano a non avere profili social ufficiali, avesse compreso diciotto anni fa che l’Unione Europea sarebbe nata per essere una sorta di “Commonwealth” tedesco. La risposta non può che avere una duplice sfumatura: se lo aveva capito, ha trascurato del tutto gli interessi politici del Paese barattandoli con quelli personali; se non lo aveva capito, è stato ingenuo – per usare un eufemismo – ed anche un pessimo premier.

Di certo, nessuno in questi anni di inesorabile declino italiano, causato dai meccanismi di funzionamento dell’UE (che Prodi conosceva bene), lo ha visto ergersi a difesa dell’Italia, tradita proprio da quei politici europei di cui si fidava e tesseva pubblicamente le lodi. Sarebbe stato più logico, viste le circostanze emergenti, che lui spendesse l’autorevolezza acquisita in campo internazionale per denunciare pubblicamente questi squilibri e difendere gli interessi del Paese. Invece, nulla di tutto questo. Pertanto, si propende per la prima ipotesi (interessi politici personali), e questo influenzerà per sempre l’opinione che gli italiani avranno di lui.

I dati, purtroppo, confermano impietosamente quanto detto finora in linea di principio. Per esempio, secondo il Fondo Monetario Internazionale, nel 1999 (al momento dell’ingresso nell’euro) il reddito pro-capite degli italiani era pari al 96% di quello tedesco; nel 2018, era sceso al 72%, ossia il 25% in meno. Pertanto, o i tedeschi sono stati bravissimi ad arricchirsi, aumentando i proprio redditi, e gli italiani no (rimanendo fermi allo stesso livello di allora), oppure l’Unione Monetaria ha avvantaggiato la Germania a discapito dell’Italia.

Dal momento che gli italiani, per far soldi con l’imprenditoria, non sono secondi a nessuno in Europa, si propende per la seconda ipotesi.

Relativamente al bilancio delle partite correnti, tra il 1993 ed il 1999 l’Italia ha sempre avuto un surplus positivo, toccando il massimo nel 1996 (+2,9% sul PIL), allorquando il nostro Paese cessò di far fluttuare liberamente la Lira e rientrò nuovamente nel Sistema Monetario Europeo da cui era uscita quattro anni prima. Nello stesso periodo, la Germania ha quasi sempre registrato partite correnti deficit, ma dal 2000 al 2013 la situazione si è capovolta: l’Italia colleziona 12 deficit (fino al -3,5% sul PIL nel 2010) mentre la Germania beneficia di 12 anni di surplus (fino al portentoso +7% nel 2012).

Se non è la moltiplicazione dei pani e dei pesci, poco ci manca.

Fa ancora più impressione scorrere la classifica delle regioni dell’UE secondo il loro reddito medio disponibile a parità di potere d’acquisto: occorre scendere fino alla ventesima posizione per trovare una regione non di lingua germanica, e cioè la provincia autonomia di Bolzano, che – ironia della sorte – è un territorio parzialmente germanofono. La regione di Parigi, per esempio, è soltanto ventitreesima, ed in cima al podio si trova il Lussemburgo (la cui lingua ufficiale è di derivazione germanica). La cosa non deve sorprendere, perchè in Italia gli stipendi si sono ristretti mentre all’estero, in particolare in Germania e Francia, si sono allargati. Infatti, se nel 2010 la retribuzione media del lavoro dipendente in Italia era di 30.272 euro, nel 2018 è scesa a quota 29.182 (il 3,6% in meno), mentre quella del lavoratore dipendente tedesco è salita nello stesso periodo di ben 3.825 euro, a quota 39.446 euro, portando il vantaggio retributivo della Germania ad un +35,17% rispetto all’Italia.

E’ questo il vero “spread” da tenere in conto per avere la misura del vantaggio accumulato dalla Germania (ed anche dalla Francia) in materia di reddito disponibile e, simmetricamente, dell’arretramento subito dall’Italia, che ha visto crollare il reddito disponibile reale dell’8,7% dal 2008 al 2017 (vedi tabella qui a fianco), facendoci scivolare nelle ultime posizioni della classifica dei paesi dell’Unione europea.

Tutto questo – ricordiamolo – a parità di potere d’acquisto; ciò significa che il dato è depurato dalle differenze dei prezzi dei beni che, peraltro, in Italia e Germania sono praticamente identici: con 100 euro di spesa riempi il carrello con gli stessi prodotti, per una settimana o giù di lì, sia in Italia che in Germania.

Un dato sorprendente è quello dei paesi che non hanno adottato l’euro ma geograficamente stanno dentro l’Unione Europea; ebbene, queste nazioni vivono molto meglio dei propri vicini: il PIL pro-capite medio dell’EFTA (l’accordo di libero scambio fra Norvegia, Liechtenstein, Islanda e Svizzera) è infatti pari a 62.534 dollari, mentre quello dell’Unione Europea è pari a 37.800 dollari (il 40% in meno).

Non è un caso che sia l’Islanda che la Svizzera abbiano ufficialmente abbandonato il progetto di adesione all’Unione Europea.

In termini di forza economica e competitività, inoltre, il Regional Competitive Index (RCI) dell’UE  vede l’Italia, una volta regina delle esportazioni a cavallo della Lira, soccombere miseramente dopo 18 anni di unione monetaria – e di politica accondiscendente, è il caso di precisarlo – ed acquisire un enorme gap (ritardo) di competitività con la Germania, che non era mai stato così marcato come adesso.

La Germania e i Paesi Bassi – cioè, proprio i due paesi che più si sono distinti nel boicottare ostinatamente, nonostante le migliaia di morti da Covid19, qualunque soluzione unitaria  – hanno tratto enormi benefici dall’Euro nei vent’anni trascorsi dalla sua introduzione, mentre per quasi tutti gli altri membri la moneta unica ha rappresentato un freno alla crescita economica. Secondo lo studio tedesco – sì, proprio così – intitolato 20 years of the euro: winners and losers del Centrum für europäische Politik (Cep), tra il 1999 ed il 2017 il PIL del nostro Paese è diminuito, in valori assoluti, di 4.300 miliardi di euro, pari a 73.600 euro pro capite, mentre i tedeschi, grazie all’ingresso nell’Eurozona, si ritrovano più ricchi di 23mila euro pro capite (e gli olandesi di 21mila).

E così, mentre l’Olanda si ostina ad opporsi agli eurobond – continuando però ad agire come una sorta di paradiso fiscale in piena UE e attirando capitali europei con modalità oggettivamente sleali – l’Italia sembra essere ancora troppo divisa politicamente per opporre, dopo vent’anni di passività imbarazzante, la forza sufficiente per imprimere un impulso fondamentale a necessarie trasformazioni, senza dare per scontata come unica soluzione quella di una uscita dall’Euro che, senza fronte politico comune (e di larga scala, opposizioni comprese) finisce con l’essere l’unica percorribile per liberarsi di questa “trappola” monetaria.

Il sentimento anti-europeo, nel frattempo, è cresciuto a dismisura, e appare non più controllabile. Coloro che al di là delle Alpi si oppongono ancora ad un progetto di Europa Federale, magari da raggiungere a tappe forzate, forse farebbero bene a temerlo.

Unione Europea, il conto alla rovescia per la sua eutanasia è appena cominciato

Il Coronavirus ha portato alla luce due opposti schieramenti: chi vuole ottenere liquidità tramite i coronabond, e chi la vuole concedere tramite il MES. La battaglia in corso, senza sorrisi e strette di mano, ha determinato una situazione di stallo da cui Ursula von der Leyen sta cercando di uscire con una offerta “fumosa” e complicatissima da 100 miliardi.

Articolo di Matteo Bernardi

Lo scoppio della pandemia, nella sua tragicità, poteva costituire l’occasione per dimostrare che l’Europa, oltre ad essere una unione monetaria, era capace di dare anche un segnale di solidarietà, tipica di una unione dei popoli, quale unica evoluzione possibile di questa fallimentare (almeno per l’Italia) esperienza comunitaria. Invece, di fronte ad una emergenza mai conosciuta prima di oggi, che ha catapultato tutti gli stati dell’Unione in uno scenario di vera e propria “guerra batteriologica”, quei governi europei (Germania, Olanda, Danimarca) a cui la Storia ha regalato nel secondo Dopoguerra sconti e benefici nel nome della Democrazia continuano ostinatamente ad essere ostili alla condivisione di vantaggi individuali acquisiti grazie all’Euro, e costringono il Consiglio Europeo – e tutti noi – ad attendere due lunghissime settimane di rinvio alla ricerca di una soluzione all’emergenza economica che, invece, presenta un conto salatissimo giorno dopo giorno.

Questa crisi, che secondo Mario Draghi potrebbe avere proporzioni “bibliche”, ha dimostrato che nemmeno in una situazione così difficile, sia dal punto di vista economico che sanitario, l’Europa riesce ad essere unita.

E così, l’austerità imposta da Germania e Francia ha generato rancori che adesso si mischiano ad un forte spirito nazionalista ed acquistano forza sempre maggiore, ma questa volta le conseguenze potrebbero patirle tutti, e non solo i paesi più indebitati. Con l’arrivo del Coronavirus, infatti, tutti gli stati si trovano a fronteggiare un fenomeno dagli effetti potenzialmente catastrofici, di cui certamente non si vedrà la fine neanche il giorno fissato per la prossima riunione del Consiglio Europeo.

Adesso l’ultima proposta veramente “unitaria” che rimane sul piatto è quella di reperire liquidità tramite i c.d. coronabond, da preferire nettamente al MES che, naturalmente, è ben visto da Christine Lagarde (la Grecia ricorda ancora) e dagli stati europei del nord per via delle forti restrizioni che da esso derivano per i paesi più poveri. I coronabond, invece, non sono nient’altro che titoli di debito emessi da un’istituzione europea con l’obiettivo di condividere il debito futuro legato al Coronavirus in maniera più equa, nulla rilevando l’indebitamento “vecchio” che rimarrebbe in capo ai singoli paesi. Eppure, Germania, Olanda e Danimarca (c’è sempre del marcio, lì), in virtù dei loro conti pubblici in ordine e del basso livello di indebitamento, non hanno intenzione di “mischiare” neanche il nuovo debito con i paesi del Sud Europa, e preferiscono costringerli ad accettare il ricatto del MES per ottenere liquidità immediata, anche se a carissimo prezzo da pagare nell’immediato futuro.

In sintesi, propongono cocciutamente un ulteriore indebitamento individuale, nonostante i coronabond andrebbero a creare un debito comune separato da quello pregresso di ogni nazione, evitando così una possibile confusione del debito. Pertanto, il Coronavirus ha portato alla luce due opposti schieramenti, ossia chi vuole ottenere liquidità tramite i coronabond, e chi la vuole concedere tramite il MES; entrambe le truppe in campo si stanno dando battaglia – questa volta senza sorrisi e strette di mano – e, non potendo dirsi addio consensualmente in tempi rapidi, si trovano adesso in una situazione di stallo, dalla quale Ursula von der Leyen tenta di uscire con un fumoso piano (pieno di incertezze e passaggi burocratici non idonei al momento) per sostenere la ripresa attraverso crediti per 100 miliardi di euro e la proposta di un fondo antidisoccupazione, denominato SURE, pari a 25 miliardi. Tutto questo per convincere l’Italia ad adottare il MES, che stritolerebbe il nostro Paese nella stessa morsa già usata per la Grecia.

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Da qui il rinvio, inspiegabile se non con l’esigenza di prendere tempo per un negoziato che ha come posta in campo la sopravvivenza dell’Unione Europea o, al più, di “questa” UE.

Ha sorpreso un po’ l’uscita di Mario Draghi, da molti indicato come presidente del consiglio del dopo-Conte. Tramite un’intervista sul Financial Times, l’ex presidente della BCE ha evidenziato che la criticità della situazione richiede velocità di decisione e d’intervento, cioè proprio quello che Germania & co. stanno cercando di osteggiare in tutti i modi. “Di fronte a circostanze impreviste”, ha dichiarato Draghi, “un cambiamento di mentalità è necessario in questa crisi, come lo sarebbe in tempi di guerra. Lo shock che stiamo affrontando non è ciclico. La perdita di reddito non è colpa di nessuno di coloro che ne soffrono. Il costo dell’esitazione può essere irreversibile”.

Il messaggio di Draghi ai leader europei è stato chiaro: salvare le aziende fornendole la liquidità necessaria senza preoccuparsi di creare debito. Una velocità d’esecuzione di cui i governi europei del Nord non sembrano ancora sentire la necessità, e probabilmente non la sentiranno mai.

Inutile riflettere sulla cultura e sul senso civico di questi popoli; hanno la loro impostazione di governo, e la perseguono a qualunque costo, soprattutto se il costo è sostenuto da altri. Pertanto, sembra che il conto alla rovescia sulla eutanasia dell’Unione Europea sia appena cominciato e, salvo improbabili cambi di rotta della Merkel (dominata politicamente dai conservatori tedeschi, i veri artefici del “prima la Germania”), continuerà nel dopo-pandemia e porterà ad una totale “disgregazione dei popoli”, e cioè all’esatto contrario di ciò che tutti avevano ingenuamente sperato, venti anni fa, con l’introduzione della moneta unica.

Il già diffuso sentimento anti-europeista, però, questa volta non sarà frutto della propaganda di qualche politico senza scrupoli, ma il naturale prodotto di chi, con l’Italia e con gli italiani, non vuole spartire niente.

Neanche le mascherine.

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Commerzbank consiglia di vendere BTP. Un ricatto della Germania in vista del Consiglio Europeo?

La prossima riunione del Consiglio Europeo dovrà decidere sulle misure economiche straordinarie da mettere in atto in UE e, soprattutto, definire la partita tra i sostenitori del MES ed il fronte degli stati favorevoli ai c.d. coronabond.

E’ notizia di ieri che gli analisti di Commerzbank (coordinati da Michael Leister, responsabile Strategia tassi) stiano suggerendo ai clienti di vendere le posizioni in BTP, dal momento che il rapporto debito-PIL italiano si avvicinerà pericolosamente al 150% nel 2020 (per poi scendere al 145% nel 2022), e questo comporterà probabilmente un downgrade dei titoli di stato, da parte delle società di rating, a livello “spazzatura” (in gergo “junk”).

A prima vista, sembrerebbe la classica indiscrezione su un documento riservato della seconda banca tedesca che, in totale autonomia, avrebbe svolto il proprio lavoro di consulenza agli investitori, ma così non deve essere stato, perchè il fatto ha scatenato le ire – più che legittime – del vice ministro dello Sviluppo Economico Stefano Buffagni, il quale, a caldo su Facebook, ha tuonato “In piena emergenza coronavirus, in piena pandemia mondiale, mentre l’Italia piange oltre 10.000 morti, la Germania non solo fa muro da settimane sugli aiuti all’Italia, ma ora secondo l’autorevole agenzia internazionale Bloomberg ci attacca anche direttamente invitando a vendere i Titoli di Stato italiani tramite la seconda banca di Germania, la Commerzbank, posseduta al 15% proprio dallo Stato tedesco… Questa notizia può provocare danni economici giganteschi, il governo tedesco intervenga subito per bloccare questa follia”.

Come dargli torto? Oggettivamente, dopo l’uscita della Lagarde (su imbeccata tedesca) che ha causato il famoso -16,92% alla borsa italiana lo scorso 12 Marzo, alle gaffe ed alle indiscrezioni “in buona fede” non crediamo più. Si tratterebbe, invece, di un volgarissimo ricatto indirizzato dalla Germania all’Italia, con la complicità di Commerzbank, in vista della prossima riunione del Consiglio Europeo in cui si dovranno decidere le misure economiche straordinarie da mettere in atto in UE e, soprattutto, definire la partita tra i sostenitori del MES (Germania, Olanda e Danimarca) ed il fronte degli stati favorevoli ai c.d. coronabond (Italia e paesi del Sud Europa, più probabilmente la Francia).

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E mentre nel nostro Paese non si sprecano le reazioni (Elio Lannutti dei cinquestelle ricorda che Commerzbank, prima di consigliare di vendere i BTP, dovrebbe guardare al proprio bilancio pieno zeppo, come quello di Deutsche Bank, di titoli-spazzatura che non hanno alcun mercato), è ormai chiaro che in Europa si combatte una battaglia diplomatica fatta di colpi bassi inaccettabili (ma non nuovi contro l’Italia) in queste particolari circostanze, che rendono incerta la continuità dell’Unione Europea allorquando, una volta risolto il problema del virus che adesso “addormenta” qualunque visione del futuro, i leader europei si troveranno di nuovo seduti allo stesso tavolo, ma disgregati dall’astio generato dalla mancanza di solidarietà della “cricca” nord-europea, e pronti alla resa dei conti.

Il mercato, negli ultimi quattro giorni di borsa, ha regalato l’aumento dello spread Bund-BTP, passato da 165 a 205 nonostante le aspettative di liquidità che arriverà copiosa dal nuovo QE. In pratica, qualcuno sta già vendendo a man bassa le sue posizioni lunghe e, non potendolo più fare allo scoperto, deve necessariamente vendere dal proprio portafoglio. Commerzbank, secondo le stime, è esposta per circa 9,5 miliardi sui BTP; pertanto, se ne consiglia la vendita ai propri clienti, è lecito pensare che lo stia già facendo per conto suo, liberandosi gradualmente del “fardello”.

Che tutto questo possa avvenire in autonomia, senza che i vertici della banca tedesca abbiano preavvisato la Merkel, è pura fantasia.

Covid-19, è recessione tecnica. Dopo le rapide mosse della FED la BCE resta a guardare. Per quanto ancora?

La fase attuale non ha niente a che vedere con la grande crisi del 2008, che rischiava di distruggere il sistema alla radice; quella crisi non arrivò in una manciata di settimana, ma ci mise un anno prima di minacciare la solidità delle grandi banche e istituzioni americane.

Mentre il Governo Conte vara la madre di tutte le manovre economiche italiane per sostenere l’Economia nel mese di Marzo (farà la stessa cosa ad Aprile, annunciando interventi successivi per complessivi 350 miliardi), con la seconda mossa in pochissimi giorni la Fed abbassa i tassi quasi a zero e annuncia  la riapertura del QE (quantitative easing) per una cifra di 700 miliardi di dollari di acquisti – tra T-bond e mutui immobiliari – al fine di combattere gli effetti della pandemia sull’economia americana e, conseguentemente, su quella mondiale. L’intervento complessivo annunciato è di 1.500 miliardi di dollari, e sappiamo bene che i consumi degli Stati Uniti hanno un effetto trainante su buona parte delle economie asiatiche e su parte di quella europea.

L’annuncio notturno della FED sembra tendere la mano verso una concertazione con la BCE (con la BoI, ossia con la Bank of England, c’è già), la quale invece, per via delle mosse individualiste della Lagarde e della Merkel, appare ancora in balia delle pulsioni tedesche e francesi – con il corollario di proteste generalizzate provenienti da quasi tutta l’area meridionale dell’UE – e sembra non avere ancora preso una decisione sui tassi.

Pare che già questa settimana ci possa essere un ulteriore annuncio, ma l’effetto sui mercati si prevede modesto dopo gli effetti generati dal “patto scellerato” franco tedesco.

Pertanto, se in Europa si rimarrà in balia degli speculatori – che già tanto devono, in termini di ricchezza procurata in brevissimo tempo, alla Lagarde – adesso tutto dipende proprio da colei che ha affossato la borsa italiana lo scorso 12 Marzo. Al momento, infatti, sembra che i buoi siano stati liberati tutti dalle proprie stalle, e che non esista un piano comune che possa sorreggere l’economia europea, ma solo iniziative lasciate ai singoli stati.  Ed è proprio questo approccio che ci dirà se una bruttissima parentesi del trend di crescita possa trasformarsi in una vera e propria inversione di tendenza, lunga e profonda, per tutte le economie europee.

Eppure, secondo gli esperti, tutto indica che si tratti, appunto, di una parentesi, e cioè di una c.d. recessione tecnica che durerà  due trimestri consecutivi di PIL con il segno meno davanti, più corta negli USA e più lunga (grazie alla BCE targata Lagarde) in Europa. Tecnicamente, la settimana scorsa l’indice S&P 500 è passato con grande velocità dallo status di semplice correzione di mercato “toro” a quello di scenario “orso”, e cioè a meno venti punti percentuali dai massimi di periodo. Ma bisogna fare attenzione: passare dal mercato “toro” all’orso per qualche punto non basta per dichiarare un’inversione di un trend di lungo periodo. Infatti, la fase attuale non ha niente a che vedere con la grande crisi del 2008 (con il crac di Lehman Brothers), che rischiava di distruggere il sistema alla radice; quella crisi non arrivò in una manciata di settimane, ma ci mise un anno prima di minacciare la solidità delle grandi banche e istituzioni americane, chiedendo l’intervento coraggioso del Tesoro USA e della Fed. Anche allora, come oggi, esse misero sul piatto migliaia di miliardi di dollari, riuscendo a far riprendere anche un’Europa attonita e, come oggi, dominata da personaggi piuttosto inclini a far prevalere l’interesse di Germania e Francia.

A differenza di quel periodo, però, nel 2012 arrivò Mario Draghi a salvare la barca, mentre oggi ci ritroviamo al timone della BCE la modestissima – per usare un eufemismo – Christine Lagarde.

Tecnicamente, la recessione che si prospetta oggi è generata dalla contemporanea caduta della domanda e dell’offerta. Per quanto riguarda la prima, il consumo di beni e servizi sta subendo una forte contrazione in molti settori, mentre la seconda appare inevitabilmente legata al rallentamento dell’attività economica globale e alle interruzioni nelle catene dei rifornimenti di materie prime e semilavorati. Per un po’ di tempo non dovrebbero esserci problemi di approvvigionamento (tranne che per i prodotti strettamente collegati all’emergenza sanitaria) e si potrà andare avanti con le scorte di magazzino, ma se non si assicura adesso un piano di continuità produttiva e distributiva è difficile non ipotizzare un blocco dei mercati globali.

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Non avendo alcuna esperienza storica recente sulle circostanze che il mondo sta vivendo adesso, si potrebbe ipotizzare che i mercati tenderanno a stabilizzarsi solo quando il resto del mondo potrà – e vorrà – replicare il modello di contenimento cinese del coronavirus (quarantena forzata e misure molto più drastiche di quelle italiane ed europee). Pertanto, ci potrebbero volere da 8 a 10 settimane prima di vedere risultati positivi e avviarsi verso un ritorno alla normalità. Traducendo il tutto in termini di PIL, si prevede una discesa di quello cinese nel primo trimestre 2020, e di quello europeo nei primi due, potendosi parlare di recessione globale “tecnica” solo a cavallo tra il primo ed il secondo trimestre; ma sarà comunque una recessione del tutto diversa da quelle “non tecniche”, ossia quelle generate da forti squilibri nel debito di stati e imprese, che richiedono una durata di almeno 12 mesi. Ed è proprio qui che entra in gioco la BCE, con il suo dannoso attendismo; infatti, occorre agire in fretta attraverso un’espansione monetaria e fiscale, in modo da non mettere in discussione la solvibilità delle medie e piccole imprese. C’è tempo fino a tutta questa settimana, dopo di che i giochi saranno fatti ed ogni intervento, pur avendo effetti positivi sull’economia, sarà tardivo per i mercati azionari dell’UE e per una possibile ripresa immediata dei corsi.

In ogni caso, nonostante gli aggiornamenti siano all’ordine del quotidiano, è opinione comune che sia ormai troppo tardi per vendere, ed anzi l’obiettivo degli asset manager è quello di trovare un buon punto di ingresso, dal momento che una correzione massima del 40% dai massimi, nella quale già ci troviamo, pare avere scontato le aspettative peggiori ed è considerata oggi sufficiente per tornare a comprare.

Quale Europa? (Mai) più Europa

L’emergenza dettata dalla pandemia del Covid-19 ha tirato giù la maschera alla politica individualista della Germania e della Francia, che utilizzano l’Unione Europea solo quando serve al proprio paese, salvo poi voltare le spalle a tutti.  

Articolo di Aner De Guelfi

Due giorni fa il governo tedesco ha annunciato un piano massiccio di aiuti economici per attenuare l’impatto del coronavirus sull’economia. Si tratta di un’iniziativa senza precedenti nella storia del dopoguerra, ancora più importante di quelle messe in atto durante la crisi finanziaria del 2008. Tra le misure previste, un programma di crediti illimitati di almeno 550 miliardi di euro, un vero e proprio scudo di protezione per lavoratori e imprese “senza un limite verso l’alto” della somma che sarà erogata. Inoltre, i ministri tedeschi hanno previsto allentamenti fiscali per le aziende, in modo da garantire la liquidità delle imprese per i prossimi anni.

Questo l’epilogo di politica economica germanica seguito al panico generato dalla diffusione del coronavirus: la misura degli aiuti – questo sorprende più di tutto – non è stata concordata con l’UE, ma presa in assoluta autonomia, come se la stessa UE, con i suoi vincoli dettati dall’obbligo di una concertazione, non esistesse.

Pertanto, nulla sarà più come prima: sono bastati due giorni per sfaldare le più importanti istituzioni europee, ed è chiaro a tutti che l’Europa – al momento solo di fatto – non c’è più. Infatti, con un tempismo per niente casuale, subito dopo l’annuncio del pacchetto tedesco di misure anti-crisi sono arrivate le dichiarazioni della Lagarde, che hanno scatenato il più pesante domino negativo della finanza internazionale, ma soprattutto italiana, degli ultimi 80 anni.

Quella che è stata bollata come una gaffe (a cui nessuna mente assennata crede), ha causato un crollo di borsa che sta mettendo a rischio le migliori aziende del nostro Paese, esponendole più di prima alla voracità dei pretendenti francesi e tedeschi, tradizionalmente pronti a “fare shopping” in Italia.

Ma l’Italia non è la Grecia. L’Italia ha risorse economiche private e risorse imprenditoriali capaci di dare risposte forti, in ogni settore. Questa pandemia sta creando distanza dove prima non ce n’era, e sta creando spaccature ancora più profonde (tra le persone e tra le nazioni) lì dove la distanza c’era già.

Con la Germania, poi, vicinanza non c’è mai stata. La Germania, appunto; se l’Europa non ci sarà più, sarà anche per l’atteggiamento ostruttivo da parte dei tedeschi i quali, con un cinismo che la Storia ha già conosciuto, ha congelato all’interno dei suoi confini le mascherine necessarie soprattutto ai medici che lottano in corsia, nei centri di terapia intensiva, contro una malattia, di cui non conoscono la cura, che sta uccidendo tanti operatori del settore.
A molti è sembrato un episodio marginale, per quanto inaccettabile, ma non lo è affatto. L’Italia è stata presa d’assalto da un nemico invisibile di natura virale, e nessuno, ancor meno tedeschi e francesi, si è posto il problema di supportarla se non quando lo stesso nemico è entrato anche nelle loro case, nelle loro famiglie, nei loro ospedali.

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L’Europa non c’è più. O non c’è mai stata. L’Europa che ha fatto di tutto per salvare le banche, soprattutto quelle tedesche, francesi, spagnole, portoghesi, irlandesi, olandesi, inglesi e scandinave e che invece ha preteso massima austerità e rigore quando è stato il momento di far saltare le banche di casa nostra. Il bail-in, in Italia, è stato applicato ancor prima che entrasse realmente in vigore: quanti miliardi di risparmi hanno preso il volo con i fallimenti di Banca Popolare dell’Etruria, Carichieti, Cariferrara, BancaMarche, Popolare di Vicenza e VenetoBanca? Quante pressioni sono state fatte contro Carige, MontePaschi e Popolare di Bari? Ed invece cosa succede ai colossi bancari tedeschi dai piedi d’argilla?

Basta con quest’Europa. Un’ Europa che ha messo sul piatto dei salvataggi bancari la somma straordinaria di 3600 miliardi, e che nulla ha messo, in confronto, per adottare misure necessarie a salvare migliaia di vite. Come sarà possibile pensare che l’Europa, dopo tutto questo, possa ancora esistere?

Solo l’intervento in extremis di Ursula Von Der Leyen ha ridato un pizzico di fiducia ai mercati, dopo la sciagurata conferenza stampa di Christine Lagarde. Perfino il presidente Mattarella, che troppe volte ha mancato di difendere con la necessaria forza gli interessi nazionali (come gli imporrebbe la Costituzione), si è sentito in dovere di richiamare l’Unione Europea ai suoi valori di solidarietà.

Ma questo non basta, perché finora si sono sentite solo inutili parole: servono respiratori, letti, mascherine, guanti e accessori anti-contaminazione.

L’Europa non c’è più. Non c’è più l’Europa dell’austerity tedesca, che ha portato l’Italia a dover tagliare la sanità fino ad essere costretta, adesso, a combattere una guerra difficilissima da sostenere. Ma non c’è più neanche il governo italiano, oggi di fatto esautorato dalla decisione di Fontana di affidare a Bertolaso la gestione dell’emergenza in Lombardia. Bertolaso aprirà i quattrocento posti letto già pronti in fiera, che la burocrazia stava bloccando; la stessa burocrazia che ha bloccato, per delle ore, un aereo in partenza da Pechino che stava portando in Italia mascherine ed altro materiale a supporto dei sanitari lombardi.

La pandemia, pertanto, sta creando una serie di vuoti di potere nazionali ed internazionali, e forse questo è il momento giusto per dichiarare la fine di questa Europa, ricreandone un’altra; un’Europa dei popoli, che possa insegnare ad evitare la supremazia dei singoli interessi nazionali e, prima di ogni cosa, a prendersi cura della propria Patria.

La politica economica italiana dal 1992 ad oggi: un mix di ambizioni personali, conflitti di interesse ed errori da principianti.

Peggio di così non poteva andare. Adesso, per evitare che l’U.E. diventi una prigione, è necessario aumentare il livello di autonomia. Italia compresa, ovviamente

Italia ancora fanalino di coda dell’intera Unione Europea. Queste le recenti previsioni della Commissione europea sulla crescita italiana: 0,1% (contro l’1,5% sperato dal governo a Settembre 2018), e 0,7% per il 2020.

A favore, solo ultimamente, la diminuzione dello spread che, secondo il Premier Conte, è il segnale  di “conti pubblici solidi e in ordine”, che avrebbero permesso all’Italia, grazie anche alla correzione dei conti adottata con un assestamento di bilancio, di scongiurare il pericolo di una procedura d’infrazione.

Da più parti, però, si ritiene che il momento di una verifica più attenta sia soltanto rinviato di qualche mese, a quando cioè sarà terminato il processo post-elettorale di formazione della maggioranza in U.E. e, soprattutto, la fase delle nomine.

A prescindere dagli avvenimenti dell’immediato futuro, è interessante capire come si sia arrivati a questo punto, quale strada abbia imboccato il nostro Paese nel 1992 per arrivare oggi nel punto in cui siamo (e se il punto in cui siamo è migliore di quello in cui saremmo, in tutta probabilità, se non fossimo entrati).

Cominciando dal saldo delle Partite Correnti, nel 2011 esso era pari al -3,7% del PIL, mentre oggi ce l’abbiamo al +2,5%. Praticamente, si trova allo stesso livello di quando avevamo ancora la Lira, solo che oggi non possiamo utilizzare la leva delle svalutazioni della valuta, e possiamo svalutare solo le risorse interne, cioè il lavoro, associando principi economici di austerità che, insieme al mancato controllo dell’inflazione, hanno decretato la scomparsa del ceto medio italiano, su cui il Paese aveva creato ricchezza e prosperità.

Inutile girarci intorno: dal 1992 al 2011 una serie di errori da principianti – commessi da coloro ai quali, anziché consegnarli ad un meritato oblio, i media consentono ancora di aprire bocca – ha permesso la distruzione del nostro tessuto industriale pubblico (per la felicità degli stati del Nord Europa, che si opponevano al nostro ingresso), nonchè il mancato controllo del saldo delle Partite Correnti, a causa del quale abbiamo accumulato una posizione finanziaria netta passiva di oltre 400 miliardi di euro.

Questi i fatti storici. Adesso resta da stabilire chi ne ha la colpa. Soprattutto, è utile farlo?

La risposta positiva ci sembra l’unica possibile; dimenticare, infatti, potrebbe consentire a chi ci governa oggi di ripetere gli errori commessi ieri da personaggi enormemente sopravvalutati e, probabilmente, in grave conflitto di interesse tra gli interessi nazionali da salvaguardare e le proprie ambizioni personali da assicurare alla storia.

Di Prodi e Padoa Schioppa, per esempio, rimane la visione limitata di una Italia tutta ripiegata sull’Europa, nella stessa posizione servile di quando, col piattino in mano, gli stessi chiedevano il permesso di entrare, terrorizzati dall’essere esclusi (da cosa?). Il risultato è stato quello di dover assistere ad accordi extra-UE che destinavano puntualmente a Francia e Germania le migliori opportunità, ed all’Italia gli avanzi.

Da qualche mese, però, incombono i possibili accordi commerciali con la Cina, con i quali l’Italia sta disturbando (e non poco) i sogni di eterna egemonia economica europea dei tedeschi e dei francesi. Non si fa fatica a pensare che siano proprio questi a tifare per una rapida crisi di governo e per un ritorno alle elezioni, dalle quali magari far uscire un governo più accomodante, come quelli precedenti; al netto, però, di quello guidato da Berlusconi fino al 2011, caduto più per gli interessi della Francia sulla Libia di Gheddafi, che per la guerra preventiva scatenata dalle banche estere sul nostro spread (un vile atto di guerra contro di noi, combattuto senza armi di distruzione fisica).

La conclusione di questa breve analisi, pertanto, non può che essere quella di continuare a stare in Europa, ma per starci bene; per farlo, nessuno deve impedire che l’Italia, al pari degli altri paesi dell’UE, possa concludere accordi con il resto del Mondo, in autonomia. Mancando la leva valutaria e quella fiscale, infatti, siamo obbligati a crescere, e la crescita deve essere assicurata attraverso politiche espansive dal punto di vista degli scambi internazionali.

Se l’Europa deve precludere anche quelle, pretendendo di centralizzare tutto a vantaggio degli stati-guida, tanto valeva non entrare affatto.

Pertanto, l’Unione Europea potrà continuare ad esistere solo nel momento in cui si concederà agli aderenti maggiore autonomia.

Sennò diventerà una prigione, da cui evadere in tutti i modi possibili.

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