Aprile 21, 2026
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Borse EU in caduta nel 2022 per bassa crescita e inflazione. Bene l’azionario USA

Secondo le previsioni di Komorebi, la bassa crescita e l’inflazione sopra al 4% causeranno una caduta degli indici azionari europei intorno al 10%. Al contrario, negli Stati Uniti il mercato azionario salirà ancora e l’inflazione rientrerà.

Nel 2022 le strade di Europa e Stati Uniti torneranno a divergere, con un rafforzamento dell’economia americana e un indebolimento dell’economia europea: è lo scenario prefigurato da Gianluca Gabrielli, strategist e gestore di Komorebi Invest Suisse.

“Nonostante l’output gap sia oggi negativo e simile per l’Europa e gli Stati Uniti, con un differenziale tra produzione effettiva e produzione potenziale del -3,3% al di qua dell’Atlantico e del -4,3% in America, le situazioni sono sostanzialmente diverse”, spiega Gabrielli, “perché in Europa, dove il Pil non cresce ormai da 14 anni, la scintilla inflattiva mondiale rischia di attecchire e svilupparsi, a causa di quei 5.800 miliardi di liquidità riversati sul mercato dalla Banca centrale europea, che non si sono trasformati in investimenti, beni e servizi”. Questa situazione farà salire il livello dei prezzi nell’Area euro al 4-5%, con i tassi decennali destinati a crescere, collocandosi tra il 2 e il 5%, e l’euro che scenderà e raggiungerà la parità col dollaro. Inoltre, la crescita nulla e l’inflazione sopra al 4% causeranno una caduta degli indici azionari europei, stimabile mediamente in un calo del 10%, mentre il trend dei ricavi aziendali non sarà in grado di contrastare questa tendenza.

“Al contrario, l’economia americana proseguirà nella sua capacità di crescere e di trasformare il capitale disponibile in opportunità, innovando prodotti e processi produttivi, grazie al traino offerto dalla sua leadership nel settore trainante del futuro: la tecnologia”, aggiunge Gabrielli. “Da qui il nostro secondo set di previsioni per il 2022 ci porta a stimare l’indice S&P500 a 5.200 e il Nasdaq100 a 18.000, spinti da un solido trend degli utili aziendali. Mentre la graduale chiusura dell’output gap e il rafforzamento del cambio favoriranno il rientro dell’inflazione, che dovrebbe scendere sotto al 3% nel corso dell’anno”.

In conseguenza a questo scenario, le scelte di asset allocation per il 2022 dovranno tener conto del calo sia dei mercati azionari sia di quelli obbligazionari in Europa, dove l’unico asset con rendimenti positivi saranno i titoli legati all’inflazione, il lento recupero delle materie prime e gli indici azionari Usa in crescita mediamente del 10%, con le obbligazioni Usa che rimarranno sui livelli attuali.

Gianluca Gabrielli: azioni Usa per proteggersi dalla bolla immobiliare cinese

La frenata del Pil cinese nel terzo trimestre è un campanello d’allarme. La bolla immobiliare cinese non è sostenibile e potrebbe generare un sensibile rallentamento della crescita del Paese negli anni a venire.

“Il caso Evergrande è un campanello d’allarme: la bolla immobiliare cinese non è sostenibile e potrebbe generare un sensibile rallentamento della crescita del Paese negli anni a venire. Pertanto, oggi serve estrema prudenza su quest’area”: è l’analisi di Gianluca Gabrielli, Strategist e gestore di Komorebi Invest Suisse.

“Quello che sta accadendo sul mercato immobiliare cinese, con grandi operatori a rischio default, da Evergrande a Family Holdings Group, è l’esempio plastico di cosa può accadere quando la creazione di debito non avviene per soddisfare la necessità insoddisfatta di capitali reali produttivi di una economia, ma serve, al contrario, per sostenere un dato livello corrente di consumi”, spiega Gabrielli. “Finché dura lo stimolo del credito a basso costo, l’economia reagisce positivamente, ma se manca la corrispondenza tra investimenti e domanda, quando lo stimolo cessa viene meno anche la componente di Pil generata artificialmente: la frenata del Pil cinese nel terzo trimestre, al 4,9% rispetto al 7,9% del trimestre precedente, è coerente con questo scenario”.

Si tratta di fenomeni già visti, per esempio, in Malesia nel 1997 e in Grecia nel 2003. Nei primi anni Novanta, la Malesia alimentò un boom di investimenti, grazie a condizioni di credito particolarmente favorevoli. Quando, però, nel 1997, le condizioni cambiarono e l’accesso al credito divenne più costoso, i flussi di investimenti si fermarono e, essendo disancorati da un aumento reale della domanda interna, generarono una caduta del Pil pari a quasi due terzi di quanto era cresciuto nella fase di stimolo e furono necessari sei anni per tornare ai livelli di Pil toccati nel ’97.

Il caso della Grecia è analogo. A partire dal suo ingresso nell’euro, il Paese ha sperimentato un boom dei consumi, pubblici e privati, dovuti al maggior credito disponibile e non al reddito disponibile. La crisi che ne è seguita, nel 2010, ha cancellato, fino ad ora, quasi metà di quella crescita effimera e temporanea e il PIL non accenna a riprendersi. “Il motore della crescita cinese dal 2009 ad oggi è stato l’aumento del debito, che è passato da 7 mila a 50 mila miliardi di dollari. La crescita del Pil conseguente a questo debito è stata di 11 mila miliardi di dollari, da 5 a 16 mila miliardi”, prosegue Gabrielli. “Tuttavia soltanto una parte di quel debito ha finanziato investimenti produttivi, mentre la maggior parte è servita a finanziare i consumi privati e investimenti non produttivi, come dimostrano l’aumento delle nuove auto per abitante – che secondo le nostre analisi ha quasi raggiunto il livello degli Stati Uniti – e soprattutto l’enorme boom edilizio residenziale, che, secondo Goldman Sachs, vale 62 trilioni di dollari contro i 24 trilioni degli Usa, e che ha generato il guaio Evergrande”.

In questo scenario, esiste il rischio concreto che al Pil cinese possa accadere quanto successo alla Malesia o alla Grecia: o un crollo repentino con un recupero successivo (tanto più veloce quanto più svaluteranno la loro valuta) oppure un lunghissimo periodo di crescita molto al di sotto del loro target del 6% annuo.

“Dal punto di vista dell’allocazione di portafoglio, quindi, è bene affrontare con estrema prudenza l’esposizione verso la Cina, perché gli attuali valori azionari, seppur ridimensionati rispetto ai recenti massimi di inizio anno, potrebbero subire consistenti cali”, conclude il gestore. “Il possibile bilanciamento di portafoglio continua a essere offerto dall’azionario americano, che ha beneficiato anch’esso di una forte crescita degli investimenti a partire da inizio 2009, ma si tratta di investimenti che hanno impattato un’economia in pieno slancio tecnologico, sostenendo settori decisivi per la crescita futura, come l’elettromobilità, il cloud computing, la comunicazione mobile, il software: non è un caso che dal 2009 a oggi nomi come Apple, Google, Amazon, Netflix, Tesla siano prettamente fenomeni a stelle e strisce”.