Aprile 21, 2026
Home Posts tagged guerra commerciale

L’oro supera i 3.000 USD e si aggravano i timori di una guerra commerciale, ma niente panico

Sebbene gli ampi cambiamenti imposti da Trump ai mercati aggiungano incertezza, il messaggio è chiaro: potrebbe essere in arrivo una flessione, ma non è il momento di farsi prendere dal panico.

Venerdì della scorsa settimana l’oro ha raggiunto per la prima volta in assoluto la soglia chiave dei 3.000 USD, alimentato dall’escalation dei timori per la guerra commerciale e dalle crescenti aspettative di un taglio dei tassi da parte della Federal Reserve, dopo aver registrato un massimo storico giovedì. Gli investitori continuano a puntare sull’oro come bene rifugio mentre cresce l’incertezza economica e geopolitica.

Wall Street è crollata giovedì a causa dell’escalation della guerra commerciale di Trump che ha spaventato gli investitori, spingendo lo S&P 500 a una correzione del 10,1% rispetto al picco di febbraio. Anche il Nasdaq è in territorio di correzione e l’indice Dow Transport sfiora il mercato in ribasso. L’ultimo colpo è arrivato dopo che l’UE ha imposto una tassa del 50% sul whisky americano, spingendo Trump a minacciare dazi del 200% su vini e liquori europei. L’inflazione statunitense è scesa al 2,8% a febbraio, al di sotto delle aspettative, offrendo un po’ di sollievo tra le preoccupazioni legate alla guerra commerciale. Anche l’inflazione di base, che esclude alimentari ed energia, ha rallentato al 3,1%, il livello più basso da aprile del 2021. Nonostante i dati positivi, l’incertezza rimane alta a causa dei dazi, che potrebbero far salire i prezzi nei prossimi mesi. La Federal Reserve dovrebbe mantenere i tassi di interesse stabili la prossima settimana, ma i mercati prevedono tagli dei tassi a partire da giugno se l’inflazione continuerà a diminuire. 

Anche i mercati europei hanno chiuso in ribasso nella giornata di giovedì, quando la minaccia di Trump di imporre dazi del 200% su vini e liquori dell’UE ha fatto crollare i titoli alcolici. Pernod Ricard, Rémy Cointreau e Campari sono scesi di oltre il 3%, mentre LVMH ha perso l’1,1%. Lo Stoxx 600 ha chiuso in ribasso dello 0,15%, con i titoli del settore automotive in testa alla classifica dei ribassi (-1,7%), mentre gli investitori valutavano le misure di ritorsione di UE e Canada.

Cresce il rischio di recessione, ma niente panico. Il capo economista di J.P. Morgan, Bruce Kasman, avverte che negli Stati Uniti quest’anno c’è una probabilità di recessione del 40%, in rialzo rispetto alla precedente stima del 30%. Tra i motivi Kasman ha citato i dazi di Trump e l’incertezza politica. Se ad aprile dovessero entrare in vigore dazi reciproci, il rischio potrebbe addirittura superare il 50%. Kasman avverte inoltre che l’imprevedibilità delle politiche statunitensi potrebbe indebolire la fiducia degli investitori nei mercati americani, minacciando “l’esorbitante privilegio” che consente agli Stati Uniti di finanziare il proprio debito a basso costo. Si tratta, comunque, di indici previsionali che devono comunque essere sottoposti alla prova dei fatti, e i fatti ci impediscono di essere anche lontanamente “catastrofisti”. Nonostante l’incertezza economica, infatti, i mercati suggeriscono solo una flessione, non una crisi economica durevole e generalizzata.

Relativamente al mercato obbligazionario, gli spread delle obbligazioni societarie statunitensi sono saliti al livello più alto degli ultimi sei mesi, riflettendo i crescenti timori di recessione. Gli spread delle obbligazioni investment-grade hanno raggiunto i 94 punti base, mentre quelli delle obbligazioni high-yield (spazzatura) hanno raggiunto i 322 punti base, segnalando una maggiore avversione al rischio. Eppure i possibili tagli dei tassi della Fed dovrebbero generare un andamento contrario, segno che tale previsione di politica monetaria non è consolidata. I titoli azionari sono calati, prevedendo un rallentamento degli utili, ma gli spread creditizi rimangono stabili, a dimostrazione della fiducia nel debito societario

Pertanto, sebbene gli ampi cambiamenti politici del Presidente Trump aggiungano incertezza, il messaggio del mercato è chiaro: potrebbe essere in arrivo una flessione, ma non è il momento di farsi prendere dal panico. Infatti, i mercati hanno tentato un rimbalzo venerdì scorso, quindi i rialzisti probabilmente vorranno vedere qualcosa di più del rimbalzo di un solo giorno per accrescere la propria fiducia. Peraltro, ci sono diversi potenziali catalizzatori che muovono il mercato la prossima settimana, tra cui il rapporto mensile sulle vendite al dettaglio di lunedì, una riunione del FOMC martedì-mercoledì e la conferenza annuale GTC di Nvidia che si svolgerà per tutta la settimana. In questo contesto attuale, c’è anche la possibilità di ottenere sviluppi sui dazi, che potrebbero essere di natura sia crescente che decrescente.

Inoltre, diversi indicatori tecnici hanno segnalato uno stato di ipervenduto, ma questo è stato anche il caso della scorsa settimana. C’è una certa incertezza sul rapporto sulle vendite al dettaglio, ma anche curiosità di vedere se il mercato azionario reagirà negativamente se il rapporto dovesse risultare debole. Per quanto riguarda la Fed, visti i dati sull’inflazione relativamente benigni e le ulteriori prove di un rallentamento dell’economia, il presidente della Fed Powell probabilmente trasmetterà ai mercati un tono più accomodante che aggressivo. Pertanto, la previsione per la prossima settimana è ancora una volta rialzista, e le “prove tecniche di rimbalzo” di venerdì scorso potrebbero avere più spazio. Cosa potrebbe mettere in discussione queste prospettive? Se la prossima settimana dovessimo avere ulteriori escalation tariffarie, i mercati potrebbero tornare in modalità “risk off” e virare al ribasso.

 

Trump vs Cina, Canada, Messico ed EU: quale strategia di investimento azionario, e quale portafoglio?

L’imposizione di nuovi dazi da parte di Trump su Cina, Canada, Messico ed Europa crea incertezza nei mercati, ma allo stesso tempo apre opportunità per strategie di investimento mirate.

Le recenti misure tariffarie introdotte dal presidente Donald Trump stanno generando preoccupazioni significative riguardo al loro impatto sull’economia globale. Secondo il quotidiano The Times, l’imposizione di dazi del 25% su importazioni da Canada e Messico, e del 10% su quelle cinesi, potrebbe causare effetti paragonabili alle interruzioni economiche provocate dalla pandemia di COVID-19.

Queste politiche protezionistiche rischiano di innescare guerre commerciali, con conseguenze economiche potenzialmente gravi per tutte le parti coinvolte, in particolare per le economie di Canada e Messico, fortemente dipendenti dagli Stati Uniti. Alcuni economisti prevedono possibili recessioni in questi paesi se i dazi del 25% dovessero persistere. Anche l’Unione Europea potrebbe essere coinvolta in questa escalation tariffaria, con possibili ripercussioni sulle sue esportazioni verso gli Stati Uniti. Settori come l’automotive, l’elettronica e la moda potrebbero essere particolarmente colpiti, con un impatto stimato di 102 miliardi di dollari solo per l’UE. Pertanto, anche alla luce delle poco rassicuranti dichiarazioni del presidente USA, gli investitori e i risparmiatori dovrebbero aggiornare la propria asset allocation strategica, e riposizionare i propri portafogli di investimento in modo da minimizzare i danni o trarre profitto dalle opportunità che un simile scenario comunque comporta. In termini strategici, innanzitutto, ecco alcune possibili decisioni da adottare per i portafogli azionari.

1. Investire in settori resilienti ai dazi. Alcuni settori tendono a essere meno colpiti o addirittura favoriti da tensioni commerciali, come quello della Tecnologia. Infatti aziende come Microsoft, Amazon e Google (Alphabet), che offrono servizi digitali e cloud, sono meno esposte alle tariffe sui beni fisici. Allo stesso modo il settore Sanità/farmaceutico, dove compagnie come Pfizer, Johnson & Johnson e Eli Lilly vendono globalmente e hanno un mercato meno influenzato dai dazi; così come quello dei beni di consumo non ciclici, che producono beni essenziali (es. Procter & Gamble, Coca-Cola o Walmart).

2. Puntare su aziende con supply chain localizzata. Le aziende che producono principalmente negli Stati Uniti e dipendono meno da importazioni (ad esempio alcune realtà del settore manifatturiero o della difesa) potrebbero beneficiare di un ambiente protezionistico.
3. Investire in aziende che beneficiano della sostituzione delle importazioni. Se alcuni prodotti importati diventano più costosi a causa dei dazi, le aziende nazionali che offrono alternative potrebbero trarne vantaggio. Nel settore agricolo e alimentare, per esempio, se i dazi colpiscono prodotti alimentari esteri, i produttori agricoli statunitensi potrebbero aumentare vendite e margini. Nell’Automotive, alcune case automobilistiche potrebbero beneficiare di una maggiore domanda interna se le importazioni vengono penalizzate.

4. Puntare su asset rifugio in periodi di incertezza. Nei settori dell’Oro e dei metalli preziosi in generale, aziende minerarie come Barrick Gold o Newmont Mining tendono a guadagnare quando c’è incertezza economica. Anche le c.d. utilities e le infrastrutture sono settori considerati “difensivi” e meno legati ai cicli economici.
5. Diversificazione globale per ridurre il rischio. Se i dazi colpiscono il mercato USA, diversificare investendo in mercati emergenti o in economie meno coinvolte nella guerra commerciale può essere una buona scelta.

Relativamente ai portafogli di investimento esclusivamente azionari – o per la parte azionaria di un portafoglio titoli complessivo che comprenda anche strumenti monetari/obbligazionari – è fondamentale mettere in atto strategie diverse in base al livello di rischio e all’orizzonte temporale. Senza entrare eccessivamente nel tecnico, ci si può concentrare su tre tipologie di portafoglio sostenibili alla luce dei nuovi dazi imposti da Trump: Portafoglio Azionario Difensivo (bassa volatilità, protezione dal rischio), Portafoglio Azionario Bilanciato (mix di stabilità e crescita) e Portafoglio Azionario Aggressivo (massima crescita e speculazione).

Portafoglio Difensivo (bassa volatilità, protezione dal rischio)
Obiettivo: minimizzare l’impatto delle tensioni commerciali proteggendo il capitale con asset rifugio e settori resilienti. Composizione:
– 40% ETF su beni di consumo non ciclici (es. XLP – Consumer Staples Select Sector SPDR)
– 20% Utilities e infrastrutture (Duke Energy, NextEra Energy)
– 20% Oro e metalli preziosi (ETF GLD – SPDR Gold Trust, Newmont Mining)
– 10% Settore farmaceutico (Pfizer, Johnson & Johnson)
– 10% Liquidità o obbligazioni a breve termine (ETF TLT – Treasury Bonds)
Motivazione: Protegge da recessione e volatilità derivante dalla guerra commerciale, con asset stabili e beni essenziali.

Portafoglio Bilanciato (Mix di Stabilità e Crescita)
Obiettivo: Bilanciare protezione e opportunità di crescita nei settori meno colpiti dai dazi.
Composizione:
– 30% Settore tecnologico USA (Microsoft, Apple, NVIDIA)
– 20% Settore sanitario (UnitedHealth, Merck, ETF XLV)
– 20% Settore industriale USA (che beneficia del protezionismo) (Caterpillar, Lockheed Martin)
– 20% Oro e obbligazioni per stabilità (GLD – oro, TLT – Treasury Bonds)
– 10% Mercati emergenti (ETF EEM – MSCI Emerging Markets, che possono beneficiare dallo spostamento dei flussi commerciali)
Motivazione: Diversifica tra crescita e protezione, puntando su aziende USA che non dipendono troppo dalle importazioni.

Portafoglio Aggressivo (Massima Crescita e Speculazione)
Obiettivo: Sfruttare opportunità speculative e settori che potrebbero beneficiare dai dazi.
Composizione
– 40% Tecnologia USA e AI (NVIDIA, AMD, Microsoft)
– 20% Materie prime ed energia USA (Occidental Petroleum, ExxonMobil)
– 15% Settore agricolo USA (favorito dai dazi sui prodotti esteri) (Deere & Co, Archer-Daniels-Midland)
– 15% Mercati emergenti non colpiti dai dazi USA (India ETF – INDA, Brasile ETF – EWZ)
– 10% Cash e opzioni su volatilità (ETF VIX per copertura, liquidità per opportunità di acquisto)
Motivazione: Alta esposizione a settori con forte crescita e volatilità, cercando di sfruttare il cambiamento dei flussi commerciali.

2025, Trump in guerra contro il commercio. Outlook Regno Unito e USA in cinque punti

Un cambiamento dai contorni ancora sconosciuti travolgerà l’America, mentre i vecchi problemi dell’economia e la lotta all’inflazione affliggeranno altri paesi. Regno Unito in stagnazione?

L’economia globale sta entrando nel nuovo anno con crescenti tensioni geopolitiche che incombono sulle sue prospettive, mentre le principali banche centrali del mondo tentano di tagliare i tassi di interesse dopo il peggior shock inflazionistico degli ultimi decenni.

In tutta probabilità, il secondo mandato di Donald Trump alla Casa Bianca dominerà l’agenda economica, e le tensioni commerciali globali sono ormai all’orizzonte, mentre il presidente eletto minaccia di imporre tariffe radicali sulle importazioni statunitensi. In Europa, l’economia britannica sta vacillando sotto la scure delle pressioni inflazionistiche, mentre le maggiori economie dell’eurozona sono travolte da turbolenze politiche. In Asia, Pechino sta lottando per rilanciare l’economia cinese, mentre i paesi del sud del mondo stanno affrontando pagamenti di interessi sul debito in forte aumento. Ecco i cinque punti chiave che sostengono le prospettive economiche per il 2025.

1) Le guerre commerciali di Trump 2.0 – La vittoria inequivocabile di Trump ha aumentato la prospettiva di battaglie globali su una scala molto più ampia rispetto al suo primo mandato, quando i suoi scontri con la Cina hanno avuto ripercussioni sul commercio mondiale. Tuttavia, molti economisti sperano che Trump si fermi prima di schierare l’intero arsenale di minacce che ha fatto durante la campagna elettorale, che includeva tariffe sulle importazioni fino al 60% sulla Cina e fino al 20% sui nemici e gli alleati dell’America. Le promesse del presidente eletto di tagliare le tasse e le normative sulle imprese hanno fatto sperare gli investitori in un’impennata nel mercato azionario americano, ma si teme che le sue misure possano aprire un buco enorme nel bilancio federale degli Stati Uniti, dove anche le famiglie colpite da tasse più elevate sulle importazioni potrebbero alimentare l’inflazione. Altrove, le tensioni rimangono elevate con i conflitti in Ucraina e in Medio Oriente, mentre l’incertezza politica sta aumentando nel nucleo dell’eurozona, dove i governi francese e tedesco sono sotto pressione.

2) Inflazione ostinata – Le banche centrali più potenti del mondo hanno iniziato a tagliare i tassi di interesse nel 2024 dopo che l’inflazione si è raffreddata più rapidamente del previsto. L’attenzione principale per l’anno a venire sarà su quanto saranno ulteriormente ridotti i costi dei prestiti, in considerazione dei timori per le persistenti pressioni inflazionistiche e le prospettive di crescita economica. La Banca d’Inghilterra ha segnalato un approccio graduale, dopo aver previsto che l’inflazione sarebbe rimasta al di sopra del suo obiettivo del 2% fino al 2027. Nel Regno Unito l’inflazione complessiva è scesa da un picco dell’11,1% nella seconda metà del 2022 fino a sotto il 2% a settembre 2024, ma è tornata quasi subito al 2,6%. La crescita salariale è rimasta più forte del previsto, con il potenziale per alimentare l’inflazione. La Banca centrale inglese sta anche monitorando l’impatto del bilancio autunnale di Rachel Reeves, dopo che il cancelliere ha annunciato un aumento di 25 miliardi di sterline nei contributi previdenziali nazionali dei datori di lavoro da aprile. I leader aziendali hanno avvertito che ciò potrebbe colpire i posti di lavoro o essere trasferito ai consumatori attraverso prezzi più alti. Gli investitori hanno ridotto le aspettative di tagli profondi dei tassi di interesse nel 2025.

3) Il Regno Unito in stagnazione? – L’economia britannica è sull’orlo della stagnazione, aumentando la prospettiva di un periodo di “stagflazione“, quando la crescita è in stallo ma l’inflazione è alta. Il Regno Unito è cresciuto al ritmo più rapido nel G7 nella prima metà del 2024, in parte perché si stava riprendendo da una recessione superficiale nella seconda metà del 2023. Tuttavia, un forte calo della fiducia dei consumatori e delle imprese ha pesato sull’economia, che alcuni analisti hanno attribuito alla cupa retorica del Labour e ai piani di aumento delle tasse. L’economia si è contratta dello 0,1% a ottobre, mentre la Banca d’Inghilterra prevede una crescita pari a zero negli ultimi tre mesi del 2024. Alcuni esperti sono, tuttavia, più ottimisti, e affermano che la fiducia degli inglesi nell’economia britannica e continentale dovrebbe riprendersi, poiché il contesto politico generale è molto più stabile in Inghilterra rispetto agli ultimi anni e, soprattutto, rispetto ad altri paesi europei.

4) Tasso di occupazione – La Gran Bretagna è uno dei pochi paesi sviluppati con un tasso di occupazione inferiore rispetto a prima della pandemia di Covid.

Oltre 9 milioni di persone sono “economicamente inattive”, ovvero non lavorano né cercano un lavoro. Riportare più persone al lavoro è visto dal governo come uno dei modi più efficaci per riavviare la crescita economica e sarà una delle sue massime priorità nel 2025. Parte di questo sforzo sarà mirato a sistemare i servizi pubblici malconci, mentre ci saranno cambiamenti nei centri per l’impiego e nel sostegno all’occupazione a partire dalla primavera. Negli USA, invece, il il mercato del lavoro è passato di recente da una lunga fase di piena occupazione tecnica (ossia un tasso di disoccupazione “fisiologico” compreso tra il 3% ed il 3,5%) ad un leggero rallentamento del saldo netto occupazionale, con un livello di disoccupazione passato al 4,1%. Se questa percentuale di inoccupati dovesse aumentare o mantenersi ai livelli attuali, le pressioni inflazionistiche potrebbero rallentare e la Fed potrebbe continuare ad abbassare i tassi di interesse, sia pure con lenta gradualità (e non come Wall Street vorrebbe).

5) Rendimenti obbligazionari – I governi di tutto il mondo stanno affrontando sfide dovute ai maggiori costi di indebitamento. A differenza degli anni di tassi di interesse ultra bassi dopo la crisi finanziaria del 2008, quando la spesa pubblica alimentata dal debito ha contribuito a sostenere una crescita fragile, il rischio di un’inflazione più rigida e di tassi di interesse più elevati nel 2025 renderà tutto più difficile. “La politica fiscale espansiva nei periodi difficili non è più un pranzo gratis. Ora richiede un adeguato consolidamento fiscale nei periodi favorevoli“, hanno scritto gli analisti della Bank of America in una nota ai clienti. Anche la Francia sta lottando per ridurre il suo deficit di bilancio in mezzo a turbolenze politiche. Gli investitori potrebbero richiedere rendimenti più elevati se prestassero a governi con deficit elevati, e questo farebbe aumentare ulteriormente i costi del debito sovrano.