Luglio 26, 2026
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Michael Blümke: recessione improbabile, ma il taglio dei tassi è rimandato

Economia statunitense solida, ma l’obiettivo del 2% di inflazione rimane lontano. Eurozona in recessione tecnica, ma il peggio è passato. Cina zavorrata dalle difficoltà del settore immobiliare.

di Michael Blümke*

“L’attuale stima del Fmi in merito alla crescita economica globale nel 2024 si attesta al 3,1%, al di sotto della media di lungo periodo. Sebbene la crescita solida e il il calo dell’inflazione rendano sempre più improbabile una recessione globale, i consistenti stimoli fiscali, la solidità dei mercati del lavoro e le incertezze geopolitiche potrebbero compromettere il processo disinflazionistico nel medio periodo. Nei prossimi mesi le banche centrali cominceranno a ridurre i tassi di riferimento, ma lo faranno più lentamente e gradualmente di quanto i mercati abbiano finora previsto. Nel 2024, più della metà della popolazione mondiale sarà chiamata alle urne in oltre 70 Paesi. Gli attuali governanti vareranno stimoli fiscali con l’intento di assicurarsi la rielezione e i risultati elettorali avranno ripercussioni sugli sviluppi fiscali, commerciali e geopolitici del mondo e su quelli legati alle politiche sull’immigrazione.

Stati Uniti. Negli Stati Uniti, il trend disinflazionistico perde vigore ma resta finora intatto. Siamo tuttavia convinti che il mercato sbagli ad attendersi un taglio dei tassi già a marzo e che ulteriori dati economici positivi getteranno un’ombra sulle aspettative ottimistiche di un allentamento monetario. Con un aumento del Pil del 3,3 % nel quarto trimestre 2023, l’economia statunitense ha ancora una volta sorpreso i mercati in positivo. Negli Stati Uniti, la congiuntura è cresciuta a ritmi che non si vedevano da sette mesi, sospinta dall’elevato numero di ordinativi. Le prospettive del primo trimestre 2024 fanno prevedere una robusta espansione. Infatti, se l’attività industriale ristagna, il sentiment dei consumatori è decisamente migliorato, per cui non sorprende che la crescita economica continui a beneficiare delle solide vendite al dettaglio.

Anche il mercato del lavoro continua il proprio processo di normalizzazione ritornando ai precedenti equilibri. Il mercato immobiliare è sostenuto dal ribasso dei tassi ipotecari e dovrebbe quindi esibire un miglioramento nei prossimi mesi. Mentre a dicembre l’indice dei prezzi al consumo è salito al 3,4%, i dati sul PCE (spesa per consumi personali) forniti dalla Fed sono più incoraggianti. A dicembre, il PCE core è sceso al di sotto del 3% e anche le aspettative di inflazione sembrano tuttora ben ancorate. Il rallentamento dell’inflazione rappresenta uno sviluppo positivo. In particolare, la solidità del mercato del lavoro, i consumi robusti e gli ulteriori stimoli fiscali in vista delle elezioni presidenziali di novembre determineranno probabilmente il prolungamento del ciclo disinflazionistico, rendendo più difficile un rapido ritorno all’obiettivo di inflazione del 2%. Pertanto, mancano le premesse per un taglio dei tassi, malgrado le notizie positive. La Fed dovrebbe ancora attendere il pieno dispiegarsi degli effetti della sua campagna di inasprimento. L’istituto centrale resta naturalmente alle prese con un dilemma: una reazione troppo tardiva rischierebbe, in primo luogo, di causare un eccessivo rallentamento economico e, in secondo luogo, di far apparire l’istituto come politicamente motivato in vista delle elezioni.

Eurozona. “Nell’Eurozona, i dati macroeconomici fanno presagire una stabilizzazione dell’economia fino a metà anno e gli spread dei titoli di Stato non danno adito a timori di frammentazione, pertanto nemmeno qui vediamo motivi per cui la Bce dovrebbe agire frettolosamente”. I dati del quarto trimestre 2023 provenienti dall’Eurozona restano deboli. Nella seconda metà del 2023, l’economia della regione è scivolata in una recessione tecnica, ma i dati disponibili ci inducono a ritenere che il peggio sia passato. La crescita rimarrà debole anche nella prima metà del 2024, ma non prevediamo una grave recessione, semmai una crescita economica stagnante. A dicembre, la disoccupazione nell’Eurozona è scesa al 6,4%, un livello mai registrato prima. A differenza degli Stati Uniti, a gennaio la fiducia dei consumatori dell’area euro è diminuita ulteriormente e a fine 2023 le vendite al dettaglio si sono ulteriormente ridotte. L’aumento dei salari reali e la disoccupazione ai minimi storici dovrebbero tuttavia sostenere la domanda privata nei prossimi mesi. L’incremento della domanda dei consumatori e i crescenti costi del lavoro potrebbero però rendere più vischiosa l’inflazione, impedendo un rapido processo disinflazionistico.

La debolezza della domanda globale crea problemi ai paesi e ai settori orientati alle esportazioni. Il settore manifatturiero tedesco ne risente particolarmente. Gli ordini in entrata e la produzione nel settore industriale hanno subito un’ulteriore contrazione. L’indagine della Bce sull’erogazione del credito mostra condizioni di prestito ancora tese, ma indica anche che ci siamo ormai lasciati alle spalle il picco dell’inasprimento. A quota 3,6%, l’inflazione di fondo è scesa su base annua, pur restando nettamente al di sopra dell’obiettivo della banca centrale. La Bce manterrà un atteggiamento dipendente dai dati, attendendo di vedere gli sviluppi dei prossimi mesi.

Cina. Le prospettive della Cina sono leggermente migliorate rispetto agli scorsi mesi, ma i futuri sviluppi continueranno a dipendere dalla velocità con cui si risolveranno i problemi del settore immobiliare. L’economia cinese resta debole. L’anno scorso la crescita complessiva del paese ha raggiunto il 5,2%, in linea con l’obiettivo ufficiale di crescita del 5% circa. Il 2023 si è chiuso con risultati eterogenei: inflazione debole, calo del settore dei servizi e livelli ancora modesti di erogazione del credito da parte delle banche a fronte della stabilizzazione del settore manifatturiero e del miglioramento delle esportazioni rispetto ai precedenti bassi livelli. I consumi restano uno dei principali motori della crescita grazie anche al solido aumento delle vendite al dettaglio nel terziario.

Anche nell’industria si delinea un trend ascendente, mentre il settore immobiliare resta il fanalino di coda, nonostante il lancio di progetti di edilizia residenziale a prezzi accessibili, diverse misure di allentamento e iniezioni di liquidità. Il contesto economico resta deflazionistico, mentre l’inflazione di fondo a +0,6% rimane positiva su base annua. I sondaggi sull’attività economica futura sono ancora deboli e fotografano un’economia stagnante. In reazione a tali risultati, le autorità politiche si stanno dando maggiormente da fare. Pur in assenza di notizie più dettagliate, il deficit di bilancio dovrebbe rimanere intorno all’8% del Pil. Le autorità monetarie sosterranno la politica fiscale espansiva. La Banca centrale cinese ha di recente sorpreso i mercati riducendo di 50 punti base i coefficienti di riserva minima, un taglio superiore alle aspettative e preannunciando il varo di ulteriori misure.

*portfolio manager di Ethenea Independent Investors

ETHENEA: in Europa l’inflazione non raggiungerà l’obiettivo del 2% nel 2024

La Fed probabilmente ha scelto di combattere la recessione piuttosto che l’inflazione. Il ristagno economico in Europa riduce i margini di manovra della Bce.

“Nella seconda metà del 2023 l’inflazione è scesa rapidamente, ma è decisamente troppo presto per puntare su una disinflazione senza intoppi verso l’obiettivo del 2% fissato dalle banche centrali. Sebbene non vi siano più shock di approvvigionamento legati alla pandemia, le tensioni geopolitiche, il protezionismo e le misure fiscali in corso continuano a esercitare una pressione inflazionistica“. È l’analisi di Michael Blümke, portfolio manager di ETHENEA Independent Investors.

Anche se i dati più recenti dagli Stati Uniti indicano una crescita più debole e un calo dell’inflazione per via della politica monetaria restrittiva, non vi sono segnali di un’imminente recessione. La tendenza disinflazionistica è proseguita: l’inflazione complessiva è scesa al 3,1%, grazie al calo dei prezzi dell’energia, ma l’inflazione di fondo è rimasta al 4%, a causa della continua pressione sui prezzi nei settori dei servizi e degli affitti. Il rallentamento dell’inflazione è uno sviluppo positivo, ma riteniamo improbabile un rapido ritorno all’obiettivo del 2%, alla luce della solidità del mercato del lavoro, della resistenza dei consumatori e della politica fiscale espansiva dovuta all’anno elettorale. A dicembre, la Fed ha lasciato invariata la sua politica monetaria, ma ha sorpreso i mercati con toni accomodanti e ha persino annunciato di aver iniziato a discutere di tagli dei tassi. In vista delle prossime elezioni presidenziali statunitensi, sospettiamo che, nel valutare se combattere l’inflazione o evitare una recessione, i banchieri centrali abbiano scelto la seconda opzione. Con le attuali proiezioni di crescita e i tre tagli dei tassi previsti, a fronte dei sei attesi dal mercato nel 2024, l’inflazione non raggiungerà sicuramente il 2%.

La crescita dell’Eurozona è rimasta deludente nel quarto trimestre 2023, nonostante un leggero miglioramento a novembre. A dicembre, l’attività economica del settore privato si è contratta per il settimo mese consecutivo, facendo aumentare il rischio di una recessione tecnica nella seconda metà dell’anno. La debolezza della domanda globale si ripercuote sull’intera Eurozona e la produzione industriale è scesa ai minimi dal 2020. Più che un crollo economico, i dati segnalano un ristagno dell’economia. La crescita continuerà a rallentare e rimarrà debole anche nella prima metà del 2024. A novembre, la pressione sui prezzi è scesa al 2,4% su base annua, ma nel settore dei servizi è rimasta elevata, al 4%. L’inflazione di fondo è passata dal 4,2% al 3,6% su base annua. Dato che questo valore è ancora nettamente superiore all’obiettivo e che gli indici PMI continuano a segnalare un aumento della pressione sui costi e della crescita dei salari nell’intera Eurozona, il processo di disinflazione può dirsi tutt’altro che concluso.

Il ciclo di rialzo dei tassi della Bce è terminato. Tuttavia, la Presidente dell’istituto ha sottolineato che, a differenza della Fed, la Bce non è ancora pronta a discutere di tagli dei tassi. Anche in questo caso, il mercato è molto più ottimista riguardo ai futuri tagli dei tassi, scontandone fino a sei. Per le autorità europee la posta in gioco è alta: abbassare i tassi troppo presto in un contesto di inflazione persistente e stimoli fiscali costanti sarebbe un errore, mentre mantenere la politica restrittiva troppo a lungo potrebbe causare una recessione economica ancora più grave. Di fatto, la fase finale del percorso verso l’obiettivo del 2% d’inflazione sarà la più complessa e potrebbe richiedere ulteriori sofferenze economiche.

la ripresa dell’economia cinese è proseguita a un ritmo moderato nel quarto trimestre, trainata dai consumi interni. L’economia si trova ancora in un contesto deflazionistico: sia l’inflazione complessiva che i prezzi alla produzione sono negativi su base annua (-0,5% e -3%). Nell’ultimo trimestre, la situazione del credito è migliorata grazie alle ampie misure governative volte a stimolare la crescita del credito. Nell’ultima riunione dell’anno, in dicembre, il Politburo si è impegnato a promuovere la ripresa economica. La politica fiscale sarà senz’altro lo strumento principale per farlo nel 2024, ma non vi sono segnali di ampi stimoli fiscali, bensì di ulteriori misure mirate. La politica monetaria fornirà un sostegno flessibile ed efficace, ma cauto. Naturalmente, le prospettive della Cina sono un po’ più favorevoli rispetto agli ultimi mesi, ma la ripresa rimarrà graduale e il settore immobiliare continuerà ad avere problemi e a offuscare le prospettive economiche anche nel 2024.

Blümke, ETHENEA: la Bce sarà la prima a tagliare i tassi nel 2024

La crescita dei salari non scoraggia la BCE, mentre la FED sembra frenata dalle elezioni presidenziali. La Cina non sarà più la locomotiva della ripresa globale.

Di Michael Blümke, Portfolio manager di ETHENEA

Con il calo dell’inflazione, il ciclo di rialzo dei tassi della BCE è di fatto giunto al termine, ma, vista la crescita sostenuta dei salari e gli incentivi fiscali, sarebbe necessario proseguire con la politica restrittiva. Tuttavia, dubitiamo che la banca centrale sia sufficientemente paziente e perseverante per farlo. Al contrario, riteniamo che taglierà i tassi prima della FED, per non penalizzare l’economia.

I dati economici dell’Eurozona indicano una crescita debole per il quarto trimestre 2023, mentre gli indicatori anticipatori PMI (Purchasing Managers’ Index) rimangono in territorio negativo per il sesto mese consecutivo: più che un crollo, i dati economici segnalano un ristagno dell’economia. Il mercato del lavoro appare solido, ma la crescita dell’occupazione rallenta notevolmente. Dal momento che vengono creati sempre meno posti di lavoro, il tasso di disoccupazione è salito al 6,5%. Sebbene vi siano i primi segnali di miglioramento nel settore manifatturiero e la fiducia dei consumatori si stia stabilizzando su un livello molto basso, le vendite al dettaglio continuano a scendere. In questo clima poco favorevole alla crescita e in assenza di una tendenza chiara, nei prossimi mesi l’autorità monetaria europea sarà messa alla prova: abbassare i tassi d’interesse troppo presto sarebbe controproducente, in un contesto di inflazione persistente e stimoli fiscali costanti. Mentre, d’altro canto, mantenere una politica restrittiva troppo a lungo potrebbe aggravare la recessione. Con il calo dell’inflazione al 2,4%, e al 3,6% per l’inflazione di fondo, possiamo ritenere che il ciclo di rialzo dei tassi della BCE sia di fatto giunto al termine. Tuttavia la banca centrale non vorrà penalizzare l’economia e quindi potrebbe essere la prima a tagliare i tassi nel 2024.

Se poi guardiamo agli Stati Uniti, non dobbiamo aspettarci un eccessivo dinamismo da parte della FED, visto l’approssimarsi delle elezioni presidenziali e in assenza di una recessione. Dopo un’espansione insostenibile di quasi il 5% annualizzato nel terzo trimestre, negli ultimi tre mesi dell’anno l’economia statunitense ha perso slancio, con una crescita del Pil prevista del 2%. Resta comunque improbabile una recessione nel prossimo futuro. Innanzitutto, l’imminente anno di elezioni garantirà che la politica fiscale rimanga espansiva, nonostante il disavanzo di bilancio record. In secondo luogo, i dati sui consumi americani sono incoraggianti. Quanto al mercato del lavoro, il tasso di disoccupazione è salito al 3,9% e le richieste settimanali di sussidi di disoccupazione sono in lieve aumento. Malgrado questi primi segnali di rallentamento, le offerte di lavoro restano numerose e il numero totale di licenziamenti è ancora lontano dai livelli indicanti una recessione. L’inflazione ha continuato a scendere, ma le aspettative di inflazione rimangono elevate. Pertanto, probabilmente la FED resterà in attesa per qualche mese e, prima di intervenire, soppeserà attentamente i rischi di un’inflazione elevata e prolungata, rispetto a quelli di una stretta monetaria eccessiva.

Infine la Cina. La ripresa economica prosegue a un ritmo moderato nel quarto trimestre. In un contesto di crisi del settore immobiliare, le autorità continuano a fornire incentivi monetari e fiscali mirati, che stanno lentamente producendo i loro effetti e le prospettive di crescita sono in graduale miglioramento. La ripresa trainata dai consumi inizia a influire positivamente sulla produzione industriale. Tuttavia, gli investimenti continuano a risentire dell’impatto negativo del settore immobiliare e hanno ceduto l’11,3% rispetto al 2022. Le aspettative sull’attività economica futura si confermano deboli a novembre e segnalano un ristagno nei prossimi trimestri. Il rischio di deflazione è ancora concreto. Alla luce del ritmo lento della ripresa, la politica monetaria deve rimanere espansiva per favorire una ripresa autosufficiente. Tuttavia, la Cina è lontana dal diventare la locomotiva della prossima ripresa globale, come è avvenuto durante le ultime crisi.

ETHENEA: Bce e Fed, stop agli interventi sui tassi

Nell’Eurozona l’inflazione potrebbe risalire per vie dei prezzi energetici. L’economia Usa è robusta, mentre in Cina la debolezza della domanda esterna e le tensioni commerciali con Stati Uniti ed Europa freneranno la crescita.

“A fronte del rapido rallentamento della crescita e dell’inflazione, la Bce resta alle prese con un dilemma: se combattere aggressivamente l’inflazione rischiando di causare un grave indebolimento dell’economia o aspettare ancora, correndo il rischio di innescare una pericolosa stagflazione. In linea con le nostre previsioni per la Fed, ci attendiamo che anche la Bce assuma per ora un atteggiamento attendista”. È l’analisi di Michael Blümke, Portfolio manager Ethenea Independent investors.

I dati economici provenienti dall’Eurozona continuano a deludere, rimanendo ben al di sotto delle stime. Il settore privato esibisce debolezza, il che potrebbe indicare che la regione è entrata in recessione. Il clima economico è peggiorato e a ottobre i Purchasing Managers’ Index sono scesi ai minimi degli ultimi tre anni. Gli indicatori del settore manifatturiero e di quello dei servizi continuano a scivolare sempre più profondamente in territorio di contrazione. Nel terzo trimestre gli standard di concessione del credito sono divenuti ancora più restrittivi. Il mercato del lavoro è solido ma va indebolendosi data la diminuzione dei nuovi posti di lavoro. La fiducia dei consumatori si è stabilizzata su livelli estremamente bassi e i consumi delle famiglie sono in calo, il che fa accelerare la flessione delle vendite al dettaglio. La debolezza della domanda estera e le tensioni geopolitiche gravano sulla produzione industriale, continuando a penalizzare le economie orientate all’esportazione come quelle di Germania e Italia. Grazie agli effetti di base, le pressioni sui prezzi sono decisamente diminuite a ottobre, ma l’inflazione di fondo, pari al 4,2%, resta ancora troppo alta, mentre l’inflazione complessiva potrebbe tornare a salire a seguito del rincaro dei prezzi energetici.

Negli Usa, l’economia continua a mostrarsi sorprendentemente robusta, registrando una crescita annualizzata del 4,9% nel terzo trimestre rispetto a quello precedente. A ottobre, gli indicatori anticipatori hanno evidenziato un lieve miglioramento sia nel settore manifatturiero che in quello dei servizi, segnalando una moderata espansione nei prossimi mesi. Le tensioni sul mercato del lavoro stanno gradualmente attenuandosi e il rapporto tra domanda e offerta appare più equilibrato. L’occupazione continua a imprimere slancio alla spesa per consumi, come dimostra la crescita delle vendite al dettaglio. Non si colgono segnali di recessione grazie al robusto sostegno fiscale, al solido andamento dei redditi e al vigore del mercato del lavoro.

L’economia statunitense deve tuttavia fare i conti con diversi ostacoli che potrebbero avere un impatto negativo nei prossimi trimestri: condizioni di finanziamento restrittive, elevati accordi salariali nel settore automobilistico, rincaro del petrolio, una possibile chiusura del governo a novembre e un disavanzo di bilancio in rapida crescita, per citarne solo alcuni. In un tale contesto non sorprende che a ottobre la fiducia dei consumatori sia scesa per il terzo mese consecutivo. L’ulteriore inasprimento delle condizioni finanziarie, effettuato a ottobre, rappresenta uno strumento utile alla banca centrale statunitense nella sua lotta all’inflazione. Al contempo sono tuttavia aumentati i rischi legati a un orientamento eccessivamente restrittivo, per cui bisogna attentamente valutare la necessità di effettuare ulteriori rialzi per combattere l’inflazione. “Alla luce dell’aumento delle aspettative di inflazione, la Fed deve procedere con molta cautela. Ci attendiamo che nell’immediato futuro le autorità monetarie si asterranno dall’intervenire sui tassi”, sottolinea Blümke.

La congiuntura cinese resta debole, ma nel terzo trimestre ha registrato un miglioramento. Per sostenere l’economia e il settore immobiliare ancora in difficoltà, l’Assemblea nazionale del popolo ha deliberato di alzare il deficit di bilancio dal 3% al 3,8% del Pil. Alle amministrazioni regionali è stato chiesto di completare rapidamente l’emissione di obbligazioni speciali per finanziare progetti infrastrutturali. Anche la Banca Popolare Cinese continua a erogare abbondante liquidità e ha sollecitato le banche a concedere prestiti ai costruttori immobiliari. Gli stimoli monetari e fiscali cominciano a sortire i primi effetti: nel terzo trimestre la crescita del Pil ha registrato un’accelerazione (+1,3% su base trimestrale).

La ripresa alimentata dai consumi ha evidenziato un’espansione a settembre, con conseguente miglioramento delle vendite al dettaglio e della produzione industriale. Gli investimenti continuano tuttavia a risentire fortemente dell’impatto negativo del settore immobiliare. Anche gli indicatori anticipatori della futura attività economica sono tornati in territorio espansivo. “Nel prossimo futuro la debolezza della domanda esterna e le tensioni commerciali con Stati Uniti ed Europa freneranno la crescita cinese“, conclude Blümke. “Permane tuttora un concreto pericolo di deflazione, visto che a settembre l’inflazione complessiva è rimasta invariata allo 0% rispetto all’anno precedente e l’indice dei prezzi alla produzione ha evidenziato un calo ulteriore (-2,5% su base annua)”.

Economia mondiale: tassi fermi in Europa e Usa, ma c’è il rischio Cina

L’economia dell’Eurozona continua a ristagnare, ma la Bce effettuerà al massimo un solo rialzo dei tassi. Negli Usa si intravede un “soft landing”. In Cina il sistema bancario in crisi di liquidità.
 
“Prosegue l’espansione economica della fase avanzata del ciclo, nonostante l’indebolimento della crescita e quello che può essere definito un inasprimento della politica monetaria. L’attività economica si mostra più resiliente di quanto previsto ancora pochi mesi fa. Nel breve periodo sono pressoché assenti segnali di recessione incombente. Tuttavia, destano preoccupazione il rallentamento cinese e le crescenti tensioni nel settore immobiliare e in quello finanziario”. È la view di Michael Blümke, Senior portfolio manager di Ethenea Independent Investors.
 
Sebbene i tassi di disoccupazione stiano lentamente risalendo dai recenti minimi record, le condizioni dei mercati del lavoro restano tese. La fiducia dei consumatori continua a migliorare rispetto ai precedenti minimi. Indicatori anticipatori come il Purchasing Managers’ Index confermano il quadro di rallentamento economico. Mentre il terziario perde rapidamente slancio, il trend discendente del settore manifatturiero sembra per ora essersi arrestato, anche se le cifre continuano a indicare una contrazione. Si profila quindi sempre più chiaramente la fine dell’inasprimento monetario, confermato dal calo dell’inflazione complessiva, anche se l’inflazione di fondo resta elevata, soprattutto nel settore dei servizi. Non va pertanto sottovalutata la determinazione delle banche centrali a riportare l’inflazione al livello obiettivo del 2%. Un ritardo nel raggiungimento di tale target o addirittura un’accelerazione dell’indice dei prezzi costringerebbe le banche centrali a schiacciare nuovamente il pedale del freno, inasprendo nuovamente la politica monetaria e rischiando di innescare una recessione. Attualmente, però, non ci attendiamo alcun intervento sui tassi, o al massimo un solo rialzo, da parte delle due principali banche centrali.
 
USA – In un contesto caratterizzato da solidi consumi, inflazione in calo e ripresa degli investimenti aziendali permane la speranza di un cosiddetto “soft landing“. La crescita dell’economia statunitense ha accelerato nel secondo trimestre, superando quella degli altri Paesi sviluppati. Anche se nei prossimi mesi l’effetto ritardato della politica monetaria e l’inasprimento degli standard di concessione del prestito continueranno a gravare sull’economia, il modello GDPNow della Federal Reserve di Atlanta prevede una crescita reale del 5,6% annualizzato nel terzo trimestre dell’anno. Una stima tendenzialmente 

troppo elevata, ma il trend non indica alcun massiccio indebolimento. La debole ripresa nel settore immobiliare e in quello manifatturiero corrobora questa tesi. Il moderato calo della domanda di manodopera e il rallentamento della crescita dell’occupazione fanno prevedere una graduale distensione del mercato del lavoro. È evidente che la banca centrale statunitense è riuscita finora a ridurre la domanda complessiva e a far scendere l’inflazione al 3,2% senza causare un aumento della disoccupazione. Tuttavia nel corso del summit di quest’anno a Jackson Hole il presidente della Fed, Jerome Powell, ha ribadito chiaramente che il compito della banca centrale non si è ancora concluso e che una nuova accelerazione dell’attività economica potrebbe costringere la Fed a operare ulteriori rialzi dei tassi.
 
Eurozona – I dati del Pil del secondo trimestre indicano che l’economia della regione ha superato la recessione tecnica in cui era scivolata nel quarto trimestre del 2022. L’economia dell’area euro continua tuttavia a ristagnare, con Germania e Italia che si distinguono per la crescita molto debole. Ciò che risulta particolarmente preoccupante è la contrazione in atto nel terziario, che nel primo semestre di quest’anno aveva trainato la ripresa. Ad agosto il Purchasing Managers’ Index ha subito una drastica flessione, precipitando in territorio negativo. La fiducia dei consumatori è risalita dai precedenti bassi livelli, favorita dalla solidità del mercato del lavoro, mentre i dati “hard” hanno deluso su quasi tutta la linea. Il settore manifatturiero ha risentito della debole domanda estera, quello immobiliare resta sotto pressione e, malgrado il miglioramento dell’inflazione complessiva, l’inflazione di fondo persiste a quota 5,5%. I tassi reali sono pertanto scesi in territorio negativo e la Bce resta quindi alle prese con il dilemma di dover operare una stretta malgrado il rallentamento economico. Prevediamo tuttavia che la Bce effettuerà al massimo ancora un solo rialzo, per poi prendersi una pausa in attesa della pubblicazione dei prossimi dati macro.
 
Cina – Quest’anno l’economia cinese avrebbe dovuto imprimere slancio alla crescita globale, invece in agosto l’economia ha subito un ulteriore rallentamento, malgrado la ferma intenzione delle autorità di sostenere la congiuntura. Il crollo del mercato immobiliare ha nuovamente causato effetti negativi, innescando una crisi di liquidità nel sistema bancario ombra e ulteriori insolvenze tra le società immobiliari. Per contenere la crisi, Il Politburo ha ripetutamente sottolineato la necessità di misure politiche mirate volte a ripristinare la fiducia del settore privato, stimolare gli investimenti e i consumi e sostenere il settore immobiliare. Fatta eccezione per i due ribassi dei tassi operati dalla Banca centrale cinese, non sono state varate misure di supporto fiscale su larga scala. L’obiettivo di una crescita del Pil del “5% circa” nel 2023 appare sempre più irraggiungibile. A questo quadro non proprio positivo va ad aggiungersi il fatto che la Cina è alle prese con la deflazione, mentre la maggior parte dei paesi sviluppati si trova ancora a combattere contro livelli di inflazione eccessivi.

Blümke (Ethenea): crescita globale al 3%, ma l’allentamento non è finito

Non c’è nessuna recessione alle porte. Gli Usa verso un “soft landing”, mentre l’Eurozona è ancora alle prese con l’inflazione e la Cina è ancora in difficoltà.

Il nostro scenario di riferimento prevede una crescita globale al 3%, mentre non ravvisiamo alcuna recessione nel prossimo futuro. Le banche centrali comunicano la fine del ciclo restrittivo, ma un allentamento è ancora lontano”. È l’analisi di Michael Blümke, Senior Portfolio manager Ethenea Independent investors.

Malgrado il più aggressivo ciclo di inasprimento degli ultimi 40 anni, l’economia mondiale continua a dare prova di resilienza. Secondo Blümke, la congiuntura si indebolirà ancora, ma negli ultimi mesi i rischi di recessione sono decisamente diminuiti: «Il ciclo economico continua ad allungarsi. Prevediamo ulteriori trimestri di crescita bassa o addirittura negativa seguiti da una moderata ripresa. I mercati del lavoro esibiscono tuttora un eccesso di domanda e bassi tassi di disoccupazione, che contribuiscono anche al miglioramento della fiducia dei consumatori. Il sentiment risente tuttavia in una certa misura dei dati provenienti dagli indicatori anticipatori. Il trend discendente nel settore manifatturiero prosegue ininterrotto e anche il settore dei servizi sta perdendo gradualmente slancio dopo il vigore esibito ancora nel primo semestre. In particolare, l’aumento dei costi di finanziamento e l’inasprimento degli standard di concessione del credito freneranno l’espansione economica nei prossimi trimestri».

Appare inoltre evidente che l’inflazione complessiva va diminuendo con la stessa rapidità con cui era precedentemente aumentata. Sussistono tuttavia dubbi legittimi circa un raggiungimento rapido dell’obiettivo del 2% fissato dalle banche centrali. In particolare, l’inflazione di fondo continua a viaggiare a ritmi elevati, per cui, dopo una pausa temporanea, le banche centrali potrebbero vedersi costrette a riavviare la stretta monetaria.

La situazione nelle grandi regioni economiche si presenta tuttavia molto eterogenea. Negli USA, nella prima metà dell’anno l’economia statunitense non ha subito alcuna contrazione e la maggior parte dei dati recenti si è rivelata migliore delle previsioni. Tuttavia anche negli Stati Uniti la crescita subirà un rallentamento giacché gli indicatori anticipatori preannunciano un indebolimento dell’attività economica, con moderata espansione del terziario e stabilizzazione del settore manifatturiero. Non si colgono tuttavia segnali di imminente recessione. Il settore immobiliare resta debole, ma le vendite di abitazioni stanno riprendendo quota. Il calo delle pressioni salariali sembra confermare che la Fed sia riuscita a compiere progressi concreti nella riduzione della domanda complessiva e delle spinte inflazionistiche. Gli attuali dati sull’inflazione sono incoraggianti, ma il presidente della Fed, Powell, ha chiarito che è ancora troppo presto per annunciare la vittoria contro l’inflazione. Le probabilità di un cosiddetto “soft landing” appaiono sempre più realistiche.

Nell’Eurozona, l’economia ha dato prova di sorprendente tenuta nella prima metà del 2023. Prosegue tuttavia il rallentamento descritto già un mese fa. La vulnerabilità dell’economia europea si manifesta nella bassa produttività, nella debolezza delle vendite al dettaglio e in un vero e proprio crollo del settore manifatturiero. Anche il settore immobiliare resta fortemente sotto pressione e l’inasprimento degli standard di concessione del credito frena la crescita. Sul versante positivo si collocano il mercato del lavoro tuttora robusto e il netto calo dell’inflazione. Tuttavia anche in questo caso va notato che l’inflazione di fondo rimane più alta di quanto ci si auspicherebbe visti i salari in forte aumento. La BCE, che ha avviato la stretta decisamente dopo la sua controparte statunitense, si trova nella difficile posizione di dover mettere eccessivamente alla prova la resilienza dell’economia al fine di contenere durevolmente l’inflazione.

In Cina, i recenti dati economici sono stati piuttosto modesti. La forte crescita del primo trimestre non è proseguita nei mesi successivi. Il terziario, motore della ripresa all’indomani della pandemia, mostra segni di debolezza. Gli investimenti e le importazioni diminuiscono, il settore immobiliare continua a pesare sulla crescita e la domanda internazionale rimane bassa. La stabilizzazione degli indicatori anticipatori del settore manifatturiero, seppure in territorio di contrazione, potrebbe rappresentare un primo segnale positivo. Un ulteriore segnale incoraggiante giunge dalle dichiarazioni dei politici dopo la riunione del Politburo di luglio, nel corso del quale si è chiaramente sottolineata la necessità di misure politiche più mirate, volte a ripristinare la fiducia del settore privato, stimolare gli investimenti e sostenere il settore immobiliare. Attendiamo di vedere i fatti.

A fine luglio l’ultimo rialzo dei tassi per Bce e Fed?

Nel 2021, sia la Bce sia la Fed sbagliarono pensando che la crescita dell’inflazione fosse soltanto temporanea. Questo precedente spingerà la Bce a enfatizzare la possibilità di ulteriori rialzi dei tassi.

Di Volker Schmidt*

I rappresentanti della BCE hanno già annunciato un altro aumento dei tassi di 25 punti base a fine luglio, che porterà il tasso di deposito al 3,75%. Per settembre, invece, le prospettive sono più intriganti, dato che in agosto non è prevista alcuna riunione e, per ora, non c’è una chiara tendenza verso un ulteriore rialzo dei tassi a settembre.

L’inflazione rimane ben al di sopra dell’intervallo obiettivo della banca centrale. Il tasso complessivo di inflazione è sceso al 5,5% a giugno, quasi dimezzandosi rispetto al picco del 10,6% di ottobre 2022, e si prevede che scenda ulteriormente al di sotto del 4% nel settembre 2023 e addirittura sotto al 3% in ottobre a causa di effetti base estremi: nella seconda metà di agosto dello scorso anno, infatti, i prezzi dell’elettricità e del gas sono esplosi sui mercati all’ingrosso e nelle settimane successive si sono trasmessi ai prezzi al consumo. Quindi, verso la fine del 2023 le cose si faranno interessanti, perché l’inflazione annua tornerà a salire per il venir meno degli effetti base. La BCE si troverà allora di fronte a una sfida decisiva e dovrà decidere se l’aumento è solo una fiammata di breve durata o se riflette il ritorno a un trend di inflazione di fondo che rimane superiore all’intervallo obiettivo della banca centrale.

La tendenza di fondo è spesso misurata sulla cosiddetta inflazione core, che esclude le componenti volatili come l’energia e gli alimenti. A giugno, l’inflazione core era del 5,4%, solo leggermente inferiore al picco del 5,7% di marzo. Quindi, anche se ipotizziamo un leggero movimento al ribasso, è praticamente impossibile che scenda sotto alla soglia del 5% entro la successiva riunione della banca centrale di settembre. Perciò la BCE si troverà ad affrontare il dilemma nel suo meeting di settembre, quando i dati più aggiornati sull’inflazione saranno quelli di agosto. E non porteranno rassicurazioni. Ricordiamo che, nel 2021, sia la BCE sia la FED sbagliarono completamente pensando che la crescita dell’inflazione fosse soltanto temporanea.

Questo precedente spingerà la BCE a enfatizzare la possibilità di ulteriori rialzi dei tassi, dopo quello di 25 punti base atteso a fine luglio. La banca centrale manterrà chiaramente la sua posizione di “falco”. L’economia dell’Eurozona rimane fragile, con il settore manifatturiero che, su tutti, di recente ha mostrato una significativa debolezza. D’altro canto, la disoccupazione rimane bassa, la liquidità delle imprese è solida, nonostante la stretta del credito, e i risparmi delle famiglie sono elevati. L’economia non è in grande espansione, ma certamente non ci sarà nemmeno una recessione nel breve termine. La BCE può quindi continuare a concentrarsi sul suo compito primario di lotta all’inflazione.

E la FED? Sebbene la banca centrale Usa non abbia ancora rilasciato dichiarazioni chiare sulla riunione di luglio, richiamandosi alla centralità dai dati economici, sono proprio questi ultimi che fanno prevedere un nuovo rialzo di 25 punti a fine luglio. Secondo il presidente Powell, infatti, una “forte maggioranza” dei membri della FED ritiene che saranno necessari almeno altri due rialzi dei tassi entro la fine dell’anno. Il mercato del lavoro mostra solo minimi segnali di debolezza, che secondo la FED non sono certo sufficienti a contenere le pressioni sui prezzi in modo sostenibile.

L’inflazione ha chiaramente raggiunto il suo picco, ma è ancora troppo alta e il tasso core è estremamente persistente. A giugno l’inflazione è scesa a un sorprendente 3%, ma il tasso core di quasi il 5% suggerisce che gran parte del calo dell’inflazione complessiva è dovuto a effetti di base. Negli Stati Uniti, i prezzi dell’energia hanno raggiunto il picco nel mese di giugno, pertanto, i segnali di indebolimento dei fattori sottostanti all’inflazione possono emergere prima negli Stati Uniti. L’estate sarà quindi un periodo molto stimolante, visto che, anche nel caso della FED, la prossima riunione si terrà solo a settembre: soltanto allora vedremo i primi segnali di un possibile rientro dell’inflazione stabilmente sotto al 3%, e da questo dipenderanno i prossimi eventuali rialzi dei tassi da parte della FED.

* Nella foto: Volker Schmidt, Portfolio Manager di Ethenea Independent Investors

Schmidt, ETHENEA: Bce troppo ottimista sull’inflazione

Nel 2024 si prevede un’inflazione al 4%, contro la previsione Bce del 2,9%. Attesa per un nuovo aumento dei tassi di 50 punti base, ma non sarà l’ultimo.
 
“Probabilmente la Bce effettuerà un nuovo rialzo dei tassi di interesse di 50 punti base. Prevediamo però che serviranno altri interventi, perché le previsioni sull’inflazione a nostro parere sono sottodimensionate: per il 2024 ci aspettiamo un valore del 4% o superiore”. È la view di Volker Schmidt, Senior Portfolio Manager di ETHENEA Independent Investors.
 
Quale sarà la scelta, imminente, della Bce sui tassi di interesse appare questa volta meno chiaro rispetto alle precedenti riunioni. La banca centrale vuole ancorare le proprie decisioni sui tassi ai dati sull’inflazione e ai dati economici più recenti. L’ultima decisione, a marzo 2023, era arrivata solo pochi giorni dopo il fallimento della Silicon Valley Bank, mentre il Credit Suisse vacillava e sarebbe stato venduto a Ubs solo pochi giorni dopo. Oggi possiamo dire che l’impatto sull’economia dell’Eurozona è stato trascurabile. Il settore dei servizi è in fermento, come hanno confermato gli indicatori sul sentiment pubblicati di recente (Purchasing Managers’ Index – PMI). Nel comparto industriale la situazione è più diversificata, ma anche in questo caso gli ordini sono in ripresa. La situazione economica è in fin dei conti solida e non c’è motivo per la Bce di essere cauta. Mentre l’inflazione è ancora troppo alta, anche se in leggero calo.
 
Con la precedente decisione sui tassi di interesse, la Bce ha anche pubblicato le sue previsioni sull’inflazione, riviste al ribasso rispetto a dicembre: un tasso medio d’inflazione del 5,3% nel 2023 e del 2,9% nel 2024. Nel breve termine, contribuiranno a questo risultato il calo dei prezzi dell’energia e la normalizzazione delle catene di approvvigionamento. Un dato chiave in questo senso è stato il crollo dei prezzi regolamentati dell’elettricità in Italia, con un impressionante -55% in aprile. Ma ciò dimostra anche che il tasso d’inflazione generale impedisce di vedere con chiarezza la tendenza di fondo.
 
L’inflazione di fondo, escludendo le componenti volatili dell’energia e dei beni alimentari, continua a salire e si avvicina al 6%. Il che dovrebbe rappresentare un chiaro segnale per la Bce che la lotta all’inflazione è tutt’altro che vinta. “A nostro parere, un ulteriore aumento dei tassi di interesse di 50 punti base sarebbe il modo migliore per portare il tasso di deposito dall’attuale 3% al 3,5% e poi almeno al 4% entro la pausa estiva”, sostiene Schmidt. “Alla fine, l’inflazione di fondo e l’inflazione complessiva convergeranno entro il 2024, ma ci aspettiamo che il valore sarà attorno al 4%, se non superiore, quindi ben al di sopra delle previsioni della Bce, che sarà quindi chiamata a prendere ancora decisioni scomode sui tassi“.

Ethenea: l’inflazione rimarrà il problema principale anche nel 2023

Secondo Andrea Siviero, la recessione sarà poco profonda e con nette differenze a livello geografico tra l’Eurozona con Regno Unito e gli Stati Uniti. I paesi emergenti asiatici e latinoamericani sosterranno la crescita globale nel 2023.

“Le pressioni sui prezzi continuano a rappresentare la più grande minaccia per l’economia mondiale nel 2023. L’inflazione primaria globale raggiungerà probabilmente il picco, tuttavia l’inflazione di fondo resterà ancora a lungo a livelli elevati e comincerà a muoversi in direzione dei target delle banche centrali solo nel 2024”. È l’analisi di Andrea Siviero, Investment Strategist di Ethenea Independent Investors.

La corsa dei prezzi, l’inasprimento della politica monetaria e la forte insicurezza generalizzata pesano sulle prospettive economiche. Esiste una netta discrepanza tra i dati dell’economia reale, che continuano a segnalare il vigore delle economie nazionali, e gli indicatori anticipatori, in calo da mesi, indicanti che le grandi economie sviluppate potrebbero trovarsi già in territorio di contrazione. Grazie al calo dei prezzi energetici e delle materie prime, all’attenuarsi delle strozzature sul lato dell’offerta e all’indebolimento congiunturale globale, in molte regioni l’inflazione complessiva potrebbe essere prossima al picco. Tuttavia continuerà a viaggiare a livelli elevati: nel 2023 scenderà al 6,5%, ma minaccia di consolidarsi in ambiti critici come salari, affitti e terziario.

Le banche centrali di tutto il mondo devono muoversi con cautela. Molte banche centrali hanno annunciato che ridurranno le misure di inasprimento o hanno già rallentato i ritmi dei rialzi per esaminare il pieno impatto delle misure finora adottate. La politica monetaria rimarrà probabilmente restrittiva al fine di ripristinare da un lato la stabilità dei prezzi e dall’altro per non alimentare le aspettative di tassi d’inflazione futuri ancora più alti. La politica finanziaria dovrebbe concedere sgravi volti ad attutire gli effetti del rincaro dei prezzi dell’energia, evitando tuttavia di pregiudicare l’efficacia della stretta monetaria e puntando a ridurre gradualmente l’indebitamento.

Nel complesso, il rischio di errori politici è fortemente aumentato: le banche centrali rischiano di fare troppo o troppo poco. Un inasprimento eccessivo potrebbe precipitare l’economia mondiale in una grave recessione o innescare una crisi finanziaria, mentre una stretta troppo modesta porterebbe al consolidamento dell’inflazione, al disancoraggio delle aspettative di inflazione e all’aumento delle spese future per domare la dinamica del prezzi. Le banche centrali faranno attenzione a evitare una recessione, tuttavia nel dubbio opterebbero per un inasprimento più pronunciato allo scopo di riprendere il controllo dell’inflazione. “In questo contesto, i rischi di una grave recessione sono a nostro avviso moderati, giacché i mercati del lavoro restano solidi, i bilanci dei consumatori e delle aziende sono robusti, la situazione delle banche è molto migliore di com’era dopo la crisi finanziaria globale e gli istituti centrali procederanno con cautela nell’inasprire le proprie politiche per evitare il crollo dell’economia.

Pertanto, l’economia mondiale scivolerà in una recessione poco profonda, con alcuni trimestri di crescita negativa (recessione tecnica), per poi entrare in un periodo di crescita debole, frenata dalla persistente inflazione e da un orientamento monetario più restrittivo”, conclude Siviero (nella foto). “Tuttavia si rilevano nette differenze tra le diverse regioni: l’Eurozona e il Regno Unito potrebbero già trovarsi in una recessione, mentre le future decisioni di politica monetaria della Fed potrebbero consentire agli Stati Uniti di salvarsi per un pelo. In Cina la crisi dipenderà in larga misura dall’allentamento delle restrizioni anti-Covid e dalla capacità del paese di gestire la crisi del mercato immobiliare. Mentre i paesi emergenti asiatici e latinoamericani sembrano avere sotto controllo i rischi di inflazione e nel 2023 potrebbero essere in grado di sostenere la crescita globale”.