Giugno 7, 2026
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Ucraina a parte, sui mercati pesano i dati “roventi” sull’inflazione: cosa succede adesso?

La performance dei mercati è stata modellata dalla crescita dei prezzi al consumo, che sta mettendo a dura prova il sentiment dei consumatori. La crisi Ucraina non modifica la prospettiva su ciò che mostrano i dati recenti, e su ciò che potrebbe accadere.

Mentre la crisi tra Russia e Ucraina incombe sul panorama mondiale, i fondamentali di mercato non mutano affatto, e affidano gli scenari futuri alla congiuntura economica. Infatti, l’inflazione ha accelerato la sua corsa a Gennaio, allargando le pressioni sui prezzi, ed il rendimento dei Treasury a 10 anni ha superato la soglia del 2% per la prima volta dal 2019, sotto la scia delle aspettative per un inasprimento più aggressivo da parte della Fed. E così, i settori sensibili ai tassi e i titoli growth hanno sottoperformato dopo tanto tempo, confermando un trend che vedrebbe adesso i titoli value più attrattivi.

Sebbene gli investitori si aspettassero una lettura dell’inflazione elevata, i dati di gennaio sono comunque riusciti a sorprendere al rialzo, innescando un’immediata reazione del mercato azionario ed obbligazionario. L’indice dei prezzi al consumo (CPI) è aumentato del 7,5% rispetto a un anno fa, superando la stima del 7,3% e segnando il più grande aumento dal febbraio 1982. Escludendo le componenti volatili di cibo ed energia, i prezzi sono aumentati del 6% rispetto a un anno fa e dello 0,6% da un mese prima.

L’aumento dei prezzi di cibo, elettricità, auto usate e abitazioni ha segnalato che le pressioni sui prezzi si stanno diffondendo al di là di alcuni beni che continuano a essere colpiti dalle interruzioni della catena di approvvigionamento. Inoltre, è probabile che l’accelerazione degli affitti, il peso maggiore nel paniere di spesa dei consumatori, sia supportata dall’aumento dei prezzi delle case, da un mercato del lavoro molto teso e dal tasso di affitti liberi più basso dal 1984. Con l’aumento dell’inflazione nel prezzo dei servizi, ci vorrà probabilmente più tempo di quanto le banche centrali siano disposte a tollerare prima che il tasso di crescita dei prezzi ritorni ad una soglia accettabile e adeguata a sostenere l’onda lunga del piano di espansione dell’economia.

Anche se l’inflazione probabilmente rimarrà al di sopra dell’obiettivo della Fed per qualche tempo, gli aumenti dei prezzi raggiungeranno presto il picco entro il mese di marzo e si modereranno in modo più significativo nella seconda metà dell’anno, man mano che le catene di approvvigionamento e le scorte si normalizzeranno. A gennaio, per esempio, i prezzi delle auto usate sono aumentati del 41% e quelli delle auto nuove del 12% rispetto a un anno fa, ma si tratta di un recupero delle perdite realizzate a dicembre.

Più in generale, i costi di spedizione sono diminuiti da metà novembre, e i tempi di consegna dei fornitori sono migliorati, entrambi indicando che i colli di bottiglia stanno iniziando a risolversi. Con l’attenuarsi dell’impennata della variante omicron, questa tendenza al miglioramento potrebbe ulteriormente prendere vigore, confermando che l’inflazione elevata è un problema che non verrà risolto presto, ma la sua dinamica in aumento verrà spenta non appena la Fed inizierà ad agire sui tassi in modo deciso. Forse è per questo che le aspettative di inflazione a lungo termine basate sul mercato sono rimaste relativamente stabili, anche se l’inflazione nel breve periodo sta raggiungendo i massimi da 40 anni.

In ogni caso, è evidente che i dati economici evidenziano l’urgenza per la Fed di agire, e ciò rappresenta comunque un cambiamento di linea rispetto a quella di appena 4 mesi fa, secondo la quale non sarebbe stato necessario mettere mano ad un aumento dei tassi e sarebbe stato sufficiente attendere la sistemazione spontanea delle distorsioni nelle catene di approvvigionamento. La Fed deve quindi abbandonare la sua politica monetaria estremamente accomodante e iniziare velocemente ad aumentare i tassi di interesse. Con il PIL che dovrebbe continuare a crescere a un ritmo superiore alla media quest’anno, e con il tasso di disoccupazione in calo vicino ai minimi storici, l’economia non ha decisamente più bisogno di aiuto, e sebbene gli aumenti dei tassi non aiuteranno a risolvere i problemi della catena di approvvigionamento, ed anzi aumenteranno il costo dei prestiti – vero asse portante dei consumatori, soprattutto di quelli americani – le mosse della Fed potrebbero aiutare a bilanciare domanda e offerta.

Dopo la pubblicazione dei dati sull’inflazione, il mercato obbligazionario si sta muovendo in modo un po’ irrazionale, soprattutto in USA, dove sta scontando quasi ben sette rialzi dei tassi solo quest’anno. Decisamente troppi, ma a guidare questo comportamento è la percezione che la Fed, invece di aumentare il tasso di riferimento del classico 0,25% a marzo, possa decidere di aumentarlo dello 0,5%, ossia il primo aumento di mezzo punto dal 2000. Tale sensazione è rafforzata dal presidente della Fed di St. Louis James Bullard, che ha espresso pubblicamente il suo sostegno all’aumento dei tassi dell’1% entro luglio, facendo schizzare i rendimenti dei treasuries a due anni della percentuale più grande dal 2009.

Da qui il timore di una serie di rialzi che appare invece del tutto ingiustificata. Infatti, è più logico ritenere che in risposta all’aumento repentino e sostenuto dell’inflazione – il maggiore aumento degli ultimi quattro decenni – un ritmo di inasprimento più aggressivo sia giustificato solo all’inizio, con la Fed in rialzo in ciascuno dei prossimi tre incontri (marzo, maggio, giugno) allo scopo di “chiudere la partita” con l’inflazione nel più breve tempo possibile e continuare a far crescere l’economia. Da giugno in poi, la Fed potrebbe avere un certo margine per rivalutare le cose e muoversi a un ritmo più graduale se l’inflazione, come ci si augura, si dovesse moderare.

I rendimenti globali sono in aumento anche in Europa e nel resto del mondo, dove le altre banche centrali stanno ruotando in risposta alle pressioni inflazionistiche. I rendimenti a 10 anni dell’eurozona hanno superato lo 0% per la prima volta in tre anni, e i rendimenti giapponesi sono i più alti dal 2016, avvicinandosi al limite massimo dello 0,25% della Banca del Giappone. Con la fine dell’era dei tassi negativi, il valore di mercato del debito a rendimento negativo in tutto il mondo (composto principalmente da titoli di Stato esteri) si sta riducendo rapidamente, e con le banche centrali che iniziano a normalizzare la politica monetaria gli investitori con un orizzonte temporale pluriennale potranno beneficiare di rendimenti più elevati, ma solo se mantengono un investimento adeguato rispetto ai loro obiettivi di investimento, orizzonte temporale e tolleranza al rischio. Quando le obbligazioni a breve termine matureranno, il controvalore potrà essere reinvestito in obbligazioni di nuova emissione con cedole più elevate. Così facendo, le obbligazioni potrebbero tornare a fungere da stabilizzatore di portafoglio durante i periodi di volatilità dei mercati, proprio come una volta.

Mutui, previsioni 2022: mercato in crescita e forte impulso dall’immobiliare

E’ lecito aspettarsi che i tassi fissi dei mutui si innalzeranno nel corso del 2022 e del 2023, e non c’è alcun dubbio sul “se” aumenteranno, ma sul “quando”. Questo dipenderà certamente dalle decisioni delle banche centrali su come fronteggiare l’inflazione.

Il mercato dei mutui continua la sua crescita e i dati relativi alle erogazioni confermano una forte concentrazione sulle operazioni di acquisto, che rappresentano ormai quasi 9 operazioni su 10. “Secondo le nostre stime – afferma Renato Landoni (nella foto), Presidente Kìron Partner – il 2021 dovrebbe chiudersi superando i 60 mld di euro di mutui erogati, con un aumento di circa 10 mld di euro rispetto al 2020. Questo dato è di per sè interessante, ma lo è ancor di più se consideriamo anche la difficile situazione generale vissuta a livello economico nel corso di questi ultimi due anni”.

Gli istituti – continua Landoni – alla luce della forte liquidità di cui dispongono, hanno continuato ad erogare credito alle famiglie, ponendo particolare attenzione alla qualità del credito concesso. Le agevolazioni a beneficio dei giovani previste nel PNRR hanno fatto il resto facendo accelerare ulteriormente la concessione di credito finalizzata all’acquisto immobiliare”. “Sul fronte tassi, l’andamento degli indici medi relativi ai mutui casa ha registrato nella seconda parte del 2021 un lieve aumento. Tuttavia non si prevedono particolari cambiamenti nel 2022: i tassi rimarranno contenuti ed i mutui convenienti. Il mutuo casa rimane al centro delle politiche di sviluppo degli istituti di credito a vantaggio delle famiglie”.

Cosa aspettarsi nel 2022 dai tassi di interesse?
tassi dei mutui sono leggermente aumentati verso la fine dello scorso anno, ma la sensazione è che le tensioni sull’inflazione produrranno comunque effetti a breve termine su chi si accinge a sottoscrivere un mutuo, destinato com’è a sopportare una rata mensile maggiore con il passare dei mesi, soprattutto se il mutuo prescelto sarà a tasso variabile. La decisione di acquistare casa con un mutuo, pertanto, deve essere presa al più presto possibile, perché già dallo scorso agosto l’aumento dei tassi è stato di circa lo 0,30%, e se il c.d. Tasso Finito non ha assunto misure maggiori è dovuto solo alla politica delle banche – fino ad oggi, non si sa quanto durerà – di compensare riducendo gli spread, che nel secondo e terzo trimestre 2021 erano rimasti ai livelli minimi dello 0,9% per i mutui a tasso variabile e dello 0,2% per i mutui a tasso fisso.

Pertanto, è evidente come sia lecito aspettarsi che i tassi fissi dei mutui si innalzeranno nel corso del 2022 e del 2023, e non c’è alcun dubbio sul “se” (aumenteranno), ma sul “quando”. Questo dipenderà certamente dalle decisioni delle banche centrali su come fronteggiare l’inflazione, per cui sarà bene tenere d’occhio le decisioni della BCE che, però, pare non abbia intenzione di rialzare i tassi prima di settembre, anche perché la crescita economica sostenuta non verrebbe incoraggiata da un incremento eccessivo dei tassi che farebbe comodo solo alle banche. Queste ultime, peraltro, hanno già cominciato ad aumentare gli spread dal quarto trimestre del 2021, ma i tassi sono ancora super convenienti rispetto a 12 anni fa, quando l’Euribor era al 5% e i migliori spread all’1,20 per cento.

Quale tipologia di mutuo conviene scegliere nel 2022?
La risposta è immediata: conviene ancora il tasso fisso, nonostante gli aumenti recenti. Certo, al momento il mutuo a tasso variabile ha tassi prossimi allo zero ed è molto attrattivo, ma nei prossimi mesi potrebbe riservare brutte sorprese. Pertanto, chi vuol farsi tentare dal tasso variabile deve necessariamente coprirsi dal rischio di un aumento insostenibile della rata mensile scegliendo soluzioni miste come quelle con il “CAP di tasso” (tasso massimo applicabile dalla banca, anche in caso di aumento sostenuto dei tassi) o con il meccanismo della “rata costante” (la rata rimane sempre uguale ma varia in aumento o diminuzione il periodo di ammortamento del mutuo).

Azionario Asia, ruotare i portafogli: meno tecnologia e più finanza

Secondo Marcel Zimmermann, le borse asiatiche hanno pagato l’accelerazione della Fed sui tassi d’interesse, ma le prospettive restano positive. La volatilità di questi mercati diminuirà dopo il primo rialzo dei tassi a marzo.

“Nel mese di gennaio, in tutta l’Asia soltanto Singapore, Hong Kong e Thailandia hanno avuto una performance positiva, mentre Corea del Sud, Giappone e Cina hanno fatto segnare le performance peggiori. Tuttavia le prospettive economiche dell’area restano positive, con una previsione di crescita del Pil nel 2022 pari al 5,3% secondo l’Asian Development Bank. Ma l’espansione regionale è legata alla capacità della Cina di contenere le crisi immobiliari, dato che è il più grande mercato di esportazione della regione”. È l’analisi di Marcel Zimmermann, gestore del fondo Lemanik Asian Opportunity.

Il sentiment positivo registrato nei mercati asiatici durante i primi giorni dell’anno è diventato negativo dopo la pubblicazione delle minute della riunione di dicembre della Fed, da cui è emerso un quadro ben più aggressivo di quanto gli operatori di mercato si aspettassero. La Federal Reserve ha chiaramente indicato la sua disponibilità a ridurre il sostegno politico in modo deciso. L’inflazione è ora considerata con grande preoccupazione e la piena occupazione potrebbe esacerbare ulteriormente questa tendenza.

Nel mese di gennaio, i rendimenti governativi sono aumentati in tutto il mondo, a eccezione della Cina, dove governo e banca centrale sono impegnati a contenere le ricadute della crisi immobiliare, che sta minando i prezzi e la ricchezza delle persone. Per la prima volta dalla crisi del Covid nel marzo 2020, l’indice Caixin China Manufacturing PMI è sceso sotto il livello di espansione. Mentre i dati sull’inflazione regionale sono relativamente stabili, dato che i colli di bottiglia nella logistica e nel processo di approvvigionamento industriale migliorano. A complicare il quadro, i due principali rischi geopolitici, Ucraina e Taiwan, che non si sono sgonfiati, e la ripresa dei test missilistici da parte della Corea del Nord. Nel prossimo autunno, il Congresso del Partito Nazionale Cinese dovrebbe rieleggere Xi Jinping come segretario generale e la nomina annullerebbe ufficialmente l’attuale meccanismo di successione che concentra un immenso potere su Xi. Mentre negli Stati Uniti, sempre in autunno, a novembre, si terranno le elezioni di metà mandato che decideranno il controllo di Senato e Camera.

“In questo contesto, abbiamo abbassato l’esposizione del fondo ai settori healthcare, tecnologia ed energia a favore dei titoli finanziari e industriali, da cui ci attendiamo una sovraperformance nella parte finale del ciclo economico”, spiega Zimmermann. “L’esposizione alla Cina è leggermente aumentata, ma rimane al di sotto del benchmark a causa della situazione di incertezza del Paese. Mentre è scesa sotto al benchmark anche l’allocazione paese in Corea del Sud, come conseguenza della riduzione dell’esposizione alla tecnologia. Continuiamo invece a sovrappesare il Giappone e il Sud-est asiatico. In generale, riteniamo che le valutazioni nella regione asiatica siano interessanti e ci aspettiamo una minore volatilità dei mercati azionari dopo il primo rialzo dei tassi di interesse a marzo”.

Mercati, il sentiment della settimana. Strette monetarie sempre più vicine

Mentre la fiducia degli investitori sale nella zona Euro, le vendite piovono sui titoli di stato europei. Secondo alcuni analisti, il mercato sta prezzando troppo la sua scommessa sui tassi. In USA scontati cinque rialzi nel 2022.

Titoli di Stato funestati da forti vendite in questo inizio settimana per via di attese che vedono la Bce più aggressiva nel contrastare l’inflazione, con un conseguente anticipo temporale nel rialzo dei tassi di interesse. E così, il rendimento del Bund decennale è salito stamattina fino allo 0,24%, e i rendimenti del Btp decennale italiano sono arrivati all’1,89%.

A pesare sul sentiment generale sono i timori di una brusca stretta monetaria da parte della Bce e di una riduzione delle misure di protezione adottate dalla banca centrale sul debito della zona euro. Tutto questo, pertanto, oltre a ridurre lo slancio dell’economia farebbe riemergere la differente “qualità” del debito di Italia e Spagna rispetto a quello dei c.d. frugali. In più, in Italia si avverte un senso di incertezza sulla tenuta della maggioranza e soprattutto sulla permanenza di Mario Draghi alla guida del governo. Ne è ampia dimostrazione lo spread Btp-Bund, che nel frattempo si è allargato a ben 165 pb, trainato anche dalle dichiarazioni di Klaas Knot, presidente della Banca centrale olandese e membro del consiglio direttivo della Bce, che ha manifestato pubblicamente le sue aspettative per un primo aumento dei tassi di interesse già a Settembre, e per un secondo aumento nella primavera del 2023. Knot ha aggiunto che l’inflazione dell’area euro, arrivata al record del 5,1% lo scorso mese, è in gran parte “esogena” e ciò confermerebbe che il mercato sta scontando troppo i rialzi, prezzando già oggi 50 punti base entro la fine dell’anno.

Nonostante ciò, la fiducia degli investitori della zona euro è salita in questo primo scorcio di Febbraio, grazie alla maggiore stabilità della situazione economica mondiale, ma si comincia a sentire una certa mancanza di slancio che alla lunga evidenzierà la carenza di aspettative di miglioramento.

Negli Stati Uniti, il protagonista di questa settimana è l’indice dei prezzi al consumo del mese di Gennaio, che sarà pubblicato dal dipartimento del Lavoro Usa il prossimo 10 febbraio e costituisce un oracolo per la determinazione dell’andamento dell’inflazione. Secondo le anticipazioni, il dato sarebbe salito di più del 7% su base annua (come mai si vedeva da febbraio 1982). Sembra però che, anche in USA, il mercato abbia scontato più strette monetarie di quelle che molti analisti hanno previsto per il 2022 (si parla di cinque interventi), e al momento stia già dando probabile un aumento di 50 punti base già nella riunione di marzo, anche per via dei dati sfavillanti del report occupazionale Usa di gennaio, che ha evidenziato una crescita dei nuovi posti di lavoro (467.000 unità) di gran lunga maggiore del dato previsionale di 150.000.

Rothschild: dal 2020 al 2022 tre “shock” diversi. Rischi da politiche meno accomodanti

La pandemia è stata un catalizzatore di cambiamenti a cui famiglie e imprese si sono  adattate in ​​un breve periodo di tempo. Il sostegno monetario e fiscale straordinario ha comunque raggiunto un chiaro punto di svolta.

Di Marc-Antoine Collard*

A Gennaio le infezioni giornaliere globali da Covid-19 segnalate hanno raggiunto 2,5 milioni, più del doppio del picco precedente registrato nell’aprile 2021, sebbene le distorsioni nei test e i ritardi nelle segnalazioni durante le festività potrebbero aver gonfiato in qualche modo le statistiche sul virus. Nel frattempo, diversi studi suggeriscono che l’Omicron causa sintomi più lievi, il che comporta un tasso di ospedalizzazione inferiore rispetto alla precedente ondata di variante Delta. Tuttavia, sebbene l’impatto negativo sul PIL sarà probabilmente più attenuato rispetto al 2020 e 2021, la variante Omicron a rapida diffusione sta danneggiando comunque l’attività economica. Infatti, le aziende hanno cercato di adattarsi all’aumento dei nuovi casi di Covid-19, inclusa la pressione sui livelli di personale, e migliaia di cancellazioni di voli hanno fornito esempi delle sfide che le aziende devono affrontare.

I governi stanno ora valutando come mantenere in funzione i servizi critici in un’ondata di assenze del personale. Paesi come gli Stati Uniti ed il Regno Unito hanno ridotto i periodi di isolamento per le persone che risultano positive al Covid-19, senza mostrare sintomi, per prevenire la carenza di lavoratori in aree importanti come gli ospedali. Al contrario, la Cina mantiene la sua politica zero-Covid di eradicazione immediata della trasmissione del virus, che continueranno a pesare sull’economia. È probabile che il recupero venga ritardato a causa dell’impatto del virus, ma non per molto tempo. Infatti, i produttori globali hanno già chiuso il 2021 con condizioni operative favorevoli, poiché il settore continua a raccogliere i frutti della forte domanda interna e internazionale.

I vincoli della catena di approvvigionamento raggiungeranno presto il picco?
Sebbene la maggior parte degli analisti rimanga ottimista riguardo alle prospettive economiche per il 2022, è difficile ignorare l’impatto della pandemia. Ad esempio, la carenza di materiali e le interruzioni della catena di approvvigionamento hanno ostacolato la crescita e causato notevoli pressioni sui prezzi. L’inflazione è aumentata nella maggior parte delle economie poiché le perturbazioni nei mercati dell’energia, dei prodotti alimentari e delle materie prime hanno fatto salire i prezzi. Inoltre, i prezzi elevati dell’energia stanno limitando la produzione di materiali chiave e beni intermedi e le strozzature nelle catene di produzione stanno portando a una carenza più generalizzata di beni.

Inoltre, il mercato del lavoro manifesta segni di squilibrio. Ad esempio, negli Stati Uniti 4,5 milioni di americani si sono dimessi dal lavoro a novembre e ha spinto il tasso di dimissioni fino al 3%, il livello più alto da quando i dati sono stati pubblicati per la prima volta nel 2000. A livello globale, i tassi di disoccupazione nella maggior parte dei paesi rimangono al di sopra dei livelli pre-pandemia, e le ore lavorate si sono solo parzialmente riprese. Tuttavia, le imprese di diversi settori hanno difficoltà a reclutare lavoratori, in parte spiegate da una mancata corrispondenza delle competenze. Una carenza di lavoratori in diversi settori riflette anche un calo dei tassi di partecipazione alla forza lavoro in diversi paesi, poiché alcune persone hanno deciso di andare in pensione in anticipo mentre le esigenze di assistenza all’infanzia o i problemi di salute hanno portato altre persone ad uscire dal mercato del lavoro. Infatti, indipendentemente dal fatto che gli equilibri di potere tra capitale e lavoro siano cambiati per sempre, la pandemia avrà innescato molti cambiamenti.

Detto questo, l’indagine Markit sulla produzione industriale di dicembre ha inviato segnali provvisori che i vincoli di fornitura potrebbero aver iniziato a diminuire. Dopo aver raggiunto il massimo storico in ottobre, il sottoindice dei tempi di consegna globali ha indicato una riduzione dei ritardi, ed è ora tornato ai livelli dello scorso maggio. Inoltre, il miglioramento è in linea con il calo delle pressioni sui prezzi, poiché il sottoindice dei prezzi alla produzione è sceso per un secondo mese e, sebbene sia ancora elevato, è ora tornato al livello più basso da aprile.

Rischi derivanti da politiche meno accomodanti
Nel complesso, gli impatti di Omicron – e la possibilità di nuove varianti – sono ancora sconosciuti, ma gli investitori sono ottimisti che i policymaker rimarranno impegnati a contenere eventuali ripercussioni negative sull’economia. Tuttavia, le prospettive di inflazione sono incerte e le banche centrali sono state costrette a inasprire le politiche monetarie di fronte alle dilaganti pressioni sui prezzi. Il rischio è che l’economia globale sia colpita da uno “shock dei tassi” nel 2022, dopo lo “shock inflazionistico” del 2021 e lo “shock di crescita” del 2020. Nel frattempo, la maggior parte delle banche centrali nei paesi emergenti, ma anche alcune economie avanzate come Norvegia e Regno Unito, hanno intrapreso cicli di rialzo dei tassi di interesse in un momento in cui la politica fiscale è sul punto di essere meno stimolante.

Negli Stati Uniti, i tassi sono rimasti al limite inferiore dello zero, ma la Fed ha lanciato un messaggio da falco nelle ultime riunioni, e ha raddoppiato il ritmo del tapering degli acquisti di asset in vista della fine del programma a metà marzo. Inoltre, la previsione mediana per il tasso sui fondi federali ora prevede tre rialzi dei tassi nel 2022, e alcuni membri sono arrivati ​​al punto di sostenere che la riduzione del bilancio potrebbe iniziare subito dopo il rialzo dei tassi, aggiungendo che potrebbe essere appropriato un calo significativo. Questi aggiustamenti riflettono le modifiche alle aspettative economiche della Fed, con in particolare l’inflazione core PCE rivista fino al 2,7% nel 2022, rispetto alla stima precedente del 2,3% e dopo il 4,4% nel 2021. Inoltre, un tasso di disoccupazione in calo è stato visto come una prova che il mercato del lavoro si sta rapidamente avvicinando all’obiettivo di massima occupazione e, di conseguenza, gli operatori di mercato si aspettano che la Fed potrebbe iniziare ad aumentare i tassi già a marzo se l’inflazione dovesse aumentare significativamente.

* Chief Economist & Head of Research di Rothschild
(traduzione fedele dall’inglese a cura della redazione di P&F)

Ciclo di crescita USA in anticipo rispetto all’Europa: la Bce non inasprirà i tassi

Il dibattito sui tassi si è spostato sulle modalità del loro inasprimento, dividendo gli analisti tra i sostenitori di un aumento rapido e sostenuto, e quelli che ritengono certa una crescita lenta e graduale.

Le azioni in Europa hanno chiuso al ribasso la scorsa settimana, poiché sono cresciute le aspettative che la Banca centrale europea (BCE) aumenti i tassi di interesse nel corso di quest’anno. In termini di valuta locale, l’indice paneuropeo STOXX Europe 600 è sceso dell’1,40%. Tra i principali indici, l’indice tedesco Xetra DAX è scivolato dell’1,76%, l’indice FTSE MIB italiano ha perso l’1,75% e l’indice francese CAC 40 si è indebolito dell’1,04%. L’indice FTSE 100 del Regno Unito è scivolato dello 0,65%.

Anche la Banca d’Inghilterra (BoE) potrebbe inasprire la sua politica monetaria. Il governatore della BoE Andrew Bailey ha detto a un comitato di legislatori che era preoccupato che l’inflazione elevata nel Regno Unito potesse durare più a lungo di quanto previsto, a causa dell’aumento dei costi energetici e dei segnali di aumento della domanda salariale. In precedenza, i dati hanno mostrato che l’inflazione ha raggiunto il 5,4% a dicembre, il livello più alto dal 1992. Tuttavia, il dibattito europeo sui tassi si è spostato sulle modalità del suo inasprimento, e adesso divide gli analisti tra i sostenitori di un inasprimento in stile USA (rapido e sostenuto) e quelli che ritengono certo un aumento lento e graduale (in stile Bce).

Francia, Irlanda e Regno Unito, peraltro, hanno cominciato ad allentare la maggior parte delle restrizioni sul coronavirus, nonostante il numero crescente di casi di COVID-19. Infatti, in Francia la maggior parte dei controlli non si applicherà più dall’inizio di febbraio, anche se i cittadini dovranno mostrare le tessere per i vaccini e indossare maschere al chiuso.

Nel frattempo, sono scesi i rendimenti obbligazionari core dell’eurozona poiché la presidente della Bce Christine Lagarde ha respinto le aspettative di un aumento dei tassi di interesse nel corso del 2022, e le tensioni geopolitiche sull’Ucraina si sono intensificate. I rendimenti dei titoli obbligazionari periferici dell’eurozona hanno ampiamente seguito i mercati principali, ma hanno chiuso pressoché invariati. I rendimenti dei gilt britannici hanno chiuso leggermente al rialzo, poiché l’inflazione è ai massimi da 30 anni e ha portato i mercati a scontare la maggiore probabilità di un aumento del tasso della BoE già a febbraio.

Dal punto di vista della politica monetaria, la Lagarde appare ferma sulla sua posizione di non aumentare subito i tassi, ma si intravede una profonda spaccatura in seno alla Bce dopo che la presidente ha respinto le richieste alla banca centrale di aumentare i tassi di interesse più rapidamente del previsto per frenare l’inflazione record, affermando alla radio France Inter che il ciclo di ripresa economica negli Stati Uniti è in anticipo rispetto a quello dell’Europa, per cui non vede le motivazioni per un inasprimento più veloce. Rimane il fatto, però, che l’aumento dei costi energetici e alimentari ha portato l’inflazione dell’eurozona a un record del 5% a dicembre, ben al di sopra dell’obiettivo del 2% della BCE, e questo rende la posizione della Lagarde più difficile da accettare, anche se la stessa ha ribadito che l’inflazione si stabilizzerà e “gradualmente scenderà” al di sotto dell’obiettivo entro la fine dell’anno.

Pertanto, sono emerse profonde divisioni nel Consiglio direttivo della BCE per la fissazione dei tassi, secondo i verbali. La maggioranza ha convenuto che “era ancora necessario un sostanziale sostegno monetario” affinché l’inflazione si possa stabilizzare al livello obiettivo della banca centrale nei prossimi tre anni. Tuttavia, alcuni membri hanno avvertito che l’inflazione potrebbe rimanere alta più a lungo, e hanno affermato di non poter sostenere il “pacchetto globale” di adeguamenti ai programmi di acquisto di attività della banca.

BlueStar: mercati azionari da preferire, ma niente rendimenti a due cifre

Secondo Mario Cribari, l’inflazione e il comportamento delle banche centrali  sono i maggiori rischi per il 2022. Travel & Entertainment, finanziari, energetici, minerari, farmaceutici, inflation winners i settori più interessanti.

“L’andamento per il 2022 delle Borse dipenderà principalmente dagli sviluppi della pandemia, tornata alla carica, e dalle politiche monetarie. In assenza di uno shock economico indotto dalla prima ci si può attendere un altro anno di crescita economica sostenuta, seppur in parziale rallentamento, accompagnata però da un alto livello di inflazione incoerente con i tassi di interesse attuali: l’inflazione scenderà dal 7% ma resterà almeno al doppio della media storica”. È l’analisi di Mario Cribari, responsabile della strategia di investimento e partner di BlueStar Investment Managers.

Il 2021 ha avuto due facce: a fronte di una progressione molto positiva per i principali indici azionari, non si è rivelato tuttavia facile da gestire soprattutto per i gestori attivi. Stare a benchmark ha, in media, pagato molto di più. Infatti, dopo una prima parte dell’anno caratterizzata dalla forte ripresa dei settori più ciclici, bastonati nel corso del 2020 a causa dello shock pandemico, e dei tecnologici più speculativi, è seguita una seconda parte dell’anno molto più incerta dove i flussi sono tornati a favore dei “soliti noti”, le mega cap regine dei portafogli e degli investimenti passivi-algoritmici. La combinazione del ritorno aggressivo della pandemia, prima Delta poi Omicron, sommato a misure più restrittive di politica monetaria ha fatto preferire questi ultimi ad investitori desiderosi di tranquillità.

Alcune “mini-bolle” si sono nel frattempo sgonfiate in maniera silenziosa e senza danni apparenti sugli indici di mercato, eccetto che per la Cina. “I mercati azionari sono da preferire visto il livello ridicolo dei rendimenti reali ma senza aspettarsi una progressione a due cifre, a meno di una correzione significativa, probabile, nel corso dell’anno”, sottolinea Cribari. La Cina produceva, esportava, svalutava, risparmiava e investiva mostrando di conseguenza un tasso di inflazione elevato, tipico dei mercati emergenti. Il mondo si è capovolto e la Cina è diventata consumatrice ortodossa e con un cambio stabile forte, alla ricerca di credibilità internazionale. Chi deve fallire fallisce (in modo ordinato), gli eccessi e le manie di grandezza del passato non sono più tollerate. Gli Usa al contrario lanciano soldi dall’elicottero, consumano più di quello che producono, fanno spesa pubblica improduttiva e di conseguenza subiscono un tasso di inflazione per ora senza controllo. Società in perdita continuano a finanziarsi a tassi nettamente inferiori al tasso di rendimento. La morale è che la Cina dovrà tagliare mentre gli Usa dovranno restringere, opportunità relativa interessante sia a livello di azioni che di obbligazioni.

“In questo contesto, si prospettano tempi migliori per i settori ciclici & value, in particolare travel & leisure & entertainment, finanziari, energetici, minerari, farmaceutici, inflation winners. Tempi difficili per growth & defensive, in particolare il settore tecnologico”, conclude Cribari. “Lo scenario inflattivo e il boom della domanda secolare favoriscono alcuni real assets, mentre si prospetta un nuovo super ciclo delle materie prime. Il dollaro potrebbe fare un overshooting di breve ma sul più lungo termine resta fondamentalmente molto debole. Un dollaro debole e tassi in rialzo favoriscono i ciclici, i listini ex Usa, gli obbligazionari e le valute emergenti”.

Domande che gli investitori devono porsi nell’anno in corso

Anche se il mondo non è affatto vicino allo scenario di iperinflazione sperimentato negli anni ’70, gli investitori obbligazionari con una bassa tolleranza al rischio potrebbero subire un forte colpo al loro portafoglio di investimenti.

Lo scenario economico all’inizio del 2022 raramente è stato così opaco, e i piccoli-medi risparmiatori devono porsi alcune domande difficili per le quali non sembrano esserci risposte chiare. Infatti, la nuova normalità è che i mercati finanziari oggi sono caratterizzati da una cronica mancanza di chiarezza, da rischi sconosciuti e, rispetto al passato, da nessuna garanzia che le previsioni degli esperti “di fiducia” siano più affidabili di altre.

Negli ultimi due anni, le banche centrali hanno inondato le economie globali con enormi quantità di denaro, e questa strategia ha aiutato molte economie a evitare profonde depressioni. Tuttavia, il danno collaterale è l’inflazione, che è in rapido aumento e che può distruggere rapidamente la ricchezza personale in termini reali, dal momento che i banchieri centrali non si concentrano più sul controllo dell’inflazione – come facevano fino a qualche anno fa – ma cambiano idea anche molto rapidamente come nel tentativo di calmare i mercati nervosi e, allo stesso tempo, agire come “cani da guardia” contro la spirale dell’inflazione.

Oggi molti hanno scoperto l’azzardo dei banchieri sull’inflazione “elevata ma solo transitoria”, e la politica monetaria non sembra essere in grado di risolvere il problema dell’aumento dei prezzi che oggi è trainato da dinamiche piuttosto complesse. Per chi ha una propensione al rischio meno conservatrice, le azioni sono solitamente una migliore copertura contro la spirale dell’inflazione, rispetto alle obbligazioni, ma questa alternativa prevede molti avvertimenti. Innanzitutto, i prezzi delle azioni statunitensi ed europee potrebbero essere già piuttosto alti. Inoltre, se la crescita economica ristagna a causa della variante Omicron e del ritardo delle riforme strutturali, i corsi azionari potrebbero subire un colpo. Questo rischio diventa più minaccioso se le banche centrali inizieranno ad aumentare i tassi di interesse e a ritirare troppo presto i regimi di sostegno al COVID.

Il mercato azionario rimane troppo superficiale e dominato da pochissime imprese quotate in borsa per offrire il comfort di una strategia basata sulla diversificazione, e solo i mercati azionari europei e statunitensi possono offrire migliori opportunità di diversificazione per i piccoli investitori al dettaglio. Non così il mercato obbligazionario, che presenta ancora più sfide per gli investitori, poiché la propensione al rischio di credito delle banche è oggi molto più prudente che mai, e ciò ha spinto alcune imprese molto giovani ed ancora in fase di sviluppo (e ad alto rischio) a ricorrere all’emissione di obbligazioni che pagano certamente rendimenti più elevati rispetto ai depositi bancari, ma che comportano rischi considerevoli per gli investitori inesperti.

Negli ultimi anni, la maggior parte del rischio di credito si è spostata dal settore bancario ai mercati dei capitali e del debito societario meno regolamentati. Questa non è una buona cosa per gli investitori al dettaglio, che potrebbero trovare difficile capire il prezzo del rischio. Il rendimento delle obbligazioni investment grade che non sono collegate a un indice di inflazione può diventare negativo se l’inflazione continua a crescere a un ritmo sostenuto. Anche se non siamo affatto vicini allo scenario di iperinflazione sperimentato negli anni ’70, gli investitori obbligazionari con una bassa tolleranza al rischio potrebbero subire un forte colpo al loro fondo di risparmio.

Coloro che sono interessati ai mercati emergenti devono porre domande ancora più impegnative. Le crescenti tensioni geopolitiche e le strategie di cambiamento della catena di approvvigionamento potrebbero significare che gli investimenti in tecnologia, istruzione e società immobiliari in Cina potrebbero subire dei cali rilevanti. E così molti investitori trovano meno impegnativo – per quanto sia più dispendioso – incanalare i propri risparmi nei mercati finanziari attraverso i gestori di fondi e sicav, oppure attraverso le compagnie assicurative, nella convinzione che gli esperti possano fare un lavoro migliore. Questa è spesso una strategia valida, ma c’è un avvertimento da fare: alcuni gestori patrimoniali cercano di battere i bassi rendimenti offerti negli ultimi anni dal debito e da alcuni mercati azionari, diversificando una parte dei loro schemi di investimento collettivo in attività più volatili e meno liquidi.

Gli investitori hanno i propri livelli di tolleranza al rischio, e generalmente i piccoli investitori ne hanno poca. La differenza potrebbe farla l’educazione finanziaria, che permetterebbe di avvalersi di una consulenza professionale comprendendo le implicazioni più importanti dei rischi legati agli specifici strumenti finanziari. Molti potrebbero così tollerare con meno ansia la possibilità di una perdita marginale del loro capitale nel breve periodo, e posizionare le proprie disponibilità – o parte di esse – nel medio e lungo periodo, deviando parzialmente dalla strategia a bassissimo rischio.

Siviero, Ethenea: Dovremo convivere con l’inflazione per tutto il 2022

Lo squilibrio tra domanda e offerta è il principale problema per la crescita e per l’inflazione. Le economie emergenti stanno già alzando i tassi, ma le banche centrali hanno poco spazio per farlo in modo aggressivo ed evitare una recessione.

“L’incertezza resta molto elevata e le banche centrali devono affrontare un difficile compromesso tra un inasprimento della politica monetaria, che rischia di arrestare la ripresa economica, peraltro senza grandi effetti sul contenimento dell’inflazione, o attendere, rischiando di perdere il controllo sui prezzi. Tuttavia lo scenario di base resta espansivo e ci aspettiamo che gli aumenti dei prezzi dovrebbero progressivamente attenuarsi e l’inflazione tornare gradualmente ai livelli pre-pandemia nella maggior parte delle economie avanzate tra la fine del 2022 e l’inizio del 2023”. È l’analisi di Andrea Siviero, Investment strategist di Ethenea Independent Investors.

La ripresa ciclica globale è stata solida nel 2021 grazie alle vaccinazioni e al forte sostegno delle politiche monetarie, ma il ritmo della ripresa è diminuito durante la seconda metà dell’anno. Lo scenario di base per il 2022 è quello di una continua espansione della produzione globale a un ritmo solido e superiore al trend, pari a circa il 5%. Il Fmi prevede che i dati definitivi per il 2021 si attesteranno su una crescita globale del 5,9%, mentre stima al 4,9% la crescita nel 2022. Tuttavia, l’incertezza per il 2022 è particolarmente elevata e la strada verso la normalità economica sta subendo diversi venti contrari, tra cui possiamo annoverare: la recrudescenza delle infezioni da Covid-19 e la comparsa della variante Omicron; le pressioni inflazionistiche; la normalizzazione della politica monetaria; il rallentamento dell’economia cinese.  Le prospettive di crescita rimangono divergenti tra paesi e regioni con cicli asincroni e nelle economie emergenti, che soffrono di tassi di vaccinazione più bassi e di un sostegno politico più debole.

L’elevata inflazione è in gran parte il risultato di una mancata corrispondenza tra la forte ripresa della domanda aggregata, sostenuta da uno stimolo pubblico senza precedenti, e un’offerta insufficiente, dovuta a mancanza di input, colli di bottiglia delle catene di approvvigionamento, eccetera. Questo squilibrio è l’unico principale rischio al ribasso per la crescita e il principale rischio al rialzo per l’inflazione. “Ultimamente, i problemi delle catene di approvvigionamento legati alla pandemia nei mercati dei beni e del lavoro si sono comunque attenuati, ma rimangono elevati e potrebbero intaccare ulteriormente la fiducia dei consumatori e ritardare gli investimenti, ostacolando la crescita economica”, prosegue Siviero. “Tuttavia, l’inflazione dovrebbe comunque tornare ai livelli pre-pandemia nella maggior parte delle economie avanzate tra la fine del 2022 e l’inizio del 2023”.

Di fronte alle spinte inflazionistiche ostinatamente elevate, al rischio di perdere il controllo dell’inflazione e all’intensa pressione politica, le banche centrali delle economie avanzate hanno abbandonato la spiegazione “transitoria” dell’inflazione e hanno spostato la loro attenzione a breve termine dal sostegno alla crescita e all’occupazione al garantire la stabilità dei prezzi e contenere le aspettative inflazionistiche. Anche le economie dei mercati emergenti (Brasile, Messico, Cile, Ungheria, Polonia, Russia, ecc.) hanno da tempo inasprito la politica in modo aggressivo e stanno continuando su questa via, anche se non è ancora chiaro se le banche centrali saranno in grado di andare avanti così.

“Un ritmo accelerato di normalizzazione, combinato con una recrudescenza dei casi di Covid-19, potrebbe interrompere la crescita e riportare le economie in recessione”, conclude Siviero. “Con l’inflazione che torna progressivamente agli obiettivi delle banche centrali e l’espansione economica in decelerazione, anche il sostegno politico a politiche monetarie più restrittive potrebbe diminuire rapidamente. Un aggressivo inasprimento di tali condizioni potrebbe appiattire ulteriormente le curve dei rendimenti sovrani, causando un’accresciuta volatilità del mercato. La politica monetaria dovrà rimanere dipendente dai dati e le banche centrali dovranno mantenere il loro approccio flessibile, ma è probabile che abbiano poco spazio per aumentare i tassi in modo aggressivo”.

Prospettive di mercato per l’anno in corso: definitivamente forse

Nel complesso il 2021 è stato un anno positivo per gli investitori, ma scrutare il 2022 in profondità è un altro paio di maniche. La previsione di eventi futuri in questo periodo dell’anno si rivela quasi sempre di scarsa utilità.

Di Hans F. Olsen

La contrapposizione tra l’inizio del 2021 e la sua fine ispira grande meraviglia. Lo spettro della pandemia, con il suo carico di minacce poste da varianti virali, di regimi fiscali potenzialmente punitivi, di rudimenti geopolitici che potrebbero cambiare l’ordine mondiale, di un impressionante e inquietante aumento dei prezzi e di banche centrali sconvolte, ha creato il set per un annus horribilis. Nonostante ciò, gli investitori hanno concluso l’anno 2021 molto meglio di quanto non fosse iniziato, e la maggior parte dei mercati azionari di tutto il mondo ha registrato rendimenti notevoli.

Gli Stati Uniti e l’Europa si sono distinti producendo solidi rendimenti a due cifre, mentre i mercati giapponese e cinese hanno lottato nel reggere il confronto. Per gli investitori dei mercati sviluppati, il 2021 è stata una vittoria, mentre per gli investitori dei mercati emergenti l’anno è stato un misto di alti e bassi. I mercati brasiliano, cileno, peruviano e di Hong Kong hanno registrato notevoli , mentre negli Stati Uniti le azioni di qualunque tipo hanno ottenuto buoni risultati, grazie ai quali i titoli a grande, media e piccola capitalizzazione hanno tutti premiato gli investitori con rendimenti a due cifre. In particolare, tra le aziende più grandi il settore energetico ha prodotto rendimenti eccezionali, battendo di 8,3 punti percentuali il secondo miglior settore. Il settore peggiore, quello dei servizi pubblici, è aumentato “soltanto” del 17,7%. I mercati obbligazionari, invece, sono ampiamente diminuiti lo scorso anno. L’aumento dei tassi di interesse ha prodotto un mare di perdite nel panorama dell’investment grade, mentre le obbligazioni ad alto rendimento, che hanno guadagnato il 5,3%, sono state l’unico rifugio per gli investitori. All’interno del settore high yield, i rendimenti del debito con rating più basso hanno superato di oltre due volte il debito con rating più elevato.

Nel complesso, pertanto, il 2021 è stato un anno positivo per gli investitori, ma scrutare il 2022 in profondità è un altro paio di maniche. Infatti, nel settore degli investimenti, la previsione di eventi futuri è una caratteristica di questo periodo dell’anno, ma la maggior parte di queste previsioni si rivela di scarsa utilità o addirittura straordinariamente fuori luogo. Molti tentano di indovinare il futuro estrapolando il passato recente e la storia. E così, ci si affida a quel 76% di volte in cui l’indice S&P 500, dal 1926, ha registrato rendimenti positivi nell’anno solare, senza riflettere sul rimanente 24% delle volte in cui il risultato è stato negativo o prossimo allo zero.

Rimangono le domande sulla coesistenza con il Covid-19, e ci si chiede se il virus farà parte della vita futura oppure cesserà di dettare l’emergenza. Del resto, con oltre 270 milioni di casi in tutto il mondo e più di 5 milioni di decessi segnalati e altri in arrivo, è una domanda ovvia, e il modo in cui la società calibrerà le sue interazioni in base alla presenza del virus avrà un impatto sul modo in cui conduciamo la nostra vita anche nei settori commerciali. Infatti, si potrebbe ottenere l’immunità di gregge attraverso la vaccinazione, l’infezione, la competizione virale o una combinazione di questi fattori. Forse il virus diventerà endemico, essenzialmente una versione aggressiva dell’influenza o del comune raffreddore, e dopo la grande stagione dei vaccini (e degli utili conseguenti) la ricerca scoprirà quella delle terapie. In ogni caso, è altamente probabile che affrontare il Covid-19 sarà una caratteristica del nostro futuro, con le interruzioni episodiche che ne conseguiranno mentre la società lotta per affrontare i rischi sia reali che percepiti. Per ora, e nel prossimo futuro, il Covid è un dato di fatto.

Altro quesito di grande portata riguarda l’inflazione, per la quale ci si chiede se sarà transitoria o duratura. Al momento, alcuni indicatori sembrano convergere sull’inflazione durevole. L’aumento del 6,8% dei prezzi al consumo di novembre, il più alto in 39 anni, ha messo i denti saldamente in tensione. Inoltre, le medie mobili a tre, sei e dodici mesi sono tutte nettamente superiori a 6,1%, 5,7% e 4,2%, rispettivamente. Transitoria o meno, l’inflazione sarà presente, e i dati dipingono un quadro secondo cui l’inflazione è diffusa e in peggioramento. Del resto, è risaputo che i banchieri centrali temono l’inflazione, la deflazione e i mercati caotici, mentre la piena occupazione, inflazione bassa e stabile e, naturalmente, mercati ordinati sono la loro ragion d’essere. Resta da vedere se la Federal Reserve, la Banca Centrale Europea, la Banca d’Inghilterra più Banca del Giappone e Banca Centrale Cinese saranno in grado di architettare una politica monetaria che non rafforzi le attuali tendenze inflazionistiche ma eviti abilmente di far cadere le loro economie in recessione.

L’occupazione – altro tema di grande interesse – continuerà a riprendersi? Negli Stati Uniti, nonostante gli americani abbiano continuato a trovare lavoro nel 2021, l’occupazione complessiva rimane di oltre tre milioni di lavoratori inferiore rispetto a prima della pandemia. Visto da una diversa angolazione, c’è una enorme carenza di manodopera: attualmente ci sono quasi 12 milioni di posti di lavoro in cerca di persone e solo 6,9 milioni di disoccupati. Le cause della carenza di lavoratori sono oggetto di molte speculazioni. L’aumento delle attività finanziarie ha creato un effetto ricchezza che ha consentito ai lavoratori più anziani con risparmi di dedicare più tempo alla loro vita lavorativa, mentre le preoccupazioni in corso sull’efficacia del vaccino e sulle varianti virali stanno facendo riflettere i lavoratori nel determinare se tornare in prima linea. Gli sforzi dei presidenti Trump e Biden per integrare i sussidi di disoccupazione hanno aumentato la soglia del reddito di emergenza per i senza lavoro, costringendo il settore privato ad aumentare la paga per attirare lavoratori già pagati sufficientemente bene dal governo anche se non lavorano.

Dal lato degli utili aziendali, ossia il maggior propellente di medio periodo del prezzo delle azioni, sembra che aumenteranno di poco meno del 10% nel 2022, dopo essere balzati di circa il 45% nel 2021. Questo calo della crescita degli utili è normale, poiché l’impatto recessivo della pandemia si attenua e la crescita degli utili tenta di normalizzarsi. Quanto la carenza di manodopera e materiali influirà sui margini di profitto, però, è una questione ancora aperta, poiché le aziende devono prendere la decisione di trasferire altrove i costi più elevati o di assorbirli attraverso margini di profitto inferiori.

I differenziali di tasso di interesse e di crescita tra i blocchi economici avranno un impatto importante sui mercati azionari internazionali. Le condizioni di liquidità e gli aggiustamenti valutari fungeranno da vento favorevole per le azioni statunitensi e da vento contrario per le azioni internazionali. I mercati emergenti tendono ad essere i più sensibili all’aumento dei tassi e alle oscillazioni valutarie, ed è probabile che le politiche per affrontare la crescita e l’inflazione avvantaggeranno le azioni statunitensi a scapito delle azioni europee e giapponesi. Implicita in questa affermazione è la probabilità che il dollaro salga nei confronti dell’euro e dello yen.

In conclusione, quest’anno gli investitori probabilmente vedranno frequenti attacchi di turbolenza del mercato. Potrebbe essere un altro anno di rendimenti deludenti per gli investitori nel reddito fisso, mentre gli investitori azionari troveranno opportunità di profitto ma a prezzo di una attenta selezione di titoli a larghissima capitalizzazione.