Oggi in Italia vivono contemporaneamente due specie di “Homo Quiescens”: quella con pensioni al 90-100% dell’ultima retribuzione, e quella destinata ad un assegno non superiore al 45% dell’ultimo reddito.
Di Alessio Cardinale
Il sistema previdenziale italiano, nel suo complesso, non smette di creare problemi ai cittadini, e molti sono ancora i nodi da sciogliere, perennemente rinviati al governo successivo da ogni esecutivo precedente. Come una patata bollente, infatti, il disastro dei conti pubblici previdenziali passa di mano in mano con grande velocità, fino a quando l’ultima mano non ha chiuso il giro e la patata cade a terra, incapace di raffreddarsi ed essere finalmente colta da qualche volenteroso che decida di farsene carico.
Per quasi tre decenni, i governi che si sono succeduti non hanno messo mano ad una riforma seria, preoccupati com’erano di non scontentare chi viveva di generosissime baby-pensioni, con il risultato che, come in quel breve periodo di tempo in cui gli ultimi uomini di Neanderthal hanno convissuto con i Sapiens, oggi in Italia vivono contemporaneamente due specie di “Homo Quiescens”: quella con pensioni al 90-100% dell’ultima retribuzione (più una pletora di decine di migliaia di privilegiati con vitalizi e super pensioni a cinque zeri), e quella destinata ad un assegno non superiore al 45% dell’ultimo stipendio o reddito da lavoro autonomo.
Sebbene la prima sia destinata ad estinguersi nel giro di pochi decenni, le cose non andranno affatto meglio per la specie sopravvivente, come invece prevedrebbe qualunque processo evoluzionistico. Infatti, coloro che sopravvivono ai “pensionati neanderthaliani” saranno segnati da un divario economico inaccettabile rispetto ai “pensionati antenati” e da un futuro tenore di vita inadeguato, al quale vengono abituati subito, in età lavorativa, attraverso l’assenza di un salario minimo obbligatorio e conseguenti redditi medi da fame. Il fatto è che, nel caso dei “pensionati di Neanderthal”, essi rappresentano la specie che si estinguerà mantenendo fino all’ultimo giorno un migliore tenore di vita rispetto ai “pensionati Sapiens”, i quali invece sono destinati, stando così le cose, a peggiorare le proprie condizioni di vita in nome di una grottesca inversione dell’evoluzione economica della specie.
Al momento, l’Italia è il primo tra i 34 membri dell’OCSE per spesa per le pensioni. Un terzo del nostro stipendio serve ad alimentare il bacino delle pensioni, rispetto alla media OCSE del 18,2%. A questo risultato siamo arrivati, oltre che con la fervida collaborazione dei governi che hanno preceduto l’ultimo nuovo di zecca – anche questo dovrà mostrare il suo valore in tema di pensioni, e non solo – “grazie” al gravissimo problema demografico nazionale: facciamo pochissimi figli, l’istituto del matrimonio viene costantemente scoraggiato da una narrazione iper femminista della famiglia – quest’ultima affievolita dall’imposizione dei nuovi archetipi familiari pseudo progressisti – con gli uomini relegati al ruolo di portatori di reddito e soprattutto di soggetti gravati del welfare occulto a favore delle donne italiane non lavoratrici, quest’ultime perennemente dimenticate dallo Stato. Questo sistema, se si reggesse su un patto sociale chiaramente espresso tra le parti, potrebbe anche reggere, ma così non è. Prova ne sia che il nostro tasso di natalità è disarmante, e secondo le ultime proiezioni nel giro di cinque anno saremo 12 milioni in meno.
Del resto, un sistema pensionistico che consente al genere più longevo – quello femminile, che ha una aspettativa di vita maggiore – di entrare in pensione prima di quello che ha una aspettativa di vita inferiore, spiega la follia irrazionale che puntualmente si ripercuote sui conti dell’INPS. Equiparare l’età pensionabile dovrebbe essere la prima misura da prendere, ma una scelta del genere verrebbe fatta pagare cara a chi la prende, poiché il voto femminile è il tesoro nascosto di ogni partito politico italiano. E così, anche nel 2023 i requisiti per andare in pensione sono quelli previsti dalla legge Fornero: la pensione di vecchiaia si ottiene a 67 anni, mentre si può andare in pensione anticipata con 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini, e 41 anni e 10 mesi per le donne. Da gennaio 2023, inoltre, sparisce la “Quota 100” che consentiva di andare in pensione di vecchiaia a 62 anni e 38 anni di contributi, e sparisce anche la “Quota 102” che consentiva di andare in pensione a 64 anni più 38 di contributi.
Dopo questa doverosa premessa, torniamo a parlare di previdenza integrativa, strumento cui gli italiani dovrebbero ricorrere – e correre – sempre più spesso, anticipando l’accantonamento fin dal primo anno di lavoro, un po’ come fanno gli americani. Il problema è che noi non siamo americani, e in Italia non esiste ancora alcuna forma di educazione all’accantonamento previdenziale e assicurativo in generale. Eppure, gli italiani hanno sempre avuto una tra le più elevate propensioni al risparmio del mondo, almeno finchè la scelta di farci entrare nell’Unione Monetaria Europea – la peggiore di tutte le scelte possibili, con il senno del poi – non ha frenato la nostra propensione al risparmio per via della perdita di potere d’acquisto. Peraltro, anche negli ultimi tre anni, a partire dallo scoppio della pandemia, il nostro tasso di risparmio è stato tra i più alti al mondo.
Pertanto, non si comprende come un popolo così preparato all’accantonamento non sia stato negli anni “educato” al risparmio previdenziale massivo, se non con la suicida ostinazione della classe politica di voler tenere in piedi un sistema pensionistico destinato a morire non solo per via del calo demografico – che negli anni potrebbe anche subire una inversione positiva, se solo si mettessero in piedi le politiche sociali adatte – ma soprattutto per l’uso delle casse dell’INPS per finalità che, sia pure di stampo assistenziale, servono a risolvere problemi di temporanea improduttività di reddito del singolo lavoratore, e nulla hanno a che vedere con il trattamento pensionistico propriamente detto, che invece è uno strumento di stabilità finanziaria personale dell’ex lavoratore a beneficio della sua vecchiaia.
Sembra che il prossimo Governo lavorerà ad una serie di strumenti di rilancio della previdenza integrativa. Negli ultimi mesi si è ipotizzata, per esempio, la possibilità di varare un semestre di silenzio/assenso (come nel 2007) per trasferire il TFR a un fondo pensione, cercando così di attrarre gli under 45, ossia i più penalizzati in merito al futuro trattamento pensionistico (assegno pari al 40% dell’ultimo stipendio). Il resto dovrebbe farlo la profonda rivisitazione della tassazione agevolata in fase di
erogazione della pensione integrativa: la ritenuta a titolo d’imposta del 15% (aliquota massima) dovrebbe essere ridotta al 6% fin dal primo anno, e non solo dal quindicesimo anno in poi, quando scatta lo sconto dello 0,30%. Ma il provvedimento più importante del nuovo Governo dovrebbe essere quello di “ubriacare” gli italiani con una campagna di comunicazione costante e continua, come quella che si è stati capaci di mettere in piedi per la vaccinazione contro il Covid-19. Infatti, da una recente ricerca (Nicola Ronchetti di Finer) è scaturito che il 72% dei clienti di banche e consulenti finanziari non ha mai toccato il tema previdenziale, e ancora oggi quasi il 40% di essi pensa che la pensione non sia un problema che lo riguardi.
In base all’ultimo rilevamento Covip, le risorse accumulate dalle forme pensionistiche complementari si attestano a oltre 220 miliardi di euro, in costante aumento rispetto agli anni precedenti, e sugli orizzonti temporali lunghi – si prenda ad esempio il decennio 2011-2021 – il rendimento medio annuo composto degli strumenti di previdenza integrativa è assai soddisfacente: fondi negoziali 4,1%, fondi aperti 4,6%, PIP unit linked 5% e PIP gestioni separate 2,2%. Nello stesso periodo, il tasso di rivalutazione medio annuo del TFR è stato del 1,9%, per cui nel lunghissimo periodo – tipico degli accantonamenti previdenziali, che durano alcuni decenni – il risultato in termini di integrazione dell’assegno pensionistico potrebbe essere sensibilmente più adeguato alle esigenze della vecchiaia.



“La prova di questa aperta discriminazione – afferma Lucaselli – è data dal
Effettivamente, è impossibile non riconoscere che quello degli
Come occorre affrontare il problema in futuro? “Abbiamo avviato già da tempo – aggiunge ancora Lucaselli – una serie di incontri istituzionali, cosa mai accaduta sino ad oggi, per dare sbocco ad una soluzione positiva per i
“La 
Per esaminare al meglio questo delicato tema, che oggi coinvolge anche la politica nazionale, abbiamo intervistato Cosimo Lucaselli, responsabile rapporti con le istituzioni di Federcontribuenti, organizzazione che ha dedicato risorse ed energie per portare la questione all’attenzione dell’opinione pubblica.
Ministro del Lavoro, Senatrice Nunzia Catalfo (che all’epoca si era impegnata), la politica ha messo da parte qualunque soluzione del caso, tanto che Federcontribuenti, dal 2019, ha sollecitato interrogazioni parlamentari e lo scorso 11 febbraio è stata ricevuta in audizione presso la Commissione bicamerale di Controllo delle casse Previdenziali, dove abbiamo esposto tutte le criticità della previdenza Enasarco. Anche la missiva inviata al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in qualità di garante del rispetto della Costituzione, non ha ricevuto risposta. E quando la politica e le istituzioni che dovrebbero vigilare vengono meno a questi doveri, la democrazia muore.
Siamo ancora ad un punto morto. La politica è assente e sembra che non essere interessata al problema dei 9,2 miliardi di debito accumulati con i versamenti senza ritorno dei 692.000 silenti Enasarco. Personalmente, ho contattato più volte l’attuale Ministro del Lavoro Senatrice Nunzia Catalfo, che, almeno a parole, si è resa disponibile al dialogo per la risoluzione del caso, salvo poi essere sempre assente agli incontri in cui ci si dovrebbe confrontare a causa di impegni dell’ultimo momento. Eppure L’attuale Ministro del Lavoro, ed il suo collega di partito Senatore Sergio Puglia, Presidente della Commissione di Vigilanza delle Casse Professionali, quando erano all’opposizione, hanno promosso iniziative parlamentari annunciando interventi rivolti a risolvere il problema dei silenti Enasarco. Però, da quando si sono insediati nelle loro posizioni istituzionali, non hanno tenuto fede agli impegni e si sono resi di fatto indisponibili ad affrontare e risolvere il problema.
Innanzitutto bisogna precisare che la previdenza Enasarco è una previdenza integrativa, ed in quanto tale non può essere soggetta ad equilibrio finanziario dovendo essere restituita per legge agli aventi diritto come integrazione pensionistica rivalutata nel tempo, come previsto dagli articoli 20 e 21 della Legge 613 del 1966. Detto questo, il problema dell’equilibrio finanziario va ricercato nella cattiva gestione dell’Ente, che a mio avviso deve essere immediatamente commissariato. Lo Stato, inoltre, deve farsi carico del problema, come previsto dall’art.28 della Costituzione, che non può essere scaricato su chi ha versato i contributi integrativi – peraltro obbligatori – con grandi sacrifici. I soli silenti hanno versato nelle casse dell’Ente circa 9,2 miliardi di euro che, se fossero stati gestiti in maniera oculata, avrebbero fruttato nel tempo almeno altri 5 miliardi. Qualcuno dovrà pur fornire una spiegazione su questo. Secondo le nostre stime, servirebbero circa 55 milioni l’anno per mettere a regime l’integrazione pensionistica secondo quando previsto dall’art. 21 della Legge 613. Più volte abbiamo chiesto, come associazione di contribuenti, di sederci intorno ad un tavolo di concertazione per dimostrare con dati alla mano che è possibile risolvere il problema. Purtroppo manca la volontà politica.
Il presidente di Enasarco Gianroberto Costa, nel 2019, ha affermato che il fenomeno dei silenti sarebbe connesso alla peculiarità della professione svolta e al possibile verificarsi di periodi di inattività degli agenti, e che tutto ciò non consentirebbe di agire in contrasto con i principi di solidarietà e sostenibilità a tutela di tutta la categoria. Lei come risponderebbe oggi a queste osservazioni?
Nel sistema previdenziale degli agenti di commercio e dei consulenti finanziari è rinvenibile il più alto costo del contributo previdenziale, rispetto a qualsiasi altro lavoratore del commercio, senza che ad esso siano equiparate le stesse condizioni di welfare. Infatti, i contributi previdenziali obbligatori, da versare alla fondazione Enasarco, sono calcolati con aliquota del 17%, da applicare sul totale delle somme percepite dall’agente a titolo provvigioni lorde (e non al netto dei costi); a questi si aggiungono i contributi INPS, e a causa di questo cumulo agenti e consulenti versano in previdenza circa il 48% del proprio reddito lordo, rispetto al 37% del lavoratore dipendente del commercio. E’ vero che, per quanto riguarda i contributi Enasarco, solo l’8,50% è a suo carico (il rimanente 8,50% a carico della casa mandante), ma la pressione contributiva è comunque elevatissima. E così l’agente o consulente, pur versando il 10% in più rispetto al lavoratore dipendente del commercio, non riceve lo stesso livello di welfare: nessun mese di ferie retribuito, nessuna convalescenza per malattia retribuita, nessuna convalescenza da infortunio retribuito, nessun assegno familiare, nessuna indennità di disoccupazione in caso di perdita di mandato. Ciò riassume con grande evidenza una gravissima ingiustizia sociale.
La parola cumulo nella previdenza Enasarco è un termine errato. Su questo termine si è creata una confusione sia a livello giurisprudenziale che nella formazione dei regolamenti interni Enasarco. Nel caso della previdenza integrativa degli agenti, è inequivocabile la volontà del legislatore (artt. 20-21-29 della Legge 613 del 1966) di come la previdenza Enasarco sia una previdenza integrativa, ed il termine “integrazione” indica, appunto, qualcosa da integrare ad un qualcosa che è incompleto. Se poi questa integrazione è anche obbligatoria, non poterne godere se non hai versato per almeno 20 anni diventa inaccettabile per la categoria contributiva più fragile, composta da persone che, una volta raggiunta la soglia di anzianità, saranno svantaggiate economicamente proprio nel momento in cui c’è più bisogno, dopo una vita di fatiche.
Inizio dal secondo punto della domanda: noi avremmo dei referenti, ma non sono presenti nelle liste. I nostri veri referenti potrebbero essere solo dei commissari di alto profilo morale, non legati politicamente a nessuno, con il compito di traghettare la previdenza Enasarco in un fondo complementare da istituire presso l’INPS. Infatti, Enasarco è un Ente di previdenziale che, su circa 814.000 iscritti, genera solo il 15% di contribuenti in previdenza e l’85% in contribuenti silenti. E’ chiaro che qualcosa che non va. Questo è il motivo per cui noi chiediamo da tempo il commissariamento dell’ente, e non le elezioni. In una vostra intervista, Alfonsino Mei ha dichiarato che l’Ente perde 5000 iscritti all’anno; ciò non è esatto: l’Ente ne perde 22.000 all’anno, come riportato nei bilanci tecnici del 2014-2017, e con questi numeri c’è la seria preoccupazione che Enasarco, tra 10 anni, possa estinguersi se non interviene lo Stato, in primis con un commissariamento.

Il dibattito, mai sopito in realtà, ha ripreso vigore agli inizi del 2019, ed oggi rappresenta una mina vagante per chiunque otterrà, nelle prossime settimane, la maggioranza in consiglio di amministrazione di Enasarco, allorquando le tanto sospirate elezioni avranno finalmente luogo. I c.d. silenti, infatti, si stanno organizzando per mettere in atto alcune iniziative di protesta pubblica già da Settembre.
Per chiarire quest’ultimo aspetto, prendiamo l’esempio di un agente di commercio plurimandatario con ricavi lordi pari a 40.000,00 euro, in favore del quale verrà versato il contributo Enasarco massimo previsto pari a 6.445,21 (sul massimale di 37.913,00 euro). Se l’agente ha sostenuto costi dell’attività (autoveicolo, carburante, ufficio etc) pari al 30% del monte ricavi, il suo imponibile netto sarà pari ad euro 28.000,00 [40.000,00 – (40.000,00 x 30%=12.000,00)], ma il “peso” del contributo Enasarco di euro 6.445,21 sarà pari al 23% circa (6.445,21 : 28.000,00= 0,2301), e non al 17%.
Un muro invalicabile, pertanto, che però sembra aver rafforzato la determinazione con la quale i silenti hanno intenzione di chiedere “il conto” sull’utilizzo di quella massa enorme di denaro. Nel frattempo, si moltiplicano le iniziative parlamentari sull’argomento. L’ultima è una interrogazione parlamentare sollevata presso la Commissione Lavoro della Camera dei Deputati (5-03746) di Walter Rizzetto (FdI), in risposta alla quale l’esecutivo ha dichiarato di voler aprire ad una soluzione legislativa per risolvere la questione dei contributi silenti.
prosecuzione volontaria, che ha un senso solo per chi ha già versato almeno 10-15 anni di contributi; altra alternativa è quella di attendere la rendita contributiva, che però sarà disponibile solo dal 2024.
La questione diventa fondamentale in termini di PIL. Infatti, secondo le recenti riflessioni pubblicate dall’OCSE, “il Coronavirus è il più grande pericolo dai tempi della crisi finanziaria del 2008, ed espone l’economia mondiale ad una minaccia senza precedenti, con una crescita del PIL mondiale che dovrebbe prima arrestarsi e poi, a consuntivo, evidenziare un risultato negativo o pari a zero. Il ciclo economico, infatti, potrà fare affidamento nella piena ripresa della produzione e distribuzione soltanto nel terzo quadrimestre dell’anno”. Inoltre, secondo le recenti stime di Goldman Sachs sull’impatto del Coronavirus nell’area Euro, il PIL europeo dovrebbe chiudere quest’anno a -9% (per poi rimbalzare a +7.8% nel 2021), mentre quello del nostro Paese chiuderebbe il 2020 a -11,6% (e rimbalzare del +7.9% nel 2021). Ebbene, in Italia il PIL costituisce anche il fattore di rivalutazione nel metodo di calcolo contributivo delle pensioni, dal momento che i contributi che il lavoratore e il datore di lavoro versano ogni anno vengono rivalutati di una misura collegata all’andamento, appunto, del Prodotto Interno lordo. In particolare, la rivalutazione è pari alla media delle variazioni del PIL nell’ultimo quinquennio, ed il coefficiente viene applicato ai contributi versati, rivalutati e accantonati al primo giorno dell’anno. Pertanto, il PIL negativo del 2020 potrebbe incidere notevolmente sulla media delle rivalutazioni, e rendere ancora più inadeguati i futuri trattamenti previdenziali.
dal fallimento questo sistema aveva richiesto l’adozione di riforme strutturali che tenessero sotto controllo la spesa pubblica e, contestualmente, favorissero un modello di previdenza complementare in affiancamento a quello pubblico. Ma in questo scenario, anche l’adesione a forme di previdenza complementare è a rischio, penalizzando una tendenza che in Italia andava gradualmente affermandosi anche grazie agli “stimoli indiretti” provenienti dalle modifiche normative del settore pubblico. In particolare, in Italia si era agito sull’innalzamento dei requisiti per andare in pensione (età e numero di anni lavorativi; sul sistema di calcolo della pensione (contributivo e non più retributivo) a partire dal 2012 e sulla rivalutazione della pensione esclusivamente in base all’inflazione (che si è quasi azzerata e rimarrà bassa fino all’uscita dall’emergenza).
previdenziali sono deducibili dal reddito IRPEF fino ad un importo massimo di 5.164,57 euro all’anno, ed è possibile portare in deduzione, nei limiti dello stesso importo, anche i versamenti effettuati a favore di familiari fiscalmente a carico. Sul risultato netto maturato in ciascun anno, inoltre, grava un’imposta sostitutiva delle imposte sui redditi nella misura del 20% (anziché del 26%), e la pensione integrativa percepita godrà di un regime fiscale agevolato. I prodotti previdenziali, inoltre, sono esenti dal pagamento dell’imposta di bollo, sono impignorabili ed insequestrabili (a meno che non si ricada in condanne risarcitorie di natura penale), e la posizione maturata non entra a far parte del patrimonio ereditario: non è quindi assoggettabile a imposta di successione. Nonostante questi stimoli, però, la previdenza integrativa in Italia ha sempre subito la “concorrenza” del sistema pensionistico pubblico e, nei fatti, non è decollata, ed è stata “venduta”, dai tradizionali canali distributivi, come un semplice mezzo di risparmio fiscale. Ebbene, è prevedibile che la concorrenza interna delle pensioni pubbliche, nei prossimi anni, sarà meno forte per via di probabili modifiche peggiorative, e ciò potrà stimolare ulteriormente il ricorso alla previdenza integrativa; ma se si vuole veramente dare una “svolta”, e rendere nei fatti “obbligatorio” l’accantonamento in fondi pensione, sarà necessario potenziare la “leva commerciale” che determina il successo di questi strumenti, e cioè il risparmio fiscale.







