Maggio 10, 2026
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Barcellona, quanto costi? Vademecum per studenti universitari e genitori “investitori”

Barcellona è la città ideale per i giovani che vogliono studiare all’estero. Meglio però analizzare i costi per i genitori “investitori” ed il loro impatto sul “rendimento familiare atteso”.

di Marco d’Avenia

Barcellona è una città ambita da molti studenti universitari che vogliono intraprendere il progetto l’Erasmus, programma di interscambio culturale fra atenei promosso dall’Unione Europea, o anche un intero corso di studi nelle più disparate discipline. Tra cibo delizioso, cultura e tanta movida, però, si potrebbe facilmente far perdere il controllo delle proprie finanze ai genitori, ossia a coloro che finanziano gli studi universitari all’estero dei propri figli. Per costoro, infatti, il (molto) denaro speso per i figli durante gli anni dell’università è un investimento da cui si attende un “rendimento familiare” completamente diverso da quello atteso dai risparmiatori propriamente detti, poiché racchiude in sé una serie di risultati di natura non squisitamente numerica: istruzione internazionale, opportunità lavorative e raggiungimento dell’indipendenza economica. Ecco perché è importante scrivere una guida – senza pretesa di esaustività, sennò servirebbe un libro – che possa aiutare studenti e genitori a ponderare questa importante scelta.

La città catalana è una metropoli che non ha certo bisogno di presentazioni, e propone un ventaglio di opportunità davvero eccezionale. Barcellona ha infatti in sé una forte vocazione turistica, ma è al contempo uno dei principali centri europei per la chirurgia estetica e per la fecondazione eterologa e assistita, con capacità occupazionali di tutto rispetto per giovani medici. Essa, inoltre, è la culla di interessanti start-up che vogliono affacciarsi al panorama imprenditoriale, per cui la città attrae molti giovani neo-imprenditori, tutti provenienti dall’alta formazione universitaria, desiderosi di confrontarsi con coloro che hanno già avviato con successo nuovi progetti imprenditoriali avvalendosi dei più moderni strumenti di finanziamento (Lending e Equity Crowdfunding e Private Equity).

Prima di fare le valigie e prendere l’aereo, però, ci sono un paio di considerazioni da fare. Lo studente universitario in Erasmus, per esempio, deve prima conoscere in quali termini l’Unione Europea finanzierà il viaggio-studio. Il bando, infatti, distingue tre categorie di Paesi: Gruppo 1 (paesi con costo della vita alto, ad esempio Svizzera, Danimarca, Lussemburgo), Gruppo 2 (paesi con costo della vita medio, ad esempio Germania, Paesi Bassi, Portogallo) e Gruppo 3 (paesi con costo della vita basso, ad esempio Romania, Slovenia, Turchia). Ebbene, la Spagna è inserita nel Gruppo 2. Ora, presumendo una permanenza di un anno, il contributo Erasmus è pari a 3.600 euro (200 euro x 12 mesi), che saranno però erogati in un’unica soluzione poco prima di partire. In più, presentando il proprio ISEE, è possibile ottenere un ulteriore supplemento economico qualora la famiglia dello studente ricada in una fascia di reddito sfavorita. Questo può andare dai 400 euro per ogni mese trascorso in Erasmus, se il reddito annuale risulta inferiore a 13mila euro, ai 150 euro mensili nel caso in cui l’Indicatore della Situazione Economica Equivalente sia compreso tra i 40mila e i 50mila euro. Anche l’importo legato all’ISEE non verrà erogato mensilmente, ma diviso in due tranche. La prima metà verrà infatti erogata assieme al finanziamento Erasmus, mentre la seconda a periodo di scambio concluso. In ogni caso, non ricevere il contributo con regolarità, ogni 30 giorni, per molte famiglie potrebbe rappresentare un problema, poiché il rischio di perdere il controllo sul proprio budget mensile è molto alto.

Una volta chiarito il funzionamento del programma Erasmus, concentriamoci sugli stessi tradizionali parametri di confronto che abbiamo indicato nei precedenti articoli di questa speciale serie “Città straniera, quanto mi costi?”, allorquando abbiamo parlato di Londra, New York e della Tunisia: costi dei voli aerei, abitazione, cibo e trasporti. Relativamente al volo, raggiungere Barcellona non comporta un impegno economico proibitivo, poiché le compagnie propongono prezzi allettanti per chi vuole imbarcarsi verso Barcellona con un biglietto di sola andata. Da Roma la tariffa è pari a circa 30 euro (stesso discorso per Milano) mentre per quanto riguarda Palermo si sale a circa 55 euro (100 euro circa da Napoli). Naturalmente, queste tariffe risentiranno molto della stagione in cui si deciderà di partire e dei servizi che si andranno ad aggiungere al biglietto, come il numero dei bagagli al seguito oppure la classe in cui si sceglierà di viaggiare.

Per vivere discretamente a Barcellona, senza far lievitare il budget a disposizione, è bene scegliere dove abitare senza allontanarsi troppo dal proprio ateneo, evitando però di prendere casa in una zona dove potrebbero esserci troppi studenti e dove, di conseguenza, i prezzi degli affitti sono aumentati per via della forte domanda. La nostra guida ha preso in considerazione, per questi motivi, il quartiere Collblanc, quadrante poco lontano dalla zona universitaria ma più abbordabile. Qui, secondo un noto portale online di ricerca affitti, un monolocale di 30 metri quadrati ammobiliato, con angolo cottura e due posti letto (camera condivisa), bagno privato e aria condizionata viene a costare circa 850 euro al mese. Se non si desidera condividere l’alloggio, nei principali quartieri della città l’affitto delle stanze singole in appartamenti condivisi oscilla tra i 400 euro (senza bagno privato) ai 600 euro mensili (con bagno privato); tutto questo escluso il costo delle bollette della luce, che per una casa media beneficiano di un Voluntary Price for Small Consumers (PVPC) pari a 292 kWh all’anno e 51,64 euro al mese (per lo smartphone c’è il roaming europeo, per cui si può usare tranquillamente il numero italiano). L’affitto, dunque, non è certo un aspetto da prendere sottogamba in una città come Barcellona, e nei quadranti più centrali della metropoli catalana il costo per le medesime soluzioni esaminate può aumentare anche sensibilmente. Ma in ogni caso stiamo parlando di un mercato degli affitti che ha costi inferiori del 45% rispetto a quelli di Londra e Dublino, e del 70% rispetto a quelli di New York.

Una volta presa casa, sarà poi necessario organizzarsi per muoversi in città e fare la spesa. Chi vuole esplorare la dinamica e vivace Barcellona non può prescindere dal sottoscrivere la propria “T-Jove Card”, una tessera che consente agli under-30 di viaggiare illimitatamente per 90 giorni al costo di 42,70 euro sui mezzi pubblici. È possibile ottenere la propria card online oppure recandosi direttamente agli sportelli dedicati della TMB, l’azienda che gestisce i trasporti di Barcellona. In più, c’è da dire che nella città spagnola la metro è molto efficiente e permette di raggiungere tutti i luoghi d’interesse in poco tempo. Fare la spesa, poi, è parimenti a buon mercato rispetto ad altre capitali europee: un caffè costa in media 1,25 euro, una baguette 0,75 euro, 1 litro di latte viene invece 1,70 euro, una dozzina di uova 1,60 euro, un boccale di birra circa 3,00 euro, un pacco di zucchero costa 0,81 euro mentre i pomodori viaggiano su una media di 1,75 euro al kg. Possiamo dunque riassumere che una spesa mensile per cibo e altri beni di prima necessità si attesta sui 270 euro al mese.

Vivere a Barcellona, comunque, comporta per chiunque l’opportunità di uscire per mangiare fuori con amici e colleghi di studio, e la città mostra anche in questo caso i suoi vantaggi: un menù del giorno può costare persino 10 euro a persona, e un menù alla carta 25 euro (in un ristorante standard). L’entrata per una discoteca varia da 15 a 40 euro (a seconda del tipo di locale e dal numero di drink inclusi); i biglietti del cinema da 7-10 euro, del teatro da 12 fino a 50 euro e gli ingressi ai musei da 5 a 15 euro.

Patrimoni e riforma del catasto: poche luci, molte ombre

La revisione del catasto varata dal governo sembra avere l’obiettivo di fare cassa grazie all’aumento del gettito fiscale garantito dalle abitazioni. In atto una svolta epocale, che peserà sempre di più sui patrimoni immobiliari degli italiani.

Di Alessio Cardinale

“L’analisi tecnica del Ministero dell’Economia, allegata alla delega per la riforma fiscale, spiega in modo esplicito lo scopo della riforma del Catasto, e cioè quello di aumentare le tasse sugli immobili, ed è coerente con le raccomandazioni dell’Unione europea che chiede all’Italia di ridurre la pressione fiscale sul lavoro e di compensare tale riduzione con una revisione delle agevolazioni fiscali e una riforma dei valori catastali non aggiornati”. Così il presidente di ConfediliziaGiorgio Spaziani Testa, intervenuto di recente sull’argomento.

Per capire meglio le cose, facciamo un po’ di conti in tasca ai contribuenti, e ragioniamo in termini di copertura finanziaria. Infatti, è noto che dai tagli dell’Irap e dalla riduzione del cuneo fiscale dovranno derivare una riduzione del gettito di circa 8 miliardi, sulla quale attualmente è prevista una copertura di circa 3 miliardi derivante dai tagli alle deduzioni e detrazioni fiscali. Ne mancano 5, di miliardi, per arrivare a 8, e non potranno che arrivare dall’inasprimento della pressione fiscale sulle case, che inizialmente Draghi aveva definito come una semplice “operazione di trasparenza per riequilibrare il carico fiscale”, per far sì che si possa ridurre la differenza tra “le tante persone che pagano troppo e tante che pagano meno del dovuto”.

A parziale addolcimento della pillola – c’è già chi la definisce ironicamente come una “supposta fiscale” – la revisione catastale dovrebbe comportare avere effetti per i contribuenti solo tra cinque anni, ma Confedilizia fa notare che l’impegno di bilancio, sotto forma di maggior gettito dal patrimonio immobiliare, dovrà essere quantificato ora, e non è detto che i frugali di Bruxelles accettino di dilazionare il primo incasso al 2026. Inoltre, da questa riforma del catasto deriverebbero altri due effetti importanti: la crescita dell’IMU sulle seconde case e la crescita del valore delle prime case ai fini del calcolo dell’ISEE, che di fatto rappresenterebbe un effetto “strutturale” che andrebbe oltre il semplice aumento dell’imposta e si trasmetterebbe sugli aggravi di spesa legati all’aumento del valore dell’immobile ai fini ISEE: reddito di cittadinanza, assegno unico per i figli e accesso agli asili nido pubblici, solo per fare un esempio.

In definitiva, La revisione del catasto varata dal governo sembra avere l’obiettivo di voler fare cassa grazie all’aumento del gettito fiscale garantito dalle abitazioni. E’ in atto una svolta epocale, che peserà sempre di più sui patrimoni immobiliari degli italiani. Del resto, gli italiani di tutte le generazioni dal Secondo Dopoguerra ad oggi devono ancora provare l’ebbrezza di un governo che riduca pesantemente – e coraggiosamente – la pressione fiscale per tutti, contribuenti ed aziende, come accade nei modelli fiscali anglosassoni e statunitensi. Invece, pur di non inasprire in modo serio i controlli sull’evasione fiscale, i modestissimi governanti del nostro Paese – Draghi compreso, nella sua veste di Premier  – non fanno altro che uccidere, poco alla volta, quello che rimane del ceto medio italiano, un tempo fonte di benessere per tutta la Società Civile e per il sistema industriale.