Aprile 20, 2026
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Emergenti, buone prospettive a lungo termine. Nel breve la volatilità metterà alla prova gli investitori

La volatilità dei mercati rimarrà elevata, riflettendo l’incertezza generata dalla politica e dalla comunicazione degli Stati Uniti riguardo la guerra contro l’Iran. 

di Marcel Zimmermann, gestore del fondo Lemanik Asian Opportunity

L’Asia, che dipende fortemente dal Medio Oriente, sta soffrendo maggiormente la situazione attuale con l’indice MSCI Asia in calo del 13,62%. La carenza di energia e l’aumento dei prezzi diventeranno più acuti man mano che la guerra contro l’Iran continuerà a bloccare lo Stretto di Hormuz e gli impianti di produzione in Medio Oriente. Pertanto, dobbiamo continuare a concentrarci sulle prospettive a lungo termine dei mercati emergenti, che continuano a sostenere e ad aumentare il proprio peso e il proprio contributo alla crescita nell’ambito dell’economia globale.

I mercati finanziari globali hanno ceduto sotto il peso delle notizie negative provenienti dalla guerra in Iran. I prezzi del petrolio hanno registrato un’impennata a causa della chiusura dello Stretto di Hormuz, degli attacchi agli impianti petroliferi in Medio Oriente e del flusso irregolare di notizie da parte del Presidente degli Stati Uniti riguardo a negoziati reali o fittizi. I rischi di un aumento dei prezzi del petrolio e di una chiusura prolungata del Canale di Suez hanno scosso tutte le classi di attività. I rendimenti a lungo termine hanno registrato un’impennata, il dollaro statunitense ha beneficiato del suo status di bene rifugio e i mercati azionari hanno subito un calo. Il quadro geografico ha rispecchiato la dipendenza dai flussi di petrolio e gas provenienti dal Medio Oriente.

Gli Stati Uniti, esportatori netti, hanno visto l’indice S&P scendere solo del 5,09%, l’Europa ha registrato un calo del 9,26%, ma l’Asia, che dipende sensibilmente dal Medio Oriente, ha sofferto maggiormente questa situazione di crisi facendo precipitare l’indice MSCI. La forte posizione di sovrappeso sulla Corea ha influito sul risultato mensile, così come la nostra copertura valutaria a fronte del rialzo del dollaro statunitense. Ciononostante, manteniamo una visione positiva e costruttiva sul mercato coreano e intravediamo un potenziale di sovraperformance pluriennale, dato che il governo sta promuovendo importanti cambiamenti normativi per ridurre lo «sconto coreano» nel proprio mercato azionario.

Guardando all’Asia nel suo insieme, i paesi con una dipendenza molto elevata dal petrolio e dal gas del Medio Oriente sono il Giappone e la Corea del Sud, mentre India, Cina, Indonesia e Malesia ricavano circa il 50-60% delle loro importazioni da quella regione. I rischi di un aumento dell’inflazione nei mercati emergenti asiatici stanno pesando anche sulle loro valute. L’indice Bloomberg Asia Dollar è sceso del 2,9% nel corso del mese. Ciò sta minando la ritrovata fiducia degli investitori globali nell’aumentare l’esposizione ai titoli azionari dei mercati emergenti.

Abbiamo realizzato profitti sulle posizioni in Giappone e Corea del Sud, negoziando vicino al loro prezzo obiettivo a 12 mesi, e abbiamo sfruttato l’attuale debolezza del mercato per acquistare società value e defensive in Corea del Sud e Giappone. In Cina, abbiamo acquistato società di servizi petroliferi poiché prevediamo una ripresa degli investimenti cinesi nei mercati locali ed esteri dopo la guerra. Nel complesso, la volatilità dei mercati rimarrà elevata e metterà alla prova la pazienza degli investitori, riflettendo l’incertezza generata dall’irregolarità della politica e della comunicazione degli Stati Uniti riguardo al proprio obiettivo nella guerra in Iran.

I mercati intravedono un possibile shock da inflazione, ma chi avrà il coraggio di alzare i tassi?

I mercati prefigurano uno shock inflazionistico e un possibile rialzo dei tassi d’interesse, ma quasi nessuno può permettersi tassi più alti visto il livello di indebitamento del sistema.

di Maurizio Novelli, gestore Lemanik Global Strategy Fund

Oggi chi potrebbe permettersi di aumentare i tassi qualora dovesse paventarsi uno shock da inflazione? Certamente non gli Stati Uniti, che hanno accumulato livelli di indebitamento nel settore pubblico e privato mai visti nella storia; certamente non l’Europa, che annaspa economicamente da oltre sei anni in stagnazione; forse neppure il Giappone, che vorrebbe tassi più alti ma non ha il coraggio di alzarli per non far schiantare i carry trade che sostengono il Dollar Standard.

Pertanto, ci apprestiamo a subire uno shock inflazionistico ulteriore senza possibilità di contrastarlo, dato che la vulnerabilità del sistema finanziario americano non reggerebbe un rialzo dei tassi proprio quando una parte dello Shadow Banking System sta evidenziando la crisi ormai da quasi tre anni. Tuttavia, una eventuale impennata dell’inflazione sarebbe di breve durata, perché il potere d’acquisto delle famiglie americane subirà un ulteriore ridimensionamento, procurando in breve tempo un crollo dei consumi interni finanziati a tassi superiori al 24% (tanto costa il credito erogato tramite carte di credito).

Gli Stati Uniti hanno ormai dimostrato di non avere nessun margine di manovra per rimettere in carreggiata la loro economia, poichè:
1) non possono fare politiche fiscali mirate a controllare il debito per non procurare una crisi a Wall Street,
2) non possono fare politiche monetarie mirate a difendere il sistema dall’inflazione per non mettere in crisi la finanza speculativa,
3) non possono perseguire neppure gli obbiettivi geopolitici che si prefiggono perché il sistema finanziario non regge l’instabilità conseguente.
La finanza, in pratica, tiene in ostaggio qualsiasi decisione di risanamento del sistema e qualsiasi mossa geopolitica mirata a difendere l’American First.

La strada sembra dunque segnata e molto difficile da modificare, dato che gli USA non possono sopportare nessuna correzione delle politiche da bancarotta che stanno attuando da anni per sostenere bolle speculative insostenibili, con la conseguenza che saranno le stesse politiche espansive in corso a portarla paradossalmente in crisi. Anche i “perma-bull” hanno iniziato a capire che il meccanismo attuale ha un destino segnato ed inevitabile, e l’indice SPX potrebbe rimangiarsi tutto il rialzo macinato dal 2020 in poi: non per un rialzo dei tassi, ma per un cedimento dei consumi interni e per una crisi sul credito speculativo dello Shadow banking System; quest’ultimo, in particolare, a breve intaccherà il sistema bancario, generoso erogatore di credito speculativo (2,5 Trilioni circa) a Private Credit, Private Equity e Ventur Capital.

Il rialzo dei mercati sostenuto da queste politiche non dovrebbe essere un motivo di festeggiamenti. Infatti, per gonfiare la bolla speculativa, si è dovuta implementare senza sosta una politica da bancarotta. Da anni ci crogioliamo nel “populismo finanziario”, che ha sostituito di fatto il “panem et circenses”, dato che ora il “circenses” è il trading on line. Queste politiche di “populismo finanziario” sono il fattore che ha gonfiato a dismisura anche i Private Markets a oltre 14 Trilioni di Dollari, che in aggiunta al settore cripto, costituiscono un gigantesco problema di valutazione del reale valore degli asset che gestiscono e che mettono a collaterale per ottenere leva finanziaria dal sistema bancario. Se un settore di tali dimensioni può: a) definire a suo piacimento il valore degli asset che detiene, b) definire il rating del credito che eroga e c) generare di fatto performance che puoi solo vedere ma non incassare, possiamo forse farci qualche domanda sulla credibilità dell’intero settore finanziario, dove un grande business è stato costruito sotto gli occhi di regulators compiacenti nell’assecondare quel “populismo finanziario” che ha creato un sistema finanziario completamente fuori dalle regole del mercato.

Il contesto macroeconomico era già in netto rallentamento già prima dell’attacco all’Iran, ma ora si rischia una recessione. A questo proposito occorre sottolineare ancora una volta che i dati macro che utilizziamo per valutare la reale situazione dell’economia non sono indicativi di quello che realmente accade all’economia. Il governo USA sarà dunque costretto ad intervenire con ulteriori stimoli fiscali per sostenere questo sistema colpito da una ulteriore crisi geopolitica che, in breve tempo, si è trasformata già in una crisi economica. Lo scenario che si delinea può essere sintetizzato nel modo seguente: A) l’attuale crisi energetica procurerà un significativo impatto sul potere d’acquisto e sui consumi; B) le Banche Centrali non alzeranno i tassi perché temono un cedimento dell’economia; C) il cedimento dei consumi interni fermerà l’economia e l’impennata inflazionistica sarà transitoria.

Il Governo USA però, per prepararsi alle elezioni di Mid Term, interverrà fiscalmente per sostenere il potere d’acquisto delle famiglie e il debito pubblico crescerà ancora oltre le aspettative. Le Banche Centrali continueranno a rimanere ferme sulle politiche monetarie, dato che il costo del debito del sistema è già ora problematico. Il mercato dei bonds rimarrà quindi sotto pressione ribassista ma la fase attuale può considerarsi una buy opportunity, dato che è quasi certo che l’economia difficilmente uscirà dalla stagnazione e i rischi di crisi finanziaria sono sempre più significativi. Quindi: se i tassi salgono perché i bonds continuano a scendere, tale pressione sui tassi produrrà un ulteriore fattore di rallentamento dell’economia, creando quindi le premesse per una successiva discesa dei tassi. L’Oro ha subito solo una profonda correzione tecnica, dato che le attese di tassi in rialzo non possono essere realizzate. Quando il mercato inizierà a capire che i tassi non possono salire più di tanto senza creare un disordine finanziario globale e una recessione, l’Oro tornerà in trend rialzista e il Dollaro riprenderà la discesa, interrotta solo grazie ad un transitorio evento geopolitico.

Le borse potranno anche rimbalzare sull’intervento fiscale ma è probabile che tale intervento fiscale non sia in grado di imprimere una ulteriore spinta ai consumi ma, nel migliore dei casi, a mantenerli dove sono per qualche tempo. Il cedimento dei consumi interni era già in corso prima della Guerra del Golfo e le insolvenze sul credito in netto deterioramento già da tempo (vedi Consumer Credit e Private Credit). Le premesse per una significativa crisi finanziaria sono in costante aumento e i policy makers hanno spazio di manovra ZERO su politiche fiscali e monetarie. Tutto deve rimanere in territorio espansivo, ma nonostante questo sia ormai la regola, i fondamentali del credito e dell’economia sono comunque in netto deterioramento costante. Il grande rischio, da qui in avanti, è che il Buy on Dip si trasformi in un Sell on Rally.

Lo stock di liquidità nel sistema in rapporto al PIL è sempre in crescita, anche con la FED che ha alzato i tassi nel 2022 (Fonte Federal Reserve). Nonostante questo la crisi dello Shadow Banking System è comunque iniziata, i tassi di insolvenza sul credito al consumo salgono e l’economia cede nonostante l’aggiunta dello stimolo fiscale di oltre il 7% del PIL. E’ come se il sistema fosse già ora in una trappola della liquidità. Una eventuale crisi in queste condizioni avrebbe un pesante effetto deflattivo sull’economia a causa di una conseguente crisi da debito speculativo, che costituisce oggi il 45% del PIL USA. Le politiche di sostegno finora attuate perdono costantemente di efficacia e servono solo a impedire il cedimento delle bolle speculative. Il sistema verrà quindi trascinato in crisi dalle stesse politiche implementate per evitare la crisi.

Un ulteriore problema riguarda lo stato del sistema bancario USA che, sebbene tutti si affrettino a dichiarare che le banche sono solide (anche nel 2007 lo erano), evidenzia una colossale esposizione proprio al settore più vulnerabile dell’economia: lo Shadow Banking System. Tanto per dare alcuni numeri utili ad inquadrare la situazione, si tenga conto che tutte le banche americane producono un utile annuo di circa 300 Mld di Dollari, ma attualmente le sole perdite non contabilizzate sugli investimenti in titoli, fatti nel periodo dei tassi a zero, è pari a circa 350 Mld di Dollari. L’intero sistema bancario evidenzia in media NPL pari a 0,64%, una cifra molto bassa ma poco credibile. Il problema principale consiste nelle esposizioni verso Private Equity, Private Credit e Venture Capital, che evidenziano prestiti verso tale settore pari a 2,5 trilioni USD.

Tuttavia, il problema di base sta nella classificazione di tali prestiti. A norma di vigilanza, infatti, le banche devono presentare una classificazione dei prestiti erogati per capire che tipo di capitale deve essere allocato per ogni settore di attività. A seconda del segmento di attività cambia il requisito di capitale che la banca deve allocare a copertura di rischio dei vari prestiti (Tier One). Esiste però un comparto, chiamato OLL (other loans & lease), dove non è chiaro cosa ci sia dentro. Questo “contenitore” consente alle banche di allocare prestiti “non classificati” per avere una maggiore “flessibilità” sull’utilizzo del capitale. Si scopre così che JPMorgan, ha il 12% dei suoi loans al settore NDFI (Shadow banking System) ma ha anche un 32% di prestiti registrato nella categoria OLL (other loans and lease), pari al 150% del Tier One. Bank Of America ha il 10% di prestiti classificati a NDFI (Shadow Banking System) ma un altro 10% classificato come OLL (other loans and lease), pari al 135% del Tier One. Per US Bancorp (USB) i prestiti classificati OLL sono pari al 106% del Tier One, per Citigroup sono al 107% del Tier One e per Wells & Fargo arriviamo al 187% del Tier One.

Maurizio Novelli

Ebbene, poiché si ritiene che nella categoria OLL ci finiscano di norma prestiti con profilo di rischio superiore alla media, la narrativa che il sistema bancario è solido è valida fino a quando non parte una crisi. Chi capisce di finanza strutturata, Shadow Banking, e credito speculativo ha già inquadrato la situazione, e cioè che anche le banche sono entrate, loro malgrado, a far parte della categoria Private Markets, dove l’opacità è la regola. E’ tuttavia altamente probabile che già da questo trimestre la pubblicazione dei bilanci inizierà ad evidenziare la decisione di far emergere gradualmente i problemi, semplicemente perché sono ora così grandi che non possono essere più tenuti “sotto il tappeto”. Il contesto generale si fa dunque sempre più critico, e l’amministrazione USA sarà costretta a concentrarsi sulla solita ricetta: spesa pubblica e deficit fuori controllo per non perdere le elezioni di mid term. L’eventuale rimbalzo del mercato sulle politiche di stimolo sarà una opportunità per vendere

 

L’andamento dell’oro rivela un elevato rischio di sistema. C’è più di un cigno nero alle porte

La storia ci insegna che nel passato i fondamentali hanno alla fine avuto sempre il sopravvento sugli interventi, e che la speranza non è una strategia d’investimento.

di Maurizio Novelli, gestore Lemanik Global strategy fund

Le notizie relative alle difficoltà di alcune società americane attive nel segmento del Private Credit confermano quello che da tempo racconto sulla situazione di crisi dello Shadow Banking System. Il blocco dei riscatti dei fondi di Private Credit gestiti da Blue Owl Capital e BlackRock sembrano ricordare le situazioni di stress che emergevano sui fondi Bear Stearns prima del 2008. Il contagio si è immediatamente riflesso sui titoli delle principali società di Private Equity (Blackstone, KKR, Apollo e Carlyle Group), i cui titoli sono ormai in forte pressione ribassista da molti mesi, con ribassi che, dai massimi raggiunti ormai due anni orsono, si quantificano in un range del 30%-40% e oltre.

Le notizie negative hanno iniziato ad uscire dal circolo ristretto degli specialisti del settore e ora sono in bella evidenza sui principali media finanziari. L’intero settore dei Private Markets vale circa 9 trilioni di USD (il 40% del PIL USA), e il solo settore del Private Equity, secondo l’ultimo rapporto di Bain & Co, detiene circa 3 Trilioni di asset non vendibili nelle attuali condizioni di mercato. E’ altamente probabile, quindi, che il settore bancario USA, già altamente esposto a finanziamenti speculativi verso lo Shadow Banking System, inizierà ad evidenziare seri problemi sui crediti nei mesi a venire. Le quotazioni delle grandi banche americane attive nell’Investment Banking hanno iniziato a cedere sensibilmente nonostante risultati che “battono le stime”.

Si aggiunge a tali accadimenti anche l’ulteriore peggioramento del credito nel settore del Commercial Real Estate, dove le delinquencies hanno toccato il nuovo record di oltre il 12% a fine 2025. E’ opportuno ricordare che il credito erogato a tale settore dal sistema bancario USA è pari a 4,5 trilioni di USD (il 20% del PIL) e allo stato attuale nessuna insolvenza appare finora nei bilanci delle banche esposte. A questo punto è lecito attendersi un netto peggioramento del contesto del credito e una contrazione generalizzata del lending all’economia e al credito al consumo, che ormai da tempo evidenzia una impennata delle insolvenze.

E così, mentre si continua a dire che “i profitti battono le attese”, Capital One Financial (COF US), la più grande società di credito al consumo negli Stati Uniti, perde oltre il 20% da inizio gennaio. La narrazione di consenso è prevalentemente focalizzata sul Capex legato ad AI e sulle implicazioni positive derivanti da un aumento potenziale della produttività, ma nel frattempo l’intera impalcatura del credito speculativo che ha finanziato la “bolla” dei Private Markets sta evidenziando criticità sempre più difficili da nascondere, ed è ormai chiaro che l’impatto di una crisi dello Shadow Banking System avrà serie ripercussioni sull’intero settore finanziario e produrrà un contagio all’economia reale tramite una contrazione del credito.

I recenti dati sul PIL USA, per la credibilità che oggi possono avere tali dati, confermano comunque una importante indicazione: non appena si ferma l’intervento fiscale il PIL cede immediatamente. L’amministrazione USA ha infatti attribuito tale cedimento alla temporanea “chiusura” amministrativa provocata dalle trattative sul “debt ceiling“. Tuttavia, nei periodi caratterizzati da alta inflazione la crescita del PIL viene distorta in modo significativo verso l’alto. Infatti, esistono diversi dati di misura dell’inflazione: il CPI, il PCE e il CPI utilizzato per calcolare il PIL; ma il CPI utilizzato per calcolare il PIL reale non tiene conto dell’eventuale inflazione importata, dato che il GDP è “gross DOMESTIC product“. Quindi, per calcolare il PIL reale si tiene conto solo dell’aumento dei prezzi dei beni e servizi prodotti in loco.

Tale metodologia, sebbene corretta nel principio, tende a produrre una distorsione positiva nelle procedure di calcolo che generano una sopravvalutazione del dato reale in una economia che importa quasi tutto. Facciamo qualche esempio: se si importa un telefono Apple dalla Cina, il cui prezzo sale da 500 USD a 600 USD, nel calcolo dell’inflazione interna per il PIL tale aumento non viene calcolato, ma quando il consumatore spende 100 USD in più per il suo acquisto, tale aumento va ad incrementare i consumi interni in termini reali. L’eventuale aumento del prezzo verrà rilevato sul PCE o sul CPI utilizzato per misurare l’inflazione generale ma non sul CPI utilizzato per calcolare il PIL. Lo stesso esempio vale per l’Europa: se la Germania importa Gas dagli Stati Uniti al doppio del prezzo pagato alla Russia, tale aumento non viene rilevato nel calcolo dell’inflazione utilizzata per il PIL, dato che il Gas non è prodotto in Germania; ma quando la bolletta del Gas aumenta e i consumatori spendono il doppio, tale spesa impatta positivamente sui consumi interni. Infatti anche le bollette fanno parte del consumer spending (su alcuni beni si spende di più perché si è obbligati a farlo).

Per questo motivo è facile comprendere perché la maggior parte dei consumatori non percepiscono la crescita economica che ultimamente viene sbandierata da Cina e Stati Uniti, ed in parte anche in Europa e UK. In questo caso si parla di “Ghost GDP” o “PIL fantasma“, lo vedi ma non ne puoi beneficiare in nessun modo. Questo è il principale motivo per il quale la fiducia dei consumatori è sui minimi ovunque, anche se l’economia apparentemente cresce e la disoccupazione è ai minimi. Dal 2022 in poi siamo stati abbagliati dal “Ghost GDP“, ma l’economia reale è in recessione da 4 anni. Gli algoritmi dei mercati azionari festeggiano ma la maggioranza annaspa per arrivare a fine mese, e il governo USA deve intervenire con stimoli fiscali senza fine per evitare una recessione. La conferma di quanto descritto arriva delle insolvenze sul credito al consumo e dalle criticità nello Shadow Banking, confermate anche dalle recenti dichiarazioni di J. Dimon, CEO di JPMorgan, il quale “warned of an impending market collapse and likened the current situation to the pre-2008 crash era.” (The Economic Times Feb 25, 2026).

Esattamente come nel 2007 e nei primi mesi del 2008, i mercati azionari continuano ad essere concentrati su altre narrazioni, ignorando le problematiche del credito nello Shadow Banking System ed i rischi di un possibile contagio all’economia. E’ assolutamente indispensabile che l’investitore medio rimanga focalizzato sulla narrazione di consenso senza pericolose distrazioni che potrebbero mettere a rischio di tenuta gli indici della borsa USA. In realtà anche per le società quotate “non è tutto Oro quello che luccica”. Senza l’ausilio dei Buy Back, che consumano in media circa il 50% del cash flow, i profitti per azione (EPS) sbandierati da Wall Street sarebbero abbastanza diversi da quello che si tende a far credere. L’amministrazione americana discute su come intervenire per frenare questo meccanismo perverso che continua a dirottare i profitti realizzati più sulla borsa che verso l’economia reale, ma qualsiasi tentativo di fermare tale meccanismo si infrange sui rischi di una caduta dei mercati.

La finanza di Wall Street si divora quindi l’economia reale e il bilancio pubblico deve intervenire in sostituzione dei capitali che vanno spesi in Buy Back, grazie ai quali la borsa sale. Il sistema capitalistico è entrato in una fase insostenibile e per sostenersi deve difendere ad oltranza le posizioni monopolistiche che ha creato per non subire una crisi. Questa “trappola” monopolistica, nella quale il valore creato dall’economia rimane nelle mani di pochi, sta già creando non pochi problemi sociali nel mondo occidentale, e le pressioni populistiche sono destinate solo ad aumentare. Per cercare di contrastarle, gli attuali governi (USA in primis) devono intervenire con la spesa pubblica assistenziale alimentando un’altra trappola, quella del debito.

Per ora il meccanismo perverso regge, ma è evidente a tutti che questo meccanismo sfocerà in una crisi. L’andamento dell’Oro ci racconta infatti che il rischio di sistema è alle stelle. L’avvio del 2026 ha evidenziato la “feroce lotta” sui mercati dei metalli preziosi tra Cina e Stati Uniti. L’Oro e l’Argento, dopo una spettacolare impennata nelle prime settimane dell’anno, hanno subito un massiccio intervento da parte di qualcuno interessato a fermarne il rialzo. Il governo americano è ormai costretto ad intervenire ovunque per impedire l’innesco di una crisi finanziaria. Interviene sul mercato dei Treasuries per impedire un rialzo dei tassi, interviene sui mercati azionari appena scendono, è recentemente intervenuto sul cross Dollaro Yen, e probabilmente è intervenuto anche sul mercato di Oro e Argento.

Il forte rialzo dei metalli preziosi durante il mese di gennaio, oltre ad alimentare una fuga dal Dollaro, stava per procurare una potenziale crisi al Comex. L’accumulo di posizioni long su Oro e Argento aveva superato la disponibilità delle scorte di “fisico” presso il Comex e quindi, in caso di richiesta di consegna del fisico, il Comex non sarebbe stato in grado di soddisfare le eventuali richieste. L’intervento ha procurato una pesante caduta in poche ore e l’innesco di un “margin call“. Tuttavia, a pochi giorni da tale evento, le autorità cinesi hanno imposto alle società minerarie cinesi di non vendere più a termine contratti futures su Argento, innescando di fatto un backstop alla discesa. La Cina ha dichiarato che l’Argento è un metallo strategico e ha aggiunto che le attuali scorte sono sui minimi dal 2021. Tali dichiarazioni hanno fermato la crisi e hanno innescato un veloce recupero sui preziosi, incastrando al ribasso le istituzioni americane che erano intervenute per far scendere i prezzi sia di Oro che di Argento.

E così, è emerso che alcune istituzioni USA sono short di futures su metalli preziosi, che ormai sono controllati dalla Cina. Infatti, l’Oro fisico è scarsamente disponibile a Londra e NY ma è ampiamente stoccato nei forzieri del Shanghai Metal Exchange. L’attuale struttura del mercato è quindi difficile da modificare con interventi “una tantum”, che non fanno altro che esporre chi interviene a dolorose ricoperture. Tutto questo evidenzia la “guerra” che la Cina sta facendo alla supremazia del Dollaro e al sistema valutario internazionale, ben sapendo che il contrasto economico e commerciale con gli Stati Uniti va oltre la mera guerra commerciale e si inserisce nella strategia USA di “contenimento” e “isolamento” economico della Cina.

Purtroppo, gli Stati Uniti hanno scarse possibilità di invertire un trend ormai irreversibile. La debolezza dell’economia cinese è evidente anche se i dati ufficiali evidenziano una crescita al 4%, ma anche la crisi del sistema americano non è da meno, anche se i dati ufficiali dicono che la crescita è, guarda caso, al 4% in tre degli ultimi quattro trimestri. Dopo la tempesta di gennaio, l’Oro è destinato a raggiungere i 6000 USD in breve tempo, annullando in tentativo americano di fermare un trend che sottolinea un rischio di sistema sempre più evidente ed un rischio Dollaro sempre più marcato. Per impedire un cedimento della divisa di riserva, il Giappone si sta imbarcando in una strategia reflazionistica basata su spesa pubblica e tassi che non salgono secondo quanto preannunciato da BOJ.

Questo meccanismo ha iniziato a pesare nuovamente sullo Yen, che con la sua debolezza tende ad aumentare l’inflazione importata e ad alimentare un loop negativo sui JGB. Al momento il Dollaro sembra beneficiare della politica giapponese di ritardare il rialzo dei tassi, ma la discesa dei JGB è destinata a ricominciare, dopo l’intervento di BOJ a gennaio. Le istituzioni giapponesi, piene di titoli di stato acquistati a tassi dello 0,5%, con i tassi sui JGB al 3% sono obbligate a fare media e ad aumentare le posizioni su asset domestici, e questo meccanismo inizierà a pesare sui flussi destinati ai carry trade sui Treasury US.

In conclusione, stiamo ormai operando in una situazione di evidente stress, ed il sistema finanziario mondiale è circondato da decine di potenziali Black Swan che si possono innescare da un momento all’altro. La “complacency” che attualmente sostiene le posizioni long sugli asset a rischio è basata sulla strategia della “speranza” che i policymakers siano sempre in grado di intervenire per impedire una crisi (A broken system is based only on the faith of the next bailout). In questi ultimi 4 anni tale strategia si è rivelata vincente, tuttavia la storia ci insegna che nel passato i fondamentali hanno alla fine avuto sempre il sopravvento sugli interventi, e che la speranza non è una strategia d’investimento.

Dai timori legati all’AI e dall’escalation USA-IRAN nascono opportunità di stock picking

Non è il momento di scappare dagli asset rischiosi ma di acquistare sui ribassi, con selettività. I titoli delle rinnovabili torneranno presto sotto i riflettori.

di Andrea Scauri, gestore del fondo Lemanik High Growth

L’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran, iniziata sabato 28 febbraio, ha innescato una reazione di avversione al rischio nei mercati globali, che finora è rimasta relativamente ordinata. La situazione favorisce chiaramente i settori della difesa e dell’energia, mentre quelli industriale e dei consumi sono più vulnerabili, sia a causa dell’aumento dei costi energetici/logistici e dell’impatto sul reddito disponibile, sia per le potenziali ripercussioni macroeconomiche. Molto dipenderà dalla durata, dall’entità e dall’intensità del conflitto, dall’aumento del rischio di interruzioni dell’approvvigionamento energetico attraverso lo Stretto di Hormuz, dalle più ampie ripercussioni economiche del conflitto e dalle incertezze che circondano la successione della leadership iraniana le prime reazioni suggeriscono una rivalutazione selettiva del rischio piuttosto che una fuga indiscriminata dagli asset rischiosi.

Vediamo molte opportunità in questo contesto. Come sempre, quando le cose cambiano rapidamente, ci sono vincitori e vinti. E siamo molto convinti della nostra capacità di selezionare i titoli, leggendo sotto la superficie. Chi sono i vincitori? Riteniamo che una forte rotazione verso i titoli delle energie rinnovabili sia la chiave di volta in Europa e abbiamo agito di conseguenza. Crediamo che, dopo anni di declassamento, il settore tornerà sotto i riflettori, data la chiara necessità dell’Unione Europea di essere meno dipendente dal petrolio e dal gas importati sia dagli Stati Uniti (tramite GNL) che dalla Russia/Medio Oriente. Prevediamo che i nuovi investimenti saranno incentivati grazie a rendimenti consentiti più elevati e normative favorevoli.

Outlook e Posizionamento: buy the dip, ma con selettività – Finora, la situazione in Medio Oriente è tutt’altro che sotto controllo e lo Stretto di Hormuz rimane chiuso. Lo scenario peggiore è ormai alla sua seconda settimana, con notizie notturne di attacchi diretti alle petroliere nel Golfo che vedono i prezzi del petrolio tornare verso la soglia dei 100 dollari. Pertanto, non dovrebbe sorprendere più di tanto che gli asset rischiosi saranno nuovamente sotto pressione. Gli Stati Uniti, e in particolare Trump, dovranno trovare molto presto una via d’uscita, poichè il danno economico globale autoinflitto che si sta causando sta compromettendo più di ogni altra cosa le possibilità di vittoria alle elezioni di medio termine, e questa è la questione più importante per Trump. Le probabilità che i Democratici conquistino la Camera dei Rappresentanti sono già all’85%, ma dall’inizio della guerra le probabilità di conquistare il Senato sono aumentate da poco più del 30% a quasi il 50% attuale. Se i Democratici conquisteranno entrambe le camere, Trump dovrà molto probabilmente affrontare nuovamente l’impeachment. Questo fatto avrà un’influenza determinante sulle decisioni future dell’amministrazione statunitense.

Il nostro punto è capire se il mercato costringerà il governo statunitense ad agire. Riteniamo che la soglia del dolore sia vicina agli estremi che abbiamo visto lunedì 9. Pertanto, se dovessimo testare nuovamente quei livelli, vorremmo sfruttarli come opportunità di acquisto per gli asset rischiosi. Inoltre, continuiamo a osservare un elevato livello di avversione al rischio, se misurato dalla domanda continua di protezione o da vari indicatori di posizionamento di altri broker. Secondo GS, l’esposizione corta nei prodotti macroeconomici statunitensi è ai livelli registrati l’ultima volta nel 2022. Pertanto, se abbiamo ragione e un’altra mossa di avversione al rischio crea abbastanza dolore da aspettarsi una risoluzione, allora questo può portare a un significativo allentamento e a una copertura delle posizioni corte. L’impatto economico della chiusura dello Stretto di Hormuz è enorme. Non si tratta solo di petrolio. Taiwan Semi, ad esempio, dovrà ridurre la produzione di chip, poiché non riceverà più elio dal Qatar. Il danno sarà semplicemente troppo grande per non trovare una via d’uscita.

Perché suggeriamo di acquistare sui ribassi? Innanzitutto, Trump non ha l’opinione pubblica dalla sua parte; in secondo luogo, ci sono le elezioni di medio termine, e non crediamo che Trump possa permettersi di arrivare a novembre con un mercato azionario in frantumi, quindi la guerra deve finire presto. I nostri temi preferiti includono Energie rinnovabili, come sottolineato in precedenza, STM e Saipem. Abbiamo recentemente aggiunto Stellantis sulla scia delle recenti notizie molto negative relative alle svalutazioni che hanno portato il prezzo delle azioni a livelli che consideriamo un punto di ingresso molto interessante.

Telecom Italia Svg rimane una posizione chiave sulla scia del solido caso di investimento, supportato da un panorama competitivo migliore e da una governance molto più lineare con l’ingresso di Poste Italiane. Molto selettivi sui finanziari, con una preferenza per BPER e BMPS. Infrastrutture, trainate dagli investimenti pianificati dal fondo tedesco per il rinnovamento energetico, digitale e infrastrutturale (Danieli Sav.). In merito al settore della Difesa, manteniamo la nostra esposizione dopo la debolezza del 4° trimestre 2025. Le posizioni sono ponderate su nomi come Leonardo, ma abbiamo recentemente ricostruito una posizione su Fincantieri dopo il collocamento.

 

Scauri, Lemanik: outlook positivo su oro e settore difesa

La graduale erosione del dollaro rafforza il ruolo dell’oro come strumento per preservare il valore reale e diversificare il rischio sovrano.

di Andrea Scauri, gestore del fondo azionario Lemanik High Growth*

Confermiamo una visione positiva sui mercati azionari, sostenuta da un contesto macroeconomico complessivamente favorevole e dal miglioramento dei fondamentali, trainati dalle politiche monetarie e fiscali. Dopo il rimbalzo (+20% in 3 mesi) indotto dall’accelerazione nel terzo trimestre, le azioni italiane ed europee si sono stabilizzate nell’ultimo mese, in attesa della conferma delle recenti tendenze anche nel quarto trimestre, nonostante una base di confronto più difficile. Siamo ottimisti su Oro e settore Difesa percui recentemente abbiamo ricostruito una posizione su Avio e Fincantieri.

La visibilità generale sul 2026 dipende dalla continua crescita della spesa statunitense in materia di intelligenza artificiale, investimenti in difesa, temi legati alla decarbonizzazione e dal ritorno alla crescita dei consumatori cinesi. La performance del settore della difesa europeo è stata debole nel quarto trimestre a causa dei colloqui di pace in Ucraina, che sembrano progredire ma senza alcuna evidenza di una soluzione realmente positiva. Tuttavia, lo scenario che si sta delineando mostra che gli Stati Uniti si stanno preparando a un ulteriore disimpegno dal Vecchio Continente, costringendo i paesi europei a confermare (se non ad aumentare) i propri investimenti militari. Per questo motivo, a seguito del recente declassamento del settore, confermiamo il nostro outlook positivo sui titoli della difesa (Leonardo, Avio e Fincantieri tra i titoli italiani – Hensold, Rehnimetal, Renk tra i titoli europei). Inoltre, vediamo spazio per le società esposte ai temi della ricostruzione e delle infrastrutture, come Danieli. Segnaliamo le recenti nuove posizioni su Stm e Saipem, entrambe potenzialmente beneficiarie di una significativa revisione al rialzo dell’Eps. Abbiamo ricostruito in modo massiccio la nostra esposizione sul settore della difesa dopo la debolezza del 4° trimestre 2025.

I nostri temi preferiti includono Stm e Saipem. Azimut è una delle principali posizioni singole grazie alla valutazione molto bassa rispetto ai concorrenti, agli eccellenti dati relativi agli afflussi e alla prevista scissione della “nuova banca”, che determinerà un rialzo del rating dell’intero gruppo. Telecom Italia Svg rimane una posizione chiave grazie al solido caso di investimento, supportato da un panorama competitivo migliore e da una governance molto più lineare con l’ingresso di Poste Italiane; Restiamo molto selettivi sui finanziari, con una preferenza per Bper e Bmps. Puntiamo su infrastrutture, trainate dagli investimenti pianificati dal fondo tedesco per il rinnovamento energetico, digitale e infrastrutturale (Danieli Sav.). Manteniamo la nostra posizione su Mfe (Media For Europe), dopo l’offerta vincente su ProsiebenSat1. L’integrazione tra le due società di media potrebbe generare sinergie rilevanti, più che raddoppiando l’Ebitda di Mfe da sola.

In Italia, l’indice delle mid cap (Ftse Mid) ha sovraperformato l’indice principale (Ftse Mib), registrando un +3% contro un +1,6%. Negli Stati Uniti, tutti gli indici hanno chiuso in territorio positivo, con un particolare spicco delle small cap: il Russell 2000 ha registrato un +4,5%, sovraperformando l’S&P500 (+0,6%) e il Nasdaq (+0,2%). La crescita europea procede a un ritmo più lento rispetto a quella degli Stati Uniti, ma mostra segnali incoraggianti: i PMI flash di gennaio (a 51,5, in territorio espansivo) indicano che l’economia dell’Eurozona continua a crescere a un ritmo moderato, con il settore manifatturiero che mostra segni di stabilizzazione.

A gennaio le materie prime hanno registrato un aumento (Bloomberg Commodities Index +8%), ma l’oro e l’argento hanno subito una forte correzione negli ultimi giorni, con una perdita di valore di oltre 7.000 miliardi di dollari. Dal 28 gennaio l’argento è sceso del 27% a 85 dollari l’oncia e l’oro del 10% a 4.890 dollari, chiudendo comunque il mese di gennaio in territorio positivo. Il movimento, apparentemente legato all’annuncio della nomina di Kevin Warsh a presidente della Fed, riflette un’improvvisa contrazione della liquidità piuttosto che un cambiamento di sentiment. Con l’aumento della volatilità, le vendite sono state amplificate dai limiti di rischio, dai requisiti di margine e dai meccanismi di controllo della volatilità. L’argento, essendo un mercato più sottile e più speculativo, ha amplificato lo stress, con posizioni recentemente più affollate.

Rimaniamo ottimisti sull’oro, poiché l’aumento del debito pubblico statunitense e la crescente necessità di monetizzazione da parte della Fed implicano un contesto di tassi di interesse reali più bassi e una graduale erosione del dollaro, rafforzando il ruolo dell’oro come strumento per preservare il valore reale e diversificare il rischio sovrano. Anche i prezzi del petrolio sono aumentati (+12% a 69 dollari al barile) a causa del ritorno delle tensioni geopolitiche in importanti aree di approvvigionamento (Iran, Venezuela) e del conseguente aumento del premio di rischio. Anche il gas naturale ha registrato un forte aumento (+45% a 40 euro/MW/h) a causa dell’ondata di freddo negli Stati Uniti, che ha aumentato la domanda e limitato le esportazioni di GNL, con ripercussioni sul mercato europeo.

L’annuncio della nomina di Kevin Warsh alla guida della Fed è stato inizialmente interpretato dai mercati come un segnale più “restrittivo”, innescando un temporaneo rafforzamento del dollaro e prese di profitto sull’oro e sulle materie prime. In realtà, sia i suoi recenti risultati che le dinamiche macroeconomiche suggeriscono che Warsh potrebbe adottare un approccio più pragmatico che restrittivo, in particolare in presenza di tensioni sui mercati del credito. Il coordinamento con il Tesoro potrebbe diventare centrale, aumentando l’incertezza sul percorso dei tassi di interesse e aprendo la porta a misure non convenzionali. Nel complesso, a nostro avviso, la sua nomina aggiunge volatilità a breve termine, ma non altera i vincoli strutturali che continuano a guidare le prospettive macroeconomiche.

* Miglior fondo azionario Italia, per rendimento, nel 2025

Il Debito USA sale ma Cina e Asia acquistano oro: chi vorrà finanziare ancora il Dollar Standard?

Mentre tutti gli investitori sono concentrati sull’andamento della borsa per capire se arriva una crisi, le tendenze su Oro e Dollaro raccontano che la crisi è già in corso e probabilmente è irreversibile.

di Maurizio Novelli, gestore Lemanik

L’avvenimento più importante degli ultimi due mesi è certamente la costante e verticale caduta dei titoli del tesoro giapponesi (JGB), evento che ha richiesto l’intervento di FED e BOJ per fermare il pericoloso avvitamento ribassista in corso. Il Giappone rimane attualmente il principale finanziatore del debito USA assieme all’Europa ma le recenti dinamiche in corso sui mercati valutari stanno innescando problemi di tenuta del sistema valutario basato sul Dollar Standard.

Per comprendere in dettaglio l’importanza di quello che sta accadendo occorre partire dal meccanismo che sostiene il Dollar Standard e come funziona. In pratica tutto si basa sul fatto che Cina, EM, Giappone ed Europa investono i loro surplus di risparmio interno e gli avanzi commerciali sugli strumenti di debito americani (Treasuries, Corporate Bonds, e cartolarizzazioni di debito). Facendo questo finanziano l’espansione del debito USA, che è una passività per gli Stati Uniti ma diventa un asset di riserva per chi lo finanzia, dato che il Dollaro è divisa di riserva mondiale in un sistema basato sul Dollar Standard.

Nel momento in cui i paesi che finanziano il debito americano acquistano Oro, innescano automaticamente un meccanismo di interruzione di tale finanziamento. L’acquisto di Oro costituisce infatti una sottrazione di liquidità dal sistema finanziario internazionale, dato che l’Oro, accumulato in un deposito, non finanzia nessun paese del sistema salvo solo coloro che lo producono (Russia, Canada, Sud Africa). E’ quindi ovvio che le riserve valutarie globali che si accumulano su Oro fisico non vengono impiegate in strumenti di finanziamento del debito del sistema, sia che sia debito americano o di qualsiasi altro paese.

Tale fenomeno innesca una sottrazione netta di liquidità dal sistema proprio quando il principale debitore del mondo, gli Stati Uniti, stanno espandendo il debito per evitare una recessione e una crisi finanziaria. Quindi, calcolare le riserve mondiali includendo l’Oro, non evidenzia in nessun modo quello che sta accadendo in realtà, e cioè che le riserve valutarie mondiali che sostengono il Dollar Standard sono in netta contrazione. Poiché Cina ed EM sono stati i principali acquirenti di Oro negli ultimi due anni, possiamo considerare che due dei principali finanziatori del debito USA stanno di fatto uscendo dal Dollar Standard. Cina ed EM, acquistando Oro in modo significativo, sottraggono flussi di liquidità al sistema USA e al sistema finanziario mondiale.

Allo stato attuale, Giappone ed Europa sono rimasti i due soli finanziatori del Dollar Standard e dell’espansione del debito USA. L’Europa non ha ridotto le sue posizioni sugli assets in Dollari ma ha però acquistato Oro, quindi in parte ha contribuito a ridurre i flussi di liquidità nel sistema finanziario internazionale. Il Giappone però non ha acquistato Oro, ha mantenuto uno Yen debole per non intaccare i carry trades, e non ha quindi ridotto i flussi di finanziamento al Dollar Standard, cioè agli Stati Uniti. Possiamo quindi considerare che il Giappone rimane al momento il principale finanziatore del sistema finanziario internazionale. Poiché Cina ed EM (oltre il 50% del PIL mondiale) sono ora meno inclini a finanziare tale sistema, è estremamente importante che i due finanziatori rimasti, Europa e Giappone, siano in una brillante situazione macroeconomica per continuare a sostenere la Debt Driven Economy USA. Devono crescere, accumulare surplus e reinvestire all’estero.

E qui iniziano i problemi. L’Europa ha attualmente 8 Trilioni di USD (riserve valutarie e risparmi privati) investiti in asset finanziari americani ma necessita urgentemente di implementare politiche fiscali espansive per ristrutturare l’economia, gestire la transizione green e far ripartire gli investimenti in tecnologia e infrastrutture. Ha quindi bisogno di utilizzare il suo eccesso di risparmio in casa e non all’estero. Se dovesse finire la guerra Russia-Ucraina le esigenze interne di capitali per la ricostruzione diventerebbero esplosive e i tassi Euro potrebbero salire decisamente. Per finanziare al meglio il sistema UE ed una eventuale ricostruzione post bellica serviranno ingenti capitali, ora investiti nel sistema finanziario americano. Appare quindi evidente che il prossimo pilastro di sostegno al Dollar Standard destinato a cadere è l’Europa. L’Euro si trova quindi davanti alla scelta storica: rimanere nella stagnazione e quindi andare in crisi strutturale, oppure procedere verso una maggiore integrazione e fornire di conseguenza meno capitali agli Stati Uniti per finanziare la propria crescita.

Occorre sottolineare che il contesto geoeconomico attuale non consentirebbe alla Germania di opporsi alla emissione di debito comune ed accettare una maggiore integrazione finanziaria. La crisi dei JGB giapponesi appare ora molto più chiara se la si legge attraverso queste dinamiche. Il Giappone ha avviato politiche reflazionistiche per uscire dalla stagnazione e necessita di politiche fiscali espansive per sostenere tali strategie (guarda caso come l’Europa). L’inflazione in rialzo, percepita dalle famiglie giapponesi decisamente oltre il livello “politico” del 2,5% che si vuole far credere, ha innescato una crisi politica, una crisi valutaria e una crisi sui JGB. A questo punto si vorrebbe avere lo Yen forte per contenere l’inflazione importata, mantenere i tassi bassi per controllare il costo del debito crescente, continuare a sostenere i carry trades (Dollar Standard) e fermare la caduta dei titoli di stato.

Good Luck! E’ altamente probabile che i dati sull’inflazione saranno opportunamente “taroccati” come negli Stati Uniti per cercare di illudere i mercati; tuttavia, come negli Stati Uniti, il problema della “affordability” continuerà a crescere e quindi l’intervento pubblico di sostegno ai consumatori non potrà essere mai fermato. Stati Uniti e Giappone saranno quindi avvinti da un “abbraccio mortale” che richiederà politiche reflazionistiche senza fine, con debito fuori controllo, tassi controllati ma inevitabili crisi valutarie (sul Dollaro) e sui titoli del debito (JGB). L’Europa si inizierà a defilare dal sistema come Cina ed EM per esigenze interne, d’altronde l’attuale postura geopolitica degli Stati Uniti chiede proprio questo all’Europa: maggiore autonomia.

Giappone e Stati Uniti dovranno quindi attuare un sistema (non ufficiale) di cambi fissi per tenere in piedi il Dollar Standard, Dollaro e Yen saranno costantemente controllati da FED e BOJ così come i tassi sui rispettivi titoli di stato. Le conseguenze di tale cambiamento all’interno della circolazione della liquidità globale, ridotta partecipazione di Cina e EM, e successivamente Europa, sono già evidenti: la FED ha dovuto tornare al QE per compensare la contrazione della liquidità nel sistema, il Dollaro ha aperto una ulteriore fase di cedimento, Fed e BOJ sono intervenute sui mercati, l’Oro ha fatto nuovi massimi storici. A questo punto il problema si accentuerà quando i risparmiatori europei saranno stufi di perdere sulle loro posizioni long di Dollari investiti su asset americani.

La più grande posizione long di sempre, da parte di investitori esteri su asset finanziari americani, richiede una costante espansione delle riserve globali sul Dollar Standard e un Dollaro forte per essere tenuta. Quando inizieranno i deflussi UE la liquidità nel sistema USA subirà una ulteriore netta contrazione, La FED dovrà stampare ulteriormente, il Dollaro avrà ulteriori cedimenti e metterà in crisi la tenuta del cross con lo Yen e l’architettura finanziaria internazionale. A quel punto vedremo se il Giappone sarà disposto a sostituirsi agli investitori europei per acquistare ulteriori asset americani, tenendo presente però che per farlo dovrà dirottare parte della sua liquidità, necessaria per finanziare le politiche reflazionistiche, verso il Dollaro e il debito USA. A quel punto la tenuta dei cambi fissi Yen-Dollaro non potrà reggere e le ripercussioni sui bond giapponesi torneranno a premere su un ulteriore rialzo dei tassi dei JGB.

In sintesi, non è possibile fermare certi meccanismi intervenendo sui mercati senza modificare le politiche che hanno procurato gli interventi. Mentre tutti gli investitori sono concentrati sull’andamento della borsa per capire se arriva una crisi, le tendenze su Oro e Dollaro raccontano in modo limpido la crisi già in corso e praticamente irreversibile. Se oltre la metà del PIL mondiale (EM e Cina) si defila dal sistema acquistando Oro, significa che un cambiamento storico è già in corso e si preparano a qualcosa che nei mercati azionari ovviamente non puoi vedere, dato che la maggioranza degli equity trader vivono oggi di narrazioni da “Alice nel paese delle meraviglie”.

Maurizio Novelli

Gli indicatori che il sistema sta andando in crash sono piuttosto evidenti, ma non sarà certamente la borsa a indicare il momento di ridurre il rischio di portafoglio né tantomeno gli spread sui corporate bonds, dato che attualmente queste due asset class sono platealmente manipolate dai policy makers. Inoltre queste asset class sono anche “inquinate” dall’approccio passivo, dove tutti gli investitori sono necessariamente costretti a fare i trend followers per rimanere attaccati al rendimento del benchmark per non sottoperformare rispetto ai competitors. Quando questo meccanismo si sostituisce alla gestione attiva, accade che la gestione del rischio nel sistema finanziario salta e tutti replicano esattamente e solo il rischio di mercato.  

I mercati azionari asiatici cresceranno a un tasso superiore alla media

Per il 2026 si prevede che i mercati azionari asiatici performeranno più della media. La Cina interverrà a sostegno dei consumi interni e del mercato immobiliare, mentre il Giappone resterà debole.

di Marcel Zimmermann, gestore del fondo Lemanik Asian Opportunity

Il 2026 si prospetta un anno positivo per i mercati azionari dell’Asia, che presentano ancora valutazioni interessanti in molte aree e potranno contare sul traino delle nuove tecnologie e sulla spinta della Cina. Nel corso del 2025, i principali motori del rialzo del mercato asiatico sono stati la tecnologia e l’intelligenza artificiale e la performance dei mercati azionari regionali è stata dominata dagli indici ad alta concentrazione tecnologica come Corea, Taiwan e in parte Giappone. Mentre India e Sud-Est asiatico hanno sottoperformato. Al contrario, i titoli sanitari, i beni di consumo e i servizi pubblici sono rimasti indietro rispetto all’indice. In particolare, Il mercato sudcoreano ha registrato un aumento di gran lunga superiore agli altri indici asiatici a dicembre 2025, con Samsung Corp (+21%) e SK Hynix (+18%) che hanno spinto l’indice vicino al suo massimo storico di novembre. L’indice Topix ha chiuso il mese in leggero calo e i mercati Asean sono rimasti invariati.

Il quadro economico regionale rimane contrastato, con diversi indici Pmi nazionali al di sotto della linea di espansione. Tra questi figurano Corea del Sud, Taiwan e Giappone, mentre Cina, Vietnam, India, Thailandia e Indonesia rimangono al di sopra del livello di espansione di 50. Le banche centrali di India, Filippine e Thailandia hanno abbassato il tasso di interesse di riferimento per sostenere l’economia. Il Giappone, invece, continua a normalizzare la propria curva dei rendimenti con un aumento di 25 punti base del tasso obiettivo allo 0,75%. Tuttavia, la valuta continua a essere debole, sfidando chiaramente le aspettative generali del mercato per il 2026.

Per il 2026, restiamo fiduciosi nelle valutazioni interessanti dell’Asia e nel tasso di crescita superiore alla media. Prevediamo che il governo cinese adotterà misure più audaci per sostenere i consumi e stabilizzare il mercato immobiliare. La tecnologia potrebbe reggere ulteriormente, dato che le applicazioni di intelligenza artificiale stanno penetrando nei processi industriali. Il quantum computing, che ha suscitato forte interesse nel 2025, potrebbe essere un ulteriore motore nel corso del prossimo anno. Un dollaro Usa più debole sosterrebbe chiaramente ulteriormente il sentiment nei confronti dell’Asia. Il fondo Lemanik Asian Opportunity, classe istituzionale, ha chiuso il 2025 con un risultato positivo del +12,57%, sovraperformando di 50 punti base l’indice di riferimento (BBG Asia Pacific Large&Mid Cap Net Return), che ha chiuso a 12,05%.

Outlook 2026: sarà l’anno delle M&A bancarie. Europa pronta ad accelerare sugli utili

Ottimismo sui titoli azionari italiani. I migliori dividendi si troveranno nel settore bancario e nel settore dei telefonici. In Europa quadro contrastato, ma condizioni ideali per un’accelerazione degli utili nel 2026.

di Andrea Scauri, gestore del fondo azionario Lemanik High Growth

Le nostre aspettative per il 2026 sono per una moderata, ulteriore crescita dell’indice FTSEMIB che quantifichiamo fra l’8% ed il 13%. Essenzialmente la nostra tesi è che l’indice italiano, caratterizzato da un peso dei titoli finanziari nell’intorno del 35%, possa godere di un miglioramento dell’Eps di circa il 10% medio (equally weight), ma non vi siano ulteriori spazi per un ulteriore re-rating, in particolare nel settore delle banche.

Nel complesso, rimaniamo ottimisti sui titoli azionari italiani grazie alla maggiore stabilità politica, alla riduzione degli spread obbligazionari e al citato, previsto incremento degli utili per il 2026. A nostro avviso, tale incremento degli utili sarà sostenuto principalmente dalla ripresa dei beni di consumo ciclici. In generale, i titoli azionari italiani presentano un valore relativo con un P/E di circa 11x rispetto all’Europa a 14x. I settori ciclici (automotive e consumer goods) sono meglio posizionati per godere di una ripresa della crescita degli utili (anche grazie ad una comparison base nettamente più facile Y/Y) e, contestualmente, di un potenziale re-rating dei multipli. Tendiamo ad escludere tale elemento di re-rating per il settore bancario, dove il multiplo P/TE è più che raddoppiato in un anno (da 0.7x/0.8x all’attuale 1.6x medio di settore).

Dopo le prime operazioni consolidatesi nel 2025 – principalmente l’integrazione di Mediobanca in Banca Monte dei Paschi e la fusione fra Bper e la Popolare di Sondrio – il 2026 sarà l’anno di operazioni M&A che riguarderanno il Banco Bpm, potenzialmente ancora il Monte dei Paschi ed operazioni di consolidamento nell’asset management e nella banca insurance. Altri titoli oggetto di M&A potrebbero essere alcune società industriali nel comparto small/mid cap, in un contesto di tassi in calo, che possano favorire deal guidati da private equity. I private equity sono stati relativamente assenti negli ultimi 2 anni, proprio per il livello dei tassi di interesse che è andato a comprimere gli IRR attesi, rendendo non appetibili operazioni di M&A guidate da logiche finanziarie.

Le small/mid cap, come accennato in precedenza, dipendono dal contesto dei tassi di interesse: tassi in calo storicamente portano maggiore liquidità sui titoli di piccola e media capitalizzazione, guidando il potenziale re-rating di titoli che attualmente trattano a forte sconto rispetto alle large cap. Siamo invece scettici sulla possibilità che il lancio dei fondi guidati dal Fns possa incrementare la liquidità su tale comparto, principalmente a causa del limitato “fire power” di tali fondi (sotto €1bn cumulati). I migliori dividendi si troveranno ancora nel settore bancario e, consapevoli di avere una view abbastanza contrarian, nel settore dei telefonici.

Spostando l’attenzione all’Europa, un rapido consuntivo generale ci dice che i mercati azionari globali hanno chiuso novembre leggermente in negativo, ma che da inizio dicembre si è assistito a un parziale recupero, sostenuto dai dati macroeconomici statunitensi – che hanno riaperto la porta a un taglio dei tassi da parte della Fed a dicembre – e dai segnali di miglioramento in Europa: i risultati trimestrali hanno complessivamente superato le aspettative e ci sono le condizioni per un’accelerazione degli utili nel 2026, grazie al graduale miglioramento delle prospettive macroeconomiche, a condizioni finanziarie più favorevoli e a minori venti contrari dal fronte valutario. Negli Usa, invece, restano i dubbi sulla circolarità, la sostenibilità e i rendimenti degli investimenti sull’intelligenza artificiale, che i solidi risultati di NVIDIA non sono riusciti a dissipare completamente, e i timori sulla tenuta dei consumi, che rappresentano il 68% del PIL statunitense: una correzione del mercato potrebbe ridurre la spesa dei consumatori e rallentare la crescita economica degli Stati Uniti.

Nel complesso, manteniamo una visione moderatamente positiva sui mercati azionari, sulla base di tre fattori principali: 1. Prevediamo un’accelerazione della crescita economica nell’UE grazie ai forti stimoli fiscali, in particolare da parte della Germania, con investimenti pubblici e incentivi che stimolano la domanda interna e sostengono anche altri paesi dell’UE. 2. Le valutazioni europee rimangono ragionevoli (14,8x P/E FWD 1Y), mentre la crescita per il 2026 dovrebbe essere solida e in accelerazione (+10% su base annua, dopo il -3% previsto per il 2025 a causa dei venti contrari legati ai tassi di cambio e all’impatto dei dazi), riducendo il divario con il +14% previsto per gli Stati Uniti (MSCI USA a 22,4x P/E). 3. Il posizionamento degli investitori nell’UE è relativamente più leggero rispetto agli Stati Uniti, il che suggerisce un margine per riallocazioni, soprattutto se le incertezze geopolitiche dovessero diminuire grazie a una possibile risoluzione della crisi ucraina.

Rimaniamo ottimisti sull’oro, sostenuti dal calo dei tassi di interesse statunitensi in un contesto di debito pubblico record: il metallo giallo è salito del 4% nel corso del mese, superando di poco i 4.160 dollari l’oncia, sostenuto dal perdurare di flussi elevati e dal fatto che la Cina rimane uno dei principali acquirenti del metallo, oltre a Tether. Relativamente al settore del lusso, dopo il rimbalzo (+20% in 3 mesi) indotto dall’accelerazione nel terzo trimestre i titoli del italiani ed europei del comparto si sono stabilizzati nell’ultimo mese (-1%), in attesa della conferma dei recenti trend anche nel quarto trimestre, nonostante un confronto più difficile. La visibilità sul 2026 dipende dalla continua crescita della spesa negli Stati Uniti e dal ritorno alla crescita dei consumatori cinesi. La nostra visione sul settore rimane neutrale, anche alla luce delle valutazioni (25x P/E 2026E) già leggermente superiori alla media storica (23,5x P/E 12M FWD).

La performance del settore della difesa europeo è stata particolarmente debole (-10% in 1M) a causa dei colloqui di pace in Ucraina, che sembrano procedere in modo positivo. Tuttavia, lo scenario emergente mostra che gli Stati Uniti si stanno preparando a un ulteriore disimpegno dal Vecchio Continente, costringendo i paesi europei a confermare (se non ad aumentare) i loro investimenti militari. Per questo motivo, a seguito del recente declassamento del settore, confermiamo il nostro outlook positivo su Leonardo e Avio. Inoltre, vediamo spazio per le società esposte ai temi della ricostruzione e delle infrastrutture, come Danieli.

I nostri temi preferiti includono innanzitutto Azimut, che è una delle principali posizioni singole sulla scia della valutazione molto bassa rispetto ai concorrenti, degli eccellenti dati di afflusso e del previsto spin-off della “nuova banca”, che sta guidando il re-rating dell’intero gruppo. Telecom Italia Svg, poi, rimane una posizione chiave sulla scia del solido caso di investimento, supportato da un panorama competitivo migliore e da una governance molto più lineare con l’ingresso di Poste Italiane. Rimaniamo molto selettivi sui finanziari, con una preferenza per BPER, e vediamo con interesse il comparto delle Infrastrutture, trainate dagli investimenti pianificati dal fondo tedesco per il rinnovamento energetico, digitale e infrastrutturale (Danieli Sav.).

Inoltre, manteniamo la nostra posizione su MFE (Media For Europe), a seguito dell’offerta vincente su ProsiebenSat1. L’integrazione tra le due società di media, infatti, potrebbe generare sinergie rilevanti, più che raddoppiando l’EBITDA di MFE da sola; il settore automobilistico (Stellantis) è diventato una posizione core dopo i dati molto recenti che mostrano quello che riteniamo essere il punto di infezione per i volumi e il destoccaggio; riguardo al settore Difesa abbiamo incrementato notevolmente la nostra esposizione su nomi come Leonardo e Avio, con l’imminente aumento di capitale per finanziare la crescita negli Stati Uniti, dopo aver tagliato la posizione quasi al massimo della valutazione di inizio ottobre.

Contesto favorevole per i mercati azionari Usa: consumi solidi e fiducia delle imprese sulla domanda

Negli Stati Uniti la spesa al consumo resta solida, i dati sulle carte di credito sono stabili e le imprese mostrano fiducia nelle prospettive della domanda. 

di Filippo Garbarino, gestore del fondo azionario Lemanik Global Equity Opportunities

L’incertezza legata al picco dei dazi sembra ormai alle spalle e la solidità degli utili societari, unitamente all’attività continua di buyback azionario, dovrebbe continuare a offrire una base di supporto alla performance del mercato nei prossimi mesi. Consideriamo pertanto l’attuale contesto generalmente favorevole per i mercati azionari.

In novembre, i mercati azionari hanno sofferto per due principali elementi di incertezza: il rendimento futuro degli investimenti nelle infrastrutture legate all’Intelligenza Artificiale e la direzione della politica monetaria Usa. Oggi, il contesto macroeconomico indica un rallentamento dell’economia Usa: gli utili societari comunicati recentemente dalle aziende sono stati resilienti, tuttavia il mercato del lavoro mostra chiari segnali di stagnazione, dovuti a flussi migratori più contenuti, che riducono l’offerta di manodopera, e a una serie di blocchi delle assunzioni da parte delle imprese, mirati a difendere i margini di profitto dalle pressioni sui costi legate ai dazi. Sebbene ciò rappresenti una fase di decelerazione, le condizioni attuali non indicano una recessione imminente.

Inoltre, la spesa per consumi resta solida, i dati sulle carte di credito continuano a mostrare un’attività stabile e i management aziendali non hanno rivisto al ribasso gli investimenti, a conferma della fiducia delle imprese nelle prospettive della domanda. La Fed si trova in una fase di allentamento monetario e il ritmo dei tagli dei tassi potrebbe accelerare se le condizioni del mercato del lavoro dovessero indebolirsi ulteriormente. Persistono però due aree di debolezza strutturale: il settore manifatturiero, che rimane in territorio di contrazione, come evidenziato dall’indice Ism, e il mercato immobiliare, che continua a essere frenato dai tassi ipotecari elevati e dagli ostacoli legati all’accessibilità economica delle abitazioni.

Filippo Garbarino

A novembre, il fondo Lemanik Global Equity Opportunities ha aperto posizioni in Stryker e AJ Gallagher e ha venduto la posizione in Waste Connections. Nel mese, l’indice Bloomberg Developed Markets (in EUR) è diminuito dello 0,3%. Il Fondo ha sovraperformato rispetto al suo benchmark, registrando un aumento dello 0,5%. I principali titoli sovraperformanti sono stati HCA, Hilton e Alphabet, mentre i principali titoli sottoperformanti sono stati Microsoft, Nvidia e Amazon. Il portafoglio del Fondo sta attualmente trattando in linea con il mercato in termini valutativi sulla base del Free Cash Flow Yield (ossia di quel parametro che la capacità delle aziende di generare liquidità per la creazione di valore, come dividendi, riacquisti di azioni proprie o riduzione del debito, aiutando gli investitori a individuare azioni sottovalutate con rendimenti elevati, ndr). Tuttavia, le società in portafoglio sono più solide del mercato da un punto di vista bottom-up dei fondamentali.

Le società in portafoglio stanno aumentando i loro ricavi e EBITDA più rapidamente del mercato ed hanno metriche di redditività migliori (margini, ROIC e ROE). Inoltre, le società in portafoglio hanno un indebitamento più basso ed una più elevata qualità degli utili comparata alle medie di mercato. La maggior solidità delle aziende presenti in portafoglio dovrebbe garantire il sorpasso del benchmark sotto una pluralità di scenari di mercato. A livello settoriale, il portafoglio non ha banche, technology hardware, beni di consumo non discrezionali, farmaceutici, immobiliare, energetici e utilities. Il portafoglio è sovrappeso sul settore finanziario, industriale, chimico e beni di consumo discrezionali. Il settore tecnologico è invece sottopesato.

Mentre la “deglobalizzazione finanziaria” è già in atto, il mercato dell’oro è in mano alla Cina

Le grandi case d’investimento sono il principale finanziatore della leva finanziaria del sistema USA. L’Oro è l’unica asset class che è sfuggita al controllo degli Stati Uniti e ora è nelle mani dei policy makers cinesi.

di Maurizio Novelli, gestore Lemanik Global strategy fund

Il risultato elettorale in Giappone ha visto la vittoria di un altro policy maker favorevole ad aumentare la spesa pubblica chiedendo però di mantenere i tassi d’interesse fermi dove sono (0,5%). E’ più o meno la stessa politica perseguita dall’amministrazione Trump, che spinge su politica fiscale espansiva con riduzione dei tassi d’interesse. Il CEO di Open AI, Sam Altman, incalzato da un giornalista economico sulla profittabilità prospettica degli ingenti investimenti per l’intelligenza artificiale ha così risposto: “il profitto non è attualmente nelle mie prime dieci priorità”.

Siamo quindi in procinto di entrare in un contesto finanziario dove alcuni policy makers chiedono sempre più capitali per finanziare l’espansione del debito, ma contemporaneamente, vorrebbero imporre ai finanziatori una remunerazione più bassa. Nel frattempo, assistiamo ad una crescente richiesta di capitali per finanziare innovazione tecnologica senza avere alcuna prospettiva sul ritorno del capitale investito. A questo punto l’unica redditività che puoi cercare di estrarre da un mondo che funziona in questo modo è quella prodotta dalle bolle speculative dove tutti cercano di partecipare al gioco. Il problema è che molti sono convinti che questo ovviamente non possa durare per molto, ma si crede che possa comunque funzionare per un pò, gonfiare ulteriormente le bolle speculative e poi finire in una crisi, dove tutti sono comunque convinti di poter uscire prima dell’evento.

E così, dopo 14 anni di tassi zero e QE, siamo entrati in una nuova fase di “repressione finanziaria“, che porterà le principali economie mondiali alla guerra per il controllo dei capitali per sostenere sistemi in crescente “distress”. Poiché nessuno, in un mercato globale, può imporre ai propri finanziatori di aumentare il finanziamento del debito a tassi di remunerazione definiti dal debitore stesso, si delinea all’orizzonte un potenziale conflitto sul controllo dei capitali necessari a finanziare queste politiche reflazionistiche senza fine che producono crescita (asfittica) finanziata da debito (esplosivo). Il rischio di una potenziale rottura del sistema capitalistico globale è sempre piu’ reale e il “Capitalismo di Stato” prenderà inevitabilmente il suo posto.

Si fa largo in questo modo l’idea di un sistema dove i governi obbligheranno in qualche modo a canalizzare i risparmi in modo dirigistico verso i titoli nazionali e i mercati nazionali con remunerazioni reali pari a zero. La prima fase di questo cambiamento è l’introduzione dei dazi, che mirano a far spostare la produzione manifatturiera da un paese ad un altro, la seconda fase è l’introduzione di disincentivi ad investire all’estero e riportare a casa il risparmio che finanzia la crescita e il debito di un competitor. Questo meccanismo porterà al collasso dell’attuale sistema monetario globale basato sul Dollaro e procurerà un rimpatrio dei capitali esportati per finanziare politiche fiscali locali costantemente espansive.

Il motivo per il quale l’Oro sale è anche questo. Le banche saranno obbligate a sottoscrivere titoli di stato (QE indiretto), i fondi pensione dovranno investire sempre più su asset domestici e i mutual funds subiranno pressioni politiche ad investire dove i governi vogliono che sia fatto. Questi meccanismi sono già in avviata discussione in UK e, di fatto, già attivi negli Stati Uniti, dove le grandi case d’investimento sono ora il principale finanziatore della leva finanziaria del sistema USA. Il problema è che gli Stati Uniti dipendono da risparmio estero raccolto dalle società di fondi americane e potrebbero essere esposti ad un deflusso di tale finanziamento. Per questo motivo l’amministrazione Trump ha a disposizione leggi che consentono il blocco dei capitali esteri in uscita per questioni di “sicurezza nazionale”.

In Cina il rimpatrio dei capitali è già avvenuto in concomitanza con la chiusura degli investimenti cinesi da parte di molti paesi occidentali, mentre i flussi di capitale verso la Cina si sono praticamente bloccati da almeno tre anni, quando l’amministrazione Biden ha minacciato di sanzioni chi investiva in Cina ed ha provocato un deflusso di capitali americani dal mercato di Hong Kong. Le grandi istituzioni giapponesi, che hanno riversato trilioni sui mercati internazionali negli anni dei tassi a zero in Giappone, stanno iniziando a valutare l’allocazione ad asset domestici, spinti da tassi d’interesse più alti e da pressioni politiche che non possono essere ignorate. La deglobalizzazione finanziaria è la conseguenza della deglobalizzazione industriale e sarà una caratteristica degli anni a venire.

Gli Stati Uniti sono certamente il paese messo peggio per fronteggiare un fenomeno di rimpatrio dei capitali, dato che il valore degli asset finanziari USA (ai massimi di sempre) è sostenuto prevalentemente dal flusso di risparmi esteri e non da risparmio americano. Nel contempo, i 13 trilioni di Dollari (sottostimati) di credito speculativo emessi durante le follie del QE hanno iniziato a venire a galla in alcuni bilanci bancari, scatenando il panic selling nel settore e gettando ombre di contagio come nel 2007 era avvenuto con Bear Stearn. Le società di Private Equity quotate sono mediamente giu’ del 15%-20% da inizio anno. Il Fondo BlackStone Tech & Private Equity Trust perde il 70% dai massimi del 2022, il fondo BlackStone Senior Loans perde circa l’ 11% dal picco del 2022, il BlackStone Secured Lending Fund è giu’ del 25% da Febbraio 25, il fondo Apollo Commercial Real Estate Finance perde il 50% dai picchi del 2020, il fondo BlackStone GSO Long Short Credit Income è -31% dai massimi del 2020 e KKR Real Estate Finance – 63% dal picco del 2022.

Nel frattempo, le banche USA continuano a fornire “life support” allo Shadow Banking System, con i prestiti che salgono a 1,2 trilioni di USD (+ 400bn solo nell’ultimo trimestre). Nulla è dato da sapere sul valore del collaterale messo a garanzia di tali prestiti, ma è lecito pensare che il credito erogato, in molti casi, ha come collaterale asset che hanno perso di valore negli ultimi 3/4 anni. Inoltre, è lecito farsi alcune domande in relazione alle perdite su crediti evidenziate dalle banche USA. Come mai, a fronte di tassi di insolvenza record al 13% sul Commercial Real Estate, i Non Perfoming Loans (NPL) su tale settore sono solo 1%? Le banche regionali hanno una esposizione al CRE pari al 260% del Tier 1, come mai l’indice del settore KBW bank index è sui massimi storici in questa situazione? Le delinquencies sul credito al consumo sono ai massimi dal 2010, come mai le banche non evidenziano perdite in questo segmento del credito?

Nulla sembra più credibile in un sistema che pubblica dati macro gonfiati e bilanci di dubbia credibilità, il tutto per continuare ad alimentare le bolle finanziarie che circolano pericolosamente sulle nostre teste e sperare che tutto si possa risolvere senza danni. L’unica soluzione per evitare che questa situazione possa risolversi con una crisi sistemica di proporzioni epiche è quella di perseguire supporto fiscale e la nazionalizzazione del sistema finanziario. Se qualcuno non si è ancora accorto, i tassi sul mercato dei Treasuries sono di fatto controllati dal Ministero del Tesoro (YCC). Qualsiasi notizia non sposta il livello dei tassi decennali dall’area 4,0% e l’obbiettivo politico è farli scendere almeno al 3%. Le banche devono continuare a pubblicare bilanci positivi e non aumentare gli accantonamenti su crediti per non far credere che ci possono essere problemi.

In questo contesto, il sistema è già di fatto nazionalizzato e i dati macro “politicizzati” aiutano a tenere la situazione sotto controllo, dato che parlare di rischi di recessione in una fase di totale “soppressione statistica del ciclo macroeconomico” non ha alcun senso. L’Oro è probabilmente l’unica asset class che è sfuggita al controllo e ora è nelle mani dei policy makers cinesi. Le ipotesi di rivalutazione delle riserve auree USA si sono dissolte e il Ministro del Tesoro Bessent ha dichiarato che gli Stati Uniti non vogliono rivalutarle. Molto strano per un paese che avrebbe la necessità di rivalutare un asset che potrebbe ridurre lo stock del debito pubblico netto (debito pubblico totale meno gli asset disponibili). La verità è che probabilmente gli Stati Uniti hanno già venduto le riserve auree anni fa e hanno sempre pensato di poterle riacquistare ad un prezzo più basso perché manipolavano il mercato dell’Oro. Il problema è che non hanno fatto i conti con la Cina, che ha accumulato Oro ed ora controlla il mercato fisico.

E’ estremamente probabile che le riserve auree accumulate recentemente dalle Banche Centrali avranno un ruolo nel riassetto del sistema monetario internazionale quando gli Stati Uniti non riusciranno più a reggere e a nascondere la crisi dello Shadow Banking, e saranno trascinati nella solita crisi finanziaria. Ma non sono solo i cinesi a comprare Oro, la BCE ha ora 500 miliardi di Euro di Oro nelle sue riserve valutarie. Nel momento in cui la FED confermerà l’apertura di una fase di discesa dei tassi e accanto a Powell verrà nominato un “Governatore ombra” che lo affiancherà fino alla fine del suo mandato, il Dollaro aprirà una ulteriore fase ribassista, con un target 1,40 contro Euro al massimo in 18 mesi.