Giugno 6, 2026
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Unione Europea, il conto alla rovescia per la sua eutanasia è appena cominciato

Il Coronavirus ha portato alla luce due opposti schieramenti: chi vuole ottenere liquidità tramite i coronabond, e chi la vuole concedere tramite il MES. La battaglia in corso, senza sorrisi e strette di mano, ha determinato una situazione di stallo da cui Ursula von der Leyen sta cercando di uscire con una offerta “fumosa” e complicatissima da 100 miliardi.

Articolo di Matteo Bernardi

Lo scoppio della pandemia, nella sua tragicità, poteva costituire l’occasione per dimostrare che l’Europa, oltre ad essere una unione monetaria, era capace di dare anche un segnale di solidarietà, tipica di una unione dei popoli, quale unica evoluzione possibile di questa fallimentare (almeno per l’Italia) esperienza comunitaria. Invece, di fronte ad una emergenza mai conosciuta prima di oggi, che ha catapultato tutti gli stati dell’Unione in uno scenario di vera e propria “guerra batteriologica”, quei governi europei (Germania, Olanda, Danimarca) a cui la Storia ha regalato nel secondo Dopoguerra sconti e benefici nel nome della Democrazia continuano ostinatamente ad essere ostili alla condivisione di vantaggi individuali acquisiti grazie all’Euro, e costringono il Consiglio Europeo – e tutti noi – ad attendere due lunghissime settimane di rinvio alla ricerca di una soluzione all’emergenza economica che, invece, presenta un conto salatissimo giorno dopo giorno.

Questa crisi, che secondo Mario Draghi potrebbe avere proporzioni “bibliche”, ha dimostrato che nemmeno in una situazione così difficile, sia dal punto di vista economico che sanitario, l’Europa riesce ad essere unita.

E così, l’austerità imposta da Germania e Francia ha generato rancori che adesso si mischiano ad un forte spirito nazionalista ed acquistano forza sempre maggiore, ma questa volta le conseguenze potrebbero patirle tutti, e non solo i paesi più indebitati. Con l’arrivo del Coronavirus, infatti, tutti gli stati si trovano a fronteggiare un fenomeno dagli effetti potenzialmente catastrofici, di cui certamente non si vedrà la fine neanche il giorno fissato per la prossima riunione del Consiglio Europeo.

Adesso l’ultima proposta veramente “unitaria” che rimane sul piatto è quella di reperire liquidità tramite i c.d. coronabond, da preferire nettamente al MES che, naturalmente, è ben visto da Christine Lagarde (la Grecia ricorda ancora) e dagli stati europei del nord per via delle forti restrizioni che da esso derivano per i paesi più poveri. I coronabond, invece, non sono nient’altro che titoli di debito emessi da un’istituzione europea con l’obiettivo di condividere il debito futuro legato al Coronavirus in maniera più equa, nulla rilevando l’indebitamento “vecchio” che rimarrebbe in capo ai singoli paesi. Eppure, Germania, Olanda e Danimarca (c’è sempre del marcio, lì), in virtù dei loro conti pubblici in ordine e del basso livello di indebitamento, non hanno intenzione di “mischiare” neanche il nuovo debito con i paesi del Sud Europa, e preferiscono costringerli ad accettare il ricatto del MES per ottenere liquidità immediata, anche se a carissimo prezzo da pagare nell’immediato futuro.

In sintesi, propongono cocciutamente un ulteriore indebitamento individuale, nonostante i coronabond andrebbero a creare un debito comune separato da quello pregresso di ogni nazione, evitando così una possibile confusione del debito. Pertanto, il Coronavirus ha portato alla luce due opposti schieramenti, ossia chi vuole ottenere liquidità tramite i coronabond, e chi la vuole concedere tramite il MES; entrambe le truppe in campo si stanno dando battaglia – questa volta senza sorrisi e strette di mano – e, non potendo dirsi addio consensualmente in tempi rapidi, si trovano adesso in una situazione di stallo, dalla quale Ursula von der Leyen tenta di uscire con un fumoso piano (pieno di incertezze e passaggi burocratici non idonei al momento) per sostenere la ripresa attraverso crediti per 100 miliardi di euro e la proposta di un fondo antidisoccupazione, denominato SURE, pari a 25 miliardi. Tutto questo per convincere l’Italia ad adottare il MES, che stritolerebbe il nostro Paese nella stessa morsa già usata per la Grecia.

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Da qui il rinvio, inspiegabile se non con l’esigenza di prendere tempo per un negoziato che ha come posta in campo la sopravvivenza dell’Unione Europea o, al più, di “questa” UE.

Ha sorpreso un po’ l’uscita di Mario Draghi, da molti indicato come presidente del consiglio del dopo-Conte. Tramite un’intervista sul Financial Times, l’ex presidente della BCE ha evidenziato che la criticità della situazione richiede velocità di decisione e d’intervento, cioè proprio quello che Germania & co. stanno cercando di osteggiare in tutti i modi. “Di fronte a circostanze impreviste”, ha dichiarato Draghi, “un cambiamento di mentalità è necessario in questa crisi, come lo sarebbe in tempi di guerra. Lo shock che stiamo affrontando non è ciclico. La perdita di reddito non è colpa di nessuno di coloro che ne soffrono. Il costo dell’esitazione può essere irreversibile”.

Il messaggio di Draghi ai leader europei è stato chiaro: salvare le aziende fornendole la liquidità necessaria senza preoccuparsi di creare debito. Una velocità d’esecuzione di cui i governi europei del Nord non sembrano ancora sentire la necessità, e probabilmente non la sentiranno mai.

Inutile riflettere sulla cultura e sul senso civico di questi popoli; hanno la loro impostazione di governo, e la perseguono a qualunque costo, soprattutto se il costo è sostenuto da altri. Pertanto, sembra che il conto alla rovescia sulla eutanasia dell’Unione Europea sia appena cominciato e, salvo improbabili cambi di rotta della Merkel (dominata politicamente dai conservatori tedeschi, i veri artefici del “prima la Germania”), continuerà nel dopo-pandemia e porterà ad una totale “disgregazione dei popoli”, e cioè all’esatto contrario di ciò che tutti avevano ingenuamente sperato, venti anni fa, con l’introduzione della moneta unica.

Il già diffuso sentimento anti-europeista, però, questa volta non sarà frutto della propaganda di qualche politico senza scrupoli, ma il naturale prodotto di chi, con l’Italia e con gli italiani, non vuole spartire niente.

Neanche le mascherine.

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Covid-19 infetta l’economia mondiale. Mercati nervosi e PIL in discesa, ma una nuova recessione è improbabile

The Economist: la strategia più adeguata sembra essere quella di mantenere le posizioni investite, rimanendo focalizzati sull’asset allocation strategica e prestando attenzione alla gestione del rischio, poiché gli episodi di volatilità potrebbero proseguire.

Per gran parte del mese di febbraio, era sembrato che i mercati finanziari scontassero uno scenario di base che ipotizzava un impatto relativamente temporaneo del COVID-19. La Cina ha adottato subito misure drastiche per contenere l’epidemia di Coronavirus e sostenere l’economia, creando le premesse per una ripresa potenzialmente rapida dell’attività. Le informazioni disponibili avallano questo scenario: il tasso di crescita dei nuovi casi in Cina ha cominciato a rallentare e l’attento monitoraggio dei dati sul consumo di energia elettrica, sul traffico passeggeri e sulle vendite immobiliari nel paese ha evidenziato dei segnali di miglioramento. Ipotizzando uno scenario di contenimento dell’epidemia con un impatto limitato del virus, però, gli investitori avevano cominciato a guardare con un certo favore all’effetto di stimolo delle misure intraprese, ma adesso i mercati sembrano scontare una maggiore probabilità che l’impatto del Coronavirus sia più grave e prolungato.

Peraltro, in ossequi al principio del liberismo economico, gli stessi mercati sono stati “lasciati soli” dalla politica proprio nel momento in cui, invece, serviva una certa concertazione; così, solo quando i mercati finanziari sono stati scossi dal panico da possibile pandemia la politica è entrata (tardivamente) in azione, nella consapevolezza che il PIL globale probabilmente si ridurrà per buona parte di quest’anno.

Di conseguenza, alcune banche centrali hanno tagliato i tassi di interesse a un ritmo visto l’ultima volta nella crisi finanziaria del 2007-09. Il 3 marzo la Federal Reserve ha abbassato il suo tasso ufficiale di 0,5 punti percentuali, due settimane prima della riunione programmata di politica monetaria. Anche le banche centrali in Australia, Canada e Indonesia hanno seguito l’esempio, e a breve vedremo medesima reazione da parte della Banca centrale europea e della Banca d’Inghilterra.

Se i mercati monetari hanno ragione, sono in serbo altri tagli alla Fed. Eppure, c’è la sensazione inquieta che una raffica di ulteriori tagli dei tassi potrebbe non essere la soluzione a questa crisi, anche perché sono già molto bassi. Una regola d’oro nella lotta alle crisi è quella secondo cui, per essere credibili, bisogna avere più munizioni disponibili. Nel 2008-10 il tasso medio globale è diminuito di tre punti percentuali; oggi, invece, al di fuori dell’America i tassi di interesse dei paesi occidentali sono vicini, pari o inferiori allo zero. Perfino la Fed ha un margine di manovra limitato per tagliare ancora di più: una ragione, forse, per cui i corsi azionari non sono riusciti a riprendersi nelle ore successive alla sua ultima mossa.

La tensione deriva anche dalla peculiarità dello shock che l’economia deve affrontare, che comporta effetti sulla domanda, l’offerta e la fiducia. La durata dell’interruzione dipende principalmente dalla gravità dell’epidemia e dalle misure di sanità pubblica adottate per contenerla. Alla luce di tali incertezze, i politici sanno che sebbene i tagli ai tassi di interesse siano un’opzione, hanno anche bisogno di misure fiscali e finanziarie per aiutare le imprese e gli individui a resistere a una stretta temporanea ma lancinante.

Un modo in cui il virus danneggia l’economia è interrompendo l’offerta di lavoro, beni e servizi.: le persone si ammalano, le scuole chiudono, costringendo i genitori a rimanere a casa. Le quarantene potrebbero forzare la chiusura completa dei luoghi di lavoro. Ciò è accompagnato da notevoli effetti della domanda. Alcuni sono inevitabili: i malati o i soggetti in quarantena escono di meno e acquistano meno beni. Anche le misure di sanità pubblica limitano l’attività economica. Mettere più soldi nelle mani dei consumatori farà poco per compensare questa resistenza. La piena attività, pertanto, riprenderà solo una volta che l’epidemia avrà finito la sua corsa.

Inoltre, sia le aziende che le famiglie dovranno affrontare una crisi di liquidità. Per le prime, in particolare, è fondamentale non depauperare eccessivamente la propria riserva di liquidità per rimanere in piedi. Prendendo in considerazione, ad esempio, un campione di 2.000 società americane quotate in borsa, e immaginando che i loro ricavi si riducano sensibilmente in tre mesi e non riescano più a coprire i costi fissi (che non si riducono), ci si potrebbe attendere che un quarto di esse non avrebbe abbastanza denaro di riserva per sostenerli e dovrebbe cercare di prenderlo in prestito, oppure di ridimensionare produzione e occupazione. Infatti, secondo i ricercatori della Bank for International Settlement (un specie di club di banche centrali), oltre il 12% delle imprese del mondo ricco genera entrate troppo ridotte per coprire il pagamento anche dei soli interessi sul debito.

Molti lavoratori, quindi, rischiano di perdere i loro redditi e il loro lavoro, mentre devono ancora rimborsare i mutui e acquistare beni essenziali. In Cina, che è un mese avanti rispetto al resto del mondo in termini di contagio, un sondaggio tra i responsabili degli acquisti ha rivelato che la produzione manifatturiera a febbraio è scesa ai livelli più bassi dal 2004, ed oggi sembra probabile che il PIL si contrarrà nel primo trimestre per la prima volta dalla morte di Mao Zedong nel 1976. Goldman Sachs ritiene che il PIL globale annuo si ridurrà del 2,5% nel primo trimestre, ma il crollo si interromperà una volta che il virus smetterà di diffondersi, e la velocità e le dimensioni del rimbalzo economico dipenderanno anche dalle condizioni in cui si troveranno i paesi a quella data.

Nel frattempo, i banchieri centrali e i ministeri finanziari si stanno rivolgendo a interventi più mirati, che rientrano in tre grandi categorie: politiche per garantire che il credito fluisca senza intoppi attraverso le banche e i mercati monetari; misure per aiutare le aziende a sostenere costi fissi, come l’affitto e le imposte; misure per proteggere i lavoratori sovvenzionando i costi salariali.

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Questa serie di misure ha lo scopo di proteggere i lavoratori, prevenendo i licenziamenti e mantenendo stabili i redditi. Il governo cinese, per esempio, ha messo in atto un taglio temporaneo ai contributi previdenziali. Il Giappone sosterrà i salari delle persone che sono costrette a prendersi del tempo libero per prendersi cura dei bambini o dei parenti malati. Singapore ha annunciato sovvenzioni in denaro per i datori di lavoro dei lavoratori interessati.

Quali sono gli scenari potenziali, alla luce dell’attuale situazione?

1) un aumento del flusso di notizie negative sull’epidemia, che probabilmente causerebbe un ulteriore aumento del rischio; 2) una stabilizzazione del tasso di crescita dei nuovi casi di COVID-19; in tale evenienza, i mercati potrebbero registrare una parziale inversione rispetto agli ultimi ribassi, e 3) un calo del tasso di crescita dei nuovi casi, che potrebbe indurre gli investitori a ritenere che le misure di contenimento stiano funzionando e a concentrarsi nuovamente su una potenziale ripresa dell’attività, alla luce dello stimolo derivante da un calo generalizzato dei tassi di interesse e dalle misure di sostegno dell’economia adottate un po’ da tutti i paesi.

Qual è la probabilità di una recessione? Le prospettive economiche sono incerte ma, in questa fase, continuiamo a ritenere improbabile una recessione economica negli Stati Uniti o a livello globale. A gennaio l’attività economica evidenziava una tendenza al miglioramento, e crediamo che, in uno scenario in cui l’impatto dell’epidemia di coronavirus si limiti sostanzialmente al primo semestre dell’anno, la crescita potrebbe continuare a mostrare una buona tenuta. Tuttavia, bisogna rivedere al ribasso le previsioni di crescita dell’economia cinese per il 2020 (dal 5,8% al 5,2%), ma la risposta sul piano politico e i segnali di stabilizzazione dell’attività dovrebbero limitare ulteriori rallentamenti. Per quanto riguarda i mercati, la strategia più adeguata sembra essere quella di mantenere le posizioni investite, rimanendo focalizzati sull’asset allocation strategica e prestando attenzione alla gestione del rischio, poiché gli episodi di volatilità potrebbero proseguire.

Warren Buffett ha 130 miliardi di liquidità: correzione in arrivo? Può darsi, ma la verità è più complessa

L’atteggiamento attendista del magnate di Omaha sembra essere il frutto di quella rigida coerenza che lo ha sempre contraddistinto, sommata alle aspettative di uno storno dei mercati. Nel suo caso, però, pesano anche altri fattori.

Mentre la borsa USA non accenna a tirare il fiato, ed il Dow Jones sembra lanciato in scioltezza verso il record dei 30.000 punti, aumenta il numero delle “cassandre” e di quanti giurano (ma non scommettono) su una imminente correzione dei mercati azionari. Si va dal “ritracciamento fisiologico e salutare” sperato dai ribassisti, al “big one” dei crolli delle borse mondiali auspicato dagli edge funds più speculativi. In circostanze come queste, accanto alle notizie fondate si affolla una serie di “non-notizie” che aggiungono colore e che non spiegano tutto. Una di queste è quella che vede la Berkshire Hathaway di Warren Buffett seduta su una montagna di contanti. Nel terzo trimestre, infatti, il saldo di cassa della holding è cresciuto fino a raggiungere i 128,2 miliardi di USD, in aumento rispetto ai 122,4 miliardi del trimestre precedente e, soprattutto, rispetto ai 23 miliardi del 2010, portando gli analisti a chiedersi perché la società non stia spendendo.

La domanda giusta, invece, sarebbe “quando avrà intenzione di comprare?.

E’ da ingenui pensare che il buon vecchio Warren, mito vivente di tutti gli operatori di borsa, scelga di aumentare in maniera così sfacciata la disponibilità di cassa soltanto perché prevede un crollo di borsa (come penserebbe un investitore alle prime armi), pertanto è meglio approfondire segnali e fatti concreti. Il primo di questi è il ritmo di crescita della cassa, il cui ammontare è il risultato di una progressione lunga ben dieci anni, e non dieci giorni (da qui la sua natura di “non-notizia”). E’ più probabile, quindi, che ciò sia frutto di una strategia volta ad una o più acquisizioni “pesanti”, da effettuare in futuro in aziende ritenute strategiche per il portafoglio di Berkshire.

Il problema, semmai, è “quando” queste acquisizioni avverranno.

Non è certo un caso che le ultime siano avvenute nel 2015 e nel 2017, e che da allora la società non abbia accelerato in modo significativo il suo programma di riacquisto, suscitando la curiosità di molti analisti. L’accumulo di liquidità, infatti, ha influito negativamente sulla performance delle azioni BRK, aumentate solo del 7% quest’anno (in linea con il loro anno peggiore in un decennio), mentre il Dow Jones Industrial Average e lo S&P 500 sono saliti a livelli record, portando i loro guadagni nell’anno rispettivamente al 18% e al 23%.

Non sarebbe neanche la prima volta che le strategie di Buffett generano ansia persino nelle grandi banche statunitensi. Morgan Stanley, per esempio, ha affermato che il programma di riacquisto di azioni impallidisce rispetto al saldo di cassa della società, e che gli investitori “potrebbero essere sgomenti” (altra “non-notizia”, assolutamente infondata) per via dei riacquisti minimi di azioni nel trimestre. Gli analisti di UBS, unendosi al coro, hanno ribadito questa preoccupazione, manifestando la loro sorpresa per tutta questa liquidità in eccesso. Entrambi, però, non hanno tenuto in buon conto quello che tutti sanno: Buffett non è mai stato a favore del riacquisto di molte azioni del Berkshire Hathaway, e solo nel 2018 egli ha reso più semplici i futuri riacquisti, eliminando una restrizione, in prossimità del passaggio generazionale. Questo fa capire che il riacquisto continuerà inesorabilmente al ritmo attuale, cioè lento e con basse quantità, e che si stia preferendo attuare una politica di più alto dividendo per gli azionisti, per nulla “sgomenti” per le circostanze.

Del resto, le migliori partecipazioni del Berkshire per valore sono quelle del calibro di Apple, Bank of America, Coca-Cola, Wells Fargo, American Express e Kraft Heinz; il meglio in circolazione per diversificazione, capitalizzazione e margini di guadagno. Lo stesso Buffett ha dichiarato, nel suo rapporto annuale del 2019, che “…negli ultimi anni, il corso ragionevole da seguire è stato chiaro: molti titoli hanno offerto molto di più per i nostri soldi rispetto a quelli che avremmo potuto ottenere acquistando aziende nella loro interezza … io credo che le società in cui abbiamo investito offrano un eccellente valore, che supera di gran lunga quello disponibile nelle transazioni di acquisizione che potremmo fare oggi”. In altre parole, Buffett non ha intenzione di abbandonare il suo principio fondamentale del  “buy-and-hold”, ma semplicemente non vede il mercato prezzato in modo attraente. Infatti, quando ha rilasciato la sua ultima lettera annuale agli azionisti (23 febbraio 2019), il benchmark S&P 500 non era nemmeno a 2.800; lo scorso 23 Gennaio 2020 ha chiuso ad un massimo storico di 3.317. Pertanto, se Buffett non aveva visto valore con lo S&P 500 a 2.800, di certo non lo vedrà con un 19% in più in 11 mesi.

Contrariamente a quanto si possa pensare, questo atteggiamento attendista sembra essere il frutto di quella rigida coerenza che ha sempre contraddistinto Buffett fin dagli esordi, e gli ha permesso di arrivare dov’è adesso. Infatti, sebbene il mercato azionario abbia costantemente dimostrato che le correzioni e i mercati ribassisti vengono poi cancellati dal mercato toro, ciò non significa che le azioni salgano in linea retta; questo Buffett lo sa bene, ed è possibile che egli speri di poter comprare le aziende che gli interessano, tra qualche tempo, a quotazioni non inferiori a quelle attuali, bensì inferiori rispetto a quota 2.800 dello lo S&P 500, ossia di quel livello che lui riteneva già elevato e scoraggiante. Ciò porta a pensare che le aspettative di ribasso, nella mente del magnate di Omaha, possano raggiungere una profondità massima pari a 25 punti percentuali rispetto ad oggi (il 19% in più dell’ultimo anno, più un ulteriore sconto).

Guardando le cose da un altro punto di vista, la volontà di spendere meno soldi può trovare una motivazione anche nel desiderio di Buffett di “passare le consegne” nel migliore dei modi: egli compirà  90 anni nel corso del 2020, ed il suo piano di successione è già in atto; pertanto, invece di acquisire start-up e small cap con altissimi margini (e rischio), egli vuole investire in attività che avranno un impatto positivo immediato sul bilancio della società, conferendo maggiore stabilità finanziaria, e questo comporta la necessità di avere grande liquidità, dal momento che le valutazioni delle aziende a grande capitalizzazione sono molto più costose rispetto alle small cap.

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In definitiva, Warren Buffett ha sempre concentrato la sua attenzione sulle aziende del mondo finanziario, dei beni di consumo e, in una certa misura, dei servizi pubblici. Egli non è mai stato un convinto sostenitore della diversificazione sostenuta (il che va bene, purché tu sappia cosa stai facendo), ma della “iper-conoscenza” delle aziende da acquistare. Ciò può rivelarsi uno svantaggio quando questi settori diventano costosi, e la conoscenza di aziende con le quali non si ha grande familiarità ed esperienza richiede grandi sforzi ed energie che Buffett, in tutta probabilità, non ha più. Per questo motivo sembra che egli stia volontariamente perdendo, per esempio, il “treno” delle società biotecnologiche (che richiederebbe un lungo studio e grande dispendio di risorse), ed ancora una volta stia facendo prevalere il suo essere contro corrente, anche nella tarda età, rispetto a Wall Street.

Non è la prima volta che accade, speriamo che non sia anche l’ultima (lunga vita!).

Il denaro non ha fretta, e l’inflazione può essere una nostra alleata. Investire “a rate” sugli emergenti

Nonostante le sollecitazioni del sistema bancario a lasciare poca liquidità sui conti, il denaro detenuto in conto corrente è un vero e proprio strumento finanziario, capace di determinare il successo del vostro portafoglio (anche se, da solo, non rende nulla).

Negli ultimi 18 mesi, non pochi risparmiatori si sono accorti che molta attenzione si sta concentrando sui loro conti correnti. In particolare, sulla liquidità lasciata “a dormire” senza essere investita, fonte di un costo implicito che pesa, per via della “tassa” imposta dalla BCE alle banche, sui conti economici degli istituti. Di conseguenza, alcuni di essi (pochi, per la verità) hanno dovuto studiare come ribaltare sugli utenti questo costo, ed hanno cominciato ad applicare delle commissioni sulle giacenze oltre una certa soglia (in generale su quelle superiori a 5.000 euro); altri, invece, accortisi che una commissione sulla liquidità sarebbe stata impopolare anche per una larga fascia di clientela importante (quella private), hanno preferito aumentare “in sordina” i costi di altri servizi per compensare l’effetto BCE sui depositi.

Del resto, i dati dell’ABI (associazione bancaria italiana) evidenziano uno scenario preoccupante (per le banche): la liquidità parcheggiata senza essere investita né spesa è balzata a 1.577,3 miliardi di euro a novembre 2019. A questi  vanno aggiunti 240 miliardi investiti in obbligazioni con rendimenti prossimi allo zero. Rispetto al 2018, liquidità in conto corrente, certificati di deposito e pronti contro termine aumentano di oltre 116 miliardi di euro, pari a un +7,9%. Le grandi banche vorrebbero far confluire questa marea di liquidità sul risparmio gestito, come indicato di recente dal numero uno di Intesa (Carlo Messina).

Che l’epoca dei conti remunerati sia finita è ormai chiaro. Simmetricamente, ce lo dicono anche i mutui a tasso fisso, scesi al di sotto dell’1% annuo di interesse, anche per le lunghe durate. Una roba mai vista. Pertanto, è bene riflettere su cosa fare in un mondo con i tassi di interesse ridotti al minimo, ed in particolare scegliere se sia inevitabile approcciare con determinazione il mondo degli investimenti azionari, oppure – per coloro che ne sono impauriti – esaminare delle alternative senza violentare sconsideratamente la propria propensione al rischio.

Per scegliere bene, è necessario cominciare dai fondamentali, anche andando controcorrente, senza seguire la scia. Innanzitutto, è bene fare qualcosa che nulla a che vedere con i numeri, e cioè riesaminare per bene gli obiettivi, sedersi a tavolino e capire se il risparmio accumulato e/o da accumulare deve essere speso nel breve periodo oppure se può essere destinato, in tutto o in parte, a spese rinviabili nel tempo. Il dettaglio di cosa si vorrà fare del proprio denaro (viaggi intorno al mondo, casa al mare, auto/moto per noi e/o i figli, studi in altre città, oppure assolutamente nulla) è essenziale, e aiuterà a capire quale direzione intraprendere.

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Fatto questo, la strada è in discesa e, se non si è sufficientemente preparati in materia di Finanza, è bene farsi guidare da un principio tanto scontato quanto assoluto: il denaro non ha fretta. In poche parole, non c’è nessuna fretta di investire i risparmi “tanto per investirli”. Nello scenario attuale, con i titoli obbligazionari con rendimenti insignificanti (e con prezzi mai tanto alti come adesso), restare ancorati al mondo delle obbligazioni governative in euro è una faccenda che va pesata bene, al punto di pensare alla rinuncia verso questi strumenti di investimento. In un contesto come questo, infatti, la gestione della liquidità diventa fondamentale, perchè elimina, a parità di rendimento – cioè zero o quasi zero – il rischio di ribasso dei prezzi delle obbligazioni, nonchè il c.d. “rischio emittente” (la possibilità che chi ha emesso il titolo non sia in grado di rimborsarlo alla scadenza). In sintesi, bisogna pensare al denaro detenuto in conto corrente come ad un vero e proprio strumento finanziario, ed è proprio la sua natura di Asset Finanziario che, ad esempio, consente ai gestori dei fondi – in particolar modo di quelli flessibili – di farne l’uso più appropriato. Anche loro, infatti, danno il giusto rilievo alla moneta liquida, gestendo un alto livello di liquidità e investendola “a rate”.

Qualunque gestore avveduto, soprattutto in occasione del lancio di un nuovo fondo comune (o Sicav) tiene una soglia di denaro liquido piuttosto alta, e investe periodicamente (“a rate”) le cifre a disposizione, in base alla visione dei mercati, lasciando sempre una “soglia tecnica di liquidità” che aiuterà a ridurre gli errori, a limitare lo “stress da timing di ingresso”. Questa tecnica di investimento “a rate differite” è accessibile a tutti, e prevede il raggiungimento di un elevato grado di consapevolezza dell’investitore in tempi brevi; come, quando e quanto differire gli investimenti, naturalmente, sono decisioni che derivano dal confronto consapevole con un consulente patrimoniale, che conosce lo scenario in cui ci siamo trovati fino ad oggi: un mondo con bassa (o addirittura senza) inflazione.

I tedeschi ed i francesi, com’è noto, hanno da sempre terrore dell’inflazione, ma la loro eccessiva prudenza non è più giustificata. Infatti, l’inflazione senza controllo successiva all’entrata in vigore della moneta unica ci ha portati rapidamente verso uno scenario da incubo: prezzi dei beni sempre più alti, reddito effettivo sempre più basso, tassi di interesse pari a zero ed assenza di inflazione, che rende costante il valore dell’indebitamento reale (anche di quello italiano). Di contro, al di fuori dell’UE, esistono paesi in via di sviluppo (c.d. emergenti) con una economia robusta, dove l’inflazione è abbastanza elevata (ma non impazzita). In questi paesi le obbligazioni a tasso fisso non governative in valuta locale, come quelle emesse dalla B.E.I. (Banca Europea degli Investimenti, rating AAA perenne), garantiscono cedole generose (anche superiori al 10% annuo) nel medio-lungo periodo, ed assicurano un certo livello di copertura sul cambio se viene attuata una opportuna diversificazione tra le differenti valute (nell’estate 2018, ad esempio, le obbligazioni in Lira Turca erano arrivata a perdere circa il 60.00% contro Euro e dollaro Usa, ma chi ha acquistato a settembre 2018 oggi ha quasi raddoppiato il capitale grazie al doppio effetto positivo prezzo-cambio).

In più, trattandosi di emissioni c.d. sovranazionali, questi bond permettono di ottimizzare la ritenuta fiscale sugli interessi, abbattendola al 12.5% (anziché 26.0%, meno della metà).

Pertanto, per creare flussi di reddito soddisfacenti, chi detiene risparmio oggi dovrebbe indirizzare la componente non liquida lontano dall’U.E.. Più precisamente, in quelle aree geografiche in cui, a fronte di una economia in espansione (come era quella nostra negli anni ’60, ’70 e ’80), il tasso di inflazione è sufficientemente elevato da consentire una più elevata remunerazione del capitale investito: Messico, Turchia, India, Cina, Sud Africa etc.

Sotto una guida esperta, investire in un mix di liquidità e obbligazioni denominate in valute c.d. emergenti (peraltro, con il vantaggio di contare su un rating elevato, al fine di scongiurare il c.d. rischio emittente) non deve essere più un tabù, e consente di evitare l’approccio forzato verso le azioni, o quanto meno di ridurlo. Inoltre, per chi non ama le commissioni del risparmio gestito, questi portafogli hanno un costo di mantenimento annuale inferiore anche del 75% rispetto all’universo fondi-sicav-gestioni patrimoniali, tanto da consentire il pagamento di una commissione/parcella di consulenza evoluta al professionista del risparmio che farà da guida in questo nuovo territorio.

Nell’attuale congiuntura economica, in definitiva, è meglio farsi un giro all’estero (finanziariamente parlando…) ed investire gradualmente laddove l’inflazione non è senza controllo ma non fa paura. Aspettando con ansiosa speranza che, un giorno non troppo lontano (Germania e U.E. permettendo), faccia ritorno anche da noi.

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