Maggio 11, 2026
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Oscar Di Montigny: gli innovatori sono generatori di gratitudine. Lo scrittore interviene su AAAgents Live

Se nel mondo si aggrava la crisi di fiducia nelle istituzioni e nei media, cresce invece quella nelle aziende, che sempre più sono ritenute dei punti di riferimento anche come fonte accreditata di informazioni e capacità di guidare verso la ripresa.

Se il mondo del business non è solo il settore che attrae più fiducia, è l’unico che con il 61% a livello globale, gode di “trust” grazie alla maggiore attenzione con cui ha trattato temi essenziali quali la sostenibilità, la collettività e l’etica. Per questo, mentre aspettiamo che il mondo della politica e quello dell’informazione si adeguino convertendosi a questa necessità di rinnovarsi nelle forme e nei messaggi, dobbiamo ripensare alla responsabilità che in tal senso le aziende del nostro presente si ritrovano a dover gestire.

È necessario quindi che sappiano cogliere l’importanza del compito storico, per assolvere il quale serve saper agire nella società civile come un modello di cambiamento virtuoso, operando per una nuova etica fatta anche di pratiche e idee che promuovano lo sviluppo degli esseri umani e dell’insieme di cui tutti facciamo parte, e che sarà premiato dalla gratitudine.

Questi gli abstract dai quali nasce l’intervista di venerdì 12 Marzo, alle 18:00, a Oscar Di Montigny, Chief Innovation, Sustainability & Value Strategy Officer di Banca Mediolanum e Amministratore Delegato di Mediolanum Comunicazione, in occasione della 50° puntata di AAAgents Live (qui il link per partecipare), un appuntamento gratuito per i professionisti della vendita.

Di Montigny ha recentemente pubblicato con Mondadori il libro “Gratitudine, la rivoluzione necessaria”, ma la sua carriera di scrittore e divulgatore è lunga già quasi venti anni. Nel 2009 ha ideato, fondato e gestito Mediolanum Corporate University, istituto educativo al servizio della Community Mediolanum. E’ stato Chief Marketing Communication Officer del Gruppo Mediolanum dal 2000 al 2018, ed oggi vanta una forte esperienza nei Mega trends e nei Grandi Scenari. Negli anni, inoltre, ha formato un proprio stile nell’Innovative Marketing, nella Comunicazione Relazionale e nella Corporate Education, organizzando eventi nazionali e internazionali nei quali conduce l’audience – pubblica o aziendale – attraverso l’individuazione di nuove possibili chiavi di lettura degli eventi, offrendo prospettive complementari e funzionali ad affrontare le sfide del futuro. 

A proposito della Gratitudine, Di Montigny afferma che “Abbiamo bisogno di innovatori consapevoli: veri e propri generatori di gratitudine. Provare gratitudine e suscitarla negli altri sarà la via per costruire nuovi, rivoluzionari modelli sociali, culturali e di business. La gratitudine è l’essenza della coopetition: integrazione tra competizione e cooperazione. È l’anima dell’Innovability: legando indissolubilmente innovazione e sostenibilità. È l’elemento fondante dell’Economia Sferica, il principio da cui tutto si genera e il destino a cui tutto tende; ed è ciò che fa dell’amore per gli altri esseri umani e per il pianeta l’atto economico per eccellenza”. 

Secondo Valerio Giunta, CEO di Startup Italia Srl ed organizzatore di AAAgents Live, “Oggi l’economia deve essere interpretata attraverso una visione di più ampio respiro rispetto ai semplici dati del business a breve termine, e capire l’incidenza che ha la visione umano-centrica del lavoro, della produzione e delle relazioni industriali, sia nazionali che internazionali”. “Il mondo sta cambiando ad una velocità impressionante – aggiunge Giunta – così come stanno cambiando gli stili di vita e di lavoro e le regole dell’economia, dirette sempre di più verso la valorizzazione del rapporto privilegiato tra uomo e ambiente. In un simile contesto, è necessario che la tecnologia sia al servizio della libertà dell’uomo, e non il contrario”. “Interpretando il pensiero di Di Montigny – afferma Valerio Giunta – l’economia ed i processi produttivi non possono più essere analizzati come elementi ininfluenti sulla salute del pianeta Terra, e la ricerca del vantaggio personale dovrà avvenire solo dopo che si sia raggiunto un certo livello di vantaggi per la collettività”.

“E’ particolarmente utile – conclude Giunta – ascoltare le riflessioni di Oscar Di Montigny, perché noi italiani abbiamo, più di tutti gli altri popoli europei ed extra-europei, una percezione distorta di ciò che sta succedendo nel mondo, e ciò porta ad effettuare scelte sbagliate. Occorre, pertanto, avere la giusta distanza rispetto agli avvenimenti che oggi più di prima si susseguono ad una velocità impressionante”.

Reti del risparmio gestito, boom di raccolta e utili. Adesso niente più alibi sul ricambio generazionale

Dopo i risultati 2020 di raccolta e utili, Assoreti e le consociate non possono più tardare nell’avvio di un piano di investimento sul ricambio generazionale dei consulenti finanziari. Manlio Marucci: “Ci auguriamo un dibattito con Assoreti su questo tema, preannunciando che non verranno più accettati  nuovi tagli ai margini di ricavo dei consulenti”.

Fino a 15-20 anni fa, prima dell’era MiFID, la principale – meglio dire esclusiva – competenza distintiva richiesta ad un aspirante promotore finanziario era la capacità di attrarre un buon numero di clientela potenziale, possibilmente di buon livello, con la quale imbastire una relazione; e se il candidato era troppo giovane per essere credibile, c’erano i supervisori più “anziani” che intervenivano in affiancamento, accompagnando (letteralmente) il neo promotore presso il cliente prospect e colmando così il “vuoto di esperienza” che rendeva difficile la concessione di fiducia.

Poco prima dell’avvento della MiFID, la figura del supervisore, fondamentale per effettuare la formazione sul campo del nuovo collega e per ridurre al massimo l’avviamento commerciale del nuovo professionista, veniva eliminata al pari di quella del praticante, e le maggiori risorse finanziarie derivanti da quel taglio generalizzato venivano dedicate al reclutamento dei bancari operativi negli uffici titoli. Questi ultimi, infatti, assicuravano alle reti – nel frattempo quasi tutte trasformatesi in banche – l’arrivo di portafogli più consistenti in minor tempo, e soprattutto un accorciamento del “ciclo della fiducia” presso la clientela di livello medio-alto, difficilmente raggiungibile per un giovane consulente alle prime armi.

Oggi, con le reti concentrate da anni a far migrare dalla concorrenza consulenti esperti e con portafoglio, lo scenario che prevede la formazione sul campo di nuove leve è diventato quasi inconcepibile e, salvo sporadici esempi di un paio di reti che ci stanno provando, non c’è ancora la “volontà politica”, da parte di Assoreti e delle sue consociate, ad effettuare investimenti concreti e aumentare così la base dei consulenti, affiancando i giovani e i giovanissimi agli anziani che tra dieci anni andranno in pensione. L’età media dei consulenti, infatti, è molto elevata (circa 56 anni), e sembra che l’unico interesse delle mandanti sia quello di assicurare la futura concentrazione dei portafogli dei colleghi vicini all’uscita nelle mani professionisti appartenenti alla fascia d’età precedente (40-50enni). Ma così facendo, è evidente, tra 15 anni il numero dei consulenti attivi potrebbe crollare dagli attuali 33.000 a circa 12.000, con problemi di tenuta economica dello stesso Organismo Unico. Senza contare, a monte di tutto, la perdita di quella ricchezza collettiva che il giusto ricambio generazionale, invece, potrebbe trasmettere alle nuove generazioni di consulenti, assicurando loro – e all’economia italiana – altri decenni di prosperità.

Pertanto, grazie ai conti economici della mandanti gonfi di ricavi e di utili, non esiste più alcun alibi per non intervenire concretamente – senza operazioni “di facciata” – e garantire la costituzione di un meccanismo strutturale di ricambio generazionale della categoria. I soldi per farlo, a carico delle società aderenti ad Assoreti, ci sono. Infatti, le società mandanti italiane quotate in Borsa (Anima, Azimut, Banca Mediolanum, Banca Generali e Fineco) che operano nel settore del risparmio gestito o nella consulenza finanziaria, da sole, gestiscono una montagna di denaro e macinano utili e profitti per i loro azionisti. Recentemente, esse sono finite sotto la lente degli analisti internazionali, che ne hanno tessuto le lodi. Gli esperti di Goldman Sachs, per esempio, hanno alzato il rating sul titolo Banca Mediolanum da neutral a buy (cioè “comprare”), fissando il prezzo obiettivo a 8,7 euro contro il valore di circa 7,3 euro attuale. Gli stessi analisti americani si sono occupati di Banca Generali, sul cui titolo la casa d’affari statunitense ha fissato un rating buy (comprare) e un prezzo obiettivo di 32,7 euro (prezzo attuale circa 27 euro).

Bank of America-Merrill Lynch ha analizzato le prospettive delle reti di consulenti finanziari, promuovendo Azimut e attribuendo al titolo un rendimento complessivo del 24%, suddiviso tra rialzo futuro del prezzo delle azioni (+18%) e incasso dei dividendi (+6%). Gli analisti di Berenberg, invece, si sono concentrati su Fineco, stabilendo un prezzo obiettivo di 15,5 euro ed un margine di guadagno del 17% rispetto al rapporto prezzo-utile (PE) atteso nel 2021.

Manlio Marucci

Contattato da Patrimoni&Finanza, interviene sul tema Manlio Marucci, presidente di Federpromm. “a 12 anni dalla nascita del sistema MiFID, il bilancio per i consulenti finanziari è piuttosto sconfortante in termini di garanzie contrattuali ed economiche. Infatti, alla crescita di ricavi e utili delle mandanti non si è accompagnata, in proporzione assoluta, una uguale crescita del reddito dei consulenti, i cui margini di ricavo sono stati più volte rivisti al ribasso in questi anni sulla scorta dell’alibi di una maggiore raccolta”. “In un sistema economico sano, non si è mai visto che all’aumento dei ricavi e degli utili di sistema debbano corrispondere dei tagli al reddito delle risorse umane ivi impiegate. Dati alla mano, si potrebbe dire che i consulenti abbiano finanziato di tasca propria lo sviluppo economico complessivo delle proprie mandanti e, soprattutto dopo la crisi del 2008, abbiano sanato il loro conto economico, subendo anche il carico di mansioni amministrative prima eseguite dalle sedi e oggi evase, senza alcun corrispettivo, proprio dai consulenti”. “Alla luce dei dati di consuntivo 2020 sulla raccolta, non possiamo che auspicare l’apertura di un dialogo con ABI e Assoreti, al fine di evitare, da un lato, futuri attriti sui rispettivi rapporti di forza e, dall’altro, di avviare una nuova stagione di profondo rinnovamento che risolva, in primis, il problema urgente del mancato ricambio generazionale nella categoria”.      

La MiFID e la “dissonanza cognitiva”. In che direzione va la professione di consulente finanziario?

Politica e Finanza dovrebbero viaggiare lungo due rette parallele, che per definizione non si incontrano mai. Nel caso della MiFID, invece, pare si siano incontrate, ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Anche se nessuno vuole vederli.

Di Alessio Cardinale

Con il documento di Action Plan verso la Capital Market Union (CMU), pubblicato lo scorso 24 Settembre, la Commissione Europea ha preparato il terreno per l’introduzione dell’obbligo di una certificazione europea per i consulenti finanziari, allo scopo di attestare il livello di conoscenza, di qualificazione e di formazione permanente di ciascuno di essi, e creare uno standard di qualificazione professionale per tutti i consulenti finanziari operanti nell’UE.

L’intento, come sappiamo, è quello di procedere verso un unico Albo europeo dei consulenti finanziari e, domani, di consentire ai professionisti che vorranno misurarsi con i mercati di altri paesi di prestare la propria opera in qualunque stato membro, diventando così “internazionali”. Pertanto, sembrerebbe a prima vista un evento di portata eccezionale per la categoria dei consulenti finanziari; approfondendo la questione, però, non sono poche le perplessità che si generano.

LO SPETTRO DELLO STANDARD. Qualunque professione fonda le proprie radici sulla indipendenza intellettuale di chi la esercita. E’ proprio grazie a questa autonomia, espressa all’interno di un corpus di regole uguali per tutti gli appartenenti, che la c.d. professione liberale si distingue dal lavoro dipendente. Di conseguenza, un elevato livello di standardizzazione dei processi di creazione dell’opera intellettuale svilisce e mortifica qualunque professione, che appunto si basa sulla indipendenza e ammette, al massimo, la sola standardizzazione delle procedure di trasmissione dell’opera a chi deve beneficiarne e, laddove occorre, agli enti di controllo amministrativo e vigilanza.

Questo percorso logico e chiaro a tutti, purtroppo, non è stato osservato per la categoria professionale dei consulenti finanziari, e qualunque percorso che portasse alla costituzione di un vero Ordine di professionisti, cui da più parti si vagheggiava, è stato interrotto a partire dal 2007, allorquando fu chiaro che la normativa MiFID fosse concepita politicamente per consentire al sistema finanziario europeo – fino al 2008 poco competitivo – di rivaleggiare con quello statunitense e – oggi più che mai – con quello asiatico-cinese, che sta muovendo velocemente i propri passi.

Sfortunatamente, a giudicare dalle cifre del portafoglio medio per consulente, siamo ancora ben lontani dalle medie USA, dove un professionista viene giudicato “appena discreto” al raggiungimento di un portafoglio di almeno 100 milioni di USD. Pertanto, delle due l’una: o il sistema MiFID europeo non ha raggiunto il suo obiettivo, riuscendo a replicare solo una brutta copia del sistema americano, oppure il percorso della MiFID – basato essenzialmente sull’aumento del portafoglio medio pro capite a discapito della qualità e del ricambio generazionale – non si è ancora completato e, per i prossimi 10-15 anni, prevede la continuazione di un processo di profonda trasformazione e “concentrazione” per mezzo dei seguenti passaggi:

– limitazione, in termini percentuali, del passaggio generazionale dei portafogli “da padre in figlio”, al fine di ridurre considerevolmente il numero di consulenti e, in virtù di un denominatore più basso (numero consulenti) a fronte di un numeratore (masse amministrate) superiore o anche uguale a quello di oggi, avvicinarsi alle vette americane;

– progressivo allontanamento, con modalità riservate e con incentivi, dei consulenti con portafogli inferiori a 15-20 milioni;

– selezione e formazione specifica di un numero limitato di risorse umane più giovani, provenienti dal mondo universitario, da finanziare tramite la riduzione dei costi derivante da quanto previsto al punto precedente, arrivando così al pensionamento dei consulenti over 55 con forze fresche, di età media 35 anni, a cui riassegnare le masse a fronte di margini provvigionali molto ridotti.

Nella mente degli “architetti” della MiFID, tutto questo dovrebbe migliorare il sistema, ma non tiene in conto della possibile evoluzione del sistema finanziario americano, ed anzi sembra assumere per scontato che la media USA di AUM (Asset Under Management) per consulente rimanga ferma.

Le variazioni della ricchezza amministrata dai consulenti finanziari, prendendo in esame il periodo 2008-2020, sono state notevoli, al pari delle riduzioni dei margini di guadagno per le reti, e ciò testimonia la tendenza in atto di cui parlavamo prima. Banca Generali, per esempio, ha più che quadruplicato la sua raccolta, seguita da Azimut (205%), Mediolanum (198%) e Fineco (173%), mentre l’incremento più contenuto è quello di Fideuram (+84%) che però partiva da 60,5 miliardi di masse amministrate già nel 2008. Se analizziamo il numero di consulenti, i dati cominciano ad essere contrastanti. Si va dalla crescita di Azimut (+68%) e di Banca Generali (+51%), alla cura dimagrante di Allianz Bank (-26%), Mediolanum (-19%) e Fineco (-5%). La diminuzione della forza vendite, naturalmente, ha determinato un deciso miglioramento della AUM media per consulente, eccetto Banca Generali che ha registrato una crescita record di AUM per consulente (+ 273%) pur avendo aumentato il numero di professionisti. Le altre reti, invece, hanno ridotto il numero di consulenti e, quindi, aumentato l’AUM media (Mediolanum + 268% e Allianz Bank +213%).

LA DISSONANZA COGNITIVA. A monte di tutto sembra predominare un piano mosso da una serie di luoghi comuni usati strumentalmente, più che dall’industria, dalla politica europea. La MiFID, infatti, ha inviato alcuni inaccettabili messaggi subliminali al sistema. Il primo è che la riduzione dei margini di ricavo seguiti all’introduzione delle due MiFID siano il “prezzo” che i consulenti finanziari debbano pagare per i presunti “eccessi” di una condotta professionale rivolta, più che alla qualità, alla ricerca di lucrose commissioni; la seconda è che i risparmiatori italiani siano tutti degli analfabeti funzionali, giacchè nel periodo considerato (2008-2020) hanno ricevuto puntualmente le comunicazioni sulle commissioni pagate, scritte nella loro lingua madre, e non le hanno capite.

Eppure, qualunque conferma di investimento, fin dagli albori della consulenza finanziaria – quando ancora non era stato codificato neanche il termine “promotore” – ha sempre recato in maniera chiara ed inequivocabile l’entità delle commissioni pagate. Pertanto, si fa strada la convinzione che, a rafforzare gli evidenti interessi politici – le banche e le reti non si sarebbero neanche sognate di mettere in campo le due MiFID – sia esistita una sorta di meccanismo manipolativo, a sua volta agito attraverso l’induzione di una c.d. “dissonanza cognitiva” (concetto introdotto da Leon Festinger nel 1957), ossia una contraddizione interna che porta qualcuno a parlare e a pensare in modo contrario a ciò che sente e percepisce, o a ciò che un ragionamento logico suggerirebbe. La sudditanza ad un sistema – economico o politico – implica sempre l’esistenza di una o più dissonanze cognitive, un pò come il prigioniero che vede un amico nel proprio carceriere, nonostante questi lo abbia privato della sua libertà.

Leon Festinger

La “ricetta” della manipolazione consta di alcuni passaggi chiave. Il più importante è la provenienza dei principi che spingono all’azione: se essi non provengono dalla “pancia” (i consumatori, ossia la Domanda), bensì “calati dall’alto” dal sistema stesso (l’Offerta), il rischio di dover utilizzare una manipolazione collettiva esiste sempre, e assicura il buon esito delle operazioni che il “manipolatore” si è prefissato di raggiungere.

Facciamo un esempio pratico. Ricordate il recente caso della modella di Gucci “non esattamente bella”, ma designata quale nuovo canone di bellezza “non convenzionale”? In sintesi, Gucci ha scelto come testimonial una donna che palesemente mostra un aspetto contrastante con il ruolo assegnatole nel campo della moda, dove le indossatrici – magrezza a parte – sono oggettivamente e mediamente belle o addirittura bellissime. Chiunque, vedendo la sua foto, ha sentito immediatamente che c’era qualcosa che non andava; però, contestualmente, quella sensazione di contrasto – e la reazione negativa che ne è seguita – è stata indicata dai media come “sbagliata”, al punto che chi non la pensava come Gucci veniva additato come individuo mediocre, per nulla aperto al progresso e capace solo di giudicare una donna per il suo aspetto “convenzionale“.

In pratica, con la minaccia di tale “punizione sociale”, ben veicolata dai media e dal marketing, si sono spinte le persone a pensare l’opposto di ciò che sentivano, e a “farsi piacere” la modella di Gucci. Trasponendo il concetto sulla MiFID, la possibile dissonanza cognitiva si potrebbe riassumere così: si dice ripetutamente che la trasparenza è importante, ma che fino ad oggi non è stata garantita ai risparmiatori; quindi, bisogna rivoluzionare tutto, e se non sei d’accordo passi per consulente avvezzo solo al business ed al tornaconto personale. Questo fa sentire immediatamente che c’è qualcosa che non va (dissonanza cognitiva), dal momento che i limiti ed i sacrifici economici – solo per i consulenti finanziari – dettati dalle due MiFID non sono mai piaciuti nè agli interessati nè alle mandanti, e la trasparenza, prima delle MiFID, c’era eccome: i clienti ricevevano puntualmente una comunicazione scritta, per posta, recante il resoconto dell’operazione effettuata, con evidenza delle spese sia in percentuale che in valore assoluto, mentre oggi, con le comunicazioni inviate quasi esclusivamente online (per chi ha l’home banking, e cioè quasi tutti, anziani compresi), solo una piccola parte della clientela le legge (si stima non più del 15%), per cui possiamo concludere che c’era più trasparenza prima della MiFID che oggi.

In definitiva, Politica e Finanza dovrebbero viaggiare lungo due rette parallele, che per definizione non si incontrano mai. Nel caso della MiFID, invece, pare si siano incontrate, ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Con buona pace del progresso e dell’indipendenza professionale.

Risparmio, nessuna fuga dei clienti durante la fase 1. Consulenza indipendente, mano tesa ai colleghi delle reti

Come stanno reagendo clienti, reti e consulenti agli effetti del Covid19 sui mercati? Il mondo della consulenza indipendente lancia un invito ai colleghi delle banche-reti:  il momento per fare una scelta professionale è adesso. Verso un modello anglosassone di consulenza finanziaria?

L’esperienza della pandemia, oggettivamente, ci mancava, e con essa possiamo dire che l’umanità stia compiendo un passo avanti nella conoscenza dei propri limiti e nella consapevolezza della priorità di alcuni valori irrinunciabili. la nostra vita ha fatto i conti, nel breve volgere di pochi giorni, con una rapida escalation degli eventi, e se qualcuno, a gennaio 2020, vi avesse detto che, per esempio, nei successivi tre mesi avreste provato piacere nel fare due passi attorno all’isolato, o salutato come una vittoria il poter far visita ad un parente, lo avreste preso per matto.

Alcuni elementi sono emersi con forza. In particolare, la pandemia – che è ancora in corso – ha confermato che, in una elementare scala di valori del genere umano, la salute viene prima del denaro. La riprova è nel comportamento dei risparmiatori i quali, di fronte agli effetti più gravi scatenati dal Covid19 sui mercati, non hanno opposto alcuna fuga irrazionale, bensì una composta comprensione del momento generata – appunto – dalla fortissima paura per la propria salute.

I risultati di periodo confermano quanto sopra: i riscatti hanno colpito meno dell’1% del patrimonio gestito complessivamente dalle case di investimento, ed i flussi in uscita hanno riguardato soprattutto le gestioni collettive di tipo aperto. Ed anche la fase 2 vede un clima complessivamente sereno, a cui ha contribuito certamente la capacità dei professionisti di rimanere accanto ai clienti anche nei momenti più gravi, assicurando una sorta di “prossimità remota” che proprio i clienti hanno apprezzato.

Nonostante ciò, mentre il Governo ha concesso per la prima volta un (molto) parziale allentamento delle misure contenitive – che oggettivamente crea soltanto l’illusione di un ritorno alla normalità – non tutto appare così grave nel mondo della consulenza finanziaria, sia per i segnali provenienti dalle reti sia, soprattutto, per il comportamento generale dei clienti. Infatti, secondo uno studio condotto da McKinsey & Co. per Anasf, emerge anche che pochissimi risparmiatori si sono resi più liquidi, sebbene sia cresciuto diffusamente il desiderio di ridurre la volatilità attraverso la richiesta di prodotti a capitale protetto (certificate, ad esempio, oppure soluzioni assicurative con protezione 75-85% del capitale). Solo il 5% delle masse di risparmio dei consulenti è stato spostato a liquidità, con un valore complessivo poco significativo.

Pertanto, nonostante i meccanismi di sicurezza della MIFiD II abbiano mostrato tutti i loro limiti, adesso è forte la sensazione che, dopo un ulteriore periodo di sacrifici, ci sarà una ripresa forte, ancorata più di prima alle professionalità che questa crisi ha evidenziato nella categoria dei consulenti. Per questi ultimi, però, rimangono tutti gli interrogativi per il futuro della professione, stretta ancor di più nella morsa della progressiva riduzione dei margini e del fisiologico rallentamento delle attività di relazione e di prossimità tradizionalmente usate nello svolgimento della professione. Infatti, sempre secondo l’indagine di McKinsey, per gli intervistati il nuovo contesto avrà degli impatti sulla gestione del rapporto con i clienti, ed oltre uno su tre dichiara di voler aumentare la relazione da remoto e di utilizzare maggiormente la web collaboration. Non mancano, però, le ombre; i consulenti temono di perdere circa il 3% dei clienti entro fine anno e stimano una performance media dei portafogli del -5%.

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Come conseguenza di questa fase molto complicata sta emergendo la fortissima accelerazione dei processi di digitalizzazione in ogni area della Società, velocizzando il trend già in corso e anticipando fenomeni che, senza il Covid19, avrebbero richiesto ancora qualche anno di tempo prima di affermarsi.

Come sta andando sul fronte delle reti? Non male. Azimut, per esempio, sottolinea come sia continuata in maniera positiva  l’attività di reclutamento in Italia di consulenti finanziari e private banker: 31 nuovi ingressi  nel primo trimestre del 2020, che portano il totale a 1804 risorse umane di rete (N.B. il 20 maggio sarà distribuito un dividendo di 1 euro per azione, interamente cash).

Nell’universo Mediobanca/CheBanca! Non sono stati registrati incrementi nei riscatti da parte della clientela Affluent e Private, e la nuova raccolta del trimestre si attesta a circa 1,1 miliardi (liquidità 0,6 miliardi e masse gestite-amministrate 0,5 miliardi). La rete ha raggiunto i 1.000 professionisti (+20 da dicembre scorso: 14 consulenti finanziari, un gestore dedicati e 5 bankers).

La raccolta netta totale di Banca Generali, ad aprile, si è attestata a 408 milioni euro, in piena crescita anche durante l’emergenza, facendo salire la raccolta da inizio anno a oltre 1,9 miliardi. In particolare, gli strumenti digitali della banca hanno consentito ai consulenti la piena operatività anche da remoto.

In Banca Mediolanum, Massimo Doris afferma che dal punto di vista commerciale la rete non ha vissuto sia la fase 1 che la fase 2, ed ha continuato ad andare benissimo, tanto da considerare una possibile revisione al rialzo del target di raccolta netta a fine 2020 (stabilito in 5 miliardi euro).

Nel frattempo, , dal fronte della consulenza indipendente arriva un chiaro invito per i consulenti finanziari non autonomi. Secondo Consultique, la prima realtà italiana a portare avanti, da circa venti anni, la mission dei c.d. fee only (consulenti pagati esclusivamente dal cliente, a parcella) i consulenti non autonomi dovrebbero ripensare e riorganizzare il futuro, individuando una “exit strategy” verso i servizi indipendenti, remunerati dalla clientela con un onorario, in modo trasparente e chiaro. Questa scelta, secondo Luca Mainò (Founder e Managing Partner di Consultique), va maturata adesso, altrimenti si corre il rischio, nel prossimo futuro, di vedere i propri clienti cambiare advisor, preferendone uno che sia in grado di erogare servizi che solo un indipendente può offrire. L’attuale consulente, in sintesi, rischierebbe anche nel breve periodo di trasformarsi in un semplice esecutore di raccomandazioni, senza più alcun ruolo a contenuto  professionale.

In sostegno dell’opinione di Consultique giunge l’esperienza dei paesi più evoluti del nostro dal punto di vista finanziario, che hanno tracciato da tempo la strada per una vera indipendenza. Nel modello anglosassone, per esempio, esiste una sorta di cooperazione fra tre figure professionali che, pur mantenendo le proprie caratteristiche, conservano la loro autonomia: cliente, banca depositaria e consulente. Il modello anglosassone, in questo modo, comporta benefici per ognuna delle figure che ne fanno parte. Infatti:

– il cliente sceglie personalmente la banca di sua fiducia presso la quale depositerà il denaro in custodia,

– il cliente sceglie il consulente a cui affidare la gestione del proprio patrimonio depositato in quella banca,

– il consulente opera in piena tranquillità ed indipendenza, senza conflitto di interesse e senza vincoli commerciali di alcun tipo, nel rispetto di un contratto di gestione di portafoglio,

– la banca depositaria, in qualità di custode, ha una funzione di controllo sull’operatività e sulla buona diligenza,

– Il consulente controlla che la banca esegua le disposizioni impartite dal cliente secondo le condizioni ed i tempi concordati.

Il vantaggio più evidente, oltre alla eliminazione del conflitto di interessi, è la certezza dell’esecuzione degli ordini, che così ricadrebbero sotto il controllo del consulente, come accade oggi in Italia per quelli abilitati fuori sede (ma non per gli indipendenti).

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A ben vedere, il modello anglosassone di consulenza finanziaria rappresenterebbe la migliore soluzione per tutti i professionisti della finanza, un ideale punto di incontro per entrambe le categorie di consulenti, indipendenti e non. L’abbattimento del vincolo di mono-mandato, poi, assicurerebbe anche all’industria del risparmio gestito di prosperare e di trovare nuovi e più durevoli sviluppi di mercato, ed alle banche-reti, forti della esperienza ormai quarantennale nella prossimità alle famiglie-clienti, di modificare l’attuale modello di business (già in declino) basato sulla sola distribuzione, trasformandolo in modello di rete di consulenza vera e propria – in cui il vincolo di mono-mandato sarebbe solo una opzione contrattuale, remunerata, a discrezione del professionista – e sviluppando quello delle già esistenti SCF (società di consulenza finanziaria).