La battaglia che si sta combattendo sul Recovery Fund probabilmente nasconde una posta in palio ben più importante per alcuni paesi dell’UE con un fisco più “generoso” degli altri. Dietro l’ipocrisia della frugalità, interessi inconfessabili ed una implicita richiesta di garanzie, da parte di Olanda, Irlanda e Lussemburgo, sul tema della diversa imposizione fiscale.
Cosa nasconde il dibattito sul Recovery Fund, condotto dall’Olanda con cinica opposizione da quando è stato concepito? Qual è la vera contropartita? Sono domande solo apparentemente senza risposta, perché la vera posta in palio, ormai, è diventata come il “segreto di Pulcinella”.
Fino ad oggi, è bene precisarlo subito, l’Italia ha fatto quasi da sola, e gli effetti negativi sull’economia si vedono tutti. A parte il programma di Quantitative Easing, che serve soltanto a creare la base di liquidità “a prestito”, è mancata del tutto quella “a fondo perduto”, e cioè l’unico vero aiuto per degli stati che si trovano in estrema difficoltà finanziaria. Dopo quattro mesi, infatti, il tanto strombazzato intervento di aiuti straordinari per i paesi europei sta ancora lì, sul tavolo delle trattative, tenuto in stallo da un gruppo di paesi definiti generosamente da una stampa ruffiana come “frugali” – la traduzione più esatta sarebbe quella di “parsimoniosi” – che di frugale non hanno proprio nulla. A capo di questi paesi che ci remano contro per vile calcolo finanziario c’è l’Olanda, guidata da Rutte (cognome che richiama in Italia buona digestione), che già si era distinta tra Marzo ed Aprile come sospetto sicario di una Merkel allora allineata, per calcolo politico, con il gruppetto dei frugali.
A Bruxelles, sede della Commissione Europea, lo scorso 17 luglio è cominciata la partita finale, quella in cui i ricatti diventano troppo insistenti per non rivelare la vera poste in gioco, che Giuseppe Conte – o chi per lui – ha fatto uscire nei mesi scorsi in tutta la loro chiarezza: la tassazione più bassa riservata alle aziende dall’Olanda, che di fatto è un paradiso fiscale, al pari di Irlanda e Lussemburgo, all’interno dell’UE.
Questo significa, in soldoni, ricevere concorrenza sleale che fa danni a tutti, e che solo in Italia genera mancati introiti per diversi miliardi ogni anno.
La riunione sul Recovery Fund, cioè il fondo da 750 miliardi di euro che dovrebbe far ripartire l’economia UE dopo il disastro della pandemia, non ha ancora messo d’accordo i 27 primi ministri UE, soprattutto sul modo in cui questi soldi vanno distribuiti. Secondo il piano di Germania e Francia di fine Marzo, di questi 500 dovrebbero essere sovvenzioni, e 250 prestiti, ma questa ipotesi non piace ai cosiddetti paesi frugali, cioè Austria, Danimarca, Olanda e Svezia (ed anche la Finlandia sembra avere la stessa linea).
Ufficialmente, a condurre questa guerra ad oltranza contro il Sud Europa sono Il primo ministro austriaco, Sebastian Kurz (Partito Popolare), il primo ministro danese, signora Mette Frederiksen (partito socialdemocratico), la premier della Svezia è Stefan Löfven (socialdemocratica) ed il premier olandese Mark Rutte (Vvd, partito conservatore liberale europeista). A questi si potrebbe aggiungere anche il primo ministro finlandese, signora Sanna Marin, che però ancora non si svela apertamente.
E Irlanda e Lussemburgo, cosa c’entrerebbero? Siamo sicuri che il lezioso Rutte non rappresenti anche loro, in qualche modo?
I motivi ci sarebbero, eccome, ed è perfettamente lecito sostenerlo al di là di ogni bislacca ipotesi “complottista”. Secondo il presidente dell’Antitrust Roberto Rustichelli, sentito in audizione alla Camera, paesi come l’Irlanda, l’Olanda e il Lussemburgo sono veri e propri paradisi fiscali dell’area Euro, che attuano pratiche fiscali aggressive e, anche grazie a queste pratiche, registrano elevatissimi tassi di crescita sia del PIL (dal 2015 il PIL italiano è cresciuto solo del 5%, quello dell’Irlanda del 60%, quello del Lussemburgo del 17% e quello dell’Olanda del 12%) che del reddito pro capite (Italia 2019 pari a euro 28.860, Lussemburgo euro 83.640, Irlanda 60.350 e Olanda euro 41.870).
Il flusso degli investimenti internazionali è lo specchio del fenomeno, dal momento che quelli effettuati in Italia sono pari al 19% del PIL, mentre il Lussemburgo attrae investimenti pari a oltre il 5.760%, l’Olanda al 535% e l’Irlanda al 311%.
In tutto ciò, l’Unione europea nel complesso ci perde, dal momento che le multinazionali localizzano le loro sedi proprio nei paesi europei con una tassazione più favorevole, realizzando un gettito fiscale complessivamente inferiore. Secondo alcuni uffici studi, per esempio, il fisco italiano perde la possibilità di tassare oltre 23 miliardi di dollari di profitti, perchè 11 miliardi vengono spostati in Lussemburgo, oltre 6 miliardi in Irlanda, 3,5 miliardi in Olanda e circa 2 miliardi in Belgio. Ciò comporta un danno per l’Italia che può essere stimato tra i 5 e gli 8 miliardi di dollari l’anno.
Tutti questi dati, che certo non sono una novità, sono saltati fuori soltanto quattro mesi fa, allo scoppio della pandemia, quando tutti litigavano e l’Unione Europea sembrava aver fatto definitivamente il suo corso. Oggi, dopo estenuanti trattative, i paesi litigano ancora, e l’ipotesi che la posta in gioco sia quella della concorrenza fiscale si fa sempre più reale. Infatti, un negoziato che tratta su 50 miliardi in meno (su 500) di fondo perduto non è credibile, se dietro le quinte non ci sia qualcosa di più “sostanzioso”, ossia un patto di non belligeranza sul tema della tassazione, che vale 70 miliardi l’anno. Tanto è quanto i paradisi fiscali europei sottraggano ogni anno agli altri paesi della UE, grazie alle tasse basse e alla libera circolazione dei capitali.
Troppo, per rinunciarvi.



L’abbrivio è continuato fino a ieri, quando Ursula von Der Leyen, rispondendo ad una lettera dell’eurodeputato tedesco Sven Giegold, ha dichiarato che “…la recente sentenza della Corte costituzionale federale solleva questioni che toccano il nucleo stesso della sovranità europea, ma la politica monetaria dell’Unione è una competenza esclusiva comunitaria, ed il diritto dell’Ue ha la precedenza sul diritto nazionale”. Inoltre, ha proseguito la Von Der Leyen, “la Corte di giustizia europea di Lussemburgo ha sempre l’ultima parola sul diritto dell’Ue e le sue sentenze sono vincolanti per tutti i tribunali nazionali”.
Dietro la sentenza della Corte federale tedesca, accolta con finta rassegnazione dal governo conservatore della Merkel, pare ci sia il desiderio di una soluzione inaspettata della “questione europea”: l’uscita della Germania dall’UE, insieme ad un ricchissimo “bottino” procacciato in venti anni di guerra finanziaria e commerciale perpetrata allegramente ai propri alleati dell’Unione, ai quali va rimproverato la passiva accettazione dell’enorme surplus tedesco, contrario alle regole fondanti dell’Unione e mai fatto valere, per timore verso il paese dominante, in tutte le sedi europee.
Del resto, dopo la sospensione del Patto di Stabilità – un vero e proprio “totem” per i paesi fondatori dell’UE – si è cominciato a respirare un clima da “liberi tutti”, che evidentemente è piaciuto molto anche all’Establishment tedesco. Per chi non ha ben presente la questione, derogare al Patto di Stabilità significa, di fatto, sospendere l’insieme di regole – trattato di Maastricht: limite di deficit/Pil al 3% e debito sotto il 60% della ricchezza nazionale – che governano dal 1997 le politiche di bilancio degli Stati membri e che sono state allargate nel corso degli anni successivi fino a giungere al famigerato Fiscal Compact.
Come nel più classico dei film polizieschi, ci sono tutti i personaggi: l’imputato (Conte), i poliziotti cattivi (Merkel, Lagarde e soprattutto il rude olandese Rutte, dal cognome che evoca buona digestione) ed i poliziotti buoni (il presidente della Repubblica tedesca Frank-Walter Steinmeier, Ursula Von Der Leyen e Mario Draghi). Ci sono anche quegli attori (
Pertanto, le trattative sui c.d. Coronabond sono finite come la Merkel aveva già annunciato ieri sera, mettendo una pietra tombale sulla possibilità che potesse essere messo in campo qualcosa – sia anche un normalissimo titolo obbligazionario “europeo” – che ci accomunasse tutti in uno stesso popolo. Invece, il messaggio è chiaro: nessuno di questi paesi vuole avere qualcosa in comune con l’Italia, che è un semplice mercato di sbocco, possibilmente da depredare come già hanno fatto, nella Storia Moderna, Napoleone ed Hitler.
Diversi fattori: l’inadeguatezza – per alcuni si parla addirittura di negligenza – dei controllori, la complicità (quanto involontaria?) dei massimi esponenti politici internazionali di turno e, soprattutto, la presenza dei professionisti delle vendite allo scoperto (c.d. Hedge Fund), veri e propri “avvoltoi” pronti a banchettare sul cadavere del risparmio gestito e di intere economie. Infatti, oggi sappiamo che a Marzo 2020 il fondo speculativo Bridgewater (circa 150 miliardi di USD in gestione) ha scommesso, vendendo allo scoperto, 5,2 miliardi sul calo di sedici società quotate francesi, 4,8 miliardi contro diverse aziende tedesche, 1,7 miliardi contro cinque società olandesi e circa 2 miliardi su cinque società spagnole e tre italiane. Si parla, quindi, di una massa di 13,7 miliardi di vendite allo scoperto che avrebbero fruttato al Bridgewater Fund una plusvalenza di circa 25 miliardi (e 5 miliardi di commissioni di performance) in poco più di una settimana, arricchendo i suoi partecipanti e fondatori che – giova dirlo – erano già ricchissimi.
In definitiva, quanto è costato ai risparmiatori l’incredibile indecisione della Consob? La risposta, probabilmente, è ancora da scrivere, ed il consuntivo potrà essere definito solo tra qualche mese, quando i mercati sapranno intravedere con chiarezza gli scenari economici futuri e, anticipando gli eventi, ricostruiranno gradualmente il valore perduto. I fondi speculativi e la Consob, però, in quanto a responsabilità sono in buona compagnia; infatti, il mondo – e i risparmiatori italiani, in particolare – hanno già potuto constatare come Angela Merkel e Christine Lagarde, arrivate da “avversarie” (per via del forte disaccordo sulle misure economiche da adottare in UE per affrontare una possibile recessione) all’appuntamento con l’emergenza Covid-19, si sono poi rinsaldate nei loro discutibili intenti contro la nostra economia e rivelate attrici protagoniste della peggiore politica internazionale, perfette interpreti di una storia già scritta nel fine settimana del 6-8 Marzo 2020 e, per questo, ancora tutta da chiarire.








