Giugno 4, 2026
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La vittoria di Trump rafforza dollaro e tassi di interesse

I tassi di interesse torneranno a salire, spinti dall’aumento dei dazi e dal taglio delle imposte. A livello settoriale, in portafoglio focus sul settore finanziario, industriale, chimico e beni di consumo.

di Filippo Garbarino, gestore del fondo Lemanik Global Equity Opportunities

La vittoria di Donald Trump ha due effetti principali. Il primo effetto è legato a un’aggressiva politica di aumento dei dazi, destinata a far crescere l’inflazione. Maggiore inflazione si tradurrà in tassi di interesse più alti, pressione sulle obbligazioni a medio-lunga scadenza e un dollaro più alto. Il secondo effetto è invece legato alla politica fiscale. È probabile che il partito repubblicano tagli ulteriormente le imposte, sia aziendali che personali. Ciò si tradurrà in un deficit governativo più elevato ma anche in un impulso positivo ai consumi e utili aziendali in crescita. Anche la politica fiscale pertanto dovrebbe far salire i tassi di interesse, con conseguente impatto negativo sulle obbligazioni e positivo sul dollaro.

I dati recenti evidenziano che le banche centrali hanno vinto la guerra contro l’inflazione. L’indice dei prezzi al consumo Usa si è normalizzato, da un livello massimo del 9.1% all’attuale 2.4%. Il mercato del lavoro si sta ribilanciando, con il tasso di disoccupazione Usa attualmente sopra il 4% dopo aver raggiunto un minimo del 3.4% nel 2023. Pertanto, la Federal Reserve ha iniziato il suo ciclo di riduzione dei tassi con un taglio di 50 punti base in settembre e di altri 25 a novembre. L’economia Usa rimane in fase di espansione. Tuttavia, ci sono alcuni punti deboli nell’economia globale che devono essere monitorati da vicino. I prezzi alti dei beni e dei servizi stanno mettendo pressione ai consumatori e vi è stato un periodo prolungato di contrazione degli indici del settore manifatturiero. L’economia cinese e quella tedesca sono in stagnazione. Il mercato immobiliare è ancora debole a causa degli alti tassi di interesse sui mutui.

Tali punti di debolezza hanno contribuito al processo di normalizzazione dell’inflazione. La Federal Reserve sembra intenzionata a continuare ridurre i tassi nel caso in cui il quadro occupazionale si deteriori o l’inflazione scenda più del previsto. Pertanto, continuiamo a ritenere che lo scenario macroeconomico per i mercati azionari sia relativamente favorevole. L’S&P 500 quota a un multiplo di 23x gli utili del prossimo anno e l’S&P 500 Equalweight è più economico, approssimativamente a 18x. Tali livelli di valutazione non sono economici. Tuttavia, riteniamo che utili societari in crescita porteranno ad un rialzo moderato delle azioni durante i prossimi 12 mesi. A livello settoriale, il portafoglio non ha banche e petroliferi, settori considerati troppo rischiosi. Il portafoglio è sovrappeso sul settore finanziario, industriale, chimico e beni di consumo. I tecnologici sono sottopesati e non vi è esposizione sul settore hardware.

Al bando l’eccessiva liquidità in conto corrente, è ora di investire in obbligazioni. Ecco perché

Gli amanti della liquidità di conto corrente di fronte ad un bivio. Alcune buone ragioni per investire nelle obbligazioni ed evitare il “loop” delle offerte di tassi creditori al ribasso.

Di Massimo Bonaventura

Negli ultimi 15 anni, il sistema bancario è stato sempre più dipendente dai margini generati dal risparmio gestito per via del quasi azzeramento dei ricavi derivanti dall’intermediazione dei tassi di credito/debito (c.d. “forbice dei tassi). Prova ne sia che le banche-reti di consulenza finanziaria, prima “figlie minori” (ma carine) delle capogruppo, nello stesso periodo hanno letteralmente salvato gli utili dell’industria bancaria iniettando provvidenziali flussi di cassa in un sistema che, altrimenti, avrebbe rischiato il collasso sotto i colpi dei tassi a zero.

Tuttavia, già due anni prima della pandemia, e nonostante le politiche espansive con cui le banche centrali assicuravano una crescita “drogata” del mercato azionario, la tendenza dei risparmiatori a detenere grandi quantità di denaro in conto corrente aumentava mese dopo mese, in particolar modo dopo il 2018, anno in cui i mercati azionari e obbligazionari – preludio del biennio 2022-2023 – si sono espressi entrambi in modo pesantemente negativo, incidendo così sulla propensione al rischio degli investitori.

Lungo tutto questo periodo, il travaso costante dal risparmio amministrato a quello gestito e la conseguente sostenibilità degli utili bancari hanno mascherato il fenomeno, ma negli ultimi due anni il crollo dei prezzi dei bond e delle azioni, seguito allo spegnimento del Quantitative Easing e all’aumento dei prezzi al consumo, hanno determinato una corsa graduale al rifugio del denaro – spesso disinvestito in perdita – in conti correnti che hanno continuato ad offrire tassi prossimi allo zero, e solo di recente tassi creditori decorosi, ma solo per il breve periodo.

In verità, prima del 2022 non sono mai mancati gli “appelli” del mondo bancario all’impiego di tale liquidità in soluzioni di investimento della più svariata natura – dai BTP indicizzati all’inflazione ai fondi specializzati – ma molti risparmiatori sono rimasti sordi per lungo tempo a questi richiami, anche quando tali consigli di investimento, qualora ascoltati, tra giugno 2020 e settembre 2021 avrebbero alleviato non poco le minusvalenze realizzate nel 2018, grazie anche ai recenti buoni ritorni in conto capitale generati dai mercati. Pertanto, al punto in cui siamo arrivati – tutti in attesa di un punto di svolta dei mercati azionari che, invece, stenta ad arrivare – possiamo annoverare tre categorie di risparmiatori, e ad ognuna di queste possiamo attribuire specifiche caratteristiche. La classificazione non è esaustiva, ma serve a comprendere e a rendere omogenei alcuni stati d’animo tipici degli investitori che, altrimenti, sarebbe difficile individuare.

Al primo posto c’è il “risparmiatore liquido di lungo corso”, ossia colui che detiene molto denaro in conto corrente fin dal 2018-2019 e fino ad oggi non ha voluto investire in nessuno strumento finanziario. Chi appartiene a questa categoria ha, tutt’al più, valutato investimenti immobiliari ma ha finito per rimanere in una situazione di stallo, non scegliendo né l’uno nell’altro. In ogni caso, il suo “mood” da investitore è stato positivo tra il 2019 ed il finale del 2023, avendo evitato un paio di periodi di forte stress (marzo-giugno 2019 e novembre 2021-novembre 2023) e questo gli dà la piacevole sensazione di aver limitato al massimo le minusvalenze e di essere stato più abile degli altri. Adesso, però, il suo ottimismo comincia a scricchiolare perché si è già perso i rialzi avvenuti da ottobre 2023 ad oggi e ora non sa se e come rientrare. Nel frattempo, ha spostato da pochi mesi la liquidità sui conti remunerati al 3-4% lordo e si illude di aver recuperato la perdita di potere d’acquisto causata dall’inflazione del biennio 2022-2023 (-18%); ma non riuscendo ad uscire dallo stallo, quasi certamente perderà i guadagni dei prossimi tre anni e, ad un certo punto, rimarrà orgogliosamente liquido anche contro ogni evidente e migliore alternativa offerta dai mercati.

Al secondo posto troviamo il “risparmiatore liquido debuttante”, e cioè quella persona o famiglia che ha appena costituito una buona riserva di liquidità derivante da svariate fonti (eredità, vendita immobiliare, erogazione TFR, riscatto polizza) ed è ineluttabilmente attratta dalle offerte di conti ben remunerati (anche il 5% lordo) ma per brevissimi periodi (6 mesi al massimo). Questa categoria di risparmiatori, senza alcuna storia di investimento e con un livello di educazione finanziaria molto più basso della media (che è già molto bassa in Italia), rischia di entrare nel “loop” delle offerte sulla liquidità che, secondo le previsioni sui tassi, non dureranno più di un anno e mezzo e saranno comunque rinegoziate al ribasso ogni sei mesi. Rispetto al “risparmiatore liquido di lungo corso”, costui è stato indenne dall’inflazione (non aveva risparmio) e, quindi, non la conosce e non la teme.

Al terzo posto, infine, c’è “l’investitore investito”, ossia quel tipo di risparmiatore che ha mantenuto gli investimenti effettuati prima del “biennio terribile” appena superato e le ha prese su tutti i fronti: crollo mercato azionario e obbligazionario più perdita di valore reale degli investimenti a causa dell’inflazione. Costui, nel frattempo, ha accumulato anche asset liquidi che non investe per paura di perdere ancora, però ha beneficiato dei rialzi da ottobre 2023 ed ha riacquistato un po’ il sorriso. Adesso è tentato dalla scelta (insensata) di disinvestire gli asset azionari anche con un po’ di perdita – comunque inferiore rispetto a quanto avrebbe ricavato disinvestendo fino ad ottobre scorso – e parcheggiare il ricavato in un conto remunerato e vincolato con durate 24-36 mesi, almeno finchè dura la festicciola dei tassi creditori.

Tutte e tre le categorie di risparmiatori sono accomunate da una certa avversione al rischio, e vedono con paura o diffidenza l’investimento nel settore azionario. Costoro, però, avrebbero almeno due buone ragioni per scegliere quanto meno una entrata decisa nel mondo delle obbligazioni. La prima è rappresentata dal fatto che l’allocazione difensiva, che oggi rivede i bond come strumenti di ritrovato interesse strategico, è molto importante per via dell’attuale scenario macro, che presenta un elevato rischio tra timori di una recessione, tensioni geopolitiche e futura volatilità azionaria legata alle elezioni americane di novembre. La seconda buona ragione è data dalle straordinarie opportunità di rendimento che le obbligazioni offrono agli investitori, grazie ai rendimenti che sono ancora vicini ai massimi decennali e, soprattutto, sono ancora assicurabili per i prossimi anni. Inoltre, le banche centrali taglieranno gradualmente i tassi nei prossimi anni – e cominceranno a farlo già nel secondo semestre dell’anno in corso – e i prezzi delle obbligazioni godranno di un sicuro rialzo. Questo scenario di ribasso dei tassi è ciò che dovrebbe più di tutto scoraggiare gli amanti della liquidità di conto corrente, poichè i tagli dei tassi si rifletteranno immediatamente proprio sui tassi creditori dei depositi non vincolati, che verranno immediatamente corretti al ribasso mentre i prezzi delle obbligazioni, per gli stessi motivi, saliranno.

Redditi da locazione ancora interessanti, ma le obbligazioni rientrano nel cuore degli investitori

Nelle grandi città d’Italia il rendimento annuo degli immobili concessi in locazione è pari in media al 5,1%, ma le obbligazioni tornano ad essere preferite tra chi non desidera caricarsi dei rischi di un affitto.

Secondo i dati più recenti pubblicati dalla rete Tecnocasa, i rendimenti offerti dagli immobili in locazione risultano essere sempre di un certo interesse per i proprietari o per chi si appresta a valutare un investimento immobiliare, ma l’investimento in titoli a reddito fisso ricomincia ad essere competitivo per via di una serie di parametri (semplicità, rischio inferiore e tassazione agevolata)  che si aggiungono ad un rendimento tornato a livelli molto interessanti – chissà per quanto tempo ancora – dopo una lunga stagione di oblio dei tassi. Infatti, nel 2022 il 16,8% delle compravendite immobiliari è stato realizzato per investimento, in leggero aumento rispetto all’anno scorso (il 2021), quando la percentuale era intorno al 16,3%.

L’inflazione in crescita, infatti, nel primo periodo del 2022 ha spinto l’acceleratore degli investimenti sul mattone per via della paura diffusa di una erosione del valore reale dei risparmi. Successivamente, via via che le banche centrali mettevano in atto la loro politica di contenimento dell’inflazione, aumentando i tassi di interesse, il rendimento dei titoli obbligazionari scendeva così tanto da rendere le obbligazioni – fino a novembre 2021 “snobbate” per via dei rendimenti effettivi prossimi allo zero o addirittura negativi – nuovamente appetibili. Oggi, infatti, il rendimento del BTP decennale è vicino al 4% (3,67% netto, senza reinvestimento delle cedole), e la sua attrattiva diventa più forte se consideriamo le imposte da pagare sui redditi da locazione e soprattutto il rischio di morosità dell’inquilino, pari in alcune regioni anche al 50% dei contratti in essere.

Soprattutto, negli ultimi dieci anni è venuto meno l’antico adagio che vedeva nell’investimento immobiliare quello “più sicuro e certo di tutti”, dal momento che i valori immobiliari sono letteralmente crollati fino al 2020 (con l’eccezione di Milano). A Genova, per esempio, il prezzo medio degli immobili è sceso del 67% in dieci anni, e solo nel 2021 c’è stato un parziale recupero delle quotazioni. Stesso andamento, sia pure con numeri meno marcati, per altre grandi città come Roma, Napoli, Torino, Bologna e Palermo. Solo nel lunghissimo periodo (1998-2022) l’investimento immobiliare risulta lievemente profittevole: nelle grandi città italiane la rivalutazione dei prezzi è stata del +43,3%, con punte del +126,0% a Milano, del +72,7% a Firenze e del +68,1% a Napoli; ben poco, a confronto con il rendimento medio dei titoli di stato nello stesso periodo (+111,2%, quasi tre volte il rendimento medio del mercato immobiliare).

Relativamente all’investimento immobiliare, l’unico segmento che si avvicina alle obbligazioni è quello degli immobili da destinare a ricettività turistica sia nelle città più attrattive che nelle località di vacanza più conosciute e meglio organizzate del territorio italiano. A parte questo, la possibilità di ottenere canoni di locazione continuativi induce prudenza nei proprietari, soprattutto negli ultimi tempi alla luce dell’incertezza e dei rincari dei costi energetici. Secondo Tecnocasa, i rendimenti annui da locazione restano comunque interessanti: per un bilocale di 65 mq nelle grandi città italiane la media si attesta intorno al 5,1%, e le metropoli che spiccano per avere i rendimenti maggiori sono: Genova con il 6,3%, Palermo con il 6,1% e Verona con il 6,0%.

Gli investitori preferiscono le aree con la presenza di atenei, di servizi (il cui peso è sempre maggiore dopo il lockdown) e sottoposte ad interventi di riqualificazione. Per chi pratica affitti brevi si punta alle mete turistiche.

I Mercati Emergenti secondo Raiffeisen Capital Management

Ci sono buone probabilità che i grandi paesi emergenti quest’anno riescano a evitare una recessione. America Latina, Asia orientale e mercati dell’Europa dell’Est sembrano promettenti.   

Il 2022 è stato un anno degno di finire sui libri di storia per i mercati finanziari. Per la prima volta da decenni, sia i corsi azionari che quelli obbligazionari hanno subito un forte calo, e questo in quasi tutti i segmenti di mercato e tutte le regioni. La diversificazione, sia delle classi di attivo che a livello geografico, ha aiutato solo in misura limitata. I paesi emergenti e i mercati sviluppati hanno perso in media (in dollari USA) all’incirca allo stesso modo, con alcune singole eccezioni al rialzo e al ribasso. L’anno in corso porterà una ripresa dei corsi nei paesi emergenti o ci sarà un nuovo calo?

In estrema sintesi, le possibilità di una sensibile ripresa di azioni e obbligazioni sono buone, ma il quadro fondamentale al momento invita (ancora) alla cautela. Questi due aspetti non si contraddicono necessariamente. Riguardo ai semplici movimenti di mercato, il 2022 – un anno senza dubbio spettacolare – può essere riassunto abbastanza velocemente: quasi ovunque si è registrato un forte calo delle azioni e delle obbligazioni; nel caso delle obbligazioni in parte addirittura più che sui mercati azionari. I mercati azionari sviluppati hanno ceduto in media circa il 20%, le azioni dei mercati emergenti più o meno il 22%. Le materie prime sono state una delle poche eccezioni: hanno registrato aumenti dei prezzi, soprattutto nel settore energetico. Questo ha permesso anche alle azioni delle società del settore energetico di guadagnare in modo marcato, contrariamente al trend di mercato generale.

Se si analizzano i singoli paesi emergenti, appaiono, come quasi sempre, notevoli differenze di performance. La Cina, peso massimo dei mercati emergenti, è stata tra i principali perdenti, mentre la Russia è scesa ancora di più. Anche numerosi mercati azionari dell’Europa centrale e orientale sono stati molto deboli, stretti nella morsa tra inflazione elevata e guerra in Ucraina. L’eccezione verso l’alto più importante, e probabilmente anche la sorpresa più grande, è stato il mercato azionario turco, che ha fatto registrare aumenti massicci sia in valuta locale che in dollari USA. Anche in India e Brasile i mercati azionari hanno tenuto molto bene, sfidando il trend negativo globale.

Il contesto, per ora, resta ancora difficile. I rialzi dei tassi di interesse negli USA, l’inflazione, l’aumento del dollaro USA, le interruzioni del commercio globale dovute alle sanzioni occidentali contro la Russia nonché la rigida politica cinese riguardo al Covid-19 hanno pesato gravemente sulle economie di molti mercati emergenti, e per il momento le sfide dovrebbero continuare. Tuttavia, ci sono buone probabilità che almeno i grandi paesi emergenti quest’anno riescano a evitare una recessione. La ripresa economica in Cina potrebbe trasformarsi in un importante sostegno per i mercati emergenti, ma è ancora largamente incerto quanto forte e quanto veloce possa essere la ripresa della congiuntura cinese.

Molte banche centrali dei paesi emergenti hanno aumentato in modo aggressivo i tassi di interesse nel 2022. Questo, insieme all’inflazione ancora abbastanza elevata, dovrebbe pesare significativamente sulla crescita economica. Ad eccezione di Cina e India, che hanno un mercato interno molto grande, la maggior parte delle economie dei paesi emergenti segue la congiuntura globale con un certo ritardo, ma ciò non deve necessariamente essere così anche per i mercati finanziari. Infatti, dopo anni in cui le azioni dei paesi emergenti sono rimaste molto indietro rispetto ai mercati sviluppati (in particolare agli USA), potrebbe essere giunto il momento di registrare un andamento superiore alla media. Il timore di perdere un eventuale movimento al rialzo potrebbe portare ad afflussi significativi di capitali e quindi a rialzi dei corsi, anche se i dati fondamentali ancora non lo permetterebbero.

Negli ultimi due, tre mesi si sono già manifestate tendenze in questa direzione. Tuttavia, in un primo momento potrebbero ancora verificarsi delle correzioni, possibilmente sulla scia di un peggioramento dei dati economici globali, di delusioni sul fronte dell’inflazione e dei tassi di interesse o a seguito di un nuovo rafforzamento del dollaro USA. Nel complesso, le prospettive a lungo termine per le azioni dei paesi emergenti sono buone, nonostante i rischi economici e geopolitici che indubbiamente esistono. Soprattutto l’America Latina, l’Asia orientale e i mercati dell’Europa dell’Est attualmente sembrano promettenti. Questi ultimi potrebbero inoltre beneficiare di un’eventuale fine della guerra in Ucraina, ma in cambio restano senza dubbio anche particolarmente vulnerabili in caso di espansione del conflitto.

Anche le obbligazioni dei mercati emergenti sembrano interessanti, e nell’anno i corso dovrebbero offrire buone opportunità. Infatti, dopo che negli ultimi anni moltissimi investitori erano fuggiti da queste obbligazioni, oggi esse sono sottorappresentate in molti portafogli. Questo vale soprattutto per le obbligazioni in valuta locale. Se dovesse affermarsi una tendenza al rialzo, il ritorno degli investitori potrebbe portare di nuovo a netti afflussi di capitale. Come sempre, rimane importante una buona selezione fra paesi, emittenti e valute.

Zest: la recessione del 2023 sarà meno profonda del previsto

Secondo Alberto Conca, bilanci delle famiglie solidi e un mercato del lavoro molto forte inducono a non farsi prendere dal panico. Le obbligazioni appaiono interessanti mentre sull’equity occorre prudenza. 

“Un inverno più mite ha aiutato a placare la crisi energetica e con il calo dei prezzi dell’energia, anche l’inflazione ha raggiunto il picco prima del previsto, sebbene l’inflazione core rimanga elevata e questo spinga la Bce a mantenere un atteggiamento restrittivo. Tuttavia, la profonda recessione che tutti noi abbiamo previsto dovrebbe essere più mite, simile a ciò che ci aspettiamo dall’economia statunitense. La riapertura dell’economia cinese contribuirà ulteriormente a fornire un supporto per quanto grave potrà essere la recessione”. È l’analisi di Alberto Conca, responsabile degli investimenti di Zest e gestore fondi della Zest Asset Management SICAV.

Le probabilità di una recessione in atto entro 12 mesi continuano ad aumentare ma è probabile che sarà di natura lieve. I bilanci delle famiglie sono solidi, con un rapporto tra debito e reddito disponibile vicino ai livelli pre-crisi finanziaria. In secondo luogo, nonostante l’aumento dei tassi dei mutui ipotecari sia stato impressionante, il suo effetto sull’economia reale si farà sentire più severamente solo in futuro, poiché i contratti attuali beneficiano ancora della politica dei tassi d’interesse prossimi allo zero del passato. Infine, il mercato del lavoro rimane estremamente forte, poiché le aziende non sono disposte a licenziare il personale dato che si aspettano solo una piccola contrazione della domanda futura, unita alla carenza di manodopera. Pertanto, con il rallentamento dei consumi e sebbene il tasso di risparmio sia il più basso possibile, ci sono buoni motivi per non farsi prendere dal panico.

In questo contesto, le obbligazioni appaiono interessanti sia in termini relativi che assoluti. Le società investment grade mostrano bilanci molto sani, con molta liquidità e bassi tassi di interesse. Con gli spread creditizi ancora elevati rispetto alla media decennale, le obbligazioni investment grade sono un acquisto allettante, soprattutto le scadenze più brevi data l’inversione della curva. Anche le obbligazioni societarie ibride offrono rendimenti interessanti in cambio dell’esposizione al livello inferiore della struttura del capitale. I segmenti più rischiosi, come quello ad alto rendimento, pur mostrando solidi fondamentali, non sembrano invece avere prezzi allettanti, soprattutto in previsione di una recessione.

Per quanto riguarda l’equity, le valutazioni sono tornate a salire a causa del recente rimbalzo dei corsi azionari e sono ancora poco attrattive. Pertanto, con una recessione incombente e valutazioni costose, una posizione prudente è il minimo che un investitore possa assumere oggi. Anche i prezzi delle materie prime cicliche sono diminuiti. Prevediamo che questa tendenza continui, ma i bassi livelli delle scorte di molte materie prime, incluso il petrolio, dovrebbero porre un limite alla discesa dei prezzi e potrebbero fungere da trampolino di lancio quando il ciclo economico si riprenderà. Al contrario, l’oro dovrebbe smettere di essere sotto i riflettori.

“A livello di valute, il dollaro ha sofferto negli ultimi mesi a causa della riduzione dei divari di rendimento tra i Treasuries statunitensi e le obbligazioni governative di altri mercati sviluppati. Prevediamo che il biglietto verde si stabilizzi ai livelli attuali: durante la fase iniziale di una recessione, il dollaro è ricercato come rifugio sicuro, mentre in una fase successiva si deprezza a causa dell’allentamento delle politiche monetarie”, conclude Conca. “L’euro potrebbe avere più spazio per correre sulla scia di ulteriori rialzi dei tassi, mentre il franco svizzero rimarrà supportato nel caso in cui la recessione sia più profonda di quanto attualmente previsto”.

Nei mercati un cambiamento strutturale, non la fine di un ciclo. Dai bond l’unica prospettiva

I livelli di bottom delle crisi precedenti non devono necessariamente essere replicati per poter affermare che il peggio è passato. Le strategie che hanno funzionato in passato potrebbero non essere più efficaci.

Risulta inferiore alle attese l’inflazione USA a ottobre 2022. Secondo il Bureau of Labour Statistics (BLS) americano, i prezzi al consumo hanno registrato un +0,4% su base mensile, contro il +0,6% del consensus e dopo il +0,4% del mese precedente. Su base annua, la crescita dell’inflazione è stata del 7,7%, inferiore al +8,2% del mese precedente ed al +8% atteso dal mercato. Nonostante i dati siano confortanti, non c’è da illudersi che la FED possa modificare in modo drastico il percorso delineato allorquando, neanche dieci giorni fa, la banca centrale ha stabilito che i tassi sono destinati a salire a un picco più alto e che solo da dicembre aumenti meno aggressivi possano essere considerati.

Infatti, le urne per le elezioni di mid-term hanno restituito la Camera ai repubblicani, con i democratici che perdono il controllo del Congresso e che in teoria sono costretti a fare pesanti compromessi con il Partito Repubblicano nelle scelte di politica economica. Ma si è trattato davvero di una sconfitta pesante per Biden? Sembrerebbe di no. Infatti, la regola delle elezioni di mid-term è che esse riservino quasi sempre cattive sorprese: quattro degli ultimi cinque presidenti, che avevano il controllo di camera e senato nell’anno della loro elezione, al mid-term hanno perso almeno una delle due camere, come Barack Obama (-63 seggi alla Camera nel 2010 e perdita del controllo di Camera e Senato al secondo mid-term) e Donald Trump (-41 seggi alla Camera in occasione dell’unico mid-term nel 2018). Per questo motivo i democratici hanno tirato un sospiro di sollievo, comportandosi quasi come se avessero vinto le elezioni grazie al pericolo scampato.

Il risultato negli Stati Uniti è da salutare con grande ottimismo in Europa? Niente affatto. Il rallentamento dell’inflazione americana potrebbe non avere alcuna influenza di lungo periodo – e neanche di breve, in base alle circostanze – finchè non ci sarà un serio cessate il fuoco tra NATO e Russia in questo conflitto armato che avviene “per procura” dell’Ucraina. L’inflazione degli Stati Uniti, infatti, è molto differente da quella europea, poiché gli USA non hanno necessità di importare gas e petrolio, per cui l’indice dei prezzi al consumo a stelle e strisce risente soprattutto dell’andamento dei consumi alimentari e dei beni di larga distribuzione. A differenza dell’Europa, in cui quasi tutti i paesi sono importatori (netti) di beni energetici e, a causa della guerra in Ucraina e della  risalita dei prezzi di gas e petrolio, soffrono di un tasso di inflazione “drogato” al rialzo.

Probabilmente, quando USA e la stessa Europa smetteranno di fornire armi all’Ucraina e solleciteranno la supremazia della via diplomatica, anche gli stati europei – in primis l’Italia – potranno beneficiare di prospettive di ribasso delle dinamiche inflattive e proseguire lungo un cammino che, comunque, non è luminoso. Infatti, sia l’azionario che l’obbligazionario sono ancora alla ricerca di un “pavimento” dove stabilizzarsi, e non sono in pochi a ritenere che il c.d. “bottom” (ossia il punto di maggiore sofferenza dei mercati) non sia ancora stato raggiunto. Prova ne sia che il rapporto prezzo-utili mostra che l’S&P 500, pur essendo scambiato al di sotto dei picchi post-pandemici, si trova molto al di sopra del punto raggiunto durante la crisi finanziaria del 2007-2009. Questo non vuol dire che i livelli  di bottom del passato debbano necessariamente essere replicati per poter affermare che il peggio è già arrivato e sta andando via, ma che bisogna analizzare con molta più attenzione tutti i fattori positivi e negativi, per poi metterli sui piattini della bilancia e vedere quale dei due alla fine pesa di più.

A ben vedere, le prospettive del mercato non sono più disastrose come 3 o 4 settimane fa; per esempio, l’approccio della Russia alla guerra in Ucraina è cambiato parecchio, e l’Arabia Saudita rilascia più petrolio, dando respiro  al prezzo del barile e dei suoi derivati; le banche centrali lanciano segnali chiarissimi di rallentamento del ritmo  di aumento dei tassi – che saliranno ancora, ma “di poco”, fino a Marzo 2023 – e gli utili aziendali non mostrano segni di futuro cedimento pronunciato. Pertanto, si potrebbe assumere un cauto ottimismo, ma la volatilità non accenna a diminuire anche per il mondo delle obbligazioni, che sono diventate più volatili. Su tutto, si intravede un nuovo scenario, secondo il quale le strategie che hanno funzionato in passato potrebbero non essere più efficaci, e dovranno lasciare il posto a strategie più adatte ad affrontare non semplicemente la fine di un ciclo e l’inizio di un altro, ma un cambiamento strutturale.

In tal senso, lo stesso presidente della Federal Reserve ha affermato che non si aspetta che la situazione cambi. L’unico motivo per essere veramente ottimisti è che le obbligazioni hanno vissuto un anno orribile, e stanno tornando ad avere quotazioni interessanti per qualsiasi portafoglio di lungo periodo, grazie ai rendimenti più elevati e ai migliori rendimenti prospettici.

Ecco cosa porta Wall Street al limite. I rischi aumentano in tutto il mondo

Le banche centrali hanno dato uno straordinario supporto agli stati negli ultimi 15 anni, ma le loro politiche hanno creato fragilità economica. Adesso ci affidiamo a loro per affrontare le medesime fragilità.

Mentre la Federal Reserve intensifica gli sforzi per domare l’inflazione, rafforzando il dollaro e mandando le obbligazioni e le azioni in tilt, cresce la preoccupazione che la strategia della banca centrale possa generare conseguenze indesiderate e potenzialmente disastrose.

I mercati sono entrati in una fase pericolosa la scorsa settimana, in cui le mosse statisticamente insolite tra classi di attività stanno diventando comuni. La discesa del valore delle azioni ottiene la maggior parte dei titoli dei giornali, ma è nelle rotazioni e nell’interazione dei mercati globali molto più grandi per valute e obbligazioni che i problemi si stanno preparando, secondo gli analisti “veterani” di Wall Street. Infatti, dopo essere stata criticata per essere stata lenta nel riconoscere l’inflazione, la Fed ha intrapreso la sua serie più aggressiva di rialzi dei tassi dagli anni ’80. Da quasi zero a marzo, la Fed ha spinto il suo tasso di riferimento a un obiettivo di almeno il 3%. Allo stesso tempo, il piano di liquidare il suo bilancio di 8,8 trilioni di dollari in un processo chiamato “stringimento quantitativo” (o QT) – che consente ai proventi dei titoli che la Fed ha sui suoi libri contabili di non essere reinvestiti – ha scoraggiato i più grandi acquirenti di Treasury.

La sensazione è che non ci siano precedenti storici che possano suggerire i possibili sviluppi di ciò che sta succedendo oggi nei mercati. Al  momento, è il rafforzamento irripetibile del dollaro che sta facendo riversare liquidità sugli asset statunitensi ad alto rendimento grazie alle azioni della Fed. Tuttavia, la forza del dollaro USA ha storicamente portato ad un periodo di crisi finanziaria o economica, poichè i picchi passati della valuta americana, in passato, hanno coinciso con la crisi del debito messicano dei primi anni ’90, con la bolla azionaria tecnologica statunitense della fine degli anni ’90, con la bolla immobiliare che ha preceduto la crisi finanziaria del 2008 e la crisi del debito sovrano del 2012. Inoltre, il dollaro forte sta destabilizzando le economie d’oltremare perché aumenta le pressioni inflazionistiche al di fuori degli Stati Uniti. Infatti, la Fed sta sovraccaricando il dollaro in un modo che era difficile prevedere, e oggi i mercati potrebbero sottovalutare l’effetto inflazionistico di un dollaro in aumento sul resto del mondo.

Ci sono due grandi categorie di preoccupazioni in questo momento. La prima è l’aumento della volatilità in quelli che dovrebbero essere gli strumenti a reddito fisso più sicuri al mondo potrebbe sconvolgere l’”impianto idraulico” del sistema finanziario. Poiché i Treasury sono supportati dalla piena fiducia e credito del governo degli Stati Uniti e sono utilizzati come garanzia nei mercati di finanziamento overnight, il calo del loro prezzo e i conseguenti rendimenti più elevati potrebbero rovinare il buon funzionamento di quei mercati, e la Fed potrebbe dover stabilizzare il prezzo dei Treasury con finanziamenti di emergenza. Ciò probabilmente costringerà la Fed a interrompere il suo programma di inasprimento quantitativo prima del previsto, proprio come ha fatto la Banca d’Inghilterra. Sebbene ciò confonderebbe il messaggio della Fed secondo cui si sta comportando in modo duro sull’inflazione, la banca centrale potrebbe non avere scelta.

La seconda preoccupazione è che i mercati così indeboliti possano esporre i gestori patrimoniali, gli hedge fund o altri attori a rischi di liquidità e di sovra indebitamento. In una tale situazione,  è possibile che le richieste di margine e le liquidazioni forzate possano aumentare ulteriormente la correzione mercati. In tal senso, gli operatori di carry trade, che implicano l’assunzione di prestiti a tassi bassi e il reinvestimento in strumenti ad alto rendimento (spesso con l’aiuto della leva finanziaria) hanno una storia di implosioni. Inoltre, il dollaro più forte rende più difficili da rimborsare ampie fasce di obbligazioni denominate in dollari emesse da operatori non statunitensi, il che potrebbe mettere sotto pressione i mercati emergenti già alle prese con l’inflazione. E altre nazioni potrebbero scaricare i titoli statunitensi nel tentativo di difendere le loro valute, esacerbando le mosse dei Treasury.

Ironia della sorte, sono le riforme emerse dall’ultima crisi globale ad aver reso i mercati più fragili. Ciò che sta diventando più evidente, infatti, è che sarà difficile per gli Stati Uniti e per le altre grandi economie europee e mondiali rinunciare allo straordinario supporto che le banche centrali hanno dato negli ultimi 15 anni. Il problema è che sono le loro stesse politiche che hanno creato la fragilità, e ora ci affidiamo alle loro politiche per affrontare le medesime fragilità.

Le obbligazioni tornano ad attrarre gli investitori, ma c’è poco da stare allegri

Grazie all’aumento dei rendimenti delle obbligazioni, nei portafogli di investimento tornano gli asset bilanciati. Però nessuno canti vittoria: è frutto di eventi eccezionali e di errori madornali.

Di Alessio Cardinale

In meno di 12 mesi, le obbligazioni non indicizzate all’inflazione – cioè la stragrande maggioranza dei titoli governativi – sono crollate mediamente del 30%, con punte del 37% per i bond più lunghi. In tutta evidenza, l’entità e la velocità con cui i prezzi sono scesi supera qualunque correzione di mercato mai vista negli ultimi 35 anni nel mondo delle obbligazioni. Le cause sono diverse, e si sono manifestate con una consecutività talmente diabolica da configurare la classica “tempesta perfetta”.

A ben vedere, però, l’inflazione elevata ed il conseguente aumento dei tassi di interesse sono solo le ultime concause che hanno determinato la debacle dei bond in tutto il mondo, e la congiuntura odierna altro non è che il frutto di un ciclo finanziario tanto inusuale quanto inaspettato. Infatti, allorquando la Bce ha avviato la sua politica dei tassi d’interesse a zero (e addirittura negativi), nessuno si sarebbe aspettato che il calo dei rendimenti, da fenomeno temporaneo, sarebbe durato per dieci anni, definendo un fenomeno a tutti gli effetti strutturale. Tuttavia, tale fenomeno è stato alimentato da una serie di politiche espansive che, rendendo possibile tagliare i tassi di intervento delle banche centrali, hanno così eliminato del tutto i meccanismi spontanei di mercato, appiattendolo alla soglia zero per un intero decennio grazie ai generosi Quantitave Easing. In tal modo, le quotazioni delle obbligazioni, “drogate” dagli acquisti seriali da parte delle banche centrali, sono state caricate a molla verso l’alto per lungo tempo e poi crollate in soli sei mesi, rimaste improvvisamente orfane dei tassi d’interesse ultra-bassi e dell’inflazione super moderata.

L’elenco delle concause non è terminato. Sul banco degli imputati, infatti, siedono anche nefaste decisioni di politica internazionale – soprattutto da parte degli USA – che hanno creato forti tensioni geo-politiche tra Stati Uniti e Cina e posto un freno alla globalizzazione. Questi eventi sono arrivati ben prima delle interruzioni nelle catene di approvvigionamento causate da Covid-19 e dai lockdown, che in Cina continuano ancora facendo più danni all’economia cinese di quanti non ne deriverebbero se si permettesse al virus di circolare liberamente. Ad aggravare lo scenario, la guerra in Ucraina con le conseguenti sanzioni senza precedenti degli stati occidentali contro la Russia, che hanno fatto venire alla luce gli anni di sottoinvestimenti dell’Europa nell’estrazione di petrolio, gas e metalli industriali. Le banche centrali – in particolare Fed e Bce – hanno reagito molto tardi, dimostrando una certa incapacità a gestire gli eventi, e anche se adesso stanno cercando di riprendere il controllo della situazione, l’economia mostra ancora di risentire delle loro mosse da principianti.

C’è da dire, a loro parziale discolpa, che una buona percentuale dell’inflazione non è causata dalla politica monetaria, poiché dipende da uno shock di offerta che non è sotto il controllo diretto delle banche centrali. Questo crea oggi un aspetto positivo, e cioè il ritorno di rendimenti assoluti finanziariamente significativi per le obbligazioni dell’area euro e di quelle statunitensi, restituendo una certa serenità agli investitori, sia privati che istituzionali. I primi, infatti, potrebbero trovare conveniente non aumentare l’entità degli asset azionari presenti nel proprio portafoglio – come invece accaduto soprattutto negli ultimi cinque anni – pur di ottenere rendimenti reali decorosi, magari forzando la mano ed eccedendo in quei comparti in cui non avevano voluto investire nei decenni passati. I secondi – in particolare le compagnie di assicurazione e le casse previdenziali – potranno reinvestire le obbligazioni in scadenza con altre recanti lo stesso rendimento netto, e le grandi aziende potranno remunerare la tesoreria iscrivendo aspettative superiori rispetto al recente passato.

Tuttavia, se oggi il rendimento dei portafogli obbligazionari ha nuovamente un livello medio del 3,0%, ciò è avvenuto a caro prezzo, poiché i risparmiatori hanno imparato sulla propria pelle, in soli nove mesi, che anche le obbligazioni possono crollare rovinosamente come le azioni. Paradossalmente, questo potrebbe rendere il ricorso ad un maggiore peso di azioni nei portafogli come strutturale nelle abitudini di investimento degli italiani, una sorta di “passaggio evolutivo” che permetterà in futuro un adeguato livello di confidenza con gli strumenti più volatili ed un più alto grado di tolleranza verso di essi, grazie ai quali i rendimenti medi di lungo periodo dei portafogli – guerra ed errori delle banche centrali permettendo – potrebbero aumentare.

In ogni caso, il ritorno di interesse verso le obbligazioni permette la “rinascita” dei portafogli bilanciati, poco attenzionati durante questi ultimi dieci anni per via delle circostanze narrate. Infatti, nell’ultimo anno la performance dei fondi (teoricamente) bilanciati è crollata miseramente a causa del doppio crollo di azioni e obbligazioni, evento piuttosto raro in finanza poiché, di regola, i due comparti si muovono in direzioni opposte e permettono una sufficiente diversificazione anche con i tassi a zero. Ma anche questo fenomeno è figlio dei continui interventi sui mercati da parte delle banche centrali, le quali hanno così creato artificialmente un contesto di tassi d’inflazione permanentemente bassi e, soprattutto, oscillazioni dei prezzi delle obbligazioni molto al di sotto delle media storica.

Quanto durerà questa nuova attrattività del comparto obbligazionario, dal momento che lo shock di offerta (che tiene alta l’inflazione) è certamente un fenomeno temporaneo e le banche centrali stanno apertamente perseguendo l’obiettivo di tornare ad una inflazione del 2% entro il 2024? La risposta non è facile, poiché il contesto attuale è dei più complicati degli ultimi cinquant’anni. Infatti, a causa dei rialzi aggressivi dei tassi di interesse la congiuntura potrebbe rallentare in maniera sensibile, ma non così l’inflazione, mantenuta elevata finchè dureranno le interruzioni nelle catene di approvvigionamento, in particolare dalla Cina. In base a questo scenario, le banche centrali dovrebbero lottare contemporaneamente contro recessione e inflazione, finendo con il privilegiare uno solo dei due obiettivi, che è dichiaratamente quello di far scendere l’inflazione anche a costo di causare una recessione più profonda di quanto non si preveda già adesso.

Del resto, dopo gli errori grossolani compiuti da Lagarde e Powell nel 2021, il livello di fiducia verso questi attori delle politica monetaria è sceso vertiginosamente, ed il timore che il “volerci mettere una pezza” ad ogni costo sui danni causati dall’impreparazione possa produrne altri, anche più gravi. Tutto ciò, ovviamente, in attesa che la Cina smetta di fare un uso politico della finanza, e gli Stati Uniti un esercizio di supremazia internazionale delle armi.

Raiffeisen Capital Management: davanti a noi una interessante stagione degli utili

A partire da metà luglio è iniziata la stagione degli utili relativi al secondo trimestre del 2022, generando particolare attenzione. Il mondo aziendale finora quasi indifferente agli indicatori macroeconomici negativi.

di Ingrid Szeiler*

In linea di principio, ogni stagione degli utili è ovviamente impattante e decisiva per l’andamento del mercato. Tuttavia, la stagione degli utili per il secondo trimestre del 2022, appena iniziata, potrebbe essere di particolare interesse, perché finora il mondo aziendale sembra essere stato quasi indifferente agli indicatori macroeconomici anticipatori, che già da qualche tempo non mostrano risultati esaltanti. Nell’ultima stagione degli utili, gli effetti negativi dell’inflazione sono stati discussi più intensamente dalle aziende e, per la prima volta, sono stati registrati margini di profitto in leggero calo, ma le sorprese positive hanno comunque superato le stime degli analisti.

Come previsto, il secondo trimestre produrrà il tasso di crescita degli utili più basso da oltre un anno a questa parte, ma si prevede comunque una crescita sia del giro d’affari che degli utili. E non solo per il trimestre appena concluso, ma anche per i trimestri successivi. E questo in un momento in cui la discussione su una possibile recessione è chiaramente aumentata di intensità a causa delle note sfide ed incognite. Di conseguenza, nelle prossime settimane l’attenzione degli operatori di mercato si concentrerà probabilmente ancora più del solito sulla capacità delle aziende di soddisfare queste aspettative ancora ottimistiche nonostante il contesto più difficile. Infatti, sebbene di recente si siano verificati alcuni isolati “profit warnings” (ovvero dichiarazioni ufficiali in cui si avvisa che gli utili del trimestre saranno in calo) da parte dei dirigenti delle società, nel complesso non vi sono ancora segnali di una recessione degli utili a livello generale. Pertanto, la stagione degli utili potrebbe ancora una volta offrire al mercato azionario un sostegno almeno temporaneo. 

Tuttavia, se gli utili e/o le prospettive deluderanno, è probabile che il mercato ribassista proseguirà nella propria tendenza. Rimaniamo quindi cautamente posizionati sulle azioni. Di recente, infatti, i mercati azionari internazionali si presentano come persistentemente deboli. Le preoccupazioni per l’aumento dei rendimenti sembrano essere state sempre più sostituite dai timori di un significativo deterioramento degli utili. Tuttavia, consideriamo ancora il contesto di liquidità sempre più restrittivo come uno dei maggiori fattori negativi per i prossimi mesi. A differenza dei mercati obbligazionari, non vediamo ancora un sufficiente riflesso di questo problema nei prezzi delle azioni. Le azioni dei mercati emergenti non possono sfuggire alla generale tendenza ribassista, ma rispetto ai mercati azionari sviluppati si può attualmente notare che i mercati emergenti possono resistere meglio, in parte grazie alle grandi riserve di materie prime. D’altra parte, soprattutto per quanto riguarda la Cina e l’India, un approccio opportunistico all’approvvigionamento di materie prime si è rivelato essere molto utile. Anche per quanto riguarda l’andamento dell’inflazione, in questi Paesi le persone sono più abituate a gestire tali situazioni (sono già stati attuati forti aumenti dei tassi di interesse). 

Per quanto riguarda i titoli di Stato, scorgiamo opportunità interessanti soprattutto nei titoli italiani, dopo che gli spread sono aumentati in modo significativo e la BCE ha annunciato lo scudo anti-spread allo scopo di voler “evitare una frammentazione del mercato dei titoli di Stato in euro”. Con questa formulazione, la banca centrale ha di fatto comunicato al mercato un limite di spread per le obbligazioni italiane di circa 200 punti base. Prediligiamo inoltre i titoli di Stato di breve termine (Germania, USA) e prevediamo una curva dei rendimenti più ripida nel medio termine. Invece, Nel mercato delle obbligazioni societarie preferiamo attualmente le obbligazioni bancarie a quelle non finanziarie (obbligazioni industriali), ma anche i titoli investment grade in euro alle obbligazioni societarie ad alto rendimento (“high yield”) in euro.

I premi di rischio delle obbligazioni ad alto rendimento in euro segnalano un chiaro aumento dei rischi di insolvenza ma, a nostro avviso, non scontano ancora in modo sufficiente il previsto rallentamento economico. Sebbene i premi per il rischio delle obbligazioni in valuta forte dei mercati emergenti appaiano interessanti, gli indicatori economici sempre più deboli in Asia/Cina e gli effetti difficilmente prevedibili delle politiche restrittive contro il Covid ci inducono a non considerare questa classe obbligazionaria per il momento.

Infine, di recente i mercati delle materie prime si sono indeboliti in modo generalizzato. Soprattutto i metalli industriali ciclici hanno dovuto accettare perdite a causa dei crescenti timori sulla crescita economica. Il settore dell’energia continua a svolgere un ruolo particolare, in quanto fortemente influenzato dalle notizie sulla situazione in Ucraina e dagli sviluppi nel settore del gas naturale. 

* CIO di Raiffeisen Capital Management

 

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Matteo Meroni: continuare con la gestione dinamica dei bond

Secondo Matteo Meroni di Zest, in futuro potrebbe venir meno l’appeal dei bond legati all’inflazione. Tornano d’attualità la gestione attiva e i corporate bond.

“Il Btp Italia ha avuto caratteristiche difensive nello scenario recente, e infatti prima del conflitto Russo-Ucraino avevamo raccomandato di sovrappesare gli investimenti in bond indicizzati all’inflazione”, spiega Matteo Meroni, gestore obbligazionario Zest

La situazione contingente, sia per quanto riguarda le aspettative macroeconomiche che le altissime tensioni geopolitiche a cui stiamo  assistendo, impone una gestione del proprio portafoglio ispirata alla dinamicità in quanto potrebbe in futuro venir meno l’appeal dei bond legati all’inflazione (come il Btp Italia). L’alta volatilità delle ultime settimane necessita un costante riposizionamento di portafoglio mano a mano che vengono riviste le aspettative di inflazione e di crescita economica – con le conseguenti azioni attese da parte delle principali Banche Centrali.

Nel frattempo, gli spread di credito mostrano i segni di queste tensioni con repentini movimenti dovuti spesso a una relativa illiquidità di questo mercato. Le ricerche pubblicate dagli uffici studi delle principali banche di investimento, con particolare riguardo alle dinamiche inflattive, dibattono sul calcolo della magnitudo del movimento riconosciuto ancora in crescita fino almeno alla prossima estate e poi con una spinta decrescente durante l’ultima parte dell’anno e per tutto il 2023.

“Bisogna quindi considerare che l’aumento repentino registrato negli ultimi mesi, in realtà costituisce la base sulla quale verrà  calcolato il raffronto per il futuro. Quindi è possibile che gli investimenti in obbligazioni indicizzate all’inflazione non siano più altamente performanti, come sono stati finora, in quanto le cedole (in questo momento altamente remunerative) del Btp Italia vengono calcolate come incremento dell’inflazione di periodo. Secondo gli studi di Bankitalia, coerenti con quanto dichiarato anche dalla Bce, il dato complessivo dell’inflazione domestica è previsto al 6.20% nel 2022 e al 2.70% nel 2023. “La discesa dell’inflazione è già prevista a partire dall’autunno di quest’anno, e per questo ritengo – continua il gestore –  possa essere  conveniente modificare di conseguenza la propria asset allocation magari inserendo dei bond indicizzati al tasso Euribor, che invece è atteso in forte crescita alla fine dell’anno in conseguenza delle accresciute probabilità di un deciso rialzo dei tassi ufficiali della Bce. Un buon mix di portafoglio per la clientela retail sarebbe combinare anche dei bond Corporate a buon carry e bassa duration, magari  sfruttando anche logiche di ottimizzazione fiscale e compensando i capital loss prodotti con i guadagni attesi”.

Purtroppo diventa sempre più difficoltoso per i risparmiatori scegliere dei titoli obbligazionari da poter inserire nel proprio portafoglio, stante le limitazioni presenti che impediscono per coloro i quali non sono classificati come clientela professionale di  comprare obbligazioni subordinate dei principali emittenti bancari, strategia possibile altrimenti solo attraverso la sottoscrizione di comparti di fondi dedicati. In ottica di diversificazione e per ottenere un pick up di rendimento rispetto ai titoli di Stato o alle emissioni finanziarie senior, si potrebbe inserire in portafoglio alcuni bond societari che, a fronte di un rating non particolarmente elevato, hanno un azionariato di ottima qualità (spesso di emanazione Statale) e un business sicuramente strategico. In Italia il riferimento è a Saipem e Webuild che offrono, a fronte di emissioni dal taglio minimo di 100mila euro, rendimenti tra il 7% e l’8 % con scadenze intorno ai 3 anni.