Luglio 23, 2026
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Evergrande, la bomba cinese ad orologeria che nasce dal mattone

Nel 2007 fu il mercato immobiliare degli USA a scatenare una crisi sistemica che mise in dubbio l’esistenza stessa del modello capitalistico, oggi tocca alla Cina mettere alla prova il mondo. Due crisi a confronto, con un’unica matrice.

Il 2021 si era aperto con una piacevole sensazione di continuità della ripresa mondiale, trainata dall’entusiasmo per l’inizio della campagna vaccinale e per uno “scampato pericolo” sanitario che, oggi, tanto scampato proprio non è. Mentre le economie occidentali trovavano nuova linfa nella ripresa e nel recupero del PIL, quella cinese già in primavera ricordava a tutti che la natura del suo capitalismo non è uguale a quella liberista dell’Occidente, poiché il Partito Comunista popolare cinese può sempre intervenire e regolare, a suo modo e senza troppi convenevoli, le distorsioni dei mercati e di tutti i settori della propria economia.

Pertanto, l’estate si è trasformata in una specie di brutto sogno per chi aveva deciso di investire pesantemente sul megatrend cineseche certamente rimane una buona proposta, per il lungo periodo – ed oggi che siamo quasi in autunno il bel vaso Ming da tutti ammirato mostra delle crepe evidenti. In più, la crescita economica di America ed Europa si mostra più lenta delle previsioni, e i prezzi al consumo stanno aumentando rapidamente, soprattutto negli USA ma anche nell’area Euro, dove i prezzi rilevati nel mese di agosto sono balzati del 3% rispetto a quelli dell’anno precedente. Infine, a completare il quadro alcuni effetti della pandemia – carenza di semilavorati e di manodopera, spedizioni lente e tariffe più care – non sono ancora rientrati.

Volendo, tutto la produzione ed il commercio mondiali si erano abituati all’idea di uno “Stop&Go” dettato dal virus, e si stavano adattando alle ondate infettive e alla alternanza di improvvisi rallentamenti della produzione e di rapidissime riprese; la variante Delta, però, con il suo minore tasso di mortalità e la sua alta infettività, non permette più questa modello alternante e indebolisce la crescita, facendo contemporaneamente salire l’inflazione e determinando una generale aspettativa di rialzo dei tassi di interesse per quando gli acquisti di obbligazioni, effettuati dalla Bce per immettere liquidità, rallenteranno e poi cesseranno del tutto (negli USA la Fed ha già cominciato).

In questo scenario di generale debolezza, il mese di Settembre fa intravedere un rischio sistemico all’orizzonte, che potrebbe fare danni rilevanti e che nasce, come per la crisi dei mutui subprime del 2007-2008, dal settore immobiliare. Si tratta di Evergrande e della sua mole di debiti – circa 300 miliardi di dollari, pari al PIL della Finlandia – sotto il cui peso il colosso immobiliare cinese potrebbe fallire a breve, trascinando con sé la borsa e causando un potenziale effetto domino sui mercati finanziari di tutto il mondo. Infatti, nonostante i suoi 79 miliardi di USD di ricavi, i profitti di Evergrande non sono sufficienti per onorare gli interessi su 300 miliardi di debito, e nessuno (neanche il governo cinese) gli presta denaro per via dei ripetuti downgrade delle sue obbligazioni fino alla soglia del rating “junkbond” (titoli spazzatura).

In assenza di liquidità, com’è noto, segue sempre l’insolvenza e il default. La situazione è talmente grave che, al momento, l’unica speranza è che il governo cinese sia persuaso ad intervenire per via dello status di “too big to fail” di Evergrande, le cui passività coinvolgono circa 130 banche e oltre 120 istituti non bancari in tutto il mondo e le cui dimensioni sono da “azienda-stato”: 163.000 dipendenti e 3,8 milioni di lavoratori cinesi nell’indotto (inclusi fornitori e società di costruzione in appalto e sub-appalto). A poco conta che, a differenza dell’unica “too big to fail” americana portata al macello (Lehman Brothers), il colosso immobiliare abbia proprietà reali, poiché il mercato è saturo e la domanda di immobili ristagna.

Pertanto, se non verrà trovata una soluzione con i creditori, c’è la seria possibilità di un crollo che rischia di travolgere l’intero comparto immobiliare cinese e gli investitori internazionali che hanno in mano la metà del debito corporate estero cinese, attratti come sono stati dagli alti interessi distribuiti dalle obbligazioni. Di conseguenza, il rischio del contagio sta già avendo effetti sulle obbligazioni diverse grosse aziende immobiliari cinesi, i cui prezzi sono scesi in media a circa 80/100. Nel frattempo, l’agenzia di rating americana Moody’s ha confermato l’outlook negativo sul gruppo sui 104 miliardi di dollari di bond, parte del quale in scadenza nel 2022. Sullo sfondo, si attendono le mosse del governo cinese, il quale diffonde da mesi il mantra secondo il quale “la casa serve per viverci, non per specularci”, quasi ad anticipare la volontà di Xi Jinping di voler stabilizzare il mercato, disinnescare una possibile (e terrificante) bolla immobiliare e ridurre forzosamente i costi che i cinesi devono affrontare per acquistare casa.

Un compito difficile, visto che il settore immobiliare rappresenta il 13% dell’economia cinese e un default con effetto domino mettere nei guai l’intero sistema bancario, il quale conta 7,7 trilioni di dollari di prestiti nel settore, che oggi si vede costretto a ridurre, mentre il governo cinese introduce un tetto massimo all’aumento degli affitti e pensa di introdurre una tassa sulla proprietà, nel nome di una “chinese way” per disinnescare la possibile crisi del mattone susseguente alla bolla. In tal senso, già i prossimi 3 mesi ci diranno se il modello di intervento imposto da Xi Jinping – il “nuovo Mao”, come qualcuno si è affrettato a chiamare, non senza evocare tristi presagi – sarà stato più efficace di quello americano, i cui effetti si trascinano fino ad oggi, ben 13 anni dopo quella che si riteneva essere la più grande bolla immobiliare della storia moderna.

Niente “sliding doors” negli investimenti, il segreto è ricevere buoni consigli

Negli investimenti non esistono delle “sliding doors” che ci permettono di tornare sui nostri passi e cambiare il corso degli eventi, ma esiste la possibilità di fronteggiarli. Per riuscirci, basta evitare il fai da te e rivolgersi ad un professionista.

Di Alfonso Selva*

Siamo entrati da pochi giorni nel nuovo anno, e per i risparmiatori è tempo di bilanci e risultati a consuntivo. La pandemia, infatti, ha condizionato pesantemente l’andamento dei mercati finanziari nel corso del 2020, ma non proprio come ci si può aspettare da una analisi superficiale che prenda in esame i soli dati dal 1 Gennaio al 31 Dicembre: in mezzo c’è un oceano di differenze, a seconda di quando abbiamo iniziato ad investire.

Certo, alla fine il rendiconto dei nostri investimenti – quello che la nostra banca deve inviare almeno una volta l’anno – dirà esattamente come sono andati e che tipo di rendimento (se c’è stato) abbiamo avuto, ma ciò che leggerete nel prosieguo di questo articolo potrebbe anche farvi riflettere su come “sarebbe potuto andare” se avessimo fatto determinate scelte in determinati momenti dell’anno.

Partiamo dal mercato azionario mondiale. In America, nel 2020 lo S&P 500 ha guadagnato il 16% e il NASDAQ il 43%, mentre in Europa la situazione è un pò più varia: l’Italia ha perso il 5,21%, Parigi ha perso il 7,14%, Londra ha perso il 14,35%, Madrid ha perso il 15,45%, e solo Francoforte e Zurigo hanno guadagnato qualcosa (rispettivamente il 3,55% e lo 0,82%). La Russia ha perso il 4,34%, ed in Asia il Giappone ha guadagnato il 16%, mentre la Cina ha guadagnato il 13,87%.

Dopo aver passato in rassegna i mercati azionari, per chi ancora crede nella validità delle obbligazioni all’interno di un portafoglio, scopriamo che i titoli di stato con scadenza a 10 anni, in euro (il nostro BTP) rende lo 0,5% all’anno, mentre il resto delle obbligazioni in Euro sono tutte a rendimenti negativi: il BUND tedesco rende il – 0,57%, l’OAT francese il – 0,34%, il titolo di stato austriaco il – 0,44% e quello spagnolo zero. Per quanto riguarda le obbligazioni in valuta estera (per le quali esiste un rischio di cambio), quelle in sterline inglesi rendono lo 0,19%, quelle in franchi svizzeri il – 0,53% e quelle del Tesoro Americano in dollari 0,91%. Se poi ci si vuole avventurare nelle emissioni obbligazionarie “esotiche”, ci sono quelle cinesi (in valuta cinese) che rendono il 3,20% circa.

Naturalmente, i rendimenti sono lordi (la tassazione è del 26% o del 12,5%, a seconda del tipo di emittente) ed il rischio valutario non è certo da sottovalutare.

Oltre ad azioni e obbligazioni, esistono anche altre forme di investimento di cui possiamo tracciare un bilancio: l’Oro ha guadagnato il 22,27%, il Petrolio ha perso il 20,8% e il Bitcoin è salito di circa il 340%.

Questi sono i dati “a consuntivo”, che fotografano il rendimento conseguito (o meno) dalle suddette tipologie di investimento dall’1 Gennaio al 31 Dicembre 2020. Questi risultati complessivi, però, sono il frutto di un andamento “pazzesco”, che ha dovuto tener conto di alcuni passaggi che è il caso di ricordare. Siamo partiti da un 2019 spumeggiante e da un inizio 2020 sotto tono, con un mese di Febbraio già “bruttino”, ma niente al confronto della tempesta successiva. Infatti, a Marzo il Covid 19 ha fatto crollare i mercati – è crollato tutto, dalle azioni alle obbligazioni – e, tra gli investitori, c’è chi ha tenuto tutto ed ha aspettato, e c’è chi si è messo paura ed ha venduto. Alcuni, facendo la cosa giusta, hanno comprato a fine Marzo 2020 portando poi a casa risultati “stellari”, ben superiori a quelli dei migliori mercati presi nel loro risultato complessivo annuale. Chi ha comprato nella terza decade di Marzo, infatti, ha conseguito (in base ai singoli mercati) questo consuntivo:

NASDAQ + 77,33%,

S&P 500 +55,39%,

FTSE MIB (Italia) + 44,35%,

– Londra + 29,41%,

NIKKEI (Giappone) + 64,03

– Cina + 40,69%.

Naturalmente, si potrebbe obiettare che “del senno di poi son piene le fosse”, e che in finanza non esistono delle “sliding doors”, intese nel loro concetto di momento topico di una storia, o di un elemento assolutamente imprevedibile che può cambiare la vita di una persona o, nel nostro caso, di un investimento (“cosa sarebbe successo se…“). Questo particolare significato è venuto a crearsi dopo l’uscita nel 1998 del film omonimo con protagonista la bellissima Gwyneth Paltrow, e sebbene quella pellicola racconti la vita della protagonista “come sarebbe potuta essere se…”, nella realtà non esiste niente che ci permetta di tornare sui nostri passi e cambiare il corso degli eventi. Il punto è che i dati sciorinati prima sulle possibili performance realizzate qualora avessimo investito intorno al 20 di Marzo non sono solo delle mere ipotesi, e sono molti i risparmiatori che hanno comprato proprio mentre il terrore e la paura di poter morire segnava le nostre vite di reclusi in casa. Ebbene, quegli investitori sono quelli che hanno ricevuto e accettato i consigli di un Consulente Finanziario, il quale li ha convinti che la cosa giusta da fare fosse il contrario di ciò che generalmente si fa (vendere quando le borse scendono, e comprare quando le borse salgono).

Persino i titoli di stato, acquistati a Marzo, hanno reso il 10-12% senza alcuna fatica, a testimonianza che la costruzione di un portafoglio di investimento è del tutto simile all’acquisto di una casa di nuova costruzione, in occasione del quale il costruttore non può certo impegnarsi a che non ci sia mai un terremoto, ma può assicurare che la casa resisterà ad un eventuale sisma perché edificata osservando tutte le norme edilizie ed anti-sismiche. Per farlo, sarà importante diversificare mettendo al bando i concetti del “gioco in borsa” e dell’investimento fortunato nel breve periodo, e innalzando a priorità assoluta l’impegno di perseguire obiettivi di spesa nel lungo periodo.

Tutto questo non si può improvvisare. Serve un bravo professionista in grado di “costruire la casa”, e fare in modo che un terremoto non ci possa spaventare.

* Consulente finanziario www.alfonsoselva.it

Economia e mercati, previsioni 2021 in dieci punti dai portfolio manager di Ethenea

Nel 2021 i tassi resteranno bassi, ma si manifesteranno anche alcune inversioni di tendenza che impongono grande attenzione alle scelte di investimento. In particolare, le banche centrali potrebbero rallentare i piani di Quantitative Easing e lo spread potrebbe rialzare la testa.

I senior portfolio manager di Ethenea  Independent Investors Volker Schmidt, Michael Blümke e Christian Schmitt hanno elaborato le previsioni economiche e di mercato per il 2021, analizzando 10 punti fondamentali che vanno dalla liquidità all’Oro all’inflazione, passando naturalmente per la variabile-Covid19.

Volker Shmidt

1. Liquidità in contrazione sul mercato dei capitali (Volker Schmidt, senior portfolio manager Ethenea). Nonostante la massiccia iniezione di liquidità da parte delle banche centrali, la liquidità sui mercati sta diminuendo. Negli ultimi anni le banche centrali hanno ripetutamente acquistato obbligazioni attraverso i loro programmi di quantitative easing. Tuttavia, hanno anche ridimensionato ripetutamente questi programmi. I consistenti acquisti delle banche centrali e il basso livello delle scorte delle banche di investimento hanno creato una situazione di bassa offerta, che spinge significativamente al rialzo i prezzi delle obbligazioni quando gli investitori istituzionali, quali le compagnie di assicurazione, i fondi pensione o i fondi di investimento, devono comprare per impiegare la nuova raccolta. Questa situazione proseguirà anche nel 2021, perché la Bce continuerà il suo Pandemic Emergency Purchase Programme (PEPP) almeno fino a giugno 2021, mentre sono già stati approvati e sono in corso di implementazione i programmi della Fed, che effettua gli acquisti in modo opportunistico nei periodi di debolezza.

2. Ancora obbligazioni a rendimento negativo (Volker Schmidt). Viviamo ormai da molto tempo in un contesto di bassi tassi di interesse e la Bce ha introdotto i tassi negativi per i depositi delle banche commerciali già nel 2014. Nemmeno le obbligazioni emesse da emittenti sicuri sono state risparmiate, e infatti nel 2016 i tassi dei titoli governativi tedeschi a 10 anni per la prima volta finirono sotto lo zero. All’inizio di novembre 2020, i bond a tassi negativi in circolazione superavano i 17 trilioni di dollari: un ammontare tale che certamente non potrà scomparire in tempi brevi. Quindi le obbligazioni a rendimento negativo rimarranno anche nel 2021.

3. Primi passi indietro delle banche centrali (Volker Schmidt). I governi e le banche centrali stanno cercando di mitigare l’impatto economico della pandemia di Coronavirus con una serie di misure. Il Pandemic Emergency Purchase Programme (PEPP) per acquisti accelerati di obbligazioni e il programma di ricostruzione dell’Ue “Next Generation Europe” sono gli interventi più noti su questa sponda dell’Atlantico. Inoltre, ci sono in ballo diversi programmi di sostegno nazionali. Anche negli Stati Uniti, la Fed ha già acquistato più di 1,8 trilioni di dollari in titoli di Stato e il governo degli Stati Uniti sostiene i consumatori e le aziende con sussidi di disoccupazione e agevolazioni fiscali programmate e non programmate. Molte di queste misure saranno ancora con noi nel 2021.

4. Alti livelli di indebitamento faranno ripartire lo spread (Volker Schmidt). Il debito pubblico in molti paesi è salito a livelli record e continuerà a crescere. Negli Stati Uniti, il deficit fiscale dell’anno fiscale che si è concluso a settembre era già di 3,1 trilioni di dollari: 2,2 trilioni di dollari in più rispetto all’anno precedente. L’Unione europea diventerà il più grande emittente di obbligazioni nei prossimi anni, nell’ambito del programma di ricostruzione “Next Generation Europe“. Tuttavia, la crisi del Coronavirus e la recessione economica stanno anche ponendo un enorme onere sui bilanci dei singoli stati, e nel momento in cui la ripresa economica continuerà nel 2021, le differenze tra aree o paesi diventeranno evidenti. Le aziende hanno anche accumulato enormi livelli di indebitamento. Attualmente un default di massa è scongiurato grazie ai pacchetti fiscali, e i governi stanno assumendo livelli crescenti di indebitamento per stabilizzare la domanda e mantenere a galla le aziende particolarmente colpite attraverso sussidi o prestiti.

Michael Blumke

5. La corsa dell’oro potrebbe fermarsi (Michael Blümke, senior portfolio manager Ethenea). Dopo essere rimasto fermo per anni, l’oro è tornato sotto i riflettori con un forte movimento al rialzo. Dal nostro punto di vista, ci sono buone ragioni per aspettarsi una prosecuzione di questo rally nel lungo termine. Sullo sfondo di tassi di interesse nominali semi-fissi molto bassi e di continui tentativi di spingere l’inflazione con misure monetarie, i tassi di interesse reali resteranno bassi anche nel prossimo futuro e forse diminuiranno ulteriormente. Il conseguente graduale deprezzamento delle valute gioverà all’oro nella sua funzione di mantenimento del valore.

6. Declino dei fondi-benchmark (Michael Blümke). La crescente popolarità dei fondi passivi, testimoniata da ulteriori aumenti della loro quota di mercato, non può essere negata ed è anzi ben giustificata. Soltanto il gestore attivo, che offre valore aggiunto per il cliente al netto dei costi, ha una ragion d’essere nel lungo termine – e soltanto un manager molto flessibile e attivo può soddisfare questo requisito. Riteniamo che la domanda di soluzioni di fondi intelligenti, che in primo luogo abbiano flessibilità e un sufficiente grado di libertà, e in secondo luogo siano disposti e in grado di trarne vantaggio con profitto, resterà presente e crescerà anche con l’eliminazione delle offerte semi-passive.

7. Il multi-asset come soluzione per i clienti retail (Michael Blümke). È risaputo che la diversificazione del rischio migliora la performance di portafoglio in relazione al rischio. Per molti anni, e giustamente, le soluzioni multi-asset sono cresciute nei portafogli degli investitori privati: questo concetto è oggi più rilevante e necessario che mai in un contesto di mercato inedito, caratterizzato da tassi di interesse molto bassi.

Christian Shmitt

8. Bassa inflazione su beni e servizi, alta sugli investimenti (Christian Schmitt, senior portfolio manager Ethenea). C’è stato un tempo in cui l’inflazione – positiva o negativa – rappresentava una seria minaccia per i paesi industrializzati occidentali. Nella prospettiva del 2020, sembra che quest’era si sia conclusa con il volgere del millennio. È a dir poco improbabile che nel 2021 si verificheranno aumenti dei prezzi sostenuti sui mercati globali dei beni. Sembra quasi certo, tuttavia, che continuerà a sussistere un’ulteriore pressione al rialzo dei prezzi delle principali classi d’investimento in tutto il mondo, date le continue iniezioni di liquidità.

9. Coesistere con il Covid-19 (Christian Schmitt). Dall’inizio della pandemia ad oggi, abbiamo imparato molto sul virus e ci stiamo adattando alla nuova situazione, mentre è in corso uno sforzo globale senza precedenti per sviluppare un vaccino efficace e sistemi di cura adeguati. Al momento, solo una cosa sembra essere chiara: il Covid-19 non sarà affatto finito entro la fine del 2020. La pandemia avrà un impatto importante anche sul prossimo anno.

10. Titoli value ancora in sofferenza (Christian Schmitt). Il raffronto tra gli stili di investimento value e growth è una vecchia storia, ma ormai da 14 anni i titoli growth sono strutturalmente in vantaggio nella corsa alla miglior performance. E nonostante i ripetuti annunci sulla fine di questa era, i titoli growth hanno proseguito la loro overperformance rispetto ai titoli value, soprattutto nel 2020. Con la conseguenza che la cosiddetta trappola del valore, che vede gli investimenti bloccati su titoli i cui prezzi non recuperano, sembra essere più grande che mai. Anzi, in un contesto di tassi d’interesse bassi, nulli o negativi, gli investitori value dubitano che la tendenza si invertirà in maniera sostenibile nel 2021. La performance relativa di entrambi gli stili di investimento sarà certamente una delle domande più interessanti per il prossimo anno.

Il denaro non ha fretta, e l’inflazione può essere una nostra alleata. Investire “a rate” sugli emergenti

Nonostante le sollecitazioni del sistema bancario a lasciare poca liquidità sui conti, il denaro detenuto in conto corrente è un vero e proprio strumento finanziario, capace di determinare il successo del vostro portafoglio (anche se, da solo, non rende nulla).

Negli ultimi 18 mesi, non pochi risparmiatori si sono accorti che molta attenzione si sta concentrando sui loro conti correnti. In particolare, sulla liquidità lasciata “a dormire” senza essere investita, fonte di un costo implicito che pesa, per via della “tassa” imposta dalla BCE alle banche, sui conti economici degli istituti. Di conseguenza, alcuni di essi (pochi, per la verità) hanno dovuto studiare come ribaltare sugli utenti questo costo, ed hanno cominciato ad applicare delle commissioni sulle giacenze oltre una certa soglia (in generale su quelle superiori a 5.000 euro); altri, invece, accortisi che una commissione sulla liquidità sarebbe stata impopolare anche per una larga fascia di clientela importante (quella private), hanno preferito aumentare “in sordina” i costi di altri servizi per compensare l’effetto BCE sui depositi.

Del resto, i dati dell’ABI (associazione bancaria italiana) evidenziano uno scenario preoccupante (per le banche): la liquidità parcheggiata senza essere investita né spesa è balzata a 1.577,3 miliardi di euro a novembre 2019. A questi  vanno aggiunti 240 miliardi investiti in obbligazioni con rendimenti prossimi allo zero. Rispetto al 2018, liquidità in conto corrente, certificati di deposito e pronti contro termine aumentano di oltre 116 miliardi di euro, pari a un +7,9%. Le grandi banche vorrebbero far confluire questa marea di liquidità sul risparmio gestito, come indicato di recente dal numero uno di Intesa (Carlo Messina).

Che l’epoca dei conti remunerati sia finita è ormai chiaro. Simmetricamente, ce lo dicono anche i mutui a tasso fisso, scesi al di sotto dell’1% annuo di interesse, anche per le lunghe durate. Una roba mai vista. Pertanto, è bene riflettere su cosa fare in un mondo con i tassi di interesse ridotti al minimo, ed in particolare scegliere se sia inevitabile approcciare con determinazione il mondo degli investimenti azionari, oppure – per coloro che ne sono impauriti – esaminare delle alternative senza violentare sconsideratamente la propria propensione al rischio.

Per scegliere bene, è necessario cominciare dai fondamentali, anche andando controcorrente, senza seguire la scia. Innanzitutto, è bene fare qualcosa che nulla a che vedere con i numeri, e cioè riesaminare per bene gli obiettivi, sedersi a tavolino e capire se il risparmio accumulato e/o da accumulare deve essere speso nel breve periodo oppure se può essere destinato, in tutto o in parte, a spese rinviabili nel tempo. Il dettaglio di cosa si vorrà fare del proprio denaro (viaggi intorno al mondo, casa al mare, auto/moto per noi e/o i figli, studi in altre città, oppure assolutamente nulla) è essenziale, e aiuterà a capire quale direzione intraprendere.

LEGGI ANCHE: Il consulente finanziario e le scelte irrazionali degli investitori: la gestione emotiva degli imprevisti

Fatto questo, la strada è in discesa e, se non si è sufficientemente preparati in materia di Finanza, è bene farsi guidare da un principio tanto scontato quanto assoluto: il denaro non ha fretta. In poche parole, non c’è nessuna fretta di investire i risparmi “tanto per investirli”. Nello scenario attuale, con i titoli obbligazionari con rendimenti insignificanti (e con prezzi mai tanto alti come adesso), restare ancorati al mondo delle obbligazioni governative in euro è una faccenda che va pesata bene, al punto di pensare alla rinuncia verso questi strumenti di investimento. In un contesto come questo, infatti, la gestione della liquidità diventa fondamentale, perchè elimina, a parità di rendimento – cioè zero o quasi zero – il rischio di ribasso dei prezzi delle obbligazioni, nonchè il c.d. “rischio emittente” (la possibilità che chi ha emesso il titolo non sia in grado di rimborsarlo alla scadenza). In sintesi, bisogna pensare al denaro detenuto in conto corrente come ad un vero e proprio strumento finanziario, ed è proprio la sua natura di Asset Finanziario che, ad esempio, consente ai gestori dei fondi – in particolar modo di quelli flessibili – di farne l’uso più appropriato. Anche loro, infatti, danno il giusto rilievo alla moneta liquida, gestendo un alto livello di liquidità e investendola “a rate”.

Qualunque gestore avveduto, soprattutto in occasione del lancio di un nuovo fondo comune (o Sicav) tiene una soglia di denaro liquido piuttosto alta, e investe periodicamente (“a rate”) le cifre a disposizione, in base alla visione dei mercati, lasciando sempre una “soglia tecnica di liquidità” che aiuterà a ridurre gli errori, a limitare lo “stress da timing di ingresso”. Questa tecnica di investimento “a rate differite” è accessibile a tutti, e prevede il raggiungimento di un elevato grado di consapevolezza dell’investitore in tempi brevi; come, quando e quanto differire gli investimenti, naturalmente, sono decisioni che derivano dal confronto consapevole con un consulente patrimoniale, che conosce lo scenario in cui ci siamo trovati fino ad oggi: un mondo con bassa (o addirittura senza) inflazione.

I tedeschi ed i francesi, com’è noto, hanno da sempre terrore dell’inflazione, ma la loro eccessiva prudenza non è più giustificata. Infatti, l’inflazione senza controllo successiva all’entrata in vigore della moneta unica ci ha portati rapidamente verso uno scenario da incubo: prezzi dei beni sempre più alti, reddito effettivo sempre più basso, tassi di interesse pari a zero ed assenza di inflazione, che rende costante il valore dell’indebitamento reale (anche di quello italiano). Di contro, al di fuori dell’UE, esistono paesi in via di sviluppo (c.d. emergenti) con una economia robusta, dove l’inflazione è abbastanza elevata (ma non impazzita). In questi paesi le obbligazioni a tasso fisso non governative in valuta locale, come quelle emesse dalla B.E.I. (Banca Europea degli Investimenti, rating AAA perenne), garantiscono cedole generose (anche superiori al 10% annuo) nel medio-lungo periodo, ed assicurano un certo livello di copertura sul cambio se viene attuata una opportuna diversificazione tra le differenti valute (nell’estate 2018, ad esempio, le obbligazioni in Lira Turca erano arrivata a perdere circa il 60.00% contro Euro e dollaro Usa, ma chi ha acquistato a settembre 2018 oggi ha quasi raddoppiato il capitale grazie al doppio effetto positivo prezzo-cambio).

In più, trattandosi di emissioni c.d. sovranazionali, questi bond permettono di ottimizzare la ritenuta fiscale sugli interessi, abbattendola al 12.5% (anziché 26.0%, meno della metà).

Pertanto, per creare flussi di reddito soddisfacenti, chi detiene risparmio oggi dovrebbe indirizzare la componente non liquida lontano dall’U.E.. Più precisamente, in quelle aree geografiche in cui, a fronte di una economia in espansione (come era quella nostra negli anni ’60, ’70 e ’80), il tasso di inflazione è sufficientemente elevato da consentire una più elevata remunerazione del capitale investito: Messico, Turchia, India, Cina, Sud Africa etc.

Sotto una guida esperta, investire in un mix di liquidità e obbligazioni denominate in valute c.d. emergenti (peraltro, con il vantaggio di contare su un rating elevato, al fine di scongiurare il c.d. rischio emittente) non deve essere più un tabù, e consente di evitare l’approccio forzato verso le azioni, o quanto meno di ridurlo. Inoltre, per chi non ama le commissioni del risparmio gestito, questi portafogli hanno un costo di mantenimento annuale inferiore anche del 75% rispetto all’universo fondi-sicav-gestioni patrimoniali, tanto da consentire il pagamento di una commissione/parcella di consulenza evoluta al professionista del risparmio che farà da guida in questo nuovo territorio.

Nell’attuale congiuntura economica, in definitiva, è meglio farsi un giro all’estero (finanziariamente parlando…) ed investire gradualmente laddove l’inflazione non è senza controllo ma non fa paura. Aspettando con ansiosa speranza che, un giorno non troppo lontano (Germania e U.E. permettendo), faccia ritorno anche da noi.

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COP25: il suo fallimento è uno “stress test” per la domanda di risparmio e bond sostenibili

Il mercato di green bond e risparmio gestito “sostenibile” ha registrato notevoli progressi ed è ancora in piena fase espansiva, ma presto la domanda dovrà scontare l’attuale impasse mondiale sulle questioni climatiche.

Articolo di Matteo Bernardi

Nonostante i mille appelli ad una maggiore educazione e consapevolezza finanziaria, la maggioranza dei risparmiatori finisce sempre alla ricerca, più che di un bravo consulente, di un “buon prodotto” su cui investire. Infatti, viviamo in una società finanziariamente “ineducata”, in cui gli investitori si interessano ancora al rendimento che una certa attività genera, non prestando attenzione alla consulenza sugli strumenti di investimento proposti e, soprattutto, a quale tipologia di aziende finirà per destinare il suo denaro.

Questo diffusa superficialità è amplificata dalla natura stessa dei prodotti di risparmio gestito (ormai preferiti alle obbligazioni governative o corporate, per via dei tassi negativi), i quali contengono nel proprio portafoglio piccole quote di centinaia di emittenti internazionali che il singolo risparmiatore, spinto dalla logica del rendimento, non è interessato a conoscere.

Per coloro che, invece, vogliono avere un controllo diretto sulla destinazione del proprio denaro, da qualche anno è possibile destinare i propri risparmi a fondi/sicav specializzati sul tema della sostenibilità ambientale, oppure ai c.d. green bond, cioè ad obbligazioni emesse da imprese e istituzioni che intendono impiegare le risorse per  fronteggiare il più grande problema della nostra epoca: i cambiamenti climatici. Queste obbligazioni, in particolare, permettono ai risparmiatori di nuova generazione (soprattutto i c.d. millennials, molto attenti a queste tematiche) di monitorare costantemente i progetti finanziati, ricondotti all’interno della “finanza sostenibile”, ossia quel complesso di decisioni di investimento che porta a tenere in considerazione prioritariamente i fattori ambientali e sociali, con l’obiettivo di orientare verso questi ultimi i risparmi degli investitori, in un’ottica di lungo periodo.

Questo punto di vista è stato riassunto nel “Piano d’azione della Commissione europea per finanziare la crescita sostenibile”, presentato a marzo 2018 e implementato a partire dal 2019. Il Piano ha lo scopo di collegare il mondo della finanza alle esigenze specifiche dell’economia per apportare benefici alla nostra società e al nostro pianeta, proseguendo il percorso già intrapreso con l’Accordo di Parigi sul clima del 2015, all’interno del quale l’Unione europea ha stabilito l’obiettivo di ridurre del 40%, entro il 2030, le emissioni di gas-serra rispetto ai livelli del 2005. Questo obiettivo richiederà investimenti supplementari pari a circa 180 miliardi di euro all’anno, ed in questo contesto sarà necessario:

– riorientare i flussi di capitali verso investimenti sostenibili,

– gestire i rischi finanziari derivanti dai cambiamenti climatici, dall’esaurimento delle risorse, dal degrado ambientale e dalle questioni sociali,

– promuovere la trasparenza e la visione di lungo termine nelle attività economico-finanziarie.

I green bond, tecnicamente, rispondono perfettamente a questi criteri, e rientrano a pieno titolo nelle forme di investimento SRI (Sustainable and Responsible Investment), ossia quegli strumenti finanziari che, insieme alla ricerca di performance, mirano a generare un valore aggiunto sociale e ambientale e consentono di finanziare progetti di sostenibilità sui quali, finalmente, si va concentrando anche il marketing delle grandi banche di investimento (attraverso la valutazione e selezione dei titoli che rispettano i criteri c.d. ESG – Environmental, Social and Governance). Essi si presentano come una valida alternativa agli investimenti tradizionali, dal momento che hanno rendimenti simili e investono in progetti che promettono di salvaguardare e migliorare il contesto climatico in cui viviamo.

I principali obiettivi che gli emittenti dei green bond vogliono perseguire riguardano l’efficienza energetica, l’uso sostenibile dell’acqua potabile e dei terreni, la prevenzione dell’inquinamento, il ricavo di energia da fonti pulite e il trattamento dei rifiuti. Queste obbligazioni, oltre a soddisfare la domanda di strumenti  SRI, risultano particolarmente interessanti anche dal punto di vista operativo. La caratteristica che le contraddistingue è un’assoluta trasparenza: l’investitore è in grado di monitorare il progetto dal momento della sottoscrizione a quello della liquidazione, ricevendo report periodici sull’avanzamento dei progetti finanziati.

La crescita dei Green Bond – così come degli strumenti di risparmio gestito attivi in questo settore – è in rapida ascesa; basti pensare che il loro mercato è passato da 17 miliardi di dollari nel 2014 a 440 miliardi di dollari nell’agosto del 2019. Uno dei principali emittenti di queste obbligazioni è la Banca Mondiale, la quale presenta un rating da tripla A e, secondo i dati riportati sul suo sito, dal 2008 ad oggi ha emesso 13 miliardi di dollari di “obbligazioni verdi” attraverso oltre 150 transazioni in 20 diverse valute.

Recentemente la Commissione Europea ha elogiato le potenzialità di questo mercato, presentando un pacchetto di misure intitolato “Energia pulita per tutti gli europei”, secondo il quale dal 2021 sarà necessario un implemento di 177 miliardi per raggiungere gli obiettivi climatici che sono stati posti per il 2030.

Nonostante gli scambi  le emissioni abbiano registrato notevoli progressi, la domanda è ancora in piena fase espansiva, e presenta interessanti opportunità di investimento future; essa, però, deve scontare l’attuale impasse mondiale sulle questioni climatiche. Infatti, La 25esima conferenza sul cambiamento climatico organizzata dall’ONU a Madrid, la cosiddetta COP25, è stata considerata praticamente da tutti un fallimento. Alla conferenza hanno partecipato i rappresentanti di più di 190 paesi del mondo, che avevano l’obiettivo di trovare una soluzione su uno dei punti più importanti e discussi dell’Accordo di Parigi sul clima: il meccanismo previsto dall’articolo 6, che dovrebbe permettere ai paesi che inquinano meno di “cedere” la loro quota rimanente di gas serra a paesi che inquinano di più, per permettere loro una transizione più facile senza compromettere il raggiungimento degli obiettivi generali. Oltre a non avere concordato nulla sull’articolo 6, la COP25 non ha prodotto niente di vincolante sull’obbligo per i singoli paesi di presentare piani per ridurre ulteriormente le proprie emissioni di gas serra, necessari per raggiungere gli obiettivi fissati dall’Accordo di Parigi nel 2015.

Pertanto, sembra che le nuove politiche di marketing delle banche di investimento e delle società emittenti stiano anticipando (e di molto, il dibattito sul clima è stato rinviato al 2020, in Scozia) la futura evoluzione della domanda di questi strumenti, che prima o poi si scontrerà con l’incapacità dei singoli stati (soprattutto Stati Uniti, Australia e

Brasile) di superare le forti reticenze ad assumersi nuovi impegni e responsabilità sulle questioni legate al cambiamento climatico.

Pertanto, il fallimento della conferenza di Madrid è, in tutta evidenza, uno “stress test” sulla tenuta della domanda di green bond e risparmio gestito a tema SRI, il cui successo è strettamente collegato alla profonda eco mediatica con cui le questioni climatiche vengono trattate.  In particolare, grazie al traino dei media, si prevede una domanda sostenuta fino a quasi tutto il 2020, dopodiché sarà necessaria una “conferma politica” sulla validità delle istanze degli ambientalisti, oppure l’industria del risparmio gestito e gli emittenti “green” dovranno fronteggiare una nuova bolla e trovare nuovi terreni su cui battere.

 

Amanti delle obbligazioni alla ricerca dell’inflazione. Come avvicinarsi ai portafogli alternativi al risparmio gestito

L’assenza durevole di inflazione può trasformarsi in un grosso problema per l’Economia e per la remunerazione dei risparmi. Con la deflazione alle porte, chi ama le obbligazioni farebbe meglio a diversificare (con il supporto di un consulente finanziario) in valute diverse dall’Euro e dal Dollaro.  

Negli ultimi due anni, complice l’arretramento stabile a livello zero dei tassi di interesse (anzi, a livello negativo…), si è fatta strada la consapevolezza di un profondo cambiamento nello stile di gestione dei propri risparmi, che insieme ad una generale incertezza sta lentamente facendo nascere, nei risparmiatori passivi di un tempo, la necessità di una trasformazione in “investitori attivi”, bisognosi anche di un più elevato tasso di informazione relativamente ai mercati, agli strumenti di investimento ed alla comprensione dei rischi ad essi legati.

Questo cambiamento è ancora in atto, non si è ancora pienamente realizzato, e ciò è dimostrato dalla grande massa di liquidità che staziona per molti mesi nei conti correnti delle famiglie prima di essere investita nel risparmio gestito (principale beneficiario di questo contesto, insieme agli ETF).

Ma è proprio vero che, in un mercato senza inflazione, non ci sia alcuna possibilità di evitare il ricorso a fondi comuni, sicav, gestioni patrimoniali e polizze per realizzare un buon portafoglio di investimento? La risposta è che esiste un modo alternativo di investire senza ricorrere al c.d. risparmio gestito, ma prima di approfondire la materia è bene ribadire alcuni concetti di base sull’inflazione e sui rischi derivanti da una sua assenza prolungata.

E’ noto che la stabilità dei prezzi permetta di avere una visione più sicura del prossimo futuro (sia in termini di investimenti che di attività economiche), e che una inflazione fuori controllo, invece, distrugge il potere d’acquisto e indebolisce l’economia. L’ideale è, pertanto, perseguire un “livello aureo” di inflazione per evitare che un contesto  di inflazione inesistente si trasformi nel lungo periodo in un grosso problema, rappresentato dal disincentivo verso i consumi: perché comprare un telefonino oggi quando tra tre mesi costerà meno?

Negli ultimi 24 mesi, le principali banche centrali avevano individuato questo “livello aureo” di inflazione nel 2%, salvo accorgersi che non è affatto semplice da raggiungere. Così, la FED ha annunciato che perseguirà il raggiungimento un tasso di inflazione medio del 2 per cento nel corso di un certo periodo, in ciò rivelando che si potrà tollerare in futuro un tasso di inflazione superiore all’obiettivo del 2 per cento per un periodo altrettanto lungo.

Quest’ultimo scenario è certamente favorevole all’investimento in obbligazioni c.d. emergenti, e cioè quelle espresse nella valute di paesi che hanno una inflazione non ancora vicina al “livello aureo medio” tratteggiato dalla FED, ma in progressivo miglioramento rispetto alle soglie che possono creare preoccupazione.

Dal punto di vista operativo, i possibili titoli utili a definire un portafoglio di obbligazioni espresse in valute emergenti è bene che vengano scelti all’interno di un paniere di emittenti privi di rischio, e cioè BEI (o EIB, European Investment Bank, cioè Banca Europea degli Investimenti), BERS (in inglese EBRD, European Bank of Reconstruction and Development)  e World Bank (Banca Mondiale), evitando le obbligazioni governative espresse nella stessa valuta (che hanno invece un rating molto basso). I vantaggi di questa scelta sono molteplici, e sono in grado di compensare, nel medio-lungo periodo, la tipica volatilità delle valute emergenti:

– rating massimo (stabilmente tripla A), in quanto le emissioni sono sovranazionali ed eliminano il c.d. Rischio Emittente, e cioè quello che chi ha emesso i titoli possa fallire mandando in default  l’obbligazione;

– ritenuta fiscale dei rendimenti in misura agevolata (12.5% anziché 26.0%);

– cedole elevate, visibili sul conto bancario ad ogni scadenza, da reinvestire per aumentare il REN (rendimento effettivo netto) del portafoglio;

– quotazione ufficiale giornaliera;

– acquisto diretto nel mercato secondario (immissione nel deposito titoli);

– elevato risparmio nel costo di gestione del portafoglio (nessuna commissione di gestione, a differenza del risparmio gestito, e commissioni di negoziazione trattabili da banca a banca).

Ecco un elenco di paesi ritenuti interessanti dai maggiori gestori di portafogli specializzati in economie emergenti (per ciascuno di essi un esempio di titoli con rating AAA su cui poter investire), raccomandando di evitare accuratamente il “fai da te” e di studiare attentamente, con l’ausilio di un consulente finanziario, il peso da attribuire a ciascuno di essi all’interno di questo ipotetico portafoglio.

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TURCHIA – buoni fondamentali macro-economici, distensione geo-politica con USA ed inflazione in forte discesa nei prossimi 2 anni fanno prevedere un notevole apprezzamento delle obbligazioni ed un buon recupero della valuta. Rimane una buona volatilità dovuta all’indebitamento privato in USD, ma il fenomeno è in riduzione grazie al nuovo corso di politica monetaria del governo turco ed alla distensione del clima geo-politico che ha determinato, nell’estate del 2018, il crollo della Lira.

– EIB TF Ap26 Try 11.00% – Isin XS1807207581* (Lira Turca)                                     https://www.borsaitaliana.it/borsa/caratteristiche/view.html?isin=XS1807207581&market=MOT&lang=it

– EIB TF Ap24 Try 10.50% – Isin XS1059896016* (Lira Turca)                   https://www.borsaitaliana.it/borsa/caratteristiche/view.html?isin=XS1059896016&market=MOT&lang=it

MESSICO – L’imminente accordo commerciale USA-MEX-CAN (c.d. NAFTA) ha stabilizzato il cambio e attribuisce oggi al Peso Messicano lo status di “valuta forte” all’interno del panorama di quelle c.d. emergenti.

– EIB TF Lg27 Mxn 6.50% – Isin XS1588672144* (Peso Messicano)                                                  https://www.borsaitaliana.it/borsa/caratteristiche/view.html?isin=XS1588672144&market=MOT&lang=it

RUSSIA – L’economia russa è strettamente dipendente dal petrolio, per cui se i prezzi del greggio crollano, anche il rublo dovrebbe scendere, e viceversa. l’intervento veloce da parte della Banca centrale russa, che ha lasciato crollare il rublo nel 2018 ed ha alzato i tassi di interesse per evitare un’inflazione eccessiva, hanno permesso all’economia del paese di assorbire il forte ribasso del prezzo del greggio. Il biennio 2019-2020 si prospetta migliore, dal momento che non ci sono in vista fattori in grado di destabilizzare l’economia, di influenzare i tassi di cambio o di modificare l’inflazione.

– EIB TF Fb22 Rub 6.75% – Isin XS1947924921* (Rublo Russia)                          https://www.borsaitaliana.it/borsa/caratteristiche/view.html?isin=XS1947924921&market=MOT&lang=it

SUDAFRICA – La Banca centrale sudafricana ha tagliato di recente i tassi di 25 punti base portando il costo ufficiale del denaro al 6.50%, e questa mossa potrebbe non rimanere isolata. Al momento il mercato sconta un’ulteriore riduzione nei tassi entro la fine del 2019, e se le previsioni della banca centrale per l’economia sudafricana non appaiono particolarmente esaltanti (+ 0.6% la crescita attesa nel 2019) l’inflazione non appare un problema.

– EIB TF Fb23 Zar 7,25% – Isin XS1179347999* (Rand Sudafricano)                    https://www.borsaitaliana.it/borsa/caratteristiche/view.html?isin=XS1179347999&market=MOT&lang=it

INDONESIA – L’Indonesia è un Paese con inflazione sotto il livello target, con profilo di rischio investment grade, e a livello geopolitico non si intravedono grandi problemi. Di qui, ne consegue che le preoccupazioni riguardo questo Paese emergente, formulate nel recente passato quando la valuta (come tutte le altre emergenti) si è indebolita, sono eccessive, ed oggi rimetterla in portafoglio è una buona opportunità.

– EIB TF Gen25 Idr 5.75% – Isin XS1757690992* (Rupia Indonesiana, quotato alla borsa di Berlino) https://www.boerse-berlin.com/index.php/Bonds?isin=XS1757690992

– EBRD TF Dc22 Idr 6.45% – Isin XS1734550897* (Rupia Indonesiana , quotato alla borsa di Berlino)                 https://www.boerse-berlin.com/index.php/Bonds?isin=XS1734550897

INDIA – A influenzare negativamente le valute dei mercati emergenti, compresa quella indiana, è stata nel corso della prima parte del 2019 l’escalation della guerra commerciale USA-Cina. Nonostante questo, la rupia indiana sembra recupere bene le perdite conseguite contro il dollaro e, grazie all’emissione di obbligazioni sovrane in valuta estera, dovrebbe rafforzarsi per tutto il 2020. L’unico rischio potrebbe essere quello di doversi appoggiare pesantemente alle emissioni di valuta forte come mezzo di recupero, per cui è meglio attribuire un peso molto moderato all’interno di un portafoglio ideale di valute emergenti.

– EBRD TF Fb23 Inr 6.00% – Isin XS1766853367* (Rupia Indiana)                https://www.borsaitaliana.it/borsa/caratteristiche/view.html?isin=XS1766853367&market=MOT&lang=it

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* N.B. Le informazioni pubblicate nel presente articolo non devono essere considerate una sollecitazione al pubblico risparmio o la promozione di alcuna forma di investimento, ne raccomandazioni personalizzate ai sensi del Testo Unico della Finanza, trattandosi unicamente di informazione standardizzata rivolta al pubblico indistinto. Le eventuali raccomandazioni fornite tengono conto unicamente delle caratteristiche degli strumenti finanziari oggetto della raccomandazione e devono essere intese a mero titolo di esempio generale, non conoscendosi alcuna informazione relativa alle conoscenze ed esperienze, alla situazione finanziaria e agli obiettivi di investimento dei singoli lettori, i quali soltanto potranno adattare il contenuto dell’articolo alla specifica situazione personale in corrispondenza con il proprio personale profilo di rischio.

Aziende non quotate: i mini-bond come opportunità per gli investimenti di lungo periodo. Senza passare dalle banche

Non è necessario appoggiarsi a una banca per emettere un minibond, ma rispettare alcune fondamentali condizioni di bilancio e di trasparenza

I c.d. minibond sono titoli emessi da piccole e medie imprese, destinati non al pubblico indistinto, ma ai sottoscrittori professionali e qualificati. Sebbene la normativa in materia non li abbia chiamati espressamente così, il termine minibond è ormai l’espressione più utilizzata dai media e dagli esperti per parlare di questi strumenti di indebitamento.

Come sappiamo, la crisi del 2008 e la conseguente restrizione del credito bancario alle PMI italiane ha determinato la necessità di canali alternativi di finanziamento, spingendo il Legislatore ad ampliare il numero (e le caratteristiche) degli emittenti, allargando tale possibilità anche alle società minori.

A differenza del collocamento di azioni sul mercato (il c.d. Flottante), le obbligazioni rappresentano capitale di credito (e non di rischio) per chi le sottoscrive. Pertanto, chi detiene una obbligazione è, a tutti gli effetti, creditore dell’azienda che l’ha emessa. La nuova modalità di finanziamento a medio e lungo termine, rappresentata dai minibond, è riservata solamente alle società per azioni e alle società in accomandita per azioni, le quali, in questo modo, si possono rivolgere al mercato degli investitori istituzionali per reperire capitali, limitando le banche al ruolo di “sponsor” e/o di sottoscrittore (se il tasso e le condizioni generali sono appetibili, come vedremo).

La restrizione del collocamento agli investitori istituzionali (banche, imprese di investimento, SGR, società di gestione armonizzate, SICAV, solo a titolo di esempio) dei prestiti obbligazionari non quotati è stata determinata dagli esempi del passato, in cui alcune emissioni non quotate distribuite al pubblico indistinto, purtroppo, sono finite in default).

Come tutte le obbligazioni, anche i minibond pagano ai sottoscrittori un interesse annuo, semestrale o trimestrale, il cui ammontare è stabilito a priori all’atto dell’emissione, e danno diritto al rimborso dell’intera somma alla scadenza. Pertanto, la decisione di emettere una obbligazione, oltre a dover sottostare a precise norme del Diritto Societario, deve prevedere una rigida programmazione dei piani aziendali, che consenta con certezza di assicurare il rimborso del capitale a quella data scadenza (pena, il default dell’emissione ed il fallimento dell’azienda).

L’obbligazionista, per via della natura creditizia del titolo, rimane totalmente estraneo alle scelte strategiche dell’azienda emittente la quale, peraltro, è vincolata da precisi limiti alla possibilità di emettere obbligazioni (l’art. 2412 cod. civ. fissa il limite all’emissione del prestito obbligazionario ….nella somma complessivamente non eccedente il doppio del capitale sociale, della riserva legale e delle riserve disponibili risultanti dall’ultimo bilancio approvato), che possono essere superati soltanto se le obbligazioni saranno quotate, oppure se sono garantite sino a due terzi del valore da ipoteca su immobili di proprietà, da titoli nominativi emessi o garantiti dallo stato, oppure da crediti di annualità o sovvenzioni a carico dello stato o di enti pubblici; oppure ancora se l’emittente ha ottenuto dagli organi di vigilanza una specifica autorizzazione per particolari ragioni di pubblico interesse.

L’organo che delibera l’emissione di obbligazioni è l’assemblea straordinaria degli azionisti, ma tale decisione può essere anche delegata al consiglio d’amministrazione. Il costo complessivo di una emissione obbligazionaria è dato dal tasso di interesse cui si aggiungono la commissione bancaria, quella spettante all’eventuale consorzio di garanzia ed eventualmente la commissione di distribuzione. Inoltre, generalmente le obbligazioni sono emesse sotto la pari ossia a un prezzo inferiore al valore nominale.

Rappresentando un’opportunità di finanziamento sul mercato dei capitali per le aziende sane (con buone performance e con precisi programmi di crescita), chi emette un minibond gode di alcune agevolazioni prima riservate solo alle realtà presenti sui mercati regolamentati, come la deducibilità fino al 30% del reddito operativo lordo, la possibilità di indicare nel prospetto informativo solo la certificazione degli ultimi due bilanci e la eliminazione dei limiti previsti dall’articolo 2412 del codice civile (doppio del capitale sociale + riserva legale + riserve disponibili, previsti per le emissioni quotate).

Questo particolare tipo di emissione, studiato per le PMI (piccole e medie imprese), è meno complicato e meno costose dei “bigbond”: il fatturato dell’emittente deve superare i 2 milioni di euro e l’organico deve essere composto da un minimo di 10 dipendenti.

Sebbene la quotazione del mini bond sia un obiettivo comune a quasi tutti gli emittenti (Il 68,8% dei minibond sono stati quotati sul mercato denominato Extra MOT PRO), esiste anche un margine di convenienza a non quotare il titolo. Infatti, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che per gli investitori è prevista la piena esenzione fiscale sugli interessi pagati da un prestito obbligazionario non negoziato su ExtraMot Pro o altro sistema multilaterale di negoziazione, emesso da una società non quotata e sottoscritto da un unico investitore professionale.

Non è necessario appoggiarsi a una banca per emettere un minibond, ma rispettare alcune fondamentali condizioni di bilancio e di trasparenza. Considerato che in Italia operano più di 10.000 imprese con fatturato superiore ai 5 milioni e utili medi del 10%, e quindi pronte ad accedere a questo mercato, il margine di sviluppo di queste emissioni è notevole. Inoltre, l’ipotesi di una stabilità dei tassi di interesse nei prossimi tre anni è più che probabile, per cui le aziende interessate farebbero bene ad avviare il proprio programma di emissione, alle attuali condizioni di mercato, il più presto possibile, al fine di assicurarsi l’emissione di un debito sostenibile anche in conto interessi.

Secondo i recenti rapporti sui mini-bond (Osservatorio del Politecnico di Milano), il 2018 è stato un altro anno di successo per il mercato dei mini-bond, con molte nuove emittenti e un ottimo incremento delle Srl. Le imprese emittenti che dal 2012 al 2018 hanno collocato mini-bond, oggi formano un campione di 498 società. Di queste, l’81,1% sono società per azioni, il 16,7% sono società a responsabilità limitata, l’1,8% sono società cooperative, lo 0,4% sono veicoli esteri di stabili organizzazioni in Italia. Le PMI in totale sono 260, ovvero il 52,2%. il valore nominale totale dei mini-bond è arrivato a 321 emissioni sul mercato ExtraMOT Pro, per un controvalore superiore a €15 Mld di euro.

Relativamente ai rendimenti offerti, le generose cedole dei mini-bond hanno un grande appeal verso i sottoscrittori istituzionali, soprattutto in un momento come questo, in cui le emissioni dei titoli governativi e delle grandi aziende offrono tassi molto bassi. Ultimamente, lo strumento comincia a diffondersi anche tra le realtà di ridotte dimensioni, quelle cioè che oggi incontrano i maggiori problemi a farsi finanziare i progetti di sviluppo presso il sistema bancario.

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Aziende e fabbisogno finanziario: gli strumenti di indebitamento a bassa dipendenza bancaria

Se un progetto richiede mezzi finanziari straordinari, esistono forme di indebitamento che escono fuori dal sistema bancario tradizionale.

Il fabbisogno finanziario di un’azienda condiziona sempre le scelte circa le fonti di finanziamento a cui avere accesso. Allo stesso modo, diventa fondamentale calcolare il tempo lungo il quale tale fabbisogno dovrà essere distribuito, e programmare le scadenze di rimborso in base ai risultati attesi dai piani aziendali che hanno originato il fabbisogno.

In teoria, la forma di finanziamento ideale per qualunque impresa è l’autofinanziamento, che rafforza le potenzialità dell’azienda e le permette di finanziarsi con il capitale proprio (ed in particolar modo con i mezzi monetari non prelevati o non distribuiti tra i soci), nonchè di sostenere minori costi (interessi) durante la gestione.
La possibilità di autofinanziarsi è, quindi, un fondamentale elemento di indipendenza dalle banche, ma non è l’unico. Esistono, infatti, alcune forme di indebitamento, considerate “inusuali”, che sono legate sia alle fasi di startup, sia a quelle di rilancio dell’azienda nella fase “critica” della maturità; in entrambe le fasi si è strettamente dipendenti dal credito bancario, e l’indebitamento complessivo è elevato.
In generale, a parte l’autofinanziamento, il capitale di conferimento e i prestiti dei soci, i principali strumenti di indebitamento si differenziano a seconda del loro orizzonte temporale. In tal senso, possiamo avere:

  • Capitale di debito a breve termine, e cioè apertura di credito in conto corrente[1], sconto di portafoglio[2], anticipazione bancaria[3], factoring[4] e commercial paper[5].
  • Capitale di debito a medio e lungo termine, ossia mutui[6], obbligazioni[7], linee di credito[8], leasing, finanziamenti strutturati e project financing.

La maggioranza di questi strumenti di debito fa parte dell’offerta bancaria, ed il ricorso ad essa determina un’elevata dipendenza del ciclo economico aziendale dalle banche.
Per l’impresa in grado di generare flussi di cassa costanti esiste, come vedremo nelle pagine successive, un piccolo – ma importante – gruppo di operazioni in grado di limitare fortemente il ruolo della banca, ridurre considerevolmente i costi dell’indebitamento e permettere l’accesso diretto al mercato dei capitali per acquisire risorse finanziarie.
Pertanto, in base al diverso grado di “dipendenza bancaria” che ciascuna operazione conferisce al ciclo di vita dell’impresa, possiamo riclassificare l’offerta di credito alle aziende nel modo seguente:

  • strumenti di indebitamento con elevata dipendenza bancaria,
  • strumenti di indebitamento con moderata dipendenza bancaria,
  • strumenti di indebitamento con dipendenza bancaria nulla.

Alla prima appartengono certamente le aperture di credito in conto corrente, le anticipazioni bancarie, le linee di credito, i c.d. crediti di firma ed i mutui di qualunque tipo e tasso.
Delle seconde fanno parte il factoring, il leasing[9] finanziario (ossia il leasing che prevede la cessione del bene al locatore alla fine del periodo), il leasing operativo (nessuna cessione), il leasing immobiliare, il lease back[10]. Il moderato grado di dipendenza bancaria di questo gruppo di operazioni si spiega con la circostanza che quasi tutte le società di leasing, pur avendo budget e criteri di acquisizione commerciale propri, appartengono a gruppi creditizi dei quali, quasi sempre, adottano la policy, e con i quali condividono il sistema informativo sul cliente-azienda, in ciò determinando un basso grado di indipendenza dalla capogruppo. Alla seconda categoria appartengono anche i finanziamenti strutturati[11], come il leverage o il management buyout.
Infine, della terza categoria fanno parte il project financing[12] (destinato però a finanziare per lo più opere pubbliche con l’intervento anche di privati) e le obbligazioni. A queste dovrebbe aggiungersi la quotazione in borsa e la creazione del c.d. flottante di azioni, ma di questo formidabile strumento di ingresso nel mercato dei capitali ci occuperemo in futuro, preferendo concentrarci al momento sulle aziende non quotate e sui mini-bond.
I finanziamenti strutturati possono rientrare, a seconda dell’origine dei finanziamenti, nella terza categoria allorchè, anziché una banca, ad intervenire è una società che gestisce in maniera autonoma fondi di investitori privati e/o istituzionali e li investe in partecipazioni rilevanti (ma di minoranza, normalmente non superano il 40%) nel capitale di società in fase di startup (Venture Capital) o in fase di rilancio (Private Equity) con progetti credibili e profittevoli.
In entrambi i casi, l’acquisizione di partecipazioni significative avviene in un’ottica di medio e lungo termine, finalizzata al raggiungimento di una forte plusvalenza sulla vendita delle azioni delle società partecipate che, senza quei capitali, non sarebbero capaci di accelerare la propria crescita.
Il private equity può anche essere impiegato per risolvere problemi connessi con la proprietà di un’impresa o con il passaggio generazionale dai patrimonials©[13] ai millennials[14]. Inoltre, può diventare lo strumento privilegiato per la realizzazione di operazioni di buy out effettuate dai manager della stessa azienda.
Un ulteriore vantaggio deriva dalla disponibilità di competenze che l’investitore di private equity mette a disposizione dell’impresa per il raggiungimento dei suoi obiettivi di crescita, in particolare i contatti e le collaborazioni con imprenditori dello stesso o di altri settori.
La statistica ci dice che, grazie al severo controllo di gestione che consegue alla partecipazione di investitori istituzionali nel capitale delle imprese da finanziare, i risultati economici sono superiori rispetto ad altre realtà aziendali, apportando un beneficio anche a livello di sistema.

[1] contratto con il quale una banca, a fronte di un tasso di interesse normalmente elevato, si impegna a tenere a disposizione di un cliente una data somma di denaro (fido) per un periodo di tempo determinato o indeterminato.
[2] contratto con il quale un’azienda di credito anticipa al cliente, previa deduzione di interessi meno elevati, l’importo di un credito non ancora scaduto, mediante la cessione salvo buon fine del credito stesso.
[3] contratto attraverso il quale una banca concede un prestito a un cliente contro pegno su determinati valori quali titoli mobiliari, merci o titoli rappresentativi di merci e titoli di credito in genere.
[4] contratto con il quale un soggetto (factor) assume per conto di un’impresa l’amministrazione di alcuni o di tutti i suoi crediti nel corso della sua attività. Il factor viene remunerato con una percentuale del credito gestito.
[5] Chiamata anche cambiale finanziaria, è un titolo di credito al portatore contenente la promessa dell’emittente (solitamente un’impresa di elevata solidità finanziaria) di pagare una data somma alla scadenza indicata nel titolo (in media 90-120 giorni).
[6] Contratto con il quale una banca concede all’azienda, a fronte di una remunerazione sotto forma di interesse annuo, una somma di denaro garantita da ipoteche e/o fideiussioni e/o deleghe tributarie e/o mandati irrevocabili all’incasso o altri privilegi speciali.
[7] modalità di finanziamento esterno a medio e lungo termine riservata solamente alle società per azioni e alle società in accomandita per azioni, le quali, a fronte di un’unica operazione di investimento, corrispondono ai sottoscrittori un interesse annuo, semestrale o trimestrale il cui ammontare è commisurato al valore nominale del titolo ed è stabilito a priori all’atto dell’emissione.
[8] Somma concessa in prestito da una banca e associata ad un conto corrente aziendale, utilizzabile in un’unica o in più soluzioni e rimborsabile secondo modalità e tempi previsti contrattualmente. Le linee di credito possono essere “stand by” (ammontare e scadenza predeterminati), “Evergreen” (ammontare predeterminato, scadenza indeterminata), “Di gruppo” e “Swing Line” (per le Holding).
[9] Contratto attraverso il quale un’azienda (o un privato) assume in locazione un bene acquistato da una società di leasing, alla quale verrà corrisposto un canone di locazione e, alla fine del periodo pattuito, una somma per il riscatto del bene (che può anche essere lasciato alla stessa società di leasing).
[10] Contratto attraverso il quale il proprietario del bene lo cede alla società di leasing, ne rimane utilizzatore pagando un canone di locazione e, alla fine del periodo, lo riscatta.
[11] Si tratta di finanziamenti non standard la cui erogazione dipende strettamente dalla capacità dei flussi di cassa di restituire il debito contratto dai soggetti che hanno acquistato l’azienda.
[12] Strumento con cui si finanzia esclusivamente un progetto, i cui flussi di cassa serviranno a restituire il debito ai creditori. Questi, in caso di insolvenza, potranno rivalersi esclusivamente sugli attivi generati dal progetto, e non su tutti gli attivi dell’intero gruppo imprenditoriale.
[13] Individui in fascia d’età compresa tra 45 e 70 anni, detentori di un patrimonio mobiliare/immobiliare pari ad almeno 750.000,00 euro, utilizzatori di tecnologia per motivi legati quasi esclusivamente alla sfera lavorativa.
[14] Individui in fascia d’età compresa tra 30 e 45 anni, per lo più cresciuti nelle famiglie dei patrimonials, esercenti libera professione o nuova imprenditoria, utilizzatori simbiotici di tecnologia in quasi tutti gli aspetti della vita quotidiana.

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I mini-bond e i nuovi progetti imprenditoriali: il business plan come asset dell’azienda

Il Business Plan, a tutti gli effetti, è un asset immateriale dell’azienda, perché da lui possono dipendere le sorti delle iniziative imprenditoriali.

Da quando sono stati lanciati sul mercato, i minibond sono stati celebrati come strumenti capaci di offrire agli emittenti reali alternative al credito bancario per finanziare la crescita attraverso nuovi progetti di investimento, ma secondo uno studio[1] recente, condotto su un campione significativo di aziende piccole e medie che a metà febbraio 2017 avevano emesso mini-bond, nella realtà le stesse aziende emittenti non hanno mai raccontato agli investitori la progettazione strategica[2] (quella, cioè, che si occupa di descrivere il progetto di sviluppo alla base dell’emissione).

Pertanto, secondo questo studio, l’assenza di un progetto è il vero rischio principale, non citato nel documento informativo.

Traendo spunto da quanto descritto, è evidente che alla base di qualunque progetto di sviluppo aziendale debba esistere un business plan credibile, all’interno del quale vanno descritte tutte le caratteristiche del piano di sviluppo, ivi comprese le sue capacità di generare cassa sufficiente per il pagamento delle obbligazioni assunte per quel progetto.

Da ciò consegue che il Business Plan, a tutti gli effetti, è un asset immateriale dell’azienda, perché da lui possono dipendere le sorti dei progetti futuri, ivi compresa l’emissione del mini-bond. E come tutti gli asset aziendali, il successo (o l’insuccesso) che ne deriverà dipenderà strettamente dalle modalità con cui è stato “costruito” e dall’utilizzo che se ne farà.

Si tratta, peraltro, di un asset a buon mercato e ampiamente sottovalutato (dal punto di vista economico) in proporzione agli effetti che può creare sul futuro dell’impresa. Il Business Plan, infatti, è capace di generare una svolta positiva, oppure di evitare al management perdite disastrose per gli azionisti, allorquando la sua redazione è stata realmente indipendente e da essa si sono palesati scenari negativi rispetto ai progetti da implementare. Pertanto, si preferisce affidare la sua redazione avvalendosi di professionalità esterne, da affiancare eventualmente alle risorse umane presenti in azienda.

In Italia, una consulenza di questo tipo raramente viene pagata in proporzione al suo valore prospettico. Inoltre, la sola redazione del business plan, per quanto scaturita da un confronto sano tra consulente ed azienda, è del tutto insufficiente se poi, all’interno di quella realtà imprenditoriale, non c’è nessuno capace di seguire l’attuazione del piano. Spesso, infatti, occorre prolungare temporalmente l’incarico del consulente per un certo periodo successivo alla consegna del Piano, al fine di creare una sorta di “direzione tecnica” che consenta alle risorse interne di acquisire la sufficiente autonomia gestionale delle attività. Anzi, qualunque consulenza che preveda lo studio e la redazione di un business plan deve comprendere, tra le condizioni contrattuali, un lavoro di tutoring successivo, di durata variabile in base alle dimensioni del Piano stesso.

A parte l’esame delle azioni da mettere in atto, un buon business plan deve comprendere:

  • le informazioni sull’ambiente e sulla qualità del business in cui opera l’impresa,
  • lo scenario verso cui essa è proiettata,
  • le previsioni quantitative sull’impatto che l’afflusso di risorse avrà sui risultati economici.

Senza queste attività, i cui esiti vanno evidenziati nei documenti di lancio dell’iniziativa, il progetto potrebbe non essere “compreso” dai potenziali sottoscrittori, e quindi fallire prima ancora di nascere.

Per questo motivo il business plan diventerà, sempre di più, un vero e proprio asset aziendale. Negli USA, per esempio, esso è capace, da solo, di generare finanziamenti e decidere il destino di una startup o di un’azienda in fase di rilancio. In Italia, è bene dirlo, non esiste una politica del credito che riesca a replicare (anche lontanamente) il modello statunitense, ma le trasformazioni in atto nelle dinamiche economiche del mondo bancario (avanzata inarrestabile dei conti online e chiusura degli sportelli), un calo vertiginoso dei ricavi ed una stagnazione dell’offerta verso le imprese, ci spinge ad essere cautamente ottimisti.

[1] Ricerca condotta da CSE-Crescendo, boutique milanese di consulenza strategica.
[2] Luciano Martinoli, partner di CSE-Crescendo.

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Come investiamo il nostro denaro? Diventiamo soci di qualcuno, o suoi creditori?

A prescindere dal livello di rischio di ogni strumento finanziario, il risparmiatore ha una posizione giuridica molto diversa a seconda che investa in azioni o in obbligazioni.

Non è affatto semplice, neanche per un consulente patrimoniale, spiegare ai clienti cosa vuol dire investire il loro denaro. Infatti, essi tendono a delegare ad occhi chiusi, e ogni volta che lo fanno il consulente riceve fiducia cieca, e viene investito di una responsabilità che va ben al di là di quella prevista dal suo ruolo.  Non è raro che, di fronte a tale delega, il consulente si assume il rischio di sbagliare proprio quando vorrebbe ottenere il meglio per i suoi“datori di lavoro”. Parliamo del classico “errore di entusiasmo”, quello, cioè, che un professionista commette quando, tentato dai mercati come Ulisse dalle sirene, finisce col sostituirsi al cliente (che lo segue ciecamente), perdendo di vista le sue caratteristiche di investitore/risparmiatore.

Da ciò discende una regola aurea: “IL CONSULENTE ED IL CLIENTE SONO DUE PERSONE DIVERSE”.

Sembra una ovvietà, ed invece tale affermazione, rapportata a questo ambito di attività, ha un significato molto profondo. Infatti, ammesso (e non concesso) che con i suoi risparmi personali il consulente può farci quello che vuole (anche navigare perennemente sull’ottovolante dei derivati), non è detto che la circostanza di essere simpatici ed “empatici” trasformi improvvisamente i suoi datori di lavoro (i clienti, ndr) in intrepidi capitani di ventura, solo perchè i primi hanno uno spirito avventuroso. Il consulente è solo un discreto compagno di viaggio, si siede al fianco del cliente e raggiunge insieme a lui la meta.

Pertanto, il consulente che spiega, fino alla noia, che lavoro fa e come lo fa, riesce a bloccare sul nascere i possibili errori di valutazione grazie al tipo di relazione che ha instaurato con la clientela: se spiega tutto, deve spiegare anche i rischi, e se i rischi di un determinato progetto di investimento non sono adeguati al profilo del risparmiatore, non se ne farà nulla: sarà lo stesso cliente a farglielo notare.

Inoltre, spiegando le cose in maniera semplice, il consulente riuscirà a tutelare il cliente da sè stesso. Infatti, le idee di investimento più rischiose e strampalate provengono, molto più spesso di quanto si possa immaginare, proprio dagli stessi clienti, che a volte maturano granitiche convinzioni finanziarie su un certo titolo solo perché il cognato/collega/amico ne ha vantato le virtù. Proprio in quel frangente, sarà bene ricordare al cliente la base più elementari di qualunque investimento:

  • COMPRI UN TITOLO AZIONARIO = diventi SOCIO di quella azienda che ha emesso le azioni, ed il tuo capitale segue le sorti di quell’azienda;
  • COMPRI UN TITOLO OBBLIGAZIONARIO = diventi CREDITORE dell’azienda che ha emesso l’obbligazione, perché all’atto di sottoscrivere il titolo in banca le hai prestato del denaro che, se non vendi prima il titolo (di credito), ti verrà restituito ad una certa data tutto in una volta, che tu lo voglia o no.

Credetemi sulla parola: è sufficiente la spiegazione di questa semplice differenza per far vacillare persino le convinzioni che sembravano più immodificabili. Infatti, qualunque cliente, in condizioni normali, non è disponibile a diventare socio neanche del Dalai Lama…

Ciò detto, introduciamo alcuni concetti che ci permetteranno di rendere semplice i principi di Investimento Elementare all’epoca di Zerolandia, e cioè dei tassi a breve periodo pari a zero. Per cominciare, quella che appare come una banale ovvietà:

“IL TUO DENARO, PRIMA DI ESSERE INVESTITO IN QUALCOSA, È LIQUIDO”.

Fino a ieri, lo status di “liquidità” del denaro è stato spesso visto, dalla generazione dei babyboomers (cioè i “figli del miracolo economico italiano” degli anni ’50 -’60, quelli che viaggiavano con i BOT al 15.00% annuo…) come nefasto, improduttivo e inopportuno: “…ma come…dovrei lasciare i soldi sul conto e non percepire alcun interesse…??? “.
Dopo quarant’anni, questa domanda è ancora “nell’aria”, e se ci pensate bene è il motore culturale che muove ancora oggi una larga fascia di risparmiatori e li fa investire anche in titoli allo 0.75% annuo (magari in emittenti bancari) pur di non lasciare il denaro in conto corrente “…perché sennò perdo interessi…”.

La liquidità – dovrebbero insegnarlo anche alla Materna – è invece un asset (cioè una parte del tutto, un insieme di beni finanziari, in linguaggio Elementariano) talmente strategico che, se usato con intelligenza, permette di poter assumere dei rischi “calcolati” (ma non folli), anche per i risparmiatori poco avvezzi ma oggi orfani del tasso di interesse. Usando la preziosissima liquidità, infatti, ci si potrebbe permette di inserire nel Portafoglio Elementare (ovviamente in minima quantità!) persino obbligazioni di mercati o aziende emergenti, con alta cedola e prezzo ballerino. L’importante sarà non avere fretta di spendere la liquidità, ma investirla “a rate”, ossia poco alla volta e sotto la guida esperta di qualcuno in grado di stemperare i facili entusiasmi.

E allora perché non investirla subito, la liquidità, se si può diversificare correttamente il portafoglio titoli in tanti emittenti riducendo/frammentando il rischio?

La risposta è: TUTTI I TITOLI HANNO UN PREZZO, ED IL PREZZO OSCILLA OGNI GIORNO (anche sensibilmente, in determinate circostanze). Il tasso di interesse, per quanto generoso, non è una polizza assicurativa infallibile in grado di coprire un eventuale caduta del prezzo di un determinato strumento finanziario.

Pertanto, se siete dei consulenti patrimoniali e dovete rispondere alle domande dei vostri clienti relativamente al vostro mestiere, dite pure che la vostra mansione principale è quella del traduttore. Infatti, ogni giorno, non fate altro che ascoltare (e annotare) i desideri dei clienti, per poi tradurli dal linguaggio dei sogni a quello degli obiettivi.

Questa similitudine – provare per credere – funziona sempre.

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