Giugno 25, 2026
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Sistema pensionistico al collasso, i fondi pensione sempre più indispensabili per i più giovani

In un sistema pensionistico che si sta gradualmente “americanizzando”, sottoscrivere un fondo pensione diventa una necessità per tutti, soprattutto per i più giovani. Ecco una analisi dei suoi fattori di convenienza.

In Italia, il tema delle pensioni è uno dei più discussi, soprattutto negli ultimi anni. Per molti cinquantenni, che nella seconda metà del secolo scorso avevano visto i propri genitori andare in pensione anche prima dei cinquanta annidi età, la pensione oggi sembra lontanissima, soprattutto per via delle varie riforme che negli ultimi decenni si sono succedute, “marcando” negativamente il nome dei vari ministri che le hanno varate. Sta di fatto che adesso l’età in cui si va in pensione è aumentata sempre di più, e soprattutto le nuove generazioni – complice un tasso di natalità quasi dimezzato rispetto agli anni ’70 – andranno in pensione con il sistema contributivo, a differenza di quanti, ancora oggi, godono del sistema retributivo.

E’ un sistema, quello pensionistico, che si sta gradualmente “americanizzando” in tema di pensioni (e pericolosamente anche in tema di Sanità), e i lavoratori più giovani sarebbero obbligati ad attivarsi in largo anticipo sulla propria previdenza, poiché versare i propri contributi non è più sufficiente per vivere dignitosamente in futuro. Il problema è che il “messaggio” di effettuare una severa pianificazione previdenziale, nella categoria che ne ha oggi più bisogno, non è ancora passato a sufficienza nel comune sentire degli italiani, ed è probabile che, se lo Stato non avvierà una seria e martellante campagna di informazione sull’argomento, esisterà presto una “generazione zero” – quella degli attuali babyboomers o patrimonials – che sbatterà contro al problema delle pensioni povere e del tenore di vita insostenibile, prima che le generazioni immediatamente successive, di fronte al disagio vissuto da chi li ha preceduti, non imparino la lezione e comincino finalmente a pianificare per obiettivi come regola di vita.

In buona sostanza, arriverà il momento in cui la fine del principio solidaristico intergenerazionale si manifesterà in tutta la sua virulenza, con un probabile capovolgimento di fronte: i figli che dovranno aiutare economicamente i genitori, pur avendo redditi medi molto bassi – in Italia non esiste il reddito minimo, e sembra che nessuno in Parlamento abbia intenzione di istituirlo – e divorati dall’inflazione. Uno scenario da allarme sociale, cui servirà porre rimedio dopo gli sprechi del passato: baby pensioni, pensioni anticipate, assegni uguali o addirittura superiori all’ultimo stipendio, pensioni d’oro etc.

Oltre a questo e a monte di tutto, lo Stato ha dovuto far fronte a un aumento del numero di pensioni erogate a causa – come dicevamo – di un progressivo invecchiamento della popolazione. E così, per via della bassa natalità e dell’aumento dell’aspettativa di vita, il numero di persone appartenenti alla terza età è altissimo rispetto al secolo scorso. Inoltre, l’età media in cui si inizia a lavorare si è anch’essa alzata, e questo ha portato il sistema pensionistico nazionale ad indebolirsi. Di fronte a questo scenario, lo strumento più adatto e “forzoso” di risparmiare (in modo similare alla contribuzione obbligatoria, per le sue caratteristiche) per avere un buon tenore di vita in vecchiaia è il Fondo Pensione, e cioè quello strumento che permette a tutti i lavoratori di avere una pensione complementare, la cui somma si aggiunge a quella che gli garantirà lo Stato.

In concreto, ogni mese una parte del proprio stipendio viene accantonata e inserita nel Fondo Pensione. Al termine della propria vita lavorativa, il titolare potrà godere di una rendita pensionistica sul totale dei contributi accantonati, oppure riscattare in denaro il 50% del montante maturato (capitale versato più rendimenti) e l’altra metà sotto forma di rendita. La differenza principale con la pensione erogata dall’INPS, è che l’importo di quest’ultima varia a seconda dell’andamento del PIL italiano, che dall’entrata nell’Unione Europea è stato inadeguato a sostenere un tasso di crescita in linea con quello degli altri paesi dell’UE. I fondi pensionistici privati, invece, basano il proprio risultato sull’andamento dei mercati azionari e obbligazionari europei e mondiali, e questo li rende più affidabili e sicuri, soprattutto nel lungo periodo.

Sottoscrivere un Fondo Pensione è molto semplice, basta compilare un modulo apposito scaricabile da internet con il quale si autorizza il datore di lavoro a mettere da parte una percentuale del nostro stipendio da versare poi nel fondo. La somma di denaro da accantonare in un Fondo Pensione varia a seconda del “tasso di sostituzione” (che si può trovare sul sito dell’INPS tramite l’apposito simulatore), ossia del rapporto in percentuale tra l’importo della prima pensione mensile e l’ultimo stipendio o reddito percepito prima del pensionamento. Generalmente i lavoratori dipendenti riescono a godere mediamente di una pensione pari al 70% della retribuzione durante la vita lavorativa, mentre i lavoratori autonomi solo del 50%, ma queste proiezioni sono destinate a peggiorare nel tempo. Pertanto, aprire un Fondo Pensione nel momento in cui si inizia a lavorare è diventato fondamentale.

Dal punto di vista fiscale, il Fondo Pensione presenta vantaggi indiscutibili, che si sommano ad un regime di costi di gestione tra i più bassi rispetto a tutti gli altri strumenti finanziari di accantonamento faceti parte dell’universo del c.d. Risparmio Gestito. Infatti, ad accezione del libero professionista a partita IVA in regime forfettario (che non può godere di alcuna deduzione fiscale ma solo del vantaggio intrinseco dell’accantonamento forzoso per un miglior tenore di vita futuro), il professionista con regime fiscale ordinario può dedurre dal proprio reddito lordo le somme versate nel Fondo Pensione fino a 5.164,57 di euro annui. Il lavoratore dipendente è ancora più avvantaggiato dalla sottoscrizione di un Fondo Pensione; infatti, egli potrà dedurre le  somme accantonate fino a 5.164,57 di euro annui ed potrà anche versare il TFR (a sua discrezione) nel Fondo Pensione, beneficiando della tassazione nel momento dell’erogazione della prestazione pensionistica – e non annualmente – e di un’aliquota compresa tra il 9% e il 15% (in base agli anni di contribuzione nel fondo), mentre l’aliquota applicata al TFR lasciato in azienda sarà pari alla media delle aliquote Irpef degli ultimi 5 anni di lavoro, e quindi da un minimo del 25% ad un massimo del 44%.

Infine, tra i tanti altri vantaggi, la tassazione delle plusvalenze finanziarie del Fondo Pensione avviene tramite una aliquota agevolata del 20%anzichè del 26%, e ciò contribuisce notevolmente ad aumentare l’appeal di questo strumento così utile anche a proteggere il patrimonio dagli attacchi esterni di terzi (creditori vari, Stato): il TFR versato nel Fondo Pensione è “blindato”, impignorabile ed insequestrabile (ad eccezione dell’intervento di una sentenza penale), poiché risponde alla finalità previdenziale dell’individuo, che nei giudizi civili supera le pretese di eventuali creditori. Cosa che non accade per il TFR lasciato in azienda, regolarmente pignorabile e sequestrabile qualora sorretto da una sentenza civile esecutiva.

Articolo redatto con la collaborazione di https://www.prontoassicuratore.it

Enasarco, la proposta di legge Durigon non risolve le disparità per i contribuenti “silenti”

Quella di Enasarco è una previdenza integrativa, ed in quanto tale deve essere restituita per legge agli aventi diritto sotto forma di integrazione pensionistica rivalutata nel tempo. Cosimo Lucaselli (Federcontribuenti): “la proposta di legge Durigon non è attuabile”.

Il fenomeno dei contributi c.d. silenti o improduttivi, e cioè versati alle casse previdenziali per un numero di anni inferiore a quello oltre il quale matura il trattamento pensionistico autonomo, genera in decine di migliaia di casi – come vedremo – autentiche ingiustizie e immeritati vantaggi finanziari a chi, quel denaro, lo gestisce nell’interesse di altri contribuenti che, nel loro complesso, diventano così beneficiari di somme che non hanno versato ma che entrano nella riserva tecnica delle loro future pensioni; oppure, come nel caso di Enasarco, contribuiscono al pagamento di prestazioni accessorie (anticipazioni per la casa e l’autoveicolo, borse di studio per i figli, spese funerarie etc).

Si tratta di situazioni profondamente ingiuste, dal momento che quei contributi vengono erogati dal lavoratore allo scopo di ottenere una pensione, e pertanto hanno una finalità ed un interesse legittimo che riceve dal nostro Ordinamento la massima tutela costituzionale; eppure, questo denaro, per i silenti, si perde “obbligatoriamente”: nessuna possibilità di restituzione in caso di mancato raggiungimento – anche per cause del tutto involontarie – della durata minima contributiva, né speranza di godere in tempi brevi (o del tutto) di un assegno complementare al raggiungimento dell’età pensionabile.

Certo, esiste la possibilità del proseguimento volontario anche in assenza di fatturato e di mandato, ma i minimi previsti sono elevati e quasi tutti coloro che si trovano privi di fatturato rimandano, fino ad abbandonare gli intenti in caso di uscita dal mondo del lavoro.

Peraltro, il problema riguarda anche quei contribuenti che non hanno la possibilità di ricorrere agli istituti della ricongiunzione (legge 29/1979 e legge 45/1990) e della totalizzazione (decreto legislativo 2 febbraio 2006, n. 42).

Per agenti di commercio e consulenti finanziari, pertanto, esiste una concreta disparità di trattamento rispetto alle altre casse che, invece, prevedono tutele aggiuntive al raggiungimento di una durata minimo contributiva più equa (generalmente pari a 5 anni). A questo si aggiunge una generale ritrosia, da parte degli enti previdenziali, a fornire i dati sui contributi improduttivi, determinando una mancanza di trasparenza sul loro esatto ammontare, anche di fronte a specifici atti di sindacato ispettivo, ed una certa confusione. Federcontribuenti, per esempio, stima in circa 9 miliardi i contributi improduttivi gestiti negli anni da Enasarco, mentre la Cassa ha dichiarato nel corso del 2020 che il loro ammontare sarebbe di poco superiore ai 2 miliardi.

In questo contesto, il caso degli iscritti alla Fondazione Enasarco – ente che gestisce le pensioni integrative obbligatorie a favore degli agenti di commercio e consulenti finanziari è emblematico, anche perché coinvolge circa 218.000 contribuenti attivi, 122.000 pensionati e un esercito di quasi 700.000 contribuenti silenti (secondo i dati forniti da Federcontribuenti). All’interno di questo grande calderone, esistono numerosissimi agenti che hanno contribuito anche per 18 anni – rispetto al minimo previsto di 20 – per ottenere una pensione complementare che non è mai arrivata, e non arriverà mai, nemmeno parzialmente. Secondo Cosimo Lucaselli, responsabile rapporti con il Parlamento di Federcontribuenti, l’ammontare di contributi improduttivi nelle casse della Fondazione sarebbe pari a circa 9 miliardi. “La previdenza Enasarco – afferma Lucaselli – è una previdenza integrativa, ed in quanto tale non può essere soggetta ad equilibrio finanziario, dovendo essere restituita per legge agli aventi diritto come integrazione pensionistica rivalutata nel tempo, come previsto dall’art. 29 della legge 613 del 1966. Detto questo, il problema dell’equilibrio finanziario va ricercato in altre cause di gestione dell’Ente”.

Cosimo Lucaselli

C’è da dire che il Legislatore ha espresso la volontà di trasformare la previdenza Enasarco in previdenza integrativa o complementare a quella INPS, ed Enasarco gestisce la previdenza integrativa “per conto dell’INPS”, come da convenzione prevista dall’art.29 della citata legge 613/1966. “Di conseguenza – aggiunge LucaselliEnasarco ha il compito di erogare una integrazione pensionistica nel momento in cui l’agente di commercio o il consulente finanziario acquisisce il diritto alla pensione erogata da INPS. Questa chiarissima volontà del Legislatore, negli anni successivi al 1966, è stata letteralmente stravolta per mezzo di decreti legislativi e leggi che hanno prodotto interpretazioni capovolte della previdenza Enasarco e che risultano discriminatori, incostituzionali e illegittime, soprattutto nelle parti in cui si obbliga ad una doppia contribuzione previdenziale e si impone l’obbligatorietà della quota 92”.

Claudio Durigon

Le osservazioni di Federcontribuenti sembrano avere solido fondamento. “Nei sistemi democratici – afferma Lucaselli – le previdenze integrative o complementari non possono essere obbligate per legge, nè tantomeno essere soggette ad un numero minimo così elevato di anni di contribuzione, come nel caso di Enasarco. Per questo motivo, la proposta di legge n. 2855 del 11/01/2021, che come primo firmatario l’On. Claudio Durigon, non è attuabile nei punti in cui tratta la previdenza Enasarco, perché non risolve affatto quelle interpretazioni che negli anni hanno causato gravi ingiustizie agli iscritti all’Ente. Sarebbe stato risolutivo, invece, che Durigon richiamasse la competenza sui contributi Enasarco al Decreto Legislativo n.252 del 5 dicembre 2005, il quale disciplina le previdenze integrative-complementari. Le istituzioni si sono colpevolmente “dimenticate” di far confluire in quella legge la previdenza integrativa degli agenti di commercio e consulenti finanziari”.

Secondo Federcontribuenti, basterebbero 50 milioni l’anno per mettere a regime i diritti previdenziali dei silenti, e questo la dice lunga sul fatto che manchi la volontà politica, non certo la copertura finanziaria.

Su tutto, e a superamento di qualunque sfumatura interpretativa del diritto, c’è un principio elementare di realtà che merita una disciplina più equa e che nessuno può contrastare con le parole: la natura obbligatoria della contribuzione Enasarco non può negare l’esistenza del denaro versato dagli agenti poi diventati silenti, e soprattutto non può negare che tale contribuzione sia finita nella disponibilità concreta di Enasarco, che ne ha fatto uso. Permanendo l’asticella della contribuzione obbligatoria ad una durata minima di venti anni, è come se questo fiume di denaro sia sparito con un “colpo di magia”: c’è, eppure non c’è (e poi non c’è più).

C’è una enorme fossa giuridica nel sistema pensionistico degli agenti di commercio e dei consulenti finanziari, ed i silenti ci nuotano dentro, senza vedere un possibile approdo e senza ricevere soccorsi dalla riva.