Il comportamento degli investitori è cambiato: c’è un ritorno all’obbligazionario come componente centrale del portafoglio non solo per la funzione difensiva, ma anche per la capacità di generare reddito.
di Francesco Megna, responsabile commerciale Hub banca ed esperto di finanza e mercati
Il mercato obbligazionario si muove in un contesto complesso, dove convivono segnali di stabilizzazione e nuove fonti di incertezza. Dopo mesi caratterizzati da forti oscillazioni legate alle tensioni geopolitiche e alle attese sulle politiche monetarie, gli investitori stanno progressivamente ricalibrando le proprie strategie, con un approccio più selettivo e meno impulsivo rispetto alla fase iniziale dell’anno.
Uno degli elementi centrali resta il livello dei tassi di interesse. Le principali banche centrali hanno adottato un atteggiamento prudente, evitando mosse brusche e lasciando intendere che il picco dei tassi potrebbe essere vicino, ma senza fornire indicazioni definitive su eventuali tagli nel breve periodo. Questo ha contribuito a mantenere i rendimenti obbligazionari su livelli relativamente elevati rispetto agli ultimi anni, rendendo nuovamente interessante il comparto per una platea più ampia di risparmiatori. La curva dei rendimenti continua a riflettere aspettative in evoluzione. In diversi mercati si osserva una tendenza alla normalizzazione dopo le inversioni registrate nei mesi precedenti.
I titoli a breve termine offrono ancora rendimenti competitivi, sostenuti dall’incertezza sulle prossime mosse delle banche centrali, mentre le scadenze più lunghe iniziano a incorporare scenari di rallentamento economico e, in prospettiva, di possibile allentamento monetario. Questo crea opportunità, ma richiede anche attenzione nella gestione della duration. Il segmento governativo rimane il punto di riferimento per la costruzione dei portafogli. I titoli di Stato dei Paesi core continuano a essere percepiti come strumenti di stabilità, soprattutto nei momenti di tensione sui mercati azionari. Allo stesso tempo, i rendimenti più elevati rispetto al passato li rendono nuovamente competitivi anche in ottica di reddito.
Nei Paesi periferici, lo spread si mantiene sotto controllo, segnale che il mercato non sta prezzando rischi sistemici nel breve periodo, ma resta sensibile a eventuali cambiamenti nello scenario macroeconomico. Il comparto corporate mostra dinamiche differenziate: le obbligazioni investment grade beneficiano di bilanci societari generalmente solidi e di una domanda costante da parte degli investitori istituzionali. Gli spread si sono stabilizzati dopo le fasi di allargamento, offrendo un equilibrio tra rendimento e rischio che continua ad attrarre capitali. Più articolata la situazione nel segmento high yield, dove la selettività è diventata fondamentale. Il contesto di tassi elevati e crescita moderata impone una maggiore attenzione alla qualità degli emittenti, con il rischio di un aumento dei default che, seppur contenuto, non può essere ignorato.

Un altro fattore rilevante è rappresentato dall’inflazione. Pur mostrando segnali di rallentamento rispetto ai picchi precedenti, resta su livelli tali da condizionare le scelte delle autorità monetarie. Questo mantiene una certa pressione sui rendimenti reali e spinge gli investitori a valutare strumenti in grado di proteggere il potere d’acquisto. In questo senso, alcune emissioni indicizzate all’inflazione tornano ad avere un ruolo nelle strategie di diversificazione.
Il comportamento degli investitori è cambiato rispetto agli anni di tassi prossimi allo zero. Oggi si osserva un ritorno all’obbligazionario come componente centrale del portafoglio, non solo per la funzione difensiva, ma anche per la capacità di generare reddito. Questo ha riportato equilibrio tra le diverse asset class, riducendo la dipendenza dall’azionario per ottenere rendimenti soddisfacenti. La volatilità, tuttavia, non è scomparsa. Gli eventi geopolitici continuano a influenzare i flussi di capitale, generando movimenti anche bruschi sui rendimenti. In questo contesto, la gestione attiva diventa un elemento chiave. La scelta delle scadenze, la qualità degli emittenti e la diversificazione geografica rappresentano leve fondamentali per navigare un mercato che, pur offrendo opportunità, richiede competenza e disciplina.

Francesco Megna
Guardando alle prossime settimane, il mercato obbligazionario resterà fortemente legato ai dati macroeconomici e alle indicazioni delle banche centrali. Ogni segnale relativo a inflazione, crescita e occupazione potrà influenzare le aspettative sui tassi e, di conseguenza, i prezzi dei titoli. In questo scenario, l’approccio più efficace sembra essere quello graduale, evitando scelte drastiche e privilegiando una costruzione del portafoglio coerente con i propri obiettivi di medio-lungo periodo. Infatti, il mercato obbligazionario oggi offre un mix di stabilità ritrovata e nuove sfide: i rendimenti tornano ad essere interessanti ma il contesto richiede attenzione e capacità di adattamento. Per i risparmiatori, quindi, si apre una fase in cui il reddito fisso può tornare protagonista, a condizione di adottare un approccio consapevole e ben diversificato.



Gli scenari delineati a cavallo tra gli ultimi mesi del 2023 e questo primo scorcio del 2024 rivelano i primi effetti del calo generalizzato delle compravendite. Infatti, mentre sui prezzi non si riscontrano cali sensibili, aumenta la possibilità di ottenere sconti maggiori in sede di trattativa, variabili in base alla piazza/città di riferimento. In contesti come Milano e Bologna non si va oltre il 5-6% rispetto al prezzo di vendita, mentre in alcuni centri del Sud si può ottenere un risparmio a due cifre percentuali. Per questo motivo l’ufficio studi di Re/Max vede per il secondo semestre del 2024 un ritorno di fiducia nel mercato del credito, che dovrebbe favorire l’accesso ai finanziamenti per l’acquisto della casa. Immobiliare.it, in particolare, si attende prezzi del residenziale in crescita, anche se non dappertutto, a un livello in grado di tenere il passo dell’inflazione. A Milano e Roma la prospettiva è di un rialzo rispettivamente del 2 e dell’1,1%, a Verona del 4% mentre a Catania è atteso un progresso sopra il 6%.
Relativamente al mondo del credito, secondo Dario Castiglia (Amministratore Delegato di 24MAX e CEO & Founder di RE/MAX Italia) “nel corso di quest’anno i rialzi dei tassi di interesse, proseguiti ininterrottamente fino al terzo trimestre, hanno inevitabilmente dato un’ulteriore stretta all’accesso al credito per le famiglie italiane, ripercuotendosi inevitabilmente sull’andamento delle compravendite immobiliari. Ora, con il probabile raggiungimento del picco dei tassi d’interesse, stiamo iniziando ad assistere a una progressiva stabilizzazione del mercato”. Durante i primi 6 mesi del prossimo anno la previsione, secondo le analisi effettuate dall’Ufficio Studi di 24MAX, è di numeri simili al 2023, a cui potrebbe seguire una potenziale crescita della domanda e dell’erogato nel secondo semestre legata all’attesa riduzione dei tassi di interesse.
I dati di 24MAX fino al 6 dicembre, in particolare, confermano per il 2023 un deciso ritorno al tasso fisso, anche se la previsione di una riduzione dei tassi potrebbe generare nei prossimi mesi un nuovo interesse per il tasso variabile. Si osserva, inoltre, che la maggior parte dei mutui erogati ha come finalità l’acquisto della prima casa (91,6%); sempre più esigua la percentuale di mutui richiesti per la seconda casa, che passano dal 2,8% del 2022 all’1,6% registrato nell’anno in corso. In leggera crescita l’importo medio dei mutui erogati, che supera di poco i 124.000 euro. “Un nuovo clima di fiducia potrebbe dare slancio al mercato, che chiuderà il 2023 con dati in netto calo rispetto al triennio 2020-2022 viziato dai tassi ai minimi storici”, continua Castiglia. “A livello nazionale si registra una diminuzione complessiva del 40% dei mutui erogati nel corso del 2023 rispetto all’anno precedente”, aggiunge Riccardo Bernardi, Chief Development Officer di 24MAX.
Dall’analisi dei dati emerge che il 44,2% di chi ha richiesto un mutuo tra gennaio e dicembre 2023 è coniugato. Il 43,1% è single, con una netta prevalenza degli uomini (59%) sulle donne (41%). In leggera crescita le richieste di separati e divorziati, che salgono al 8,4% rispetto al 7,8% del 2022. Pressoché stabile nel corso dell’anno la richiesta dei conviventi, che rappresentano il 2,4%, e dei vedovi, che si attesta all’1,9%. Analizzando il panel per fasce d’età, si conferma il trend del 2022 che vede prevalere nettamente i giovani sulle altre fasce d’età. In leggero aumento anche le richieste di mutuo da parte dei giovanissimi (18-24 anni) che raggiungono il 3,5%, e degli over 55 che salgono al 15,3%. In lieve diminuzione la fascia 45-55 anni che si attesta al 20,5%.
L’incertezza dei mercati è dovuta ai dubbi sul comportamento che le Banche Centrali, Fed in testa, adotterebbero in caso di persistenza inflattiva accompagnata da un sensibile indebolimento della crescita. Per quanto gli scenari macro siano sfidanti il favorevole andamento di queste due variabili, con spinte deflattive in corso e crescita che mantiene elevati livelli di resistenza, potrebbe rendere superfluo scoprire le carte. La forte reazione dei mercati al sell-off di settembre è un forte indizio che il picco sui tassi possa essere già stato raggiunto. Le stesse Banche Centrali, dopo aver enfatizzato la necessità di dover tenere i tassi alti per un lungo periodo di tempo (per quanto ce lo dirà l’andamento dell’inflazione) stanno già “ammorbidendo” il tenore dei loro messaggi prendendo tempo per valutare gli effetti della stretta.


In Italia, il Consiglio dei Ministri ha approvato la NADEF, che come previsto ha visto una revisione al ribasso delle stime di crescita del Pil a +0,8% nel 2023 dal +1% previsto in aprile (consensus +0,8%), e a +1,2% (+1% nel quadro tendenziale) nel 2024 da +1,5%. Il deficit/Pil è atteso al 4,3% nel 2024 (dal 3,6% tendenziale) dopo un 2023 che chiuderà al 5,3% (dal 4,5% precedente) per effetto della contabilizzazione del Superbonus, che pesa per oltre 20 miliardi di euro o circa un punto di Pil in più rispetto a quanto previsto ad aprile. Il
livello del deficit dovrebbe rimanere al di sopra del 3% fino al 2025. Nelle intenzioni del governo, la dimensione (lorda) della Legge di Bilancio sarà contenuta, leggermente superiore ai 20 miliardi di euro secondo le indiscrezioni di stampa, con quasi due terzi finanziati dal deficit, oltre a un taglio della spesa di 2 miliardi di euro. Il debito/Pil si attesterà al 140,1% nel 2024, un solo decimale sotto il 140,2% del 2023. Nel nuovo quadro, il debito/Pil è visto atterrare al 139,6% nel 2026, con una crescita a +1,4% nel 2025 e con privatizzazioni “di un punto di Pil nell’orizzonte pluriennale”.
Secondo il governo, il quadro programmatico è in linea con le raccomandazioni del Consiglio europeo e con il futuro assetto delle regole fiscali dell’Ue. In questo contesto, il rendimento dell’Italia a 10 anni ha raggiunto il livello più alto dell’anno al 4,8%, con lo spread BTP-Bund a 191 pb da 164 pb all’inizio del mese. Nonostante l’Italia abbia mostrato un’ottima ripresa post-Covid, la crescita nel 2024 continua a mostrare una tendenza al ribasso a causa dei segnali di indebolimento del ciclo macroeconomico e dell’aumento dell’offerta di titoli sul mercato. 
L’inflazione elevata continua a preoccupare le banche centrali, soprattutto in Europa. La Bce ha aumentato il tasso di deposito di 50 punti percentuali, portandolo al 3%, in linea con le indicazioni precedenti, anche se non più pienamente prezzate a seguito delle recenti turbolenze di mercato. La presidente Lagarde ha continuato a sottolineare la necessità di ulteriori rialzi dei tassi, anche se le sue indicazioni sono diventate meno specifiche data la crescente incertezza dovuta alla fragilità dei mercati finanziari e all’inasprimento delle condizioni di credito. Il mercato si aspetta ora un aumento fino al 3,5% entro settembre 2023 nell’Ue, seguito da un leggero calo. Negli Stati Uniti, invece, la Fed ha aumentato i tassi di interesse di 25 pb portandoli al 4,75%-5%, il livello più alto dal 2007, ma ha smorzato notevolmente i messaggi su ulteriori aumenti.
Le aspettative del mercato indicano ora un picco dei tassi d’interesse Usa al 5% (tasso implicito dei Fed Funds 5-5,25%) dal 5,5% all’inizio di marzo, seguito da un taglio al 4,25% nel gennaio 2024. “A seguito dei recenti eventi nel settore bancario, riteniamo che le decisioni di politica monetaria ne saranno inevitabilmente influenzate, soprattutto quelle della Fed”, spiega Scauri. “L’eccessivo debito pubblico e l’aumento dell’indebitamento pubblico richiederanno tassi d’interesse reali negativi nel medio termine, il che è un elemento positivo per i mercati azionari nel medio termine”.
Il mercato azionario ha ancora delle sfide da affrontare e permane il rischio di una forte perdita di slancio della crescita nell’Ue e negli Usa nei prossimi mesi a causa dell’inasprimento monetario in corso, che si trasmette con ritardo all’economia. Al contempo, il settore bancario italiano/Ue appare più forte e meglio capitalizzato rispetto al passato e non emergono rischi di capitale o di liquidità per le banche italiane. Tuttavia, considerando i rapidi rialzi dei tassi di interesse da parte delle banche centrali, è possibile che si verifichino altri rischi “idiosincratici” che potrebbero indurre le banche a inasprire le condizioni di prestito, aumentando così il rischio di un rallentamento dell’economia.
“Probabilmente siamo al culmine delle aspettative di rialzo dei tassi, soprattutto in Europa. Ora inizierà la narrazione del passaggio dal Quantitative Tightening al Q. Easing, con i bilanci delle banche centrali che ricominceranno a funzionare con l’immissione di liquidità nel sistema”, conclude Scauri. “A livello di scelte di portafoglio in termini settoriali, siamo positivi sull’azionario ma vediamo un potenziale forte movimento dai finanziari ai servizi di pubblica utilità e soprattutto ai tecnologici”.








