Aprile 20, 2026
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Ethenea Independent Investors: crisi pandemica più grave ma più breve di quella del 2008

Vaccini e politiche espansive torneranno a favorire la propensione al rischio degli investitori e quindi le azioni, i corporate bond e i titoli high yield. Scenario positivo per tutto il primo semestre 2021.

“La crisi finanziaria del 2008 era una crisi sistemica, innescata da uno shock endogeno. Quella attuale legata alla pandemia da coronavirus, al contrario, è stata innescata da uno shock esogeno paragonabile a una catastrofe naturale o a una guerra. Finora, la politica economica ha offerto un forte sostegno, mentre il settore finanziario non solo è rimasto relativamente indenne, ma ha anche beneficiato di strumenti di politica monetaria molto favorevoli. Di conseguenza, ci attendiamo che le ripercussioni della crisi saranno più profonde, ma meno durature di quelle osservate a seguito della crisi finanziaria globale del decennio scorso”. È l’analisi di Andrea Siviero, Investment Strategist di Ethenea Independent Investors.

La crisi del 2008 fu innescata dalla concorrenza di diversi fattori sistemici – spiega Siviero – quali la deregolamentazione finanziaria, una lunga fase di politica monetaria accomodante, l’esplosione del credito e un indebitamento elevato, a cui si sono aggiunte le ripercussioni di profondi e crescenti squilibri globali. Dopo una crisi finanziaria, le economie hanno bisogno di tempo e di adeguati interventi politici per poter consolidare i propri bilanci e ridurre l’indebitamento dovuto all’esplosione del credito. Tuttavia, in quell’occasione la politica fiscale non ha offerto un sostegno sufficiente a causa delle preoccupazioni legate all’elevato indebitamento privato e pubblico. La Bce addirittura alzò i tassi d’interesse, allarmata dal temporaneo aumento dell’inflazione.

Oggi la situazione appare meno critica nel lungo termine, ma la crisi continuerà comunque a esercitare significative ripercussioni nel medio termine. È probabile che il risparmio aumenterà e che le spese per consumi, soprattutto nel settore dei servizi e in altri ambiti penalizzati dal distanziamento sociale, rimarranno moderate ancora per qualche tempo. Le persistenti incertezze e i problemi di bilancio continueranno a gravare sugli investimenti aziendali e anche il mercato del lavoro avrà bisogno di tempo per riprendersi.

Andrea Siviero

“Il nostro scenario di base per il 2021 è quello di una ripresa economica graduale, sostenuta dai progressi nello sviluppo di vaccini efficaci contro il Covid-19 e dal perdurare di una politica economica espansiva”, precisa Siviero. “Questi elementi dovrebbero tornare a favorire la propensione al rischio degli investitori, sostenendo i mercati azionari ma anche quelli di altri asset rischiosi, tra cui le obbligazioni societarie e i titoli high yield. Uno scenario positivo anche per i paesi emergenti, le cui economie beneficerebbero di nuovi afflussi di capitali. Anche i rendimenti dei titoli di Stato dovrebbero aumentare dopo i livelli estremamente bassi toccati a seguito della crisi da coronavirus. Considerati tuttavia i bassi tassi d’inflazione e le incertezze riguardo alla ripresa economica e all’indebitamento elevato, è plausibile che le banche centrali si muoveranno con grande cautela, assumendo un atteggiamento attendista prima di rialzare i tassi, evitando così anche un incremento dei rendimenti che potrebbe frenare prematuramente la ripresa”.

“Tuttavia, questo scenario positivo potrebbe essere minacciato da decisioni politiche errate, incidenti geopolitici, notizie negative sul fronte della pandemia o da una ripresa economica deludente accompagnata da fallimenti societari. La nostra convinzione di base è che lo scenario positivo si protrarrà all’incirca per i primi sei mesi del 2021 e crediamo in ogni caso che il 2021 sarà un anno migliore di quello che lo ha preceduto, sia sul piano umano sia su quello economico”.

Italia, un Recovery Plan “radical chic”: il 38% degli stanziamenti alla rivoluzione verde, solo il 4,5% agli ospedali

Davvero sorprendente il criterio di ripartizione dei 196 miliardi destinati all’Italia dall’Unione Europea nell’ambito del c.d. Recovery Plan. L’esperienza della pandemia ed il triste bilancio di morti, evidentemente, non hanno insegnato nulla.

Di Massimo Bonaventura

Il problema era soltanto quello di rimanere in casa per via dell’emergenza sanitaria? A giudicare dalla distribuzione dei miliardi del Recovery Plan, sembrerebbe di no. Infatti, il dibattito tra le forze politiche di maggioranza sui miliardi da spendere nel nostro Paese, e le scelte che sembrano essere scaturite, non cessano di riservare sorprese in quanto ad assenza di lungimiranza ed a prevalenza di interessi di bottega, che faranno di questo immenso “Piano Marshall” del terzo millennio un inefficace minestrone di misure economiche in salsa radical chic.

Ma andiamo con ordine. I 196 miliardi del Recovery Plan destinati all’Italia pioveranno su alcuni settori che, in teoria, sono tutti altamente strategici per il futuro di ogni paese: dalla digitalizzazione e innovazione alla “rivoluzione verde e transizione ecologica”, dal settore “infrastrutture per una mobilità sostenibile” al capitolo “istruzione e ricerca“, dalla “inclusione sociale” alla “salute”. Sulla carta, insomma, sei settori fondamentali, a ciascuno dei quali verrà assegnato un budget dei fondi previsti dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – il Recovery Plan italiano – la cui bozza è all’esame del Consiglio dei Ministri e, una volta completata e approvata, sarà poi trasmessa alla Commissione Europea.

Relativamente alla digitalizzazione, a cui andranno 48,7 miliardi, emerge in tutta la sua grandezza quella della Giustizia, in relazione alla quale tutti i processi, civili e penali, dovranno passare dalla carta al computer. E’ previsto anche un aumento del numero dei giudici e del personale amministrativo, ed una profonda trasformazione del contenzioso civile, che si svolgerà con un solo rito (anziché i tre attuali) e darà maggiore spazio alla conciliazione.

Pertanto, sembra che si parta con il piede giusto, ma quando si arriva ai programmi relativi al rito penale si cambia rapidamente idea. Infatti, è previsto che i tre gradi di giudizio dovranno rispettare una durata massima per ogni step: tre anni in primo grado, due in appello, uno e mezzo in Cassazione. In totale, quindi, saranno “al massimo” 6 anni e mezzo: una vita, come adesso, con buona pace della certezza del Diritto; ed è quasi comico assistere al compiacimento delle Istituzioni che si accompagna a questa “grande novità”. Certo, la scure sui tempi di prescrizione dovrebbe restituire maggiore affidamento a chi vuol far valere le proprie ragioni in un tribunale, ma non si comprende per quale motivo non si debba investire nell’aumento adeguato del numero dei magistrati – che dovrebbero essere pari ad almeno il doppio degli attuali 11.000, meglio ancora il triplo – invece di tentare di accorciare i passaggi amministrativi senza ridurre gli anni di durata del processo. Del resto, il programma di spesa dei miliardi previsti dal Piano non sembrano prevedere nulla riguardo ad un capitolo fondamentale per la Giustizia italiana, e cioè quello della formazione di nuovi giudici, e questo la dice lunga sulle reali intenzioni di spesa: solo un cambiamento di facciata, una cosa “all’italiana”, insomma.

La “regina” del Recovery Plan in salsa radical chic è la “rivoluzione verde”, a cui vengono assegnati  ben 74,3 miliardi per le risorse idriche, la mobilità, l’economia circolare e la riqualificazione degli edifici, seguita dalle infrastrutture: alta velocità e manutenzione stradale (totale per 27,7 miliardi). L’intento è lodevole e gli obiettivi assolutamente di valore, ma sorprende l’enorme errore di valutazione – per non dire altro – alla base dell’assegnazione dei fondi: il settore delle infrastrutture offre opportunità di crescita occupazionale immediata e strutturale almeno pari (se non superiori) a quelle previste dalla c.d. rivoluzione verde, alla quale viene assegnata una cifra-monstre quasi tripla rispetto al settore infrastrutture, pur non avendo uguale ricaduta occupazionale nel breve periodo.

Infatti, la variabile più importante, come dichiarato nello stesso Piano, è l’effetto moltiplicativo degli investimenti pubblici, il quale aumenta all’aumentare dell’occupazione, e la sua velocità di propagazione nel breve periodo – che è ciò che serve oggi alla nostra economia – dipende dalla rapidità di messa in opera delle opere. Ebbene, non è un mistero che il settore delle infrastrutture, nel breve periodo, gioca un ruolo importante grazie alla consolidata prassi di apertura dei cantieri i quali, in relazione alla Alta Velocità ed alla manutenzione stradale, assicurerebbero una ricaduta occupazionale pressoché immediata (da 3 a 6 mesi, contro i 12-24 mesi della Mobilità, per esempio).

La vera e propria “perla” del Recovery Plan all’italiana va, comunque, alla fantasia dei governanti “radical”. Infatti, ci vuole grande fantasia per destinare 4,2 miliardi di euro alla c.d. Parità di Genere, obiettivo che nasce dalla più grande bugia che un coacervo di grandi interessi sta lentamente cercando di far prevalere sul buon senso: il concetto di “gender gap”, ossia il minor  tasso di occupazione femminile – che è un fatto vero – combinato con la minore retribuzione riservata alle donne nel mondo del lavoro – che è falso come una banconota da due euro. La strumentale concezione del gender gap promossa dai media accomodanti verso le istanze di certa parte della politica nazionale, infatti, utilizza come parametro di riferimento il minor reddito totale prodotto da TUTTE le donne italiane rispetto a quello prodotto da TUTTI gli uomini, facendo intendere così che le donne, prese singolarmente, vengano pagate meno degli uomini. Ci vuol poco a capire che si tratti di un falso tanto odioso quanto abominevole, dal momento che le leggi del nostro Ordinamento, a partire dalla nostra Costituzione, vietano la disparità di trattamento retributivo tra uomo e donna e, peraltro, vengono rigidamente osservate sia nel settore pubblico che in quello privato.

Eppure, con il Recovery Plan ed il suo bagaglio di miliardi a pioggia, si vuole favorire il raggiungimento della parità – che è cosa diversa dalle pari opportunità – in barba alla Meritocrazia, promuovendo l’occupazione femminile e riformando le politiche del lavoro per i giovani; tutto ciò al fine di far salire artificiosamente la percentuale di impiego femminile – oggi pari al 50,1% – a parità di posti di lavoro disponibili. Ciò significa che i giovani uomini italiani, grazie al Recovery Plan in salsa radical chic, saranno sfavoriti in futuro proprio in termini di opportunità lavorative, tanto più che si pensa anche di istituire un Sistema nazionale di certificazione sulla parità di genere per le imprese. In pratica, essere donna, in Italia, grazie a questo Recovery Plan ed al suo carico di miliardi equivarrà appartenere ad una c.d. Categoria Protetta, alla faccia dell’art. 3 della Costituzione.

Riserviamo per ultimo, poi, lo stanziamento previsto per la Sanità e gli ospedali, che sarà pari a 9 miliardi. Contro ogni logica, dopo aver imparato sulla nostra pelle che nel nostro Paese il sistema sanitario, vessato da decenni di continui tagli, è passato dall’essere un vanto del nostro sistema sociale all’essere una vergogna nazionale, e che tale stato di cose ha causato un aumento esponenziale del tasso di mortalità per via della pandemia e dello scarso numero di posti nelle terapie intensive, la maggioranza decide di destinare al settore non il 30-40% delle risorse, ma un misero 4,6%. E’ vero che, fino ad oggi, la spesa pubblica per la Sanità ha destinato dall’inizio dell’emergenza circa 12 miliardi di risorse finanziarie, ma la somma di questa cifra con quella destinata dai fondi europei è comunque pari ad un risicato 10%, nonostante a fine pandemia – terza ondata permettendo – il numero complessivo di morti italiani per Covid non sarà inferiore a 90.000.

Sui 9 miliardi previsti, peraltro, soltanto 4,8 sono destinati all’assistenza domiciliare e alla telemedicina, che hanno dimostrato, in tempo di pandemia, quanto siano efficaci per poter seguire i malati a casa.

Unica annotazione positiva, i 19,2 miliardi di euro di investimenti previsti per la modernizzazione dell’edilizia scolastica e la cablatura di tutti gli edifici, l’innovazione dell’istruzione universitaria in senso digitale, l’aumento delle borse di studio per gli studenti meritevoli o svantaggiati e l’estensione della “no tax area” per le famiglie a basso reddito.  Ma è ben poca cosa, viste le incredibili disparità adottate nelle decisioni di spesa in tutti gli altri settori.

La Nautica riparte da Genova, ma la politica dei dispetti mette a rischio il settore

Il Salone di Genova conferma i risultati della Nautica italiana, che fa numeri importanti senza perdere la sua vocazione artigianale. Ma lo sgarbo della presidenza del Senato, che ha cancellato cinque emendamenti utili al settore per riequilibrare il problema dell’Iva al 22%, rischia di favorire le aziende estere e di far perdere posti di lavoro.  

Quello della Nautica è un settore molto importante per un paese come l’Italia, che ha 7914 km di costa e che vanta bellezze naturali uniche al mondo. A ciò si aggiungono, relativamente alla Nautica, competenze ingegneristiche e maestranze specializzati che fanno raggiungere alla cantieristica italiana livelli di eccellenza, grazie anche al contributo di tante piccole aziende di stampo artigianale, molte delle quali non hanno neanche un sito web e lavorano tramite il semplice passaparola.

Nel corso del 2020, il comparto aveva già ricevuto le attenzioni del ministero dello Sviluppo Economico, che a Giugno si era incontrato con i vertici di Confindustria Nautica affrontando i temi delle politiche di sviluppo e sostegno al settore e dell’adozione di nuove misure in ordine al leasing nautico e agli impatti sull’industria italiana e la sua filiera, che riesce ad avere numeri incredibili senza perdere la sua vocazione artigianale, grazie alla quale si distingue su scala mondiale.

Con il ministro Patuanelli si era discusso anche del Salone Nautico internazionale di Genova, che quest’anno ha compiuto 60 anni ed ha appena chiuso i battenti lo scorso 6 Ottobre, con 824 espositori e 71.168 visitatori nei sei giorni e la consacrazione al ruolo di primo grande “boat show” dell’era Covid, con una posizione di rilievo mondiale per via della cancellazione delle esposizioni di Cannes e Montecarlo. L’evento, nonostante le importanti misure di sicurezza (misurazione della temperatura all’ingresso, biglietti acquistabili soltanto online, obbligo di mascherina e distanziamento) è stato anche un segnale della ripartenza a livello mondiale di un settore che è riuscito a contenere i danni grazie alla riapertura nel mese di aprile. Infatti, secondo il Rapporto del Sole 24 Ore, sia le aziende della grande nautica che quelle della piccola, sono riuscite a recuperare le produzioni che avevano dovuto interrompere per il lockdown, e non hanno subito grandi cancellazioni, continuando a lavorare, nonostante sui charter e sul leasing nautico pesa (da Novembre) un aumento dell’Iva al 22%, che rischia di favorire le aziende estere e di mettere in crisi gli acquisti di imbarcazioni, che in Italia avviene con la formula del leasing nautico nel 90% dei casi.

Saverio Cecchi

La questione dell’IVA non è di poco conto, perché circa 500 milioni di finanziamenti in leasing potrebbero dirottarsi all’estero, ed il solo settore del charter nautico rischia di perdere il 15% dei contratti, mettendo in bilico oltre 5.000 posti di lavoro. Pertanto, si nutrivano le giuste aspettative sul buon esito degli emendamenti che avrebbero dovuto dare soluzione al problema dell’IVA ed altri aspetti ritenuti di ostacolo alla ripartenza post-Covid. Inaspettatamente, la presidenza del Senato ha fatto lo sgarbo di cancellare proprio i cinque emendamenti al Dl Agosto ritenuti fondamentali per il settore della Nautica, relativi alla fiscalità legata al noleggio di imbarcazioni. Tale fiscalità, anziché pesare sull’armatore, grava oggi sul cantiere e sulla società di leasing. Secondo Saverio Cecchi, presidente di Confindustria Nautica, “(a causa di questo trattamento fiscale, ndr) incentiviamo la fuga dall’Italia di aziende e di barche, che trovano più conveniente operare o immatricolarsi all’estero, con una perdita secca anche per l’Erario”. Riguardo alla cancellazione degli emendamenti ad opera della presidenza del Senato, Cecchi ha parlato apertamente di “scaramucce politiche”, dal momento che i medesimi emendamenti erano stati approvati dalla Commissione bilancio, recepiti nel maxi emendamento del Governo e bollinati dalla Ragioneria dello Stato.

Un dispetto, in pratica; un capriccio di cui sarebbe utile conoscere l’origine. Le norme contenute negli emendamenti, come osserva ASSILEA, l’associazione delle aziende del leasing nautico, spostavano la responsabilità del versamento IVA sulle operazioni inerenti l’acquisto e la fornitura di beni, servizi e manutenzione inerenti unità da diporto, inclusi i contratti di leasing nautico, dai fornitori di beni e servizi al proprietario dell’unità, come avviene in Francia.  “Ad oggi in Italia, in caso di difformità fra imposta versata e imposta dovuta, a rispondere non è infatti l’armatore, e questo espone le società di leasing italiane a un rischio economico e legale elevatissimo e inappropriato” – è la spiegazione di Assilea -. La conseguenza è lo spostamento in altri in Paesi come Francia, Malta o Croazia di quelle attività che si sarebbero svolte in Italia, con grave perdita di gettito per l’Erario (72 milioni di gettito IVA) e la possibile perdita di posti di lavoro per le imprese del settore della Nautica italiana, che occupa circa 1.500 unità.

Più donne in consulenza finanziaria? Sì, ma il merito vale più della “diversity” politicamente corretta

La narrazione di alcune top manager del sistema banca-rete e di autorevoli organi di stampa relativa alla presenza femminile nelle reti di consulenza finanziaria scade nel politicamente corretto, banalizzata da una strategia comunicativa del tutto simile a quella delle famigerate quote rosa. E così il problema più grave, quello delle invalicabili barriere all’entrata che il sistema delle banche-reti  frappone ai giovani, continua ad essere ignorato.

Editoriale di Alessio Cardinale*

L’Italia, e soprattutto il suo modo di fare politica, negli ultimi venti anni sono stati gradualmente (e letteralmente) invasi dalle leggi non scritte del “Politicamente Corretto”. Un vero e proprio “correttore automatico” del pensiero e delle espressioni linguistiche che, come nella peggiore delle dittature, riesce a dominare le idee e le riflessioni di gran parte della Società Civile, nonchè le azioni della mediocre classe politica che ci governa (da sinistra a destra, passando per il centro e le sue estremità).

Ma se alcuni effetti del politically correct, in particolar modo quelli volti a tutelare categorie di persone realmente svantaggiate e/o discriminate, risultano un fattore di progresso civile, molti altri sono il risultato di un suo abuso deliberato e pianificato, volto all’acquisizione di privilegi e di aree di potere in vari ambiti dell’Economia. Tutto ciò che viene spacciato per politicamente corretto, infatti, detta molte delle decisioni da prendere, e può distrarre pericolosamente i decisori dalla reale essenza (e urgenza) delle questioni, diventando un’arma, nelle mani di chi detiene il potere, per il  mantenimento di privilegi e per dare loro continuità, ad uso e consumo di gruppi di interesse privato e politico.

L’espressione “politicamente corretto” nasce dalla locuzione “correttezza politica”, che in teoria designa una linea di opinione e un atteggiamento sociale di estrema attenzione verso determinate categorie di persone, rimuovendo la terminologia che può risultare offensiva e promuovendo, in ciò, maggiore rispetto per i beneficiari ed eliminando ogni tipo di pregiudizio razziale, etnico, religioso, di genere, di età, di orientamento sessuale, o relativo a disabilità fisiche o psichiche della persona. Qualsiasi idea o condotta in deroga più o meno aperta a tale indirizzo appare quindi, per contro, politicamente scorretta (politically incorrect).

Come si traduce il concetto nella pratica di tutti i giorni, e nelle espressioni linguistiche più usate? In Italia, per esempio, i termini “negro” o “nero” diventano “persona di colore”, “zingaro” o “nomade” diventano “rom” e “sinti”, e “diversamente abile” sostituisce le precedenti espressioni politicamente scorrette di “minorato” o “handicappato” (che erano già state corrette in “portatore di handicap” o “disabile”, ancora usate).

Accanto a questi evidenti miglioramenti, però, la mannaia del politicamente corretto porta con sé anche degli eccessi, come nel caso degli individui che non lavorano, non hanno mai lavorato e non cercano lavoro, definite, anziché “nullafacenti” o (con più colore) “scansafatiche”, come “inattive”.

Gli eccessi del politically correct, applicati alla politica parlamentare, hanno raggiunto negli ultimi dieci anni livelli mai visti prima, tanto da spingere alcuni esponenti autorevoli della Cultura a scriverne per segnalare gli effetti nocivi. Una buona disamina è quella svolta da Raffaele Alberto Ventura (“La guerra di tutti. Populismo, terrore e crisi della società liberale, pp. 263-270), secondo il quale “…In principio, il Politicamente Corretto non era per niente una brutta idea; più tardi, tuttavia, le cose hanno iniziato a degenerare e il politicamente corretto è diventato un incubo….Individuando aggressioni e micro-aggressioni dietro ogni scambio comunicativo, il Politicamente Corretto ha finito per diventare una teoria della “guerra giusta” alla portata di chiunque”. 

In particolare, l’abuso del pensiero politically correct si individua in due occasioni: 1) quando si limita ad all’adozione di atteggiamenti ed espressioni forzate che appaiono solo superficialmente più rispettosi, ma dalla scarsa efficacia  (es. avvocata, ministra, sindaca, assessora, architetta etc); 2) quando l’adozione di termini non offensivi nei riguardi di determinate categorie viene sancita senza prima interpellare le categorie stesse (il che costituisce già un fattore di discriminazione).

Relativamente alle donne, grazie alla loro grado di influenza elettorale, la politica ruffiana e potenti gruppi di influenza sono riusciti a fare ciò che nessuno aveva mai tentato prima nella storia del Mondo: trasformare un intero genere, quello femminile, in “politicamente corretto”, relegando quello maschile nell’ambito del “politicamente scorretto”. L’operazione è riuscita in molti ambiti, dal c.d. “Doppio Standard” in sede giudiziaria civile (padri sempre discriminati in sede di separazione o divorzio) e penale (in caso di omicidio, applicazione di pene molto più miti per le donne, anche in occasione di efferati fatti di sangue), alle famigerate “quote rosa” in politica e P.A. (si accede in base al sesso, e non per meriti), passando per le famose commissioni pari opportunità (composte da sole donne e, in teoria, assolutamente incostituzionali).

Da qualche anno, la stessa tendenza ad omologare tutto nel “pensiero unico politicamente corretto” si sta pericolosamente avvicinando al mondo della Consulenza Finanziaria. Nel 2019, le donne iscritte nella sezione dei consulenti finanziari abilitati all’offerta fuori sede dell’Organismo unico erano 11.493 (dati Relazione Annuale dell’OCF), in leggera diminuzione rispetto al 2018 ma saldamente intorno al 25% del totale dei CF attivi. Pertanto, una percentuale per niente trascurabile – ed anzi piuttosto significativa, per usare un eufemismo – segno che la presenza femminile nelle banche-reti è un dato oggettivo e consolidato, e non necessita di alcuna politica delle “quote rosa” vagheggiata ogni tanto dai “negazionisti della meritocrazia”. A dimostrazione di ciò, la statistica sugli esami di abilitazione rivela che oltre un terzo delle domande è presentato da donne, e secondo recenti studi e indagini il 39,9% degli italiani sceglierebbe un consulente finanziario donna. Segno, anche questo, che le donne non sono affatto discriminate in questo settore, e che la loro presenza in ambito professionale è ritenuta assolutamente normale dai potenziali utenti (diversamente, la percentuale più elevata sarebbe andata alla risposta “Non so”).

Eppure, nonostante tutte queste evidenze, il politicamente corretto spinge alcuni gruppi di interesse verso quella che appare come la ricerca di privilegi e posizioni di potere, grazie anche alla arrendevolezza di alcune testate di stampa piegate alle logiche che diffondono “il messaggio unico politicamente corretto”. E così, leggiamo del fantomatico “Comitato Diversity di Assogestioni” (presieduto da Cinzia Tagliabue, amministratore delegato di Amundi SGR), che pare stia lavorando per “…riconoscere e concretizzare il valore delle donne nel risparmio gestito…. Quando si parla di investimenti, gli uomini possono farsi prendere maggiormente dalla paura. Le donne hanno una visione più ampia, basata sul raggiungimento di obiettivi prospettici, mentre l’uomo è più votato alla protezione della famiglia nel breve termine…”.

A ben vedere, Cinzia Tagliabue riceve il supporto di un altro “pezzo da novanta” delle reti, e cioè Paola Pietrafesa (A.D. e D.G. di Allianz Bank Financial Advisors) che, dimenticandosi di quel 33,8% di consulenti donne già operative nelle reti,  afferma incautamente “…..Il modus operandi di qualunque attività ante-covid era una barriera all’entrata per le donne (…). Una maggiore presenza femminile …. può essere solo positiva per lo sviluppo della consulenza finanziaria. Donne nelle reti di consulenza ce ne vorrebbero tante di più, per la capacità di ascolto, l’empatia, l’ambizione alla perfezione, l’attenzione al particolare, il sostegno psicologico. Tutti elementi che fanno parte della natura delle donne e che sono centrali nella prestazione del servizio di consulenza finanziaria….”.

In entrambi gli esempi, la narrazione femminile politicamente corretta viene abilmente mascherata dalla esaltazione della c.d. Diversity, che invece appare come uno degli strumenti idonei ad imporre, anche nel mondo della Finanza, una presunta “superiorità qualitativa” della donna nei confronti dell’uomo. Non lo si dice chiaramente, ma si cerca di inculcare le medesime conclusioni nel sentire comune tramite una strategia comunicativa che, esaltando a più non posso le qualità di un genere, istintivamente spinge a pensare che tali qualità non siano presenti nell’altro. Invece, tutti gli elementi attribuiti alle donne dalla Tagliabue e dalla Pietrafesa non sono affatto una prerogativa femminile, ed i colleghi uomini certamente ne sono portatori, al pari delle donne.

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Del resto, la splendida carriera che ha portato meritatamente sia la Tagliabue che la Pietrafesa a ricoprire ruoli apicali in importantissime aziende del settore finanziario dimostra inequivocabilmente, se ce ne fosse ancora bisogno, che in Finanza non esiste alcuna discriminazione ai danni delle donne che meritano certe posizioni.

Poi ci sono gli organi di stampa finanziaria, come dicevamo. La lista sarebbe lunga, ma non è elegante per un editore specificare l’identità di chi ha avuto il fegato di scrivere che “…il consulente finanziario donna tende a mirare di più verso risultati a lungo termine rispetto al raggiungimento di rapidi guadagni tipici del consulente uomo… . A volte, la troppa fiducia nelle proprie capacità di gestire attivamente un portafoglio può indurre il consulente finanziario a un trading più spinto con costi di transazione più elevati e prestazioni ad alto rischio….per i consulenti finanziari donne il primo obiettivo è spesso la sicurezza economica piuttosto che l’inseguire ritorni fantasmagorici, ma con un rischio elevato.….”.

In pratica, secondo questa versione prona al politically correct (e piuttosto offensiva per gli stessi lettori di quel magazine, molti dei quali sono proprio consulenti), circa 23.000 professionisti uomini sarebbero dei grassatori scatenati che rischiano allegramente con il denaro dei clienti, e questi ultimi sarebbero una massa di stupidi che subiscono passivamente, senza reagire, le scorribande dei propri consulenti nei mercati finanziari.

In definitiva, anche la narrazione propinata dai sostenitori del concetto di “Diversity” appare strumentale, offensiva, irrispettosa e discriminatoria nei confronti del consulente uomo, e tali eccessi sono il frutto di quell’abuso del politically correct di cui parlavamo prima.

Del resto, le false teorie finiscono sempre per scontrarsi con la realtà. Il meccanismo di ingresso nella professione di consulente finanziario, infatti, è perfettamente paritetico dal punto di vista delle opportunità per entrambi i generi: stessi requisiti richiesti, stessi passaggi amministrativi, stesse tasse; chi studia passa gli esami, chi non si è impegnato li ripeterà. A nulla conta il genere, nella Consulenza Finanziaria; qui, il merito personale vale tutto, sia in fase di selezione che durante lo svolgimento del lavoro. I risultati non piovono dal cielo, ed i clienti si guadagnano “sulla strada”, uno ad uno. La competenza, da sola, non basta: puoi conoscere a memoria tutti gli articoli della MiFID, ma se non sai creare relazioni interpersonali vai a casa dopo una settimana.

Non è accettabile che persone poco meritevoli possano fare ingresso nella professione a danno di quelle meritevoli in base a criteri di valutazione iniqui, e così vale anche per le donne: quelle che non hanno i requisiti non ce la faranno (esattamente come gli uomini); e se si consentisse l’ingresso delle donne non sulla base delle capacità personali – ad esempio: aver superato gli esami, saper creare professionalmente relazioni durature e avere i requisiti per mettere sù un buon portafoglio clienti in breve tempo – ma in base all’appartenenza al genere politicamente più corretto, sarebbe la rovina di una intera categoria professionale, e la sconfitta definitiva della meritocrazia che è sempre stata alla base della professione. Anzi, sarebbe persino offensivo rispetto a quel 25% di consulenti donne che hanno meritato ciò che hanno costruito nel tempo, con fatica, partendo da zero.

Parimenti, non è ugualmente accettabile che, dietro l’inesistente problema della scarsa presenza femminile nelle banche-reti, alcune top manager dell’industria del risparmio gestito cerchino di distrarre l’attenzione dal vero problema che affligge la categoria: le insuperabili barriere all’entrata poste dalle società mandanti alle nuove leve, nonchè l’assenza di qualunque azione concreta volta a favorire il ricambio generazionale, senza il quale la categoria stessa dei consulenti finanziari morirà di vecchiaia precoce. Donne comprese.

* Alessio Cardinale, Editore e direttore editoriale di Patrimoni&Finanza