Aprile 22, 2026
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PMI, frena l’ottimismo sulla crescita economica. Grant Thornton: ripensare i modelli organizzativi

Secondo Grant Thornton, l’incertezza economica è il principale vincolo alla crescita delle PMI globali. Nonostante questo, il 60% delle imprese del mid-market si aspetta un aumento della redditività.

Secondo l’ultimo International Business Report (IBR) di Grant Thornton, elaborato a livello globale sui dirigenti di oltre 2.500 imprese del mid-market, nel secondo semestre del 2023 si assiste ad un calo dell’ottimismo da parte delle aziende globali, dal 67% al 65% (-2% rispetto al primo semestre 2023), con un decremento più netto in Europa, dove l’indice di fiducia economica si abbassa dal 56% al 51% (-5%), e in Italia, in discesa dal 46% al 43% (-3%). A destare preoccupazione sono le prospettive economiche incerte a causa delle tensioni geopolitiche e delle condizioni finanziarie restrittive per famiglie e imprese.

E così, nonostante il leggero calo (-1% rispetto al 1° semestre 2023), l’incertezza economica rimane ancora il vincolo più frequentemente riportato a livello globale (57%), in Europa (47% vs 49%) e in Italia, dove il dato resta stabile al 55%. A seguire, i principali ostacoli alla crescita vengono individuati nei costi del lavoro (51%) e dell’energia (52%) e dalla disponibilità di forza lavoro qualificata (50%), sebbene tutti i dati mostrino un evidente miglioramento che, seppur in modo marginale, riflette la minore preoccupazione delle aziende rispetto al semestre precedente. A questo quadro di incertezza si contrappone un numero significativo di aziende che si aspetta un aumento della redditività (in crescita dal 59% al 60%) per il prossimo anno, attribuibile principalmente al fatto che l’inflazione è stata messa sotto controllo. Una tendenza contraria mostra l’indice in Europa in lieve discesa, dal 45% al 42%, così come in Italia, dal 43% al 42%.

Il miglioramento atteso sulla profittabilità è ulteriormente rafforzato dal fatto che un numero inferiore di aziende (nel mondo dal 55% al 50%; in Europa dal 50% al 47%; in Italia dal 45% al 34%) prevede di aumentare i prezzi di vendita nei prossimi dodici mesi. Tuttavia, ad una crescita attesa della redditività si accompagna una contrazione del numero di aziende che prevede un aumento dei ricavi per il prossimo anno, che scende dal 60% al 59%. L’indice è in leggero peggioramento anche in Italia, passando dal 56% al 54% e in Europa, dove scende al 53% dal 54%.

Nonostante più della metà delle aziende globali preveda un aumento della redditività, il segmento del mid-market si mostra nel complesso in difficoltà, trovandosi a fronteggiare le molteplici sfide poste dall’economia globale. Questa incertezza trova riscontro anche nell’esiguo aumento (+1%) del numero di imprese che prevede di assumere personale nel corso di quest’anno, che passa dal 50% al 51%. In Europa le aspettative di assunzione calano dal 41% al 39%, ma il pessimismo è più marcato in Italia, con una diminuzione di ben 10 punti percentuali (dal 43% al 33%). Resta stabile invece (83%) il numero delle aziende che prevede un possibile aumento dei salari, mentre le imprese italiane si mostrano più fiduciose (in leggera ascesa dal 67% al 69%), seguite da quelle europee (dal 78% al 79%).

Prospettive poco promettenti anche per il commercio internazionale, probabilmente a causa del diffuso sentiment di sfiducia verso scenari geopolitici incerti. Le aspettative di espansione sui mercati esteri mostrano infatti un andamento in frenata, con il 43% delle aziende ottimiste su una crescita dell’export (47% nella prima metà del 2023); una tendenza analoga si riscontra in Italia e in Europa, che vedono entrambe un decremento dal 37% al 35%. Questo fenomeno è principalmente imputabile alla flessione (40% contro il 43% del primo semestre 2023) del numero di aziende che prevede di aumentare il numero di Paesi verso i quali esportare, a cui si accompagna un calo (42% vs 44%) delle aziende che prevedono di aumentare i ricavi connessi alle esportazioni. Le imprese si mostrano meno fiduciose anche in merito al ricorso a fornitori sui mercati esteri, che dovrebbe crescere secondo il 34% del campione (37% nei primi sei mesi dell’anno).

Guardando agli investimenti, restano al primo posto quelli destinati alla Tecnologia, con il 61% delle aziende a livello globale che prevede un aumento nei prossimi 12 mesi (stabile sul primo semestre 2023); in Europa il dato scende al 46% (50% nei primi sei mesi dell’anno) ed è in flessione anche in Italia (47% vs 52%). Per quanto riguarda gli altri settori si assiste ad un calo generalizzato delle aziende che prevedono di accrescere gli investimenti in competenze del personale (56% vs 57%), in ricerca e sviluppo (52% vs 54%) e nelle costruzioni (36% vs 38%). Alessandro Dragonetti (nella foto), Managing Partner & Head of Tax di Bernoni Grant Thornton, commenta “l’indice di fiducia delle nostre imprese ha registrato un calo generalizzato, che si inserisce nel più ampio quadro di incertezza sulle previsioni economiche internazionali, a causa dell’inasprimento dei conflitti geopolitici e del persistere delle politiche monetarie restrittive. Di contro, le aziende si mostrano fiduciose sulla buona tenuta della redditività nel prossimo anno, che dipenderà in gran parte da come sapranno rispondere alle sfide del contesto economico nel quale si troveranno ad operare. Questo processo dovrà necessariamente passare dal ripensamento dei modelli organizzativi, l’automazione dei processi, il potenziamento delle competenze e, non ultima, una maggiore spinta agli investimenti, ivi inclusi quelli nel capitale umano”.

Finanza e alberghi: in Italia manca un modello internazionale di collaborazione e gestione immobiliare

In Italia coesistono numerose famiglie proprietarie di immobili adatte allo sviluppo alberghiero, ma con pochi progetti di sviluppo redditizi nel tempo.

di Roberto Necci
www.robertonecci.it 

In Italia, il legame tra il settore finanziario e quello alberghiero è un connubio che sembra non decollare, sebbene alcune eccezioni dimostrino che, correttamente applicata, la finanza può fungere da catalizzatore per lo sviluppo imprenditoriale. Tuttavia, la maggior parte degli attori finanziari guarda con scetticismo al comparto alberghiero, un atteggiamento che questo articolo si propone di esaminare approfonditamente.

Una delle principali ragioni di questa diffidenza è l’attribuzione al settore alberghiero di una capacità reddituale inferiore rispetto ad altri comparti immobiliari. Questo settore, assimilato a quello immobiliare in generale, richiede investimenti in asset tangibili, ma la percezione della redditività risulta spesso meno convincente rispetto ad altri settori. La gestione delle strutture alberghiere aggiunge un ulteriore livello di complessità, coinvolgendo il proprietario delle strutture in attività gestionali complesse che richiedono un costante adattamento alle evoluzioni normative, autorizzative, edilizie e impiantistiche. Questa complessità viene percepita come notevolmente superiore rispetto a quanto richiesto in altri settori immobiliari, come il commerciale, gli uffici o la grande distribuzione organizzata. Inoltre, il contesto italiano è caratterizzato da numerose famiglie proprietarie di immobili in posizioni privilegiate, ma con pochi progetti di sviluppo redditizi nel tempo, a causa delle ridotte dimensioni degli immobili alberghieri. Questa peculiarità fa dell’Italia un esempio unico a livello mondiale, poiché la divisione tra proprietà immobiliare e gestione alberghiera è meno diffusa, differenziandosi notevolmente dall’approccio adottato dalle principali compagnie internazionali. 

A livello globale, nel settore alberghiero si è consolidata la convenzione secondo cui la proprietà immobiliare e la gestione sono due ambiti distinti, con esigenze di investimento e conoscenze specifiche. Gli investitori internazionali, supportati dalla componente finanziaria, affidano i loro immobili a rinomate compagnie alberghiere mediante contratti di gestione, caratterizzati da un potenziale ritorno più elevato, ma con un rischio maggiore, una pratica ancora poco diffusa in Italia. Al contrario, in molti paesi internazionali, è ormai consolidata l’idea che, per valorizzare un investimento immobiliare alberghiero, il canone di locazione deve avere una componente variabile, fungendo da paracadute nei momenti difficili e aumentando nei momenti prosperi per rispecchiare le performance alberghiere. Un’altra dinamica ampiamente diffusa a livello globale è la partnership tra compagnie alberghiere e investitori, con le prime che presentano opportunità di investimento alle seconde, svolgendo un ruolo di origination.

Purtroppo, queste dinamiche sono ancora lontane dall’essere diffuse in Italia, dove il settore alberghiero potrebbe trarre vantaggio dall’adozione di modelli internazionali di collaborazione e gestione immobiliare. 

Box e posti auto, valori e scambi in recupero. Residenziale, rendimenti al 7.8%

Nella maggioranza dei casi chi acquista un box lo fa per utilizzarlo, ma c’è comunque una discreta percentuale che lo acquista per metterlo a reddito, vista la maggiore facilità di gestione dell’immobile e i rendimenti interessanti.

La ripresa del mercato immobiliare, sia di prezzi sia di volumi delle case, fa sentire i suoi effetti anche sul segmento dei box e posti auto. Nel 2021, infatti, secondo le analisi condotte dall’Ufficio Studi del Gruppo Tecnocasa, i prezzi dei box nelle grandi città sono cresciuti dello 0,5% mentre quello dei posti auto sono rimasti stabili. Allo stesso modo le compravendite, aggiornate dall’Agenzia delle Entrate ai primi nove mesi del 2021, evidenziano un recupero degli scambi dei box del 41,9% a livello nazionale e del 39% per le grandi città; l’aumento si conferma anche se si effettua il confronto con i primi nove mesi del 2019, anno non interessato dalla pandemia.

Nel 2021 il 73% delle operazioni ha riguardato la compravendita e il 27% la locazione di box. Il dato sulle transazioni immobiliari è in crescita e questo ha trascinato anche i box. anche questa tipologia. Rispetto allo stesso periodo del 2020 c’è un incremento del 4,8%. Nella maggioranza dei casi chi acquista un box lo fa per utilizzarlo, ma c’è comunque una discreta percentuale che lo acquista per metterlo a reddito (44,1%) vista la maggiore facilità di gestione dell’immobile e i rendimenti interessanti, che però restano i più bassi per gli investitori, anche se è il prodotto immobiliare con la crescita maggiore anno su anno. In questo caso sono Roma e Firenze a offrire le migliori prospettive di rendimento, la prima con un 6,8%, la seconda con il 6,6%. Milano e Palermo, si fermano al 6%, mentre Bologna (5,4%) e Catania (5,3%) precedono Napoli (4,7%) fanalino di coda della graduatoria dei ritorni per quanto riguarda i box auto.  Anche in questo caso, comunque, il ritorno sarebbe ben più alto di quello dei Btp a 10 anni.

Il rendimento lordo dato dall’acquisto di una casa per metterla sul mercato degli affitti è salito al 7,8% nell’ultimo anno. Nel quarto e ultimo trimestre del 2020, il rendimento offerto era stato del 7,5%.

È quanto emerso dall’ultimo studio condotto da Idealista, portale immobiliare che mette in relazione i prezzi di vendita e di locazione dei diversi prodotti immobiliari per calcolare la loro redditività lorda. Secondo lo studio i locali commerciali (negozi) si confermano il prodotto immobiliare più profittevole, con rendimento dell’11,6% (come 12 mesi fa). Alle loro spalle crescono gli uffici, che stanno vivendo una profonda trasformazione per via della pandemia, e vedono salire i loro rendimenti fino al 9,2%, mentre i box arrivano a toccare il rendimento record di 7,2% a fronte di un rendimento dei Btp 10 anni che risale oltre l’1%. Tra i capoluoghi italiani, Taranto e Siracusa diventano i più redditizi, con un indice di rendimento pari all’11,6%. Seguono Biella (10,6%), Ragusa (9,7%) e Trapani (9%). Dall’altro lato, i rendimenti più bassi d’Italia spettano ai proprietari di case in affitto a Siena (3,1%), Salerno (3,2%) e Venezia (4,1%). A Roma la redditività lorda sale al 4,6%, mentre Milano si attesta al 5,6%.

Torna l’ottimismo nelle aziende, ma ancora prudenza sulle aspettative di ricavi e profitti

Secondo Grant Thornton, la seconda metà dell’anno si apre ad un rinato ottimismo (+14%) con il 57% delle imprese fiduciose sulla ripresa economica per i prossimi 12 mesi. Ancora caute le previsioni sui ricavi e la redditività a causa di condizioni di finanziamento deboli e carenza di ordini.

Dopo il forte calo dell’ottimismo registrato nei primi sei mesi del 2020, torna a crescere l’ottimismo economico nella seconda metà dell’anno (+14% rispetto 1° semestre 2020), con il 57% delle imprese fiduciose sulla ripresa economica per i prossimi 12 mesi. Seguono il trend globale l’Italia, che registra un +10%, con il 33% delle imprese positive riguardo l’andamento dell’economia, e l’Europa, dove l’ottimismo cresce del +7% pur restando ancora significativamente sotto la media del 2019 (47%), con solo il 36% di imprese positive.

Questo, in sintesi, il quadro che emerge dall’ultima edizione dell’International Business Report (IBR) del network di consulenza internazionale Grant Thornton, ricerca effettuata a livello globale sui dirigenti di circa 10.000 imprese del mid-market presenti in 29 Stati.

Si tratta di un clima di rinnovata fiducia, che l’analisi Grant Thornton attribuisce soprattutto ad un miglioramento considerevole delle aspettative di investimento e di esportazione. Più di un terzo delle imprese prevede di far crescere le proprie esportazioni nei prossimi 12 mesi (+34% contro il +25% del 1° semestre 2020), un segnale di positività che si riflette in un numero maggiore di imprese che hanno pianificato di incrementare i propri ricavi dai mercati internazionali. Degna di nota è la performance italiana, con la percentuale di imprese ottimistiche sulle esportazioni raddoppiata rispetto al 1° semestre 2020, (32% vs 16%); resta invece più moderato il dato europeo (24% vs 19%).

L’indice di ritorno all’ottimismo risiede anche nelle aspettative di sviluppo degli investimenti, di cui i più significativi riguardano quelli nelle costruzioni (+32%), in impianti e macchinari (+38%) e nell’incremento del personale qualificato (+45%). Tuttavia, a causa degli effetti devastanti della prima e seconda ondata della pandemia, permangono delle criticità con cui le aziende si trovano a dover fare i conti, per cui si rileva ancora una certa prudenza soprattutto riguardo alle aspettative sui ricavi e i profitti. Di conseguenza, sebbene il 45% delle aziende prevede nei prossimi 12 mesi un aumento dei propri ricavi (+11 punti percentuali sul primo semestre), il dato rimane al di sotto dei livelli pre-Covid del 2019 (caratterizzato da un valore medio superiore al 50%).

Guardando alla redditività, si allarga considerevolmente il numero di imprese che ne stima una crescita per il 2021, passando dal 32% al 44% del secondo semestre 2020, ma anche in questo caso la percentuale di crescita resta inferiore alla media storica. In Europa, la percezione sulla redditività si mostra piuttosto debole rispetto alla media globale, con solo il 29% delle aziende positive. Anche per l’Italia il dato è analogo (28%).

A destare maggiore preoccupazione è il peso dell’incertezza economica sullo sviluppo del business. Tra i fattori percepiti come di maggior impedimento alla ripresa vi è la carenza di ordini, identificata come vincolo al business dal 52% delle imprese (55% nel 1° semestre 2020). Il calo di soli tre punti percentuali rispetto al 1° semestre dà in parte giustificazione alle previsioni ancora così deboli sui ricavi, a dispetto di un balzo molto forte dell’ottimismo.

La criticità delle condizioni di finanziamento resta un problema per il 46% delle aziende, che la ritiene un vincolo, in modo del tutto invariato rispetto alla prima metà dell’anno. Un ulteriore ostacolo è rappresentato dai costi del lavoro, dichiarati anch’essi come vincolo dal 50% delle imprese (49% nella prima metà dell’anno).

Dopo l’enorme sconvolgimento sul mercato del lavoro provocato dalla pandemia di Covid-19 nei primi mesi del 2020, torna a salire il numero delle aziende che prevede di assumere nuovo personale nel prossimo anno, passando dal 28% del primo semestre dell’anno al 38% del secondo semestre, il che dimostra come le imprese siano tornate a guardare avanti ad un futuro più promettente. L’ottimismo traspare anche dai risultati dell’Italia (dal 21% al 26%) e dell’Unione Europea che mostra una tendenza molto simile a quella italiana (dal 20% al 26%). Sull’aumento dei salari, lascia ben sperare una crescita non indifferente delle imprese che, a livello globale, prevedono di aumentare lo stipendio dei propri dipendenti nel prossimo anno, salendo dal 61% del 1° semestre al 72% del 2° semestre 2020.

Nella seconda parte dell’anno, continuano ad aumentare le imprese che hanno intrapreso, o iniziato a pianificare, misure strategiche in risposta alla pandemia. Su scala mondiale, il 39% delle aziende ha incrementato l’utilizzo della tecnologia nella propria organizzazione e ad ha aumentato le misure di sicurezza interne all’azienda. Circa il 34% ha intrapreso una pianificazione delle risorse necessarie per il rilancio e il 31% ha iniziato a identificare i prodotti/servizi, clienti e mercati target su cui focalizzarsi in vista dei piani di investimento futuri. La crisi da Covid-19 ha inoltre sensibilizzato le imprese sulla necessità di saper affrontare le nuove sfide per il mantenimento della leadership aziendale (circa il 18% delle imprese italiane, 27% europee e 29% globali) e ha messo in luce la necessità di sapersi adattare al cambiamento delle abitudini dei consumatori o delle dinamiche competitive del mercato.

Alessandro Dragonetti

L’implementazione delle misure di sicurezza sul posto del lavoro e l’adeguamento ai nuovi protocolli normativi anti-contagio, insieme all’utilizzo della tecnologia, restano tra le azioni prioritarie in vista del rilancio dell’attività riferiti dalla percentuale più alta delle imprese, pari a circa il 39%. “L’ultima edizione dell’IBR Grant Thornton – commenta Alessandro Dragonetti, Managing Partner & Head of Tax di Bernoni Grant Thornton – mette in luce una rinata fiducia delle imprese che, nella seconda parte dell’anno, sono tornate ad essere ottimiste, seppur con un atteggiamento ancora cauto, verso il possibile ricrearsi di quelle condizioni favorevoli al rilancio del business, con un nuovo slancio verso i mercati internazionali. Permangono però ancora alcune criticità, come le preoccupazioni sull’adeguamento alle ultime normative e gli ostacoli burocratici nella gestione delle procedure anti-contagio, oltre ad importanti debolezze strutturali come si evince dai margini di sviluppo ancora deboli sui ricavi e sulla redditività.

Banche in declino, è cominciata l’era degli “utili ad ogni costo”. Unicredit, via al taglio di sportelli e personale

Le banche italiane dovranno ridurre le base dei costi di circa 5 miliardi di euro, che corrispondono a 70.000 risorse umane e a 7.000 filiali nel corso dei prossimi 5 anni. Se poi il sistema volesse posizionarsi sui livelli medi di redditività allineati al costo del capitale (8-9%), il taglio costi necessario raddoppierebbe a 10 miliardi.

Più che una trasformazione, quella che si sta apprestando ad abbattersi sul sistema bancario e sull’economia italiana è una vera e propria rivoluzione. Si tratta di una “tempesta industriale”, che i banchieri pare vogliano affrontare con una certa miopia, dando cioè continuità al processo di riduzione dei costi già cominciato nel 2009 (e proseguito, senza sosta, fino ad oggi) ed evitando di misurarsi con un cambiamento immediato del business model, che evidentemente taglierebbe molte teste tra la dirigenza apicale.

Secondo le previsioni degli esperti (bollate dalla FABI come “terroristiche”), tra banche grandi e banche di piccola dimensione – l’aggregazione delle seconde sembra essere una condizione indispensabile per la loro sopravvivenza – in Italia servono cinque miliardi di tagli soltanto per preservare nei prossimi anni l’attuale redditività, ma l’asticella sale a dieci miliardi per consentire agli istituti di credito di mettersi al pari con la media europea.

A monte, c’è il ripensamento totale del modello industriale, nel senso di una profonda riqualificazione (significa riduzione, in linguaggio spiccio) delle competenze del personale in chiave digitale. Infatti, secondo  la società di consulenza internazionale Oliver Wyman (Rapporto “Banche italiane su un piano inclinato”, anticipato in esclusiva dal Sole24Ore), senza aumenti di capitale significativi dovuti alla nuova regolamentazione, nei prossimi cinque anni la media delle banche italiane vedrà una riduzione dei ricavi, in termini di margine di intermediazione, fino al 15%. A pesare saranno i tassi d’interessi a zero imposti dalla BCE e la conseguente compressione della redditività degli impieghi, già scesi quest’anno di 30 punti base per i mutui e di 80 punti per i prestiti alle imprese. La politica dei tassi comprimerà anche i ritorni sui titoli di debito, con una riduzione del margine di interesse del 5% rispetto ad oggi. E se qualcuno pensa che la soluzione stia nella crescita delle commissioni, il Rapporto Oliver Wyman risponde che, nella media, i ricavi commissionali non saranno di aiuto a compensare il calo del margine d’interesse, in quanto sono già a livelli più elevati rispetto alle banche europee, e la recente regolamentazione (MiFID) ha dato il colpo di grazia alle ambizioni sulla marginalità, favorendo la concorrenza più accesa.

Alla luce di tutto questo, la prima soluzione sembra essere – ed il processo è già cominciato, anche in Italia – la revisione degli attuali modelli di servizio delle banche, ancora troppo imperniati sulle filiali. In tal senso, secondo le stime di Oliver Wyman, ”… ipotizzando che lo scenario macro non peggiori, per neutralizzare la compressione dei ricavi e mantenere la redditività del capitale sui livelli attuali, le banche italiane dovranno ridurre le base dei costi di circa 5 miliardi di euro, che corrispondono a 70.000 risorse umane e a 7.000 filiali in meno nel corso dei prossimi 5 anni. Se poi il sistema volesse posizionarsi sui livelli medi di redditività allineati al costo del capitale (8-9%), il taglio costi necessario raddoppierebbe a 10 miliardi”.

Ma non è tutto. Dei dipendenti che resteranno, infatti, “oltre il 45% della forza lavoro dovrà acquisire nuove competenze in diverse aree digitali, dai processi di interazione con la clientela all’adozione dell’intelligenza artificiale nel sistema dei controlli; dalla revisione delle competenze digitali necessarie a ridurre i ruoli di filiale e del back office alle nuove professionalità come quelle di data scientist, change manager e gestione di nuove tecnologie.

E come sempre accade da dieci anni a questa parte, le banche italiane si adeguano. Il piano 2020-2023 di Unicredit è un esempio lampante dell’adattamento allo scenario di cui abbiamo parlato. La banca guidata da Jean Pierre Mustier ha annunciato che ridurrà il personale di circa 8.000 unità, soprattutto in Italia (5.500-6.000 dipendenti in meno), e gli sportelli (500 in meno).

Sembrerebbe un piano tipico di una azienda in difficoltà, eppure gli utili sgorgano copiosi, per cui i più non se lo spiegano. Infatti, i ricavi dell’istituto (che ha anche liquidato la sua partecipazione in Mediobanca, diventando meno italiana di prima) cresceranno ogni anno dello 0,8% dal 2019 al 2023 fino ad arrivare a 19,3 miliardi, mentre l’utile netto  si attesterà a 4,3 miliardi nel 2020 per salire a 5 miliardi nel 2023. Inoltre, osservando i bilanci, tra il 2008 e il 2018 Unicredit ha già ridotto il numero di dipendenti nel mondo del 50% (da 174mila a 86.786 unità a tempo pieno), ed ha chiuso 1.381 sportelli; pertanto, chiudendone altri  500, in tutta evidenza, verrà reciso ancora di più il rapporto con la clientela e il legame col territorio, tipici valori della banca tradizionale oggi in declino. Tutto ciò, però, si tradurrà nella creazione di valore per gli azionisti Unicredit pari a 16 miliardi di euro nell’arco del piano 2020-2023.

Nonostante i numeri sembrino accattivanti, gli esperti del mercato li guardano con diffidenza. Secondo loro, infatti, questo progetto non  guarda alla crescita ed al futuro, ma grazie al taglio dei costi crea le condizioni per aumentare “artificialmente” gli utili che non la banca riesce a produrre con l’attività industriale tipica.

In tutta evidenza, non si potrà tagliare il personale all’infinito, e prima o poi Mustier, e i banchieri che adottano la stessa mediocre (e pericolosa) politica degli “utili ad ogni costo”, dovranno farci sapere cosa vorranno fare da grandi.

Se mai ci diventeranno.