Aprile 23, 2026
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Fed nella “trappola del debito”. Una pura scommessa contro l’inflazione

La Banca Centrale Usa non è in grado di modificare la sua politica monetaria e continuerà a sostenere che l’inflazione è un fenomeno solo temporaneo, sperando che lo sia veramente. In caso contrario, sarà il mercato a modificare il costo del debito per il sistema.

“Il sistema finanziario Usa non è più in grado di reggere la minima politica monetaria restrittiva e la Fed è totalmente “disarmata” dinnanzi a una possibile impennata dell’inflazione. L’attuale leverage nell’economia degli Stati Uniti ha infatti “infettato” il sistema e la Banca Centrale Usa è finita nella trappola del debito.” È l’analisi di Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy Fund.

La Fed non è in grado di modificare la sua politica monetaria e quindi continuerà a sostenere che l’inflazione è un fenomeno solo temporaneo, sperando che lo sia veramente, prosegue Novelli. La politica monetaria ha esaurito i suoi effetti e può solo rimanere appiattita sui tassi a zero. Infatti, mentre ulteriori stimoli monetari non avrebbero alcun effetto sull’economia reale, un minimo cambiamento restrittivo sarebbe più restrittivo di quanto può sembrare perché siamo ormai nella trappola del debito. Se dunque l’inflazione non fosse temporanea, la Fed non potrebbe intervenire con politiche restrittive perché produrrebbe una pesante recessione indotta da un aumento del costo dell’indebitamento che affligge il sistema. E’ dunque evidente che la Banca Centrale Usa è totalmente “disarmata” davanti ai rischi che le sue politiche monetarie hanno innescato nel sistema.

Il gestore fa notare che il Pil americano vale 20 trilioni di dollari e il debito in circolazione nel sistema è di oltre 70 trilioni di  (pubblico e privato): ipotizzando per i prossimi anni una crescita nominale del Pil del 6% (che con un’inflazione stimata al 3% produrrebbe un Pil reale del 3%), e un costo nominale medio del debito nel sistema fermo al 2% (si tenga conto che circa il 30% del debito in circolazione è di tipo speculativo e subprime a tassi molto elevati), si avrebbero questi risultati: 1) la crescita del Pil nominale al 6% produrrebbe 1,2 trilioni di dollari di nuovo reddito all’anno, 2) il costo del debito del 2% all’anno sarebbe pari a 1,4 trilioni di dollari ogni anno (ipotizzando che il debito rimanga fermo dov’è). In pratica, l’intero reddito prodotto in un anno dall’economia servirebbe a malapena solo a sostenere il costo dell’indebitamento.

Si tenga presente che l’ipotesi di crescita reale al 3% è superiore alla media di crescita dell’economia Usa degli ultimi 10 anni, che è stata del 2% nonostante perenni stimoli monetari e fiscali, mentre l’ipotesi che il debito rimanga fermo su questi livelli è decisamente ottimistica – spiega il gestore.

Se l’inflazione non sarà temporanea sarà il mercato (e non la Fed) a modificare il costo del debito per il sistema, con tutte le conseguenze del caso. Pertanto, la gestione del dollaro e dei tassi d’interesse si farà particolarmente difficile nei prossimi mesi, ed è abbastanza ovvio che i mercati finanziari si stiano prendendo dei rischi elevatissimi, affrontando questa scommessa al massimo della leva e con un profilo di allocazione su certe asset class talmente elevato che nessun errore è ammesso. Il paradosso di tale stato di cose è che tutti sperano che l’inflazione sia temporanea, ma in realtà avremmo bisogno proprio dell’inflazione per svalutare il debito gigantesco che abbiamo creato in questi ultimi vent’anni, dato che non siamo in grado di ripagarlo ma non possiamo neanche remunerarlo a costi più alti di quelli attuali.

Appare dunque piuttosto complicato – prosegue Novelli – sperare di non avere l’inflazione che vorremmo grazie alle politiche monetarie che stiamo facendo, che sono proprio finalizzate a produrla in modo non temporaneo. Siamo dunque, a mio parere, arrivati alla fine della corsa, dove tutti investono nel “reflation trade” senza però voler accettare le conseguenze del termine “reflation”, dove i mercati vorrebbero continue politiche monetarie reflazionistiche ma senza l’inflazione. Sono questi i classici contesti da “policy mistake”, dove si deve perseguire politiche ormai obbligate e continuare in un’unica e sola direzione, dato che una “exit strategy” è diventata ormai impraticabile.

Tra il 2018 e il 2019 la Fed ha iniziato a ridurre il bilancio e ad alzare i tassi d’interesse ma, in pochi mesi, l’economia si è trovata sull’orlo della recessione e la Banca Centrale americana ha dovuto innescare la retromarcia, riacquistando in poche settimane tutti i titoli che aveva venduto e riportando i tassi dal 2,5% allo 0,25% in meno di tre mesi – prosegue il gestore. Se già prima della pandemia l’economia non reggeva l’urto di politiche monetarie “meno espansive” cosa potrebbe succedere oggi pronunciando solamente la parola “tapering”?  

Il motivo per il quale il dollaro è rimasto debole nonostante le dichiarazioni restrittive è una ulteriore conferma che lo scenario a termine per la divisa Usa rimane la svalutazione. D’altronde un’economia che cresce solo sul debito monetizzato dalla Banca Centrale non può avere una divisa forte. Chi crede in scenari opposti (dollaro forte) dovrebbe essere coerente e vendere Equity e Bonds, perché scommette che la Fed alzerà i tassi e ridurrà il bilancio. Ma un dollaro esposto a rischi di svalutazione mette in crisi i flussi di capitale estero che finanziano il debito Usa. Per questo motivo la Fed ha iniziato questo “giochetto” delle dichiarazioni verbali per far credere che l’inflazione è temporanea, ma se non sarà così, interverrà a difendere il dollaro alzando i tassi?  I tassi non possono salire e il dollaro non sarà difeso in alcun modo. Lo stesso discorso vale per i Treasuries. Tutto sembra confermare che siamo giunti alla fase finale dell’efficacia delle politiche monetarie attuate dal 2008 a oggi, e la “tanto desiderata” inflazione potrebbe essere un elemento di svolta.

Se ci sarà veramente inflazione avremo disordine sui mercati finanziari e svalutazione del debito, spiega Novelli, se l’inflazione sarà solo transitoria rimarremo nella trappola del debito con un’economia in stagnazione, instabilità sociale, insolvenze e svalutazioni monetarie competitive. Gli investitori scelgano lo scenario preferibile, sapendo che, nel secondo caso, l’agonia da debito non darebbe risultati diversi ma solo posticipati e probabilmente peggiori.   

Ethenea: l’inflazione rimarrà contenuta e le politiche espansive non si interromperanno

Secondo Andrea Siviero, le banche centrali tollereranno le impennate temporanee e manterranno la loro politica espansiva, mentre vaccini e stimoli fiscali favoriscono i titoli correlati con l’accelerazione della crescita. L’aumento dei rendimenti statunitensi potrebbe rafforzare il dollaro.

“Quando la pandemia di Covid-19 si è abbattuta sull’economia mondiale, l’inflazione non era ancora tornata ai livelli pre-crisi del decennio scorso”, spiega Andrea Siviero, Investment strategist di Ethenea Independent Investors. “Nella corso della prima metà del 2021, l’inflazione tenderà a salire nelle economie sviluppate, sospinta in particolare dal rincaro dei prezzi energetici e delle materie prime, da strozzature sul fronte dell’offerta e da un effetto base positivo e raggiungerà l’apice nel secondo trimestre di quest’anno. Tuttavia, nel complesso, l’aumento dei prezzi dovrebbe rimanere contenuto nel prossimo futuro, considerati l’output gap negativo, cioè il divario che persiste tra produzione effettiva e produzione potenziale, gli ostacoli dovuti a forze strutturali, quali demografia, globalizzazione e tecnologia, e il crescente squilibrio tra risparmi e investimenti”.

Poiché attualmente l’inflazione viaggia al di sotto del livello obiettivo – continua Siviero – probabilmente le banche centrali delle economie sviluppate ignoreranno le impennate temporanee e manterranno la loro politica espansiva per un periodo più lungo. Ci troviamo, infatti, in un contesto reflazionistico, caratterizzato da una ripresa congiunturale dopo una fase di contrazione: questo comporta anche un graduale ritorno della produzione e dell’inflazione ai trend di lungo periodo, ma è cosa ben diversa rispetto a un contesto inflazionistico, che è legato a un graduale aumento generalizzato dei prezzi in periodi di pieno utilizzo delle capacità produttive.

Nella situazione attuale, una politica macroeconomica favorevole e prezzi in moderato aumento sono elementi positivi per i mercati azionari e per gli asset rischiosi in generale. Infatti, i più importanti indici azionari sono saliti del 75% circa rispetto ai minimi di marzo 2020, raggiungendo nuovi massimi a marzo di quest’anno.

Il rally è stato trainato dalla massiccia liquidità immessa nel sistema dalle banche centrali e dalle migliori prospettive economiche. L’elezione di Joe Biden, le prospettive di ulteriori stimoli fiscali negli Usa e lo sviluppo di vaccini anti-Covid-19 hanno rafforzato la dinamica reflazionistica, innescando il cosiddetto reflation trade. Esso tende a dare impulso ai titoli che presentano una correlazione con l’accelerazione della crescita economica e di norma favorisce una rotazione verso le aree maggiormente penalizzate durante la recessione. I mercati azionari e delle materie prime tendono così a generare risultati migliori rispetto ad altri mercati, i listini azionari dei paesi emergenti di regola sovraperformano quelli delle economie sviluppate, mentre le small cap e i settori ciclici battono le large cap e i titoli growth.

In una fase reflazionistica, le prospettive di crescita e l’aumento delle aspettative di inflazione spingono poi verso l’alto i rendimenti dei titoli di Stato e favoriscono i titoli high yield rispetto a quelli investment grade. Le fasi di ripresa e di reflazione cicliche tendono inoltre a essere accompagnate da un indebolimento delle valute rifugio (che generalmente comprendono il dollaro Usa, lo yen giapponese e il franco svizzero), poiché gli investimenti si dirigono verso le regioni con migliori prospettive di crescita e tassi più alti.

Con il passare del tempo, uno scenario reflazionistico comporta anche rischi per i mercati finanziari e il rialzo dei rendimenti è attualmente considerato uno dei maggiori rischi in questo senso. Un aumento prolungato e sostanzioso dei tassi statunitensi a lungo termine potrebbe pregiudicare la ripresa congiunturale appena iniziata, fermare il rialzo del mercato e annullare il reflation trade. Inoltre, il rischio di un aumento dei rendimenti statunitensi potrebbe rafforzare il dollaro Usa, reindirizzando verso gli Stati Uniti i flussi di capitali diretti nei paesi emergenti.

Sebbene il contesto reflazionistico resti intatto, i margini di ulteriori guadagni per gli asset rischiosi si sono ridotti. “Crediamo comunque che il reflation trade che accompagna la ripresa ciclica non abbia ancora esaurito il suo potenziale”, conclude Siviero. “Il rialzo dei rendimenti a lungo termine è espressione di un netto miglioramento delle prospettive di crescita globali. Inoltre, il supporto politico senza precedenti rende questa ripresa meno sensibile all’andamento dei tassi rispetto ai cicli precedenti. Bisogna poi considerare che l’inflazione resterà probabilmente contenuta, e che le banche centrali manterranno il loro orientamento estremamente espansivo per un periodo prolungato”.