Aprile 21, 2026
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Federpromm, Marucci: i consulenti finanziari come “zelanti maggiordomi” degli intermediari

“…se si esamina la sua  condizione   contrattuale, di rispetto al vincolo della restrittiva normativa, alla sua funzione di puro adempimento  amministrativo, si può ben affermare come  oggi  il consulente finanziario sia uno ‘zelante  maggiordomo’ in giacca e cravatta,  alle dipendenze dell’intermediario senza esserlo giuridicamente…”

di Manlio Marucci *

Roma 19 ottobre 2019 – Più volte e in diverse occasioni  mi sono interessato  – molto spesso in modo poco ortodosso  –  nel  capire i veri problemi di tutto il settore dell’intermediazione finanziaria ed in modo particolare della posizione espressa  dalla figura del consulente finanziario  nell’ambito dei rapporti formali  con i vari soggetti abilitati, ma soprattutto nel capire quale ruolo tale figura professionale rivesta nel contesto  più ampio della società italiana e nel contempo verificare se il suo  valore culturale di trasmissione of financial knowledge  – di educatore finanziario – abbia  un  riconoscimento formale dalla comunità dei risparmiatori. Molte ricerche ormai confermano questa tendenza e sicuramente le istituzioni ne hanno compreso l’importanza.

Manlio Marucci – Federpromm-Uiltucs

Fin dalla sua nascita con l’istituzione dell’albo professionale dei PF che risale ormai ad oltre venticinque anni, abbiamo assistito ad un processo evolutivo che tra alti e bassi della congiuntura dei mercati ha disegnato  un quadro  sufficientemente  attraente nel  sostenere ed indirizzare milioni di famiglie verso forme di investimento alternative ai classici prodotti  monetari che per i bassi tassi di interesse cercano oggi di  ottimizzare i loro risparmi verso strumenti del risparmio gestito per avere  maggiori rendimenti e per limitare il livello dei rischi. Ormai si può affermare che esiste un’ampia letteratura intorno alla figura del consulente finanziario che ne esalti sia l’aspetto più propriamente esoterico, di facciata, che di una vera attribuzione di cultore della materia, di “paidéia”,  nei confronti della comunità finanziaria. Un compito assai difficile come elemento demistificante del tessuto sociale italiano vista la scarsa propensione verso la finanza e la previdenza, senza che ne  intacchi tuttavia la natura della composizione dei rapporti strutturalmente combinati tra lo stesso sistema finanziario, sistema politico, sistema produttivo. Non cito per comodità  i dati oggi facilmente reperibili dai vari operators of the reference market .

Tale complessità dei problemi  indubbiamente, vista anche la velocità dei cambiamenti in atto, mette in crisi la natura dei modelli di sviluppo  approvati nei vari piani industriali da parte delle reti e delle banche con l’effetto di  far uscire dal mercato  migliaia di consulenti finanziari che hanno modesti portafogli , e questo nonostante abbiano dedicato anni di lavoro, risorse e sacrifici,  adeguandosi  psicologicamente ad un lavoro a partita Iva e con mancanza di tutele contrattuali e previdenziali.  Una contraddizione di fondo che mette in crisi l’intero sistema così strutturato attraverso un processo di razionalizzazione dell’utilizzo massiccio della figura dei CF e dell’avanzata della tecnologia che sembra dominare tutto  il settore della “nuova” finanza.

Assistiamo quindi ad una realtà certamente sempre più complessa che presenta però al suo interno molteplici criticità, soprattutto se il valore attribuito a queste dinamiche dello sviluppo si associa anche la situazione oggettiva delle  aspettative di chi vuole intraprendere – in un mercato sempre più competitivo – l’attività di consulente finanziario e le condizioni umane ed economiche  con cui si sono determinate le situazioni  di lavoro nel tempo.  Dinamiche che vedono in modo subalterno e strumentale la funzione dello stesso CF alla mercé degli interessi  e delle logiche espansive degli intermediari finanziari.

Non vorrei essere considerato un “guastafeste” rispetto alla vasta pubblicistica che con enfasi ha sempre valorizzato il consulente finanziario come l’anello di congiunzione –certamente vero – tra cliente, società prodotto e rete distributiva, ma il suo raggio di influenza, la sua capacità di comprendere appieno il ruolo sociale che svolge non sempre esprimono  atteggiamenti positivi  proprio perché se si esamina la sua  condizione   contrattuale, di rispetto al vincolo della restrittiva normativa, alla sua funzione di puro adempimento  amministrativo, si può ben affermare come  oggi  il CF sia uno “zelante   maggiordomo” in giacca e cravatta  alle dipendenze dell’intermediario senza esserlo giuridicamente.  Tralascio la figura del consulente c.d. fee only poiché ancora il mercato – con i limitati numeri di iscritti all’apposita sezione in OCF –  non ne ha recepito la sua rilevante importanza, anche se i tempi possono sembrare maturi.

C’è anche da dire che le case di investimento sono lì a vigilare come grandi sacerdoti che i dati e la realtà oggettiva delle condizioni di lavoro in capo ai CF (contratto di agenzia assimilabile al settore commercio, anziché –come sarebbe naturale – a quello del credito) non riescano ad essere troppo scandalose.  Alcune domande infine poste a voce alta allora sono indispensabili:  è sostenibile ipotizzare un nuovo modello di relazioni industriali applicate a tutto il settore dell’intermediazione finanziaria, creditizia ed assicurativa ? Con al centro la figura del Consulente finanziario nel rapporto fiduciario con i potenziali investitori ?  Utopia o presa di coscienza  collettiva ? O forse sarà la Robotic Process Automation  & Artificial Intelligence a dominare lo scenario futuro ?  Realtà con cui bisogna decidersi di fare i conti.

*Presidente Federpromm-Uiltucs

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Addio all’età del risparmio a basso rischio: la funzione-Tempo alla guida della nuova era geologica dell’Investitore

Il crollo dello Stato Sociale e la prolungata fase di tassi negativi attribuiscono al  fattore tempo un ruolo fondamentale nelle decisioni di investimento e di accantonamento previdenziale, soprattutto  per i millennials.

Articolo di Ilaria Porro

Il crollo del Welfare State italiano ha dettato, negli ultimi cinque anni, un profondo cambiamento socio-economico i cui risvolti sembrano non essere ancora chiari alla quasi totalità degli ex risparmiatori del nostro Paese.

Perché “ex”?

E’ presto detto. Il c.d. “stato sociale”, e cioè l’insieme delle prestazioni che lo Stato garantisce nei settori della Scuola, della Sanità, dei Servizi Pubblici, dell’Assistenza Sociale (ed altro ancora), che per decenni ha tenuto gli italiani sotto una campana di vetro in materia di cura delle malattie, istruzione e pensione, ha trasmesso alcune abitudini finanziarie che oggi sono difficili da interrompere, soprattutto per le fasce di popolazione “over 60”. Infatti, nessuno si era preoccupato, in tutti quegli anni, di pianificare i propri obiettivi nel tempo, perché sulle tipiche emergenze della vita interveniva sempre il nostro generoso Welfare.

I consulenti (allora promotori finanziari) che parlavano di pianificazione e di investimento “a rate” per gli studi dei figli o per una pensione integrativa sembravano parlare una lingua straniera; chi proponeva polizze sanitarie per i grandi interventi chirurgici, poi, era visto come una specie di extraterrestre.

La conseguenza più grave di questo scenario è stata quella di non far capire a coloro che detenevano risparmio il valore della “funzione-Tempo”, ed in particolar modo dell’investimento di lungo periodo, perché semplicemente non ne avevano bisogno, pieni com’erano di BOT e BTP brevi con cedole al 15%.

Tutti costoro erano, appunto, quelli che una volta si chiamavano risparmiatori. E oggi, con i tassi a breve stabilmente negativi (e quelli a lungo al 2% scarso),  com’è cambiata la loro mentalità? La risposta è che non è affatto cambiata: essi sono sempre alla ricerca, come se nulla fosse successo, di un buon rendimento senza rischio né volatilità. Eppure, già da anni il Welfare State è stato drasticamente ridimensionato, e a molte delle spese per sanità, pensione e scuola dei figli ci devono pensare i millennials e (soprattutto) i patrimonials con i loro soldi faticosamente accantonati. Pertanto, anche il c.d. risparmiatore non esiste più, e chi detiene patrimoni liquidi (e non solo), anche di modesta entità, deve oggi cominciare a ragionare come un investitore dotato di grandi mezzi finanziari, dando spazio ai progetti di lungo periodo e cercando di acquisire competenze che prima erano destinate solo ai ricchi.

Il web, per fortuna, consente di ricevere già oggi un buon livello di consulenza di base, ma molto dovrà succedere nei prossimi anni. In questo nuovo scenario, l’importanza del fattore tempo diventa una componente fondamentale nelle decisioni di investimento e di accantonamento previdenziale, sia per i più giovani millennials (che di tempo a disposizione ne hanno un po’ di più), sia per i c.d. patrimonials (indicativamente i genitori dei millennials) cinquantenni, ed in particolar modo per quanti tra loro esercitano lavoro autonomo e dovranno affidarsi ad una cassa di previdenza per costruire l’ossatura principale della pensione.

Warren Buffet, il guru di Omaha e il più grande value investor di sempre, ha affermato in diverse occasioni che se la Borsa chiudesse per 10 anni per lui sarebbe indifferente: ”se non sei pronto a tenere un’azione per 10 anni, non tenerla nemmeno per 10 minuti”.

La prerogativa dei nuovi investitori  dovrebbe essere quella di proiettare i propri investimenti nel lungo periodo, allungando il più possibile l’orizzonte temporale, che quasi mai dovrebbe essere inferiore ai 10-15 anni. In particolare, nel 2019 il profilo finanziario di un giovane dovrebbe prevedere:

Obiettivi finanziari e previdenziali di lungo raggio → lungimirante

Propensione al risparmio → previdente

Conoscenza e accettazione del rischio → razionale

ESSERE LUNGIMIRANTI – In un investimento il tempo è l’elemento fondamentale, e potendo contare sul giusto tempo a disposizione è possibile ottenere risultati eccezionali dai propri risparmi. La regola generale, infatti, è che la pianificazione di lungo periodo consente di mettere in portafoglio strumenti migliori con lo stesso profilo di rischio. Ovvero, quanto più a lungo resta investito il capitale, tanto maggiore è il rischio che si può sostenere. Il lungo periodo, inoltre, mette al riparo dall’ansia delle decisioni prese all’improvviso e dalle mode del momento. Investire nel lungo termine consente infine di mettersi al sicuro dalle oscillazioni di breve termine, e poter investire persino sulle aziende attive nel settore Green e nei prodotti c.d. SRI (Social Responsible Investment).

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ESSERE PREVIDENTI – La generazione di coloro che ad oggi hanno una età compresa tra i 18 e i 35 anni è composta da persone con condizioni lavorative spesso precarie, oppure da chi ha già avviato una carriera lavorativa e si trova a sostenere spese sempre più elevate. Tutti costoro, viste le circostanze e la bassa capacità di risparmio, tendono a non investire e a lasciare parcheggiati i soldi sui conti correnti o nei così detti conti deposito, esponendo così il denaro alla ineluttabile erosione dell’inflazione. Infatti, negli ultimi anni il tasso di inflazione è stato mediamente pari al 2 % annuo, e ipotizzando che rimanga tale nei prossimi dieci anni 100.000 euro del 2019 varranno circa 80.000; praticamente una perdita del 20% dovuta alla decisione di non investire.

Inoltre, la maggior parte dei giovani adulti riconosce il problema legato alle future pensioni, ma solo in pochi affrontano la situazione aderendo a forme di previdenza complementare, al fine di costruire un assegno integrativo che possa affiancarsi a quello della pensione principale e mantenere un livello di vita soddisfacente quando servirà.  Peraltro, lo Stato riconosce ai sottoscrittori di questi contratti importanti forme di agevolazioni fiscali: i versamenti volontari sono deducibili fino al limite di 5.164,67 euro all’anno; ai rendimenti ottenuti viene applicata un’aliquota ridotta pari al 20% (anziché al 26%) e la pensione integrativa ottenuta viene tassata con un’aliquota agevolata massima del 15% (con una riduzione dopo il quindicesimo anno di adesione dello 0,3 % fino a raggiungere un minimo del 9%).

ESSERE RAZIONALI – Gli ex risparmiatori italiani hanno paura del comparto azionario, perché lo associano a concetti estremi di rischio, speculazione, perdita, scommessa, convincendosi che tutto questo è lontano dalle proprie attitudini e che non potrebbe che portare con sé una qualche fregatura dalla quale tenersi serenamente alla larga. Invece, il mondo azionario potrebbe rivelarsi il migliore alleato in tema di investimenti, se ben conosciuto ed utilizzato. E non si tratta di market timing (abilità nel cogliere il momento preciso in cui entrare e uscire dal mercato), ma di semplice informazione storica: sfruttando il nostro amico tempo, il mercato azionario si è dimostrato negli anni il più profittevole e sicuro.

Volete una dimostrazione? Eccola. Gli esperti di Goldman Sachs, prendendo ad esempio i risultati storici dell’indice azionario MSCI World, hanno concluso che rimanere investiti nell’intero periodo Gennaio 1999-Marzo 2019 (cioè tutti i 5281 giorni) ha permesso di realizzare più del doppio dei guadagni di chi si è lasciato sfuggire i migliori 10 giorni di mercato.

Pertanto, rimanere investiti, piuttosto che provare a scegliere il momento giusto, è un elemento fondamentale per il successo degli investimenti nel lungo termine.

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