Settembre 13, 2026
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Consulenza finanziaria, roboadvisor e AI: la “disintermediazione” del consulente è vicina?

Gli studi di finanza comportamentale dimostrano che gli investitori, lasciati soli, sono penalizzati da scelte emotive e da una minore performance del proprio patrimonio mobiliare.

Negli ultimi anni i roboadvisor e l’AI hanno guadagnato spazio nelle attività di consulenza finanziaria, offrendo servizi di asset allocation automatizzata basati su algoritmi e intelligenza artificiale. Questo grazie ai costi contenuti e alla semplicità di accesso. Il limite, però, è che un algoritmo non può comprendere obiettivi personali, dinamiche familiari o esigenze fiscali complesse. Nonostante questo limite, le piattaforme di trading online e l’accesso diretto ai mercati spingono molti risparmiatori a gestire in autonomia i propri risparmi con la promessa di libertà, controllo diretto e costi ridotti.

In tema di uso degli algoritmi, tra le innovazioni più significative si collocano le piattaforme digitali che offrono soluzioni di portafoglio grazie agli algoritmi di ottimizzazione e, in misura crescente, su modelli di intelligenza artificiale (IA). Questi strumenti hanno riscosso successo per la loro capacità di coniugare accessibilità, efficienza e riduzione dei costi, consentendo anche a investitori retail di accedere a servizi un tempo riservati a una clientela più sofisticata (Sironi, 2016). Tuttavia, resta aperta la questione dell’effettiva possibilità di sostituire la figura del consulente umano con un sistema automatizzato, soprattutto nelle dimensioni qualitative e relazionali che caratterizzano il processo consulenziale.

In dettaglio, i roboadvisor si fondano su algoritmi in grado di determinare combinazioni di portafoglio ottimali in base al profilo di rischio e agli obiettivi dichiarati dall’investitore. La logica sottostante è quella della razionalità algoritmica, che elimina le distorsioni cognitive e le emozioni che spesso influenzano negativamente le decisioni umane (Lo, 2019). Tuttavia, l’efficienza quantitativa non equivale necessariamente a completezza consulenziale. Le piattaforme automatizzate non sono in grado di integrare nel processo decisionale elementi qualitativi come le dinamiche familiari, la pianificazione fiscale o la gestione patrimoniale intergenerazionale, che richiedono competenze interdisciplinari e una profonda comprensione delle esigenze individuali (Cocca, 2016). In questa prospettiva, il valore del consulente finanziario non risiede soltanto nella costruzione del portafoglio, ma nella capacità di interpretare il contesto personale e psicologico del cliente, orientandolo in un percorso coerente con i propri obiettivi di vita e non soltanto con le variabili di mercato.

La diffusione delle piattaforme di trading online e la crescente alfabetizzazione digitale hanno incentivato la gestione autonoma dei risparmi, fenomeno che alimenta la percezione di una possibile “disintermediazione” del consulente. Tuttavia, numerose ricerche di finanza comportamentale mostrano che gli investitori individuali, lasciati senza guida professionale, tendono a sottoperformare sistematicamente i mercati. Barber e Odean (2000), in uno studio ormai classico, hanno dimostrato che l’eccessivo turnover di portafoglio, frutto di overconfidence e comportamenti impulsivi, riduce significativamente i rendimenti medi rispetto agli indici di riferimento. Allo stesso modo, Kahneman e Tversky (1979) evidenziano come la loss aversion porti gli investitori a vendere i titoli in guadagno troppo presto e a mantenere quelli in perdita troppo a lungo.

Questi risultati suggeriscono che la disintermediazione, lungi dall’essere un vantaggio per la maggioranza dei risparmiatori, può tradursi in un costo implicito elevato, rappresentato dalla perdita di rendimento derivante da scelte irrazionali e da una pianificazione inefficiente. Alla luce di tali evidenze, l’ipotesi di una sostituzione totale del consulente con l’AI appare tecnologicamente prematura e concettualmente inadeguata. Più realistico è uno scenario di complementarità tra uomo e macchina, in cui la tecnologia diventa uno strumento di supporto all’attività consulenziale. L’AI può, infatti, contribuire a migliorare la qualità del servizio attraverso l’analisi predittiva, l’ottimizzazione del rischio e l’automazione dei processi amministrativi, liberando tempo e risorse per le attività a maggior valore aggiunto: la relazione con il cliente, l’educazione finanziaria e la pianificazione strategica del patrimonio (Jung et al., 2018).

In tale prospettiva, il consulente finanziario evolve verso un ruolo ibrido, in cui la competenza relazionale e la capacità interpretativa si fondono con l’uso consapevole delle tecnologie digitali. Pertanto, la progressiva digitalizzazione dei servizi finanziari non implica necessariamente la disintermediazione del consulente, ma ne modifica profondamente la natura e le modalità operative. L’AI e i roboadvisor costituiscono un’opportunità di evoluzione del modello consulenziale, non una minaccia alla sua sopravvivenza. Per una ristretta minoranza di investitori dotati di solide competenze tecniche e di un’elevata disciplina comportamentale, la gestione autonoma può risultare efficace. Tuttavia, per la maggior parte dei risparmiatori, la figura del consulente finanziario e patrimoniale resta indispensabile per mitigare i bias cognitivi, costruire strategie di lungo periodo e integrare dimensioni fiscali, legali e patrimoniali che un algoritmo non è in grado di cogliere.

Riferimenti bibliografici
Barber, B. M., & Odean, T. (2000). Trading is hazardous to your wealth: The common stock investment performance of individual investors. Journal of Finance, 55(2), 773–806.
Cocca, T. D. (2016). Potential and limitations of virtual advice in wealth management. Journal of Financial Transformation, 43, 65–72.
Jung, D., Dorner, V., Glaser, F., & Morana, S. (2018). Robo-advisory: Digitalization and automation of financial advice. Business & Information Systems Engineering, 60(1), 81–86.
Kahneman, D., & Tversky, A. (1979). Prospect theory: An analysis of decision under risk. Econometrica, 47(2), 263–292.
Lo, A. W. (2019). Adaptive Markets: Financial Evolution at the Speed of Thought. Princeton University Press.
Sironi, P. (2016). FinTech Innovation: From Robo-Advisors to Goal Based Investing and Gamification. Wiley Finance Series.

 

Fintech ed ecosistema finanziario: assediato dai robo-advisor, quale destino per il lavoro umano in Finanza?

I robot rubano il lavoro delle persone? Il 72% degli europei è convinta che i posti creati dalla tecnologia siano meno di quelli distrutti.  Quella del consulente finanziario abilitato fuori sede è tra le professioni più esposte al rischio di estinzione causato dallo sviluppo dell’universo Fintech.

Articolo di Matteo Bernardi

La rivoluzione digitale, grazie alle sue innovazioni, ha invaso tutti gli aspetti della vita umana, dalle relazioni personali a quelle internazionali, passando per quelle professionali e industriali. Anche la Finanza non è rimasta esclusa da questa ondata di novità, e l’intero ecosistema finanziario tradizionale risulta modificato ormai in modo permanente. E’ questa la portata del c.d. Fintech, neologismo che accorpa i vocaboli FIN (Finance) e TECH (technology), ovvero la tecnologia applicata alla finanza.

Affermatosi da un decennio, solo dal 2015 questo termine ha cominciato a diventare familiare per il grande pubblico italiano ed europeo. Il Fintech può definirsi come il prodotto omogeneo di tutte le piattaforme digitali che consentono all’utente di compiere operazioni di natura finanziaria, senza l’ausilio di risorse umane, operando comodamente da casa tramite il proprio computer; tutto ciò senza perdere in velocità, efficienza, trasparenza e, molto spesso, effettuando operazioni a costi ridotti.

Nonostante in Italia ormai più di 11 milioni di persone abbiano avuto occasione di accedere ad un servizio fintech (es. investimenti finanziari e immobiliari, pagamenti, finanziamenti), molti consumatori sono ancora diffidenti verso l’utilizzo di servizi innovativi, preferendo avvalersi ancora del canale tradizionale. Ma i margini di sviluppo, soprattutto nella clientela dei c.d. tardo-millennials, sembrano elevatissimi.

Contestualmente, la nascita di Robo-advisor, Real Estate Advisor e Robo-trader ha modificato profondamente il sistema finanziario e immobiliare. Con il termine Roboadvisor si indica un algoritmo progettato per costruire servizi di Wealth management distribuiti online, tramite portafogli personalizzati e segnali di acquisto e di vendita sui mercati finanziari, senza il supporto di un consulente fisico. In questo caso è il cliente che va ad eseguire l’ordine manualmente sul mercato.  Invece, nel caso dei Robotrader, anche quest’ultima mansione viene svolta dal programma. Infine, per Real Estate Advisor s’intende lo stesso servizio di consulenza online, ma questa volta rivolto al mercato immobiliare.

Anche le banche italiane, che corrono il rischio di veder ridotti drasticamente i propri margini di guadagno dall’introduzione di queste nuove tecnologie, hanno compreso che questo è un trend da non sottovalutare, e molte di esse hanno dato vita ai propri Roboadvisor da offrire ai clienti.

Anche i mezzi di pagamento si sono evoluti in questi anni; basti pensare alla nascita di Paypal e più recentemente ai pagamenti peer to peer (P2P) via mobile, che permettono di trasferire somme di denaro gratuitamente tra privati, in real time e con disponibilità immediata sul conto di colui che riceve il pagamento.

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Nonostante siano serviti quasi 3000 anni di storia per far sì che si affermasse come intermediario negli scambi, oggi la moneta fisica non sembra più essere quella grande scoperta che nel VII secolo a.C. rivoluzionò il commercio internazionale. A questo risultato si è arrivati con un processo abbastanza rapido. Già negli anni ’50, la nascita delle carte di credito mostrò come fosse possibile acquistare e vendere beni, senza l’utilizzo della moneta cartacea. L’introduzione delle carte di credito è probabilmente la prima innovazione che il Fintech ha portato nel sistema dei pagamenti, ed oggi il settore si è arricchito delle carte di credito online (tra le più note Hype e Yap), del tutto simili a quelle tradizionali in quanto a funzionalità, ma totalmente gestite tramite smartphone.

L’ultimo segmento finanziario che ha subito profonde modifiche dall’avvento del fintech è stato il mercato del credito e del finanziamento alle imprese. Qui, la rivoluzione ha preso il nome di Crowdfunding, ossia di quel processo di raccolta fondi con il quale investitori privati o istituzionali, senza l’ausilio di una banca, finanziano con fondi propri un progetto specifico di una azienda nuova o giovanissima (c.d. startup), oppure film indipendenti, videogiochi, musica, spettacoli teatrali e molto altro, favorendo lo sviluppo di iniziative che altrimenti non troverebbero il modo di farsi strada attraverso il credito tradizionale.

L’Investment-based Crowdfunding e il Lending-based Crowdfunding sono ad oggi, le tipologie preferite dagli investitori. La prima consiste nella raccolta di fondi online tramite emissione di strumenti rappresentativi del capitale sociale, mentre la seconda, rappresenta un vero e proprio prestito peer to peer tra privati attraverso siti di social lending (prestito diffuso). La differenza tra queste due tipologie di finanziamento risiede nella partecipazione al passivo delle società: nel primo caso si tratta di partecipazione al capitale azionario (dunque capitale di rischio, tipicamente azioni), nel secondo caso si tratta invece di capitale di debito (simile alle obbligazioni).

Tutto questo sviluppo tecnologico ha destato più di una preoccupazione tra coloro che hanno concepito la propria vita lavorativa in modo statico, imprimendo alle persone la necessità di assumere una visione dinamica del lavoro, e determinando una serie di insicurezze riguardo al futuro. Infatti, secondo una ricerca di Eurobarometro del 2017, il 72 per cento degli europei crede che i robot rubino il lavoro delle persone, e circa la stessa percentuale è convinta che i posti creati siano inferiori a quelli distrutti. Negli ultimi anni, poi, fonti autorevoli hanno aumentato la soglia di allarme; secondo due ricercatori dell’università di Oxford (2013), quasi la metà dei lavoratori americani sarebbe ad alto rischio automazione e digitalizzazione entro i prossimi 14 anni (erano 20 nel 2013), mentre uno studio della società di consulenza McKinsey (2017) ha concluso che il 49 per cento dei lavori attualmente svolti da persone fisiche nel mondo potrà essere automatizzato in un tempo non superiore ai 30 anni.

Fonte: “Racing with or against the machine? Evidence from Europe”, di T. Gregory, A. Salomons, U. Zierahn

Invece la più recente ricerca sul tema, quella svolta dagli economisti Gregory, Salomons e Zierahn, ha osservato i movimenti del mercato del lavoro in Europa avvenuti tra il 1999 e il 2010, ed ha ricavato il dato di 1,64 milioni di posti di lavoro sostituiti da un macchinario o un algoritmo, compensati però da altri 1,4 milioni di posti di lavoro nati grazie all’aumento della produttività, e da 2 milioni in altri settori, generati anche questi dalla tecnologia. L’effetto netto quindi, per i tre ricercatori, è stato positivo nel suo insieme (+ 1,8 milioni di posti di lavoro in Europa), ma tale crescita ha rivelato un problema di distribuzione, poiché la maggior parte dei nuovi lavori non è stato occupato da coloro che lo avevano perso: costoro sono stati “scartati” dal nuovo scenario digitale ed oggi alimentano timori ed insicurezze all’interno della fascia di occupati che potrebbero essere interessati a breve dal fenomeno della sostituzione tecnologica.  In particolare, nei paesi OCSE sarebbero il 14 per cento i lavori a rischio automazione, e oltre un terzo quelli le cui mansioni dovrebbero cambiare considerevolmente per la stessa ragione.

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A livello italiano, la stima è del tutto simile a quelle OCSE, ed è preoccupante relativamente alle professioni, che si prevede verranno rivoluzionate dalla tecnologia in misura maggiore del 50 per cento. Tra queste, quella del consulente finanziario abilitato fuori sede è tra le più esposte al rischio di estinzione dovuto allo sviluppo dell’universo Fintech, da un lato, e dalla futura affermazione della consulenza indipendente, dall’altro. Quest’ultima, in particolare, sembra essere l’unica capace di poter raccogliere il testimone degli attuali 35.000 consulenti non autonomi nei prossimi 10-15 anni, allorquando l’offerta bancaria, grazie a robo-advisor e robo-trader, avrà assorbito del tutto le mansioni di distribuzione di servizi e strumenti finanziari alla clientela retail e affluent, lasciando ai consulenti indipendenti la clientela di pregio (circa 750.000 famiglie-clienti solo in Italia), l’unica che sarà disposta a pagare laute parcelle annuali ai nuovi professionisti della finanza – magari “gemellati” agli attuali commercialisti – in cambio di una consulenza di altissimo standing.

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