Aprile 21, 2026
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Massimo Taddei: l’economia ci lancia segnali, ma noi li ignoriamo. Ecco perché “i conti non tornano”

“Il responso dell’economia è lo stesso di un medico che cerca disperatamente di convincerci a cogliere i segnali che ci suggeriscono di cambiare stile di vita e invertire così la tendenza”. 

articolo e intervista di Alessio Cardinale

Negli ultimi venti anni, la terminologia economica si è imposta sensibilmente nel parlato comune, e sempre più di frequente parole come, PIL, inflazione, l’anglosassone spread, il misteriosissimo cuneo fiscale (che non è una figura geometrica inventata dall’Agenzia delle Entrate) e termini come evasione ed elusione fiscale – dei quali in tanti non conoscono la differenza – hanno trovato grande diffusione un po’ ovunque, dalle chiacchere da bar ai social, passando per i giornali e i dibattiti televisivi. In tutti questi canali di comunicazione, opinioni avverse si affrontano in singolar tenzone sui fenomeni economici che incidono sulla vita di tutti, ma spesso lo fanno con scarsa preparazione sui numeri.

Il più delle volte, infatti, il confronto si basa su sensazioni, opinioni e ideologie personali, raramente supportate da una conoscenza profonda della materia e, soprattutto, da prove oggettive. E così, allorquando vengono citati, i numeri risultano essere quasi sempre confusi, contraddittori, parziali e incompleti, riadattati alla propria opinione o alla propria interpretazione di parte politica. In particolare, si tende ad ignorare il confronto tra le grandezze nazionali e quelle del contesto continentale in cui ci troviamo. Per esempio, i TG del Paese amano riportare i dati sulla disoccupazione italiana ai minimi storici, ma non dicono quasi mai che il nostro tasso di occupazione è inferiore di quasi dieci punti rispetto alla media dell’Eurozona; oppure che siamo l’unico Paese europeo in cui, negli ultimi 35 anni, i salari reali sono diminuiti; oppure ancora che l’altissimo livello di disoccupazione giovanile si ripercuote sul sistema previdenziale e pensionistico.

Queste modalità di raccontare l’economia restituisce ai cittadini una informazione molto parziale, dove le notizie positive (ma incomplete) contrastano poi con i dati di realtà. La lettura accurata dei numeri, pertanto, può “salvare” il dibattito sull’economia da un carico eccessivo di opinioni e interpretazioni sbagliate, ed è quello che Massimo Taddei* (nella foto) ha l’obiettivo di fare con il suo libro “I Conti Non Tornano” (Rizzoli Febbraio 2025, 228 pagg.), nel quale si parte dal concetto di stagnazione economica per esplorare le cause che ci hanno portato a non crescere più; tutto questo attraverso più di 50 grafici spiegati con grande chiarezza. P&F ha intervistato l’autore, ponendo alcuni interrogativi su argomenti per i quali si dibatte spesso proprio sulla base di sensazioni non supportate dai fatti.

Dottor Taddei, cerchiamo di sfatare un mito: l’ingresso nell’Unione Monetaria Europea ha contribuito, direttamente e/o indirettamente, alla mancata crescita dei redditi reali in Italia, oppure no?
No! L’ingresso nell’Ue è stato in realtà un grande vantaggio per il nostro paese, che ha potuto accedere a un’area economica unita, senza dazi doganali e con regole comune. Quello che ci ha danneggiato è il fatto che sia diventato sempre più difficile “barare” per stimolare le nostre esportazioni. Prima dell’avvento dell’euro, la nostra Banca centrale tendeva a svalutare la lira per fare in modo che i nostri prodotti costassero meno per chi acquistava con valuta straniera. Si tratta di un metodo che ha molte conseguenze negative sull’economia nazionale, ma favorisce le imprese con un basso valore aggiunto, che possono competere grazie alla loro valuta di minor valore. Con l’euro, questa cosa non si può più fare e queste aziende sono andate in difficoltà. Hanno però avuto oltre vent’anni per reinventarsi e sono ancora lì, in difficoltà. Siamo sicuri sia colpa dell’euro?

Lasciamo spazio all’immaginazione: dove sarebbe oggi l’Italia al di fuori dell’Unione Europea e con la Lira? Vantaggi e svantaggi.
Con Economika abbiamo provato a raccontare questa ipotesi in un video. In breve, uscirne oggi sarebbe un disastro perché il funzionamento della nostra economia è legato a doppio filo con la moneta unica e uscirne sarebbe un trauma gravissimo. Se fossimo rimasti fuori fin dall’inizio, forse oggi le cose non sarebbero così problematiche, ma è probabile che il nostro Pil avrebbe sofferto ancora di più di quanto non abbia fatto negli ultimi decenni. La permanenza nella moneta unica, per esempio, è stata fondamentale per dare fiducia ai mercati durante la crisi dei debiti sovrani. Avremmo ancora il vantaggio di poter svalutare la Lira, ma il controllo sulla moneta, per un paese relativamente piccolo e con una valuta insignificante come la Lira, non sarebbe stato particolarmente utile.

Attualmente qual è il dislivello retributivo, a parità di mansioni lavorative o di impiego, tra i dipendenti italiani e quelli europei?
Purtroppo non è così semplice rispondere a questa domanda, perché non è facile definire cosa significhi “a parità di mansioni o di impiego”. Possiamo però vedere come si è evoluto il divario salariale medio, ossia quando guadagnano in meno gli italiani in media rispetto ai lavoratori di altri paesi europei. Per esempio, nel 2008 gli occupati tedeschi avevano stipendi netti anni del 26 per cento in più rispetto a quelli italiani, mentre oggi questa differenza è salita al 57 per cento. Purtroppo, il confronto è simile con la maggior parte dei paesi.

In termini di potere d’acquisto, quanto ha pesato finora la stagnazione dei redditi reali per l’italiano medio?
Moltissimo. Di fatto, i nostri redditi sono rimasti gli stessi rispetto a 30 anni fa. In media. Sappiamo che non tutti hanno perso potere d’acquisto: soprattutto chi guadagna meglio, anche perché ha maggiore potere contrattuale, ha visto la propria retribuzione crescere. Se il livello medio rimane invariato, però, significa che questa crescita non ha riguardato tutti, anzi. Gli aumenti di alcuni sono stati compensati da una perdita di potere d’acquisto netta da parte di altri lavoratori (in particolare i giovani).

In Italia viene tollerato che ai giovani vengano offerte paghe orarie umilianti rispetto al resto d’Europa. Questa prassi è una necessità implicita espressa dal mercato del lavoro per poter produrre occupati, oppure una semplice forma di sfruttamento della manodopera giovanile?
È un insieme di tante cose. Sicuramente le imprese italiane, che fatturano meno, hanno meno risorse a disposizione per pagare i dipendenti. Il fatto è che spesso gli imprenditori non si pongono il problema di fatturare di più per poter guadagnare di più. Va bene, fare impresa in Italia è molto difficile, la spesa per i consumi è più bassa, ecc. Allo stesso tempo, però, sembra che le persone siano convinte che queste difficoltà siano frutto di un qualche disegno divino e non sono consapevoli delle vere cause di questi problemi. Il libro cerca di mostrarle, in modo da potersi muovere in prima persona per cambiare le cose.

Cosa impedisce oggi al nostro sistema economico di innalzare i salari medi e controllare contemporaneamente i possibili effetti negativi (es. maggiori consumi interni, aumento dei prezzi al consumo)?
La produttività. Per distribuire più risorse dobbiamo per forza produrre di più. Questo si può fare in due modi: aumentando gli input, cioè il numero di lavoratori o di risorse che utilizziamo per la produzione, o migliorando la nostra capacità di utilizzare questi input in modo efficiente, cioè la produttività. In media, i lavoratori italiani producono in un’ora la stessa quantità di beni e servizi che producevano trent’anni fa, mentre in Germania l’efficienza produttiva è aumentata del 16%. Finché non creeremo quella “fetta in più” rispetto a quanto produciamo ora, non potremo mai sperare di distribuire maggiore valore tra i cittadini.

Dopo 35 anni di mancata crescita dei redditi reali, e dopo aver assistito alla sostanziale scomparsa del ceto medio, si è diffuso tra gli italiani un sentimento di sfiducia verso il nostro sistema economico e di resa verso le avversità del mercato del lavoro. Ce la faremo a tornare ad aver fiducia nella nostra economia? 
Sì, ma solo se decideremo di scendere dalla macchina dei sogni. L’economia non è arbitraria, le sue leggi non sono imposte dall’alto e non seguono una logica casuale. L’economia si limita a descrivere la realtà e a interpretarla. Sono decenni che ci manda segnali che decidiamo di ignorare, come se arrivassero da un “gufo”. Il realtà il responso dell’economia è lo stesso di un medico che cerca disperatamente di convincerci a cambiare stile di vita perché tutti i segnali lo suggeriscono. Quando decideremo di coglierli, forse riusciremo anche a invertire la tendenza.

* Giornalista economico, Co-fondatore e Direttore di Economika (gruppo Starting Finance)

In Italia una ecatombe di imprenditori. Un paese economicamente allo sbando

I dati dell’OCSE sul reddito reale degli italiani fotografano il trentennale fallimento della politica economica che si pensava di migliorare, come per magia, con l’ingresso nell’Euro. Calo preoccupante del numero degli imprenditori, corsa alla libera professione.

Di Alessio Cardinale

Se esistesse un codice etico degli amministratori di stato, quelli italiani probabilmente lo avrebbero già violato. Allo stesso modo, se esistesse la possibilità di presentare una azione di responsabilità – tecnica e non semplicemente politica – contro la mala gestio dei cattivi amministratori, chi ha portato gli italiani ad avere oggi un reddito reale medio inferiore a quello di trent’anni fa dovrebbe quanto meno risarcire i danni morali. Infine, se qualcuno in passato ha sperato che l’Unione Monetaria avrebbe compiuto il “miracolo” – preannunciato temerariamente (e in modo quasi spregiudicato) da Romano Prodi – di risollevare la nostra economia e creare un fantomatico benessere individuale, oggi ha la certezza assoluta che non sarebbe mai potuto accadere nemmeno se la Germania ci avesse ceduto gratuitamente la sovranità sulla Baviera e su tutte le sue risorse.

Infatti, mentre i media si sbracciano per attribuire la colpa di tutti i mali odierni alla “globalizzazione”, adesso che il Covid-19 ha sparigliato le carte e ha fatto intravedere l’inizio di un processo di “de-globalizzazione” la verità viene impietosamente a galla e scopre le macerie fino a ieri nascoste sotto la coperta – sempre più corta – dell’Unione Europea, non lasciando più spazio agli alibi: il nostro Paese, negli ultimi trent’anni, è stato governato da persone scarsamente capaci e poco preparate a rivestire un ruolo che avrebbe richiesto almeno un po’ di attenzione verso l’interesse collettivo; e poi l’ingresso nella Moneta Unica a trazione franco-tedesca, effettuato in assenza di reali condizioni di convenienza finanziaria, ha finito con il coprire di ridicolo i propri accesi fautori della prima ora ed ha accentuato gli squilibri creati dalla mediocre classe dirigente italiana precedentemente all’entrata nell’Euro. Se infine aggiungiamo che tutto questo non ha protetto la Società Civile dall’atavico spauracchio germanico dell’inflazione – che da noi invece ha corso a doppia cifra almeno durante i primi dieci anni di moneta unica, devastando ancora una volta il potere d’acquisto interno – il quadro è completo.

Intendiamoci, dire che i salari reali sono inferiori a quelli di trent’anni fa non vuol dire che in valore assoluto sono gli stessi del 1990, ma che al netto dell’inflazione e della svalutazione monetaria sono poco meno che identici (-2,9%, per l’esattezza) ad allora, a differenza dei salari reali medi di quasi tutti i paesi OCSE ricadenti nell’area Euro i quali, al contrario, hanno riportato un aumento reale significativo. Ciò è affermato a chiare lettere dai dati dell’OCSE pubblicati nel 55mo Rapporto Censis qualche giorno fa: tra il 1990 e oggi, l’Italia è l’unico Paese aderente all’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico in cui le retribuzioni medie lorde annue sono diminuite (-2,9%) in termini reali, mentre la Lituania, per esempio, nello stesso periodo ha sfoderato un +276,3%, l’Irlanda un +85,50% e persino la Grecia, messa pochi anni fa a ferro e fuoco dalla Troika e sensibilmente impoverita, ha segnato comunque un +30,50%; relativamente alle grandi potenze europee, la Germania ha fatto +33,7% e la Francia +31,1%.

Quanto sopra trova conferma nella serie storica decennale del PIL reale (ossia al netto dell’inflazione), che era cresciuto del 45% negli anni ’70, del 27% negli anni ’80, del 17% negli anni ’90, del 3,2% negli anni ’10 del 2000 e soltanto dello 0,9% negli anni ’20 fino al 2019 (nel 2020 è crollato di quasi il 9% per via della pandemia). Pertanto, il male dell’Italia non è del tutto ascrivibile all’Euro, e trova origine nei decenni non ricompresi nello studio del Censis, e cioè dagli anni ’70 e ’80, allorquando la Lira è passata da un cambio di 174 per un Marco Tedesco ad un cambio di 750 e, poco prima dell’ingresso nell’Euro, di quasi 1.000, svalutandosi di 5,7 volte rispetto alla moneta tedesca. La Moneta Unica e i suoi meccanismi di funzionamento, semmai, hanno dato un colpo ulteriore alla fragile economia italiana, e soprattutto hanno messo in evidenza l’incapacità della nostra classe politica a mettere in atto un serio controllo dei prezzi che, già all’indomani dell’entrata in vigore dell’Euro, cominciavano a lievitare spinti da una speculazione selvaggia.

La situazione di oggi è sotto gli occhi di tutti: retribuzioni disincentivanti che i datori di lavoro (compresa la P.A.) offrono in cambio del lavoro di chi ha competenze elevate, e condizioni scoraggianti per tutti coloro che desiderano avviare una impresa, dagli adempimenti burocratici allo scandaloso carico fiscale. Solo negli ultimi dodici anni (dal 2008 al 2020) le forme di lavoro indipendente, tra micro e piccole imprese, si sono ridotte di 719.000 unità (-12,2%), compensate solo in parte dall’aumento del lavoro dipendente (+532.000, +3,1%) che però, a differenza del lavoro indipendente, non crea posti di lavoro in forma diretta. Nello stesso periodo, invece, sono aumentate le libere professioni (+241.000 unità, +20,9%), sebbene nel 2020 il saldo è negativo di 38.000 occupati.

Bastano questi dati per definire l’Italia come un Paese economicamente allo sbando, dove la vocazione imprenditoriale del Secondo Dopoguerra sembra svanita nel nulla, che punta alla progettualità dettata dal PNRR, ossia dal secondo “Piano Marshall” della nostra storia. Il problema è che a gestire questo fiume di denaro ci sarà la stessa classe dirigente di un tempo – al netto di Draghi, che non rimarrà a lungo in sella al governo  – mascherata da sigle politiche diverse ma identiche per stile e scarsa visione del futuro.