Quasi un mese ha impiegato Christine Lagarde per svelare le carte sul c.d. scudo anti-spread, e chiarire che si tratta di una finta ”arma di de-frammentazione di massa”, incapace di svolgere il compito per cui sarebbe nata.
Di Alessio Cardinale
Dopo più di venti anni dalla sua entrata in funzione, possiamo dire che oggi esistono due Europe. La prima è quella sognata, l’Europa dei popoli mai attuata nonostante le promesse da marinaio della ditta Prodi & co.; la seconda è quella reale, alla quale di unire i popoli europei non importa nulla e, anzi, si nutre delle numerose diversità (climatiche, linguistiche, paesaggistiche, sociali e soprattutto economiche) per bloccare ogni afflato di modernità e conservare accuratamente gli stessi confini – quelli sociali, infrastrutturali e produttivi – che nessun trattato amministrativo potrà mai rimuovere. E così, la seconda Europa ha ucciso ogni giorno, lentamente, il sogno di tanti cittadini del Sud del continente, mostrando il volto severo della Germania e dei paesi c.d. frugali, con la Francia sullo sfondo a cui è sempre interessato non essere infastidita nella sua attività di shopping delle migliori aziende straniere, soprattutto italiane (salvo impedire alle nostre di fare altrettanto).
Sono questi gli equilibri su cui si regge l’Unione Europea, e difficilmente potranno cambiare finchè la Natura non richiamerà a sé l’attuale classe dirigente, cresciuta a “pane e Germania”; quella stessa Germania che, portando dentro di sé i benefici effetti derivanti dall’unificazione post-sovietica, non ha voluto trasmettere all’Unione Europea il suo stesso esempio politicamente illuminante, pensando che sarebbe stato più conveniente far permanere una certa fragilità economica nei Paesi del Sud Europa come l’Italia, che prima del 2000 era un pericoloso competitor da tenere a bada. Parimenti, da questi equilibri sono derivati gli eventi economici degli ultimi dieci anni e tutte le misure intraprese che, contrariamente al comune sentire, hanno salvato soprattutto Germania e Paesi frugali dallo spettro della disgregazione di questo modello economico a due velocità, tanto conveniente per le economie del Nord.
S
eguendo questa scia è stato concepito il bluff dello scudo anti-spread. Dopo essere stato annunciato solennemente, il silenzio sul suo effettivo funzionamento – svelato solo qualche giorno fa, a distanza di circa tre settimane – ha fatto intendere a tutti che si sarebbe trattato di una creatura guidata da ciniche finalità politiche, tirata fuori dal cilindro di un prestigiatore che con una mano regge il mazzo di carte, e con l’altra ti distrae per non svelare il suo trucco. Già il giorno successivo all’annuncio, infatti, la sensazione che la Bce non avesse varato nulla di buono si era diffusa nei mercati, i quali hanno continuato imperterriti a penalizzare i BTP e lo spread. Quando, poi, il board della Banca Centrale si è finalmente messo d’accordo su come far pagare pegno all’Italia, le condizioni di utilizzo dello “Scudo” hanno confermato la sua incapacità di raggiungere i suoi obiettivi teorici, e cioè di impedire gli attacchi speculativi contro i titoli emessi dal Meridione d’Europa.
Le condizioni imposte per l’entrata in funzione dello Scudo sono ormai note, ma vale la pena riassumerle:
1) verranno acquistati titoli di Stato ed altri titoli con scadenza fra uno e dieci anni;
2) la decisione su quali titoli acquistare, e di quale stato emittente, sarà presa discrezionalmente dal Consiglio Direttivo Europeo in base ad una valutazione “accurata e severa”;
3) il Paese destinatario non deve trovarsi in condizione di elevato disavanzo e non essere sottoposto a procedura di infrazione per eccessivi squilibri macroeconomici;
4) il suo debito pubblico deve essere sostenibile, e la valutazione di tale sostenibilità sarà a cura della Bce, di concerto con la Commissione europea, il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) e il FMI (Fondo Monetario Internazionale);
5) il Paese beneficiario deve rispettare l’impegno preso con il PNRR nell’ambito del semestre europeo;
6) la Bce deve vedere segnali di panico sui mercati obbligazionari per attivare il meccanismo anti-frammentazione.
Relativamente a quest’ultimo punto, il governatore di Banca d’Italia Ignazio Visco ha chiarito magistralmente come e quando lo Scudo potrebbe essere chiamato in causa: “se domani cominciamo a vedere 250, 255, 260 e così via, e cioè qualcosa che indica che c’è panico nel mercato, noi agiamo e uccidiamo il panico sul mercato”. Nessuna prevenzione, quindi, ma solo un intervento a danni già iniziati, proprio quello che la politica monetaria non deve mai fare. Qualunque banca centrale, infatti, detiene l’onere di agire in anticipo, sulla base degli indicatori economici, in modo da scongiurare gli effetti negativi di una certa congiuntura. Arrivare quando gli eventi che si dovrebbero scongiurare hanno già iniziato a manifestarsi è un contegno tipico della politica, che agisce soltanto di fronte a fatti che, per la loro gravità, richiedono il suo intervento quando sono già accaduti. Pertanto, il c.d. scudo anti-spread è una mossa di natura politica mascherata da strumento tecnico-economico, peraltro privo della sufficiente efficacia.
Quanta nostalgia del “whatever it takes” di Mario Draghi, con il quale l’ex Presidente del Consiglio improvvisò un discorso per rasserenare gli animi e dichiarò che la Bce “avrebbe fatto tutto ciò che serviva” per difendere la moneta unica. A partire da quel discorso di dieci anni fa, la Bce diventò un po’ italiana, suscitandole proteste della Bundesbank e dell’opposizione, ma l’alternativa alla visione di Draghi sarebbe stata, anche allora, la disgregazione dell’euro, e questo non andava giù ai frugali. Con il meccanismo tracciato dallo Scudo, invece, l’assenza di un percorso di applicazione certo – a titolo di esempio, un livello di spread “di allarme”, a partire dal quale il TPI viene prontamente applicato – e l’ampio margine di discrezionalità nel decidere se attivare il TPI oppure no, farà sì che quando esso verrà invocato l’Italia sarà già in difficoltà e sotto l’assedio dei mercati finanziari, e potrebbe addirittura ritrovarsi nelle condizioni di non poter soddisfare i parametri di applicazione del TPI (quelli descritti al n. 3 e 4), rimanendo così in balia dei ricatti politici dell’Europa e vittima di ulteriori richieste-capestro.
Oltreoceano, l’economia americana è costretta a fare gli slalom tra sostegno alla crescita e contenimento dei prezzi, ma sembra più propensa a combattere l’inflazione preferendo il rischio recessione al rischio inflazione fuori controllo. Anche l’Europa si trova di fronte lo stesso bivio, e se finora non ha accelerato come gli USA è perché le condizioni del contesto economico sono ancora favorevoli. Tuttavia, se la Russia dovesse limitare o bloccare le forniture di gas, anche l’Unione Europea piomberebbe nel medesimo scenario americano, ma senza le stesse capacità di reazione per via della totale inadeguatezza di questa Europa così divisa. L’Italia, in uno scenario del genere, rischia di soccombere nonostante lo Scudo, una finta ”arma di de-frammentazione di massa” che non riesce a rassicurare nessuno. Neanche Mario Draghi, che in fatto di politica monetaria ne sa più di tutti e, alla prima occasione, si è sfilato dal ruolo di Premier per non trovarsi a Settembre “al posto sbagliato nel momento sbagliato”, evitando così di intraprendere la fulminea carriera di capro espiatorio, che in tutta evidenza non gli si addice.




accompagnando la decisione con l’annuncio di un ulteriore rialzo di 25 punti base in Settembre, magari aggiungendo una chiosa beneaugurante come “a meno che l’inflazione non sia scesa in modo apprezzabile“? Sia il clima generale che le quotazioni ne trarrebbero giovamento, ma sembra che questo cambio di stile – a metà strada tra quello americano e quello inglese – alla Germania non vada proprio giù. Peraltro, il Consiglio direttivo della Bce ha sempre detto che le sue decisioni sarebbero state basate sui dati: di quali altri dati avrebbe bisogno la Bce oltre ad una inflazione vicina al 9%? Forse la Bce ritiene che siano ancora valide le previsioni di un carovita 2022 al 6,8%, del 3,5% nel 2023 e del 2,1% nel 2024? 
Nel frattempo, la lentezza con la quale il c.d. scudo anti-spread viene discusso dal Consiglio Europeo dimostra ciò che avevamo già compreso in occasione del suo annuncio: la Lagarde non ha ancora idea di che sostanza sarà fatto, e certamente non c’è unità di intenti sulle sue caratteristiche. L’Italia, che è il primo “beneficiario naturale” di tale misura, è in preda ad una stranissima crisi di governo – voluta dallo stesso Draghi e dalla sua maggioranza schiacciante, primo e (probabilmente) ultimo caso nella storia della Democrazia – e in queste condizioni il nostro Paese difficilmente avrà voce in capitolo, poichè non sarà in grado di fronteggiare politicamente le ennesime condizioni capestro imposte dall’Europa.
Per Nagel la priorità assoluta è la lotta all’inflazione, e soltanto agendo con un buon anticipo sarà possibile evitare politiche eccessivamente restrittive. Di conseguenza, “un nuovo strumento anti-frammentazione (lo scudo anti-spread, ndr) potrebbe essere giustificato solo in circostanze eccezionali e sulla base di condizioni rigorosamente definite“. In pratica, secondo Nagel lo Scudo deve rispettare tre condizioni, e cioè:
Tanto vale non farlo affatto, in base a queste indicazioni. La seconda condizione, soprattutto, sembra essere una specie di avvertimento basato su passate esperienze. Infatti, ricordiamo che la Bce è stata portata davanti alla Corte Suprema tedesca e alla Corte di Giustizia Europea per via del programma di acquisto di bond, ed è stata accusata di aver violato il divieto di finanziare i governi, come previsto dal trattato europeo. Successivamente i tribunali hanno stabilito che la Bce avesse agito in modo corretto e che non avesse tradito il suo mandato, ma il ricordo rimane, e Nagel lo usa per scoraggiare quanti, all’interno della Bce, stanno lavorando per dare una forma efficace a questo strumento per mettere un freno alla speculazione sui titoli di stato dei paesi del Sud Europa. Inoltre, a giugno l’inflazione ha raggiunto il livello di +8,0%, che non si vedeva da gennaio 1986, e le tensioni inflazionistiche si trasmettono senza freni dai prezzi dell’energia a quelli degli agli altri comparti merceologici. Attualmente, i prezzi al consumo al netto dei prodotti energetici sono a +4,2%, un aumento che non si vedeva dal 1996.
Su questa onda, i Btp decennali sono saliti al 3,35%, e lo spread rispetto ai tassi dei BUND tedeschi è a 201 punti base. La paura dei mercati adesso è quella di dover assistere ad un dibattito infinito, all’interno della Bce, tra “paesi coraggiosi” e i soliti “paesi frugali” che, proprio quando c’è da gestire una emergenza (come quella dell’alta inflazione da shock di offerta) ricordano a tutti che l’Europa è una unione contabile monetaria, e non una vera unione economica e fiscale tra popoli dello stesso continente, e che il mandato di chi, nel secondo Dopoguerra, aveva teorizzato una Europa veramente unita, è stato tradito da paesi come Germania, Olanda, Belgio, Danimarca (con la Francia sullo sfondo), che più si sono avvantaggiati dall’”essere europei ma non troppo”. Pertanto, mentre gli altri paesi occidentali (USA, Regno Unito) riescono a trovare soluzioni rapide ai problemi congiunturali, i tempi dell’Europa scoraggiano gli investitori.
In tal senso, la “melina” in corso sulla decisione di annunciare o meno l’entità e la durata del prossimo programma di acquisto di titoli di Stato, indispensabile per evitare che l’Europa cada in recessione, non fa certo bene. Invece, l’annuncio di uno schema di acquisto di grandi dimensioni potrebbe tranquillizzare i mercati e, relativamente all’Italia, far capire agli investitori che la frammentazione degli spread verrà evitata, ponendo fine alla speculazione sui nostri titoli di stato. Non tanto per motivi di solidarietà economica tra stati – che nella UE non esiste, se non per le calamità naturali – ma per scoraggiare le istanze di quanti, dall’Europa, vorrebbero uscire. Infatti, al contrario di quanto sostenuto dalla Lagarde nella più famosa delle sue gaffe da principiante (Marzo 2020), l’Europa – piaccia o no alla Germania – scopre oggi di dover risolvere anche i problemi di spread dell’Italia, poiché per un paese aderente il dover sopportare un differenziale elevato rispetto ai BUND tedeschi – e la conseguente speculazione sui BTP che aumenta il costo del suo indebitamento – equivale a far vivere al nostro Paese la stessa condizione che vivrebbe al fuori dall’Europa, e non al di dentro, e ciò potrebbe alimentare i movimenti di opinione che vagheggiano una “exit”.
Pertanto, è fondamentale che il volume degli acquisti di obbligazioni non venga considerato troppo basso dal mercato, ed è altrettanto importante che alla prossima riunione si passi dalla vaghezza alla concretezza, limitando al massimo le questioni senza risposta. La presidente della Bce Christine Lagarde ha affermato in queste ore che il nuovo strumento sarà efficace e sufficiente a “preservare lo slancio degli Stati membri verso una sana politica fiscale”. Non è esattamente una dichiarazione che infonde fiducia ai mercati, ed anzi fa sentire gli investitori ancora più dentro una tempesta perfetta che non accenna a finire. 
Ma se uguale è il livello di inflazione, sono comunque tantissime le differenze tra la nostra epoca e quella dei favolosi “eighties e nineties”, di gran lunga migliori, a parere di chi scrive, rispetto ai “two thousand years” così carichi di tecnologia, senso del profitto ad ogni costo e culto della relazione interpersonale debole. Innanzitutto, già dalla metà degli anni Ottanta l’inflazione stava cominciando a scendere dopo aver raggiunto un livello medio del 15% circa nel 1980 generato dall’aumento vertiginoso del prezzo del petrolio che, invece, oggi la sta facendo salire per via del conflitto bellico in Ucraina. Inoltre, non esiste più il meccanismo della c.d. Scala Mobile, che allora adeguava i redditi sulla base del tasso di inflazione, per cui il potere d’acquisto delle famiglie rischia di subire un colpo durissimo in un solo anno fiscale. Ancora, i mercati finanziari non erano certamente gli stessi, così come le dimensioni della finanza speculativa, e le quotazioni di borsa erano irrimediabilmente legate all’economia reale.
In cosa consiste questo “scudo”? Sappiamo che avrebbe lo scopo di impedire che movimenti speculativi di mercato possano esercitare eccessiva pressione sulle singole nazioni nel momento in cui la banca centrale avvia alla luce del sole un percorso di aumento graduale dei tassi di interesse, ma è mancato un messaggio netto da parte della Lagarde, poiché ad oggi si conoscono soltanto i meccanismi di base dello scudo ed il principio di fondo, e cioè che la Bce acquisterà incondizionatamente le obbligazioni degli Stati con il maggiore debito derogando al principio che imporrebbe alla banca centrale di acquistare gli asset in base alle dimensioni di un’economia. Naturalmente, all’Italia – paese indebitato per eccellenza e trattato
costantemente dai c.d. paesi frugali come la Cenerentola d’Europa – verranno richiesti dei vincoli, come l’aderenza pedissequa a raccomandazioni economiche della Commissiona europea. Questo la Lagarde non lo ha detto, ma rientra nella natura stessa di questa Unione Europea a guida tedesco-francese, che è fondamentalmente una unione contabile e non lascia spazio alcuno al principio di solidarietà tipico di una “unione dei popoli”, secondo la quale, invece, i problemi di un paese si risolvono insieme, condividendo danni, soluzioni e vantaggi economici generali.
Da apprezzare, tuttavia, gli sforzi di Christine Lagarde di trasmettere una certa sicurezza ai mercati almeno nell’adozione di uno stile “draghiano” allorquando ha dichiarato che l’impegno a scongiurare la frammentazione degli spread “non ha limiti”, tracciando così una similitudine con il famoso “whatever it takes” di Mario Draghi nel 2012. Purtroppo, Christine Lagarde non è – o non le è consentito essere – Mario Draghi, e le sue dichiarazioni si distinguono per vaghezza e scarsità di dettagli, lasciando spazio a quella speculazione a cui il mandato della Lagarde sembra essere involontariamente connesso fin dal Marzo del 2020, quando la Lagarde, in piena pandemia e con i mercati assetati di soluzioni, affermò che “non è
compito della Bce ridurre gli spread” e che non voleva “essere ricordata per un altro whatever it takes”, causando un crollo del 10% delle borse europee e del 17% in Italia – in una sola giornata, il 12 Marzo – e uno spread BTP-BUND pari a 260 punti. Nei due anni successivi il presidente della Bce ha beneficiato del sentimento di riscatto generale dalla pandemia e di un certo ottimismo dei mercati, trainati dalle misure espansive dei governi e dai piani di spesa, ma lo scorso mese di febbraio 2022 Christine Lagarde ha dato una ulteriore prova della sua scarsa preparazione al ruolo e, dopo aver dichiarato più volte che i tassi non sarebbero stati toccati prima del 2023, annunciava bruscamente il rialzo dei tassi, generando altra speculazione.
diminuzione della sicurezza sanitaria e dei posti letto nei reparti di ospedale, e un elevatissimo tasso di morte per “malasanità” che ha manifestato tutta la sua gravità in occasione della fase più cruenta della pandemia. Quest’ultima ha segnato un punto di non ritorno nella Società italiana: il desiderio di “essere cittadini europei” che in tantissimi nutrivano nel 2001 si è spento irrimediabilmente, e qualunque pretesa del Consiglio d’Europa che abbia effetti nefasti sulla nostra economia oggi viene istintivamente vista come una trappola da cui liberarsi, facendo così il gioco di chi, dall’Unione Europea, vorrebbe (legittimamente) uscire.

Pertanto, si tratterebbe del classico elefante che partorisce un topolino, e questo purtroppo è il prodotto di un modello fallimentare di Unione Europea, che di fronte agli eventi straordinari – l’inflazione al 7% è un fenomeno dai risvolti economici del tutto simili, se non più gravi, di quelli scatenati dalla pandemia – rimane diviso sull’opportunità e la necessità di introdurre un nuovo e più difficile meccanismo di stabilizzazione che possa mettere in repentaglio l’equilibrio economico dei paesi del Nord Europa, lasciando a se stessi quelli del Sud (tra cui,
naturalmente, l’Italia). La circostanza che ha più irritato gli analisti, inoltre, è che la Bce, dopo soli sei giorni dall’aver annunciato la fine del QE, rilancia lo strumento dei reinvestimenti flessibili del
In pratica, la Bce avrebbe dovuto usare la stessa sicurezza ostentata nel comunicare nettamente che, nella prossima riunione di Luglio, sarà deciso un rialzo di 25 punti base, e un altro rialzo di entità ancora non definita (e questo ci sta, invece) a settembre. Si pensa che l’aumento di tasso di fine estate sarà dello 0,50%, e che tale misura potrebbe essere più leggera solo qualora in quel periodo le
In definitiva, l’attuale 







