Aprile 21, 2026
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Nord America, previsioni di crescita commerciale a più velocità per le aziende

Secondo le indagini condotte per il barometro di Atradius relativamente ai comportamenti di pagamento tra aziende del Nord America, le aziende del Messico sono ottimiste e quelle del Canada pessimiste. Le aziende statunitensi esprimono cauto ottimismo.

Previsioni ottimistiche di crescita del business per oltre l’80% delle aziende intervistate in Messico. Decisamente più pessimiste in tal senso le aziende canadesi (36%), mentre quelle statunitensi si dimostrano caute nell’azzardare previsioni di crescita commerciale nei prossimi mesi. Percezioni diverse tra le aziende del Nord America, a causa del perdurare della pandemia e delle differenti modalità di gestione dell’emergenza pandemica a livello locale. Ad approfondire tali tematiche ci pensa il Barometro Atradius sui comportamenti di pagamento tra aziende a livello internazionale, edizione di luglio 2021 dedicata al Nord America.

Gordon Cessford, direttore regionale Atradius per il Nord America, ha commentato: “Potrebbero essere molte le ragioni alla base di questa differenza di percezione del futuro. Sebbene appartengano ad un ambiente di business con delle specifiche interdipendenze a livello di catene di fornitura, ciascun Paese ha affrontato il contesto pandemico in maniera diversa. In Messico, gli interventi governativi meno restrittivi in tema di contenimento del virus hanno avuto come conseguenza per le aziende il proseguimento degli scambi commerciali senza interruzioni. Per il Canada si può dire il contrario”. Inoltre, il governo centrale del Canada ha implementato una serie di misure fiscali a supporto delle imprese. In Messico, la maggior parte degli interventi di sostegno alle aziende sono derivati da iniziative locali e la loro implementazione è stata disegnata in modo da affrontare le singole peculiarità.

Andreas Tesch, Chief Market Officer di Atradius, si è concentrato sui diversi impatti che potrebbero aver prodotto le politiche fiscali governative di ciascun Paese. In particolare, ha dichiarato: “Le aziende del Canada e degli Stati Uniti potrebbero andare incontro alla sospensione delle misure di sostegno del governo già nella seconda metà dell’anno. La maggior parte delle previsioni finanziarie mostra, in questa fase, un aumento delle insolvenze aziendali. È verosimile che il pessimismo dichiarato dalle aziende canadesi rifletta le aspettative di un contesto commerciale di rischio elevato”.

Il sondaggio è stato condotto da Atradius nel secondo trimestre del 2021, un anno dopo che l’Organizzazione mondiale della sanità aveva dichiarato il Covid-19 pandemia globale. Oltre a raccogliere opinioni che riflettono la fiducia delle imprese, il sondaggio ha analizzato lo stato di salute delle imprese attraverso alcuni indicatori chiave che rilevano i trend di utilizzo del credito commerciale, i termini di pagamento, il DSO e le modalità di gestione degli impatti delle criticità delle tempistiche di pagamento delle fatture sull’andamento del business. Dai risultati del sondaggio emerge che più della metà del totale delle operazioni commerciali tra imprese, effettuate da fornitori del Nord America è stato effettuato a credito e il 44% delle aziende ha riferito un maggior ricorso all’utilizzo del credito commerciale a seguito della pandemia. Per quanto riguarda i singoli Paesi dell’area c.d. NAFTA (North American Free Trade Agreement), sono gli Stati Uniti a mostrare la percentuale più alta riguardo ai ritardi di pagamento e ai crediti inesigibili.

Nonostante l’ottimismo riferito dalle imprese del Messico, la pandemia si trova in cima alla lista delle preoccupazioni delle imprese di tutta la regione. In particolare, le aziende hanno indicato come principale fonte di preoccupazione l’imprevedibilità legata all’andamento della pandemia e la salvaguardia dei livelli di liquidità. Il Barometro sui comportanti di pagamento tra aziende del Nord America – USMCA 2021 è stato condotto negli Stati Uniti, in Messico e in Canada, e i report possono essere scaricati dal sito web di Atradius all’indirizzo https://group.atradius.com  (sezione Pubblicazioni).

Prevenire gli effetti dell’inflazione è difficile, soprattutto quando non sai esattamente come farlo

Il presidente della Fed Jerome Powell afferma che il controllo delle aspettative di inflazione è la chiave per raggiungere i doppi obiettivi della banca centrale di stabilità dei prezzi e massima occupazione. Il problema è che non è chiaro come la Fed possa farlo mentre l’economia emerge prepotentemente dalla pandemia.

Leggendo i manuali di economia, in molti sono portati a pensare che le banche centrali abbiano il controllo assoluto di variabili come l’inflazione, come se questa non possa essere influenzata da altri fattori che, al contrario, non sono controllabili se non quando si sono già avverati e stanno cominciando a far sentire i propri effetti. Le aspettative tra i consumatori, per esempio, possono variare notevolmente a seconda della loro età e del sesso, e non sono particolarmente sensibili a ciò che fa e dice la banca centrale. Inoltre, gli atteggiamenti delle imprese, probabilmente gli attori più importanti nel processo di inflazione perché fissano i prezzi, sono spesso imperscrutabili per via della scarsità di sondaggi che diano indicazioni del loro pensiero sull’argomento. Oggi, in particolare, risulta difficile gestire quelle aspettative quando ti trovi in una situazione nuova e, a detta dell’ex governatore della Fed Randall Kroszner “non sai esattamente come farlo”.

L’attenzione della banca centrale americana si è spostata sul tentativo di fermare l’aumento vertiginoso dei timori di inflazione dopo un aumento annuale dei prezzi del 5% e un balzo delle aspettative dei consumatori al loro livello più alto dal 2013 in un sondaggio mensile della Fed di New York. Powell sostiene che i forti aumenti dei prezzi si dimostreranno in gran parte transitori, e che le aspettative nel complesso sono nel punto in cui la Fed le vuole. Le proiezioni a più lungo termine sono salite a “un intervallo coerente con i nostri obiettivi”, ha detto ai giornalisti quindici giorni fa, dopo che i responsabili delle politiche hanno inaspettatamente previsto due aumenti dei tassi di interesse nel 2023 rispetto alla loro impostazione attuale vicina allo zero.

Nonostante alcuni economisti abbiano minimizzato l’importanza dei cambiamenti nelle aspettative, sostenendo che ci sono poche prove dagli anni ’80 che modificazioni nelle aspettative abbiano portato frizioni nel tasso di inflazione effettiva, le persone che in passato hanno vissuto un’alta inflazione, hanno aspettative sistematicamente più alte, nonchè una maggiore avversione per l’inflazione rispetto alle persone che non hanno avuto questa esperienza. Ciò è emerso dall’ultimo sondaggio della Fed di New York: i consumatori di età pari o superiore a 60 anni, che hanno vissuto gli anni ’70 inflazionistici, avevano aspettative notevolmente più elevate rispetto a quelli di età inferiore ai 40 anni, che conoscevano solo prezzi bassi e stabili. Inoltre, le donne tendono anche ad avere prospettive di inflazione più elevate rispetto agli uomini perché spesso fanno più acquisti per la spesa, hanno detto i ricercatori accademici. “Per la tipica famiglia statunitense, le loro aspettative saranno altamente correlate al prezzo della benzina o al prezzo del cibo. La gente non presta attenzione a ciò che sta facendo la Fed“, ha detto Gorodnichenko, professore dell’Università della California.

Questa volta, però, il salto delle aspettative potrebbe rivelarsi più insidioso, perché il boom dell’economia post-pandemia rende improbabile un altro crollo del prezzo del petrolio, come nel 2008. Anzi, i continui tagli alla produzione stanno facendo risalire il prezzo verso gli 80 dollari al barile. L’opinione standard degli economisti è che se i consumatori pensano che i prezzi saranno significativamente più alti domani, acquisteranno beni e servizi oggi invece di aspettare che il loro prezzo aumenti, spingendo così ulteriormente in su i prezzi. E’ la situazione opposta alla deflazione, durante la quale i consumatori pensano che i prezzi saranno più bassi domani, per cui rinviano gli acquisti e, così facendo, spingono in basso i prezzi. In realtà, secondo gli esperti, il processo attuale è molto più complicato, dal momento che i consumatori stanno associando l’inflazione alla sensazione – indotta dagli effetti durevoli della pandemia -di una cattiva economia, e invece di spendere di più tagliano le loro spese. Infatti, secondo il sondaggio dell’Università del Michigan di giugno, questo atteggiamento dei consumatori è alla base del fatto che l’attitudine all’acquisto di veicoli e abitazioni è scesa ai livelli più bassi dal 1982, mentre il numero di intervistati che ha fatto spontaneamente riferimento a prezzi elevati per tali acquisti ha superato il record del novembre 1974.

Relativamente alle prospettive delle imprese, le informazioni su come le aziende percepiscono le prospettive di inflazione sono ancora più discutibili, soprattutto perché i sondaggi sui loro atteggiamenti sono scarsi. L’indice della FED sulle aspettative di inflazione comune, per esempio, è composto da 21 misure diverse, ma nessuna di esse copre direttamente le aziende. Secondo la Fed di Atlanta, le aziende, al pari dei consumatori, vedono un’inflazione più rapida nell’imminente futuro. Le aziende di quel distretto, che comprende Florida, Georgia e Alabama, prevedono che i loro costi unitari aumenteranno del 3% in media nei prossimi 12 mesi.

A dire il vero, il recente spostamento dell’attenzione della Fed dall’inflazioneinterpretata come fenomeno passeggero – ha calmato le preoccupazioni dei mercati finanziari, ma le lacune degli economisti sulla dinamica delle aspettative e su come si formano non lascia ben sperare e induce un po’ di prudenza. “Anche in tempi normali, placidi e stabili, il compito di misurare le aspettative di inflazione è arduo e difficile”, ha affermato David Wilcox del Peterson Institute for International Economics. “In tempi come questi, quella difficoltà viene amplificata molte volte. Oggi non vorrei essere al posto di Powell“.

Consiglieresti a tuo figlio di svolgere la tua professione? Due consulenti finanziari su tre rispondono di sì

Un interessante sondaggio su un campione significativo di consulenti finanziari svela la passione per il proprio lavoro ed il desiderio di trasmetterlo ai figli. Nicola Scambia: “indagine utile in questa fase di forte incertezza e di grandi cambiamenti, che inevitabilmente toccano da vicino sia i consulenti che i clienti”.

Due consulenti finanziari su tre consiglierebbero la propria professione ai figli, mentre sette su dieci investono di tasca propria per la formazione professionale. Sono i risultati del sondaggio creato da Nicola Scambia*, consulente finanziario, scrittore e delegato sindacale di Federpromm, la federazione dei consulenti finanziari, del credito e delle assicurazioni.

L’indagine è stata condotta su una piattaforma online e, come premio di partecipazione, Scambia ha ideato un calendario 2021 incentrato sulla professione del consulente finanziario, raccogliendo un campione di 300 professionisti della finanza che hanno risposto alle dieci domante del questionario (a metà strada tra il personale e il professionale).

Il quadro complessivo che emerge è confortante: il 97% dei partecipanti sostiene di riuscire sempre a fare quello che interessa ai clienti, evitando accuratamente ciò che più “conviene” alle loro tasche, il 96% di avere il coraggio delle proprie scelte e il 90% di suggerire gli strumenti finanziari migliori in circolazione. Inoltre, il 95% di essi ha sempre il coraggio di affrontare le “note dolenti”, ossia gli investimenti rivelatisi meno redditizi tra quelli effettuati nell’interesse dei propri clienti.

Andando sul personale, ed in particolare nel bilanciamento tra lavoro e famiglia, il 78% dei consulenti interpellati dichiara che non rinuncerebbe mai ad una cena fissata con la propria compagna in cambio di una convocazione imprevista del proprio direttore commerciale, e il 67% afferma convintamente che farebbe fare volentieri il proprio lavoro ai figli.

Relativamente alla formazione, il 74% degli intervistati dichiara di investire di tasca propria, il 19% di farlo soltanto in qualche occasione e il 7% di affidarsi unicamente ai corsi gratuiti proposti dalle società mandanti e/o dalle associazioni di categoria.

“Ho sempre investito molto nella relazione con i colleghi”, spiega Scambia, “e l’approccio ludico, rappresentato dal connubio tra sondaggio e calendario, è stata una buona idea per tastare il polso ai consulenti finanziari in questa fase di forte incertezza e di grandi cambiamenti che inevitabilmente toccano da vicino sia loro che i clienti. Il calendario, autofinanziato interamente dal sottoscritto,  è un piccolo compendio di “dritte” e di consigli pratici, frutto della mia esperienza trentennale nel settore,  ed i 300 consulenti finanziari che hanno partecipato al sondaggio lo riceveranno direttamente a casa, mentre chiunque potrà riceverne una copia digitale scrivendo a ns@nicolascambia.net (precisando l’oggetto: richiesta Calendario JACKFLY). 

* Autore di “Jackfly”, primo romanzo di successo sui consulenti finanziari, e di un tascabile “Guadagnare in fondi oggi”

Consulenti finanziari, al via il sondaggio conoscitivo di Federpromm sulle istanze della categoria

E’ in rete il primo sondaggio Federpromm sui consulenti finanziari, finalizzato a raccogliere esigenze ed istanze dei professionisti della finanza in Italia. Obiettivo: garantire maggiore trasparenza e rappresentatività alla categoria.

Federpromm, la federazione dei consulenti finanziari, del credito e delle assicurazioni, lancia il suo primo sondaggio conoscitivo sui consulenti finanziari italiani. Ideato e progettato da Nicola Scambia, delegato Federpromm, l’indagine – cui è possibile partecipare anche in perfetto anonimato – ha l’obiettivo di garantire maggiore trasparenza e rappresentatività alle istanze dei professionisti della Finanza.

“Sappiamo bene che non è il primo sondaggio sui consulenti finanziari”, spiega Nicola Scambia, “ma è la prima volta che le informazioni sono destinate ai consulenti stessi, e non restano riservate alla dirigenza di banche e reti». “L’obiettivo è quello di favorire il confronto interno alla categoria, ma anche di raccogliere le esigenze e le preoccupazioni reali di chi svolge questa professione, affinché Federpromm possa fornire un apporto motivato e costruttivo nella gestione delle vertenze e delle revisioni contrattuali”.

Il sondaggio contiene 10 domande sul livello di soddisfazione dei consulenti, sulle condizioni di lavoro e sulle aspettative economiche e professionali. Per garantire la riservatezza delle informazioni, le risposte saranno elaborate in maniera aggregata e anonima.

L’indagine, a cui è possibile accedere a questo link, terminerà il prossimo 6 Dicembre, ed i risultati saranno condivisi individualmente con tutti i partecipanti al sondaggio che lo richiederanno. Federpromm si farà carico di inviare i risultati sintetici agli amministratori delegati delle reti che ne faranno richiesta.

Secondo Manlio Marucci, Segretario di Federpromm, “In un contesto di ampia trasformazione, che sta coinvolgendo tutto il settore dell’Intermediazione creditizia e finanziaria, il ruolo dei consulenti finanziari viene molto spesso condizionato dalle incertezze sul futuro e dall’assenza di nuove prospettive. Pertanto, Federpromm ha ritenuto di dare spazio al sondaggio ideato dal nostro delegato Nicola Scambia, e di aprire alle riflessioni dei colleghi che desiderano esprimere idee ed opinioni, augurandoci che siano tanti. Rnicola scambia, reti, professionisti, trasparenza, rappresentanza,icordiamo che Federpromm è un sindacato, non una semplice associazione, e si batte fin dalla sua fondazione per la tutela soggettiva dei professionisti del risparmio e del patrimonio delle famiglie italiane. Questo sondaggio è utile per rafforzare il potere di rappresentanza delle loro istanze”.

Sondaggio Banca D’Italia presso gli agenti immobiliari. Effetti del Covid sulle abitazioni anche nel 2021

I giudizi sulle prospettive a breve termine sono migliorati, sia per il proprio mercato di riferimento sia per quello nazionale, pur rimanendo orientati al pessimismo. Una larga quota di agenti prevede che l’epidemia avrà effetti negativi sui prezzi delle abitazioni anche oltre l’anno in corso.

Secondo il sondaggio condotto da Banca D’Italia presso la categoria degli agenti immobiliari, prevalgono le previsioni di un miglioramento generale del mercato, sebbene all’interno di uno scenario ancora pessimista che non lascia intravedere chiari margini di miglioramento se non dopo i primi mesi del 2021.

Nell’indagine effettuata presso 1.403 agenti immobiliari (periodo: dal 31 agosto al 20 settembre 2020), la quota di agenzie che segnala una flessione dei prezzi nel secondo trimestre è ancora lievemente maggiore rispetto a quella che nella precedente rilevazione riportava un calo nel primo trimestre. Sono tuttavia migliorate le condizioni della domanda e le valutazioni sull’andamento dei mandati a vendere, a fronte della stabilità dei tempi di vendita e dello sconto medio sui prezzi richiesti dai venditori.

A seguito dell’epidemia di Covid-19, in particolare, è scresciuta la domanda di abitazioni indipendenti e con disponibilità di spazi esterni, come già evidenziato da tutti i maggiori network immobiliari nelle scorse settimane. I giudizi sulle prospettive a breve termine sono migliorati, sia per il proprio mercato di riferimento sia per quello nazionale, pur rimanendo orientati al pessimismo. Una larga quota degli agenti intervistati, infatti, prevede che la pandemia avrà effetti negativi sui prezzi delle abitazioni anche oltre l’anno in corso.

Più in dettaglio, la pandemia di Covid-19 ha avuto effetti rilevanti sulle caratteristiche prevalenti degli alloggi più richiesti dai potenziali acquirenti e sulle motivazioni di acquisto. Oltre all’aumento della domanda per abitazioni indipendenti e con spazi esterni, sorprende la crescita di coloro che cercano abitazioni di ampie dimensioni.

Rispetto ai mesi precedenti la pandemia, sarebbe lievemente diminuita l’incidenza di potenziali acquirenti intenzionati all’acquisto della prima casa o di un immobile ai fini di investimento, ed al contempo è salita la quota di coloro che sono già proprietari e vorrebbero cambiare casa, soprattutto per trasferirsi dal centro città alla campagna limitrofa e ben collegata, oppure per ottenere un vano in più.

Relativamente alle dinamiche operative ed alla relazione con la clientela, le cause prevalenti di cessazione dell’incarico restano le offerte di acquisto ritenute troppo basse dal venditore (57,8 per cento), nonché la mancanza di proposte di acquisto per via dei prezzi giudicati troppo elevati dai compratori (53,3 per cento degli agenti). Rimane contenuta la quota di coloro che segnalano difficoltà nel reperimento del mutuo (26,2 per cento).

Lo sconto medio sui prezzi di vendita, rispetto alle richieste iniziali del venditore, è rimasto sostanzialmente stabile al 10,9 per cento, ed anche i tempi di vendita risultano pressoché invariati (7,5 mesi). La quota di acquisti finanziati con mutuo ipotecario ha più che recuperato il calo del periodo precedente, e resta elevato (76,8 per cento) il rapporto fra l’entità del prestito e il valore dell’immobile.

Riguardo le locazioni, la percentuale di agenti che ha dichiarato di aver locato almeno un immobile nel trimestre precedente è rimasta pressoché stabile. Il margine medio di sconto rispetto alle richieste iniziali del locatore è marginalmente salito, al 4,0 per cento.

Per quanto concerne le prospettive per le compravendite e i prezzi nei rispettivi mercati di riferimento, il numero degli agenti che giudicano positiva la situazione nel terzo trimestre è aumentato notevolmente rispetto a quello degli intermediari che la ritengono negativa, ma i secondi prevalgono ancora sui primi. A due anni, poi, le attese sono nettamente più favorevoli, e sono aumentati i pareri favorevoli sui nuovi incarichi a vendere e sull’evoluzione dei prezzi di vendita.