Settembre 13, 2026
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La paura di una recessione scatena i catastrofisti. Nel frattempo, Warren Buffett…

Le maggiori banche di investimento tagliano le previsioni e vedono lo scenario peggiore per il mercato azionario, con lo S&P 500 a quota 3.000 in caso di recessione. Warren Buffett fa shopping.

Tra i crescenti timori di recessione, le principali società di Wall Street ora avvertono che il sell-off del mercato in corso, che ha generato sette settimane consecutive di perdite, potrebbe ancora peggiorare, con le azioni destinate a precipitare di un altro 20% circa se l’economia si dovesse dirigere verso una fase di recessione concreta. Anche in una simile evenienza – c’è da esserne certi – i banchieri centrali parleranno di “recessione temporanea e di breve durata”, così come fecero in occasione della prima comparsa dell’inflazione. Sappiamo tutti com’è andata a finire.

I timori di una recessione, pertanto, sono aumentati questa settimana, dopo che le notizie provenienti dai principali produttori e distributori mondiali hanno avvertito delle pressioni inflazionistiche che intaccano i profitti trimestrali, e soprattutto dopo che la Federal Reserve ha promesso che “non esiterà” a continuare ad aumentare i tassi di interesse fino a quando i prezzi in aumento non torneranno a scendere. Su questa scia, ogni stormir di fronde diventa una ulteriore fonte di pessimismo, e le previsioni che ne conseguono non possono che essere dettate dallo stesso spirito negativo. E così, alcune tra le più importanti banche di investimento si sono affrettati a diffondere il proprio “worst case”, ossia lo scenario peggiore che potrebbe derivare dalla combinazione di fattori in essere. La più “nera” tra queste previsioni è che lo S&P 500 potrebbe precipitare a quota 3.000 se l’economia dovesse cadere in una recessione nel prossimo futuro. In soldoni, si tratterebbe di un ulteriore calo del 24% rispetto all’attuale livello dell’indice (circa 3.900), secondo una recente nota del capo del settore azionario e globale di Deutsche Bank negli Stati Uniti, Binky Chadha.

Impossibile non notare la profonda ampiezza tra l’attuale prezzo-obiettivo dello stesso analista riguardo lo S&P 500 (4.750, oltre il 20% in più rispetto ai livelli attuali) e la previsione di un ribasso fino a  3.000 in caso di recessione: come se il calo delle ultime sette settimane di borsa non abbia scontato nessuno scenario negativo rilevante ed equivalente.

Peraltro, Chadha prevede un “rialzo di sollievo” entro la fine dell’anno, e una successiva “svendita prolungata” generata da una “recessione che si autoavvera“. “L’inflazione si sta rivelando vischiosa, e la guida prospettica della Fed è per un ciclo di rialzo dei tassi che è storicamente terminato in recessione il più delle volte (8 su 11 o il 73% delle volte), con la Fed che riconosce e accetta questo rischio”, ha affermato recentemente Chadha. Questo scenario è giudicato plausibile anche da David Kostin, chief equity strategist statunitense di Goldman Sachs, che stima addirittura al 35% le probabilità di una flessione complessiva dello S&P500, basando la sua analisi sui dati storici di 12 recessioni dalla seconda guerra mondiale. Secondo questo modello, quindi, il mercato azionario potrebbe scendere tra l’ 11% e il 18% rispetto ai livelli attuali. Gli strateghi della Bank of America, nel frattempo, hanno avvertito di uno scenario di stagflazione – rallentamento della crescita economica e prezzi elevati – che potrebbero portare lo S&P 500 a quota 3.200, un calo di circa il 18% rispetto ai livelli attuali. Ancora più catastrofico Mark Zandi, capo economista di Moody’s Analytics, secondo il quale il recente sell-off del mercato, insieme alla prospettiva di rialzi aggressivi dei tassi da parte della Federal Reserve per combattere l’inflazione, ha certamente aumentato i timori di recessione, e aumenta le probabilità di un ribasso del 33% nei prossimi 12 mesi e del 50% entro 24 mesi.

Gli investitori dovrebbero essere cauti poiché “i rischi di recessione stanno prendendo il sopravvento” nei mercati, secondo Savita Subramanian, equity e quant strategist di Bank of America, in una nota recente. Non solo le possibilità di un ambiente di stagflazione aumentano, ma le attuali condizioni di mercato ricordano la bolla delle dot-com del 1999-2000. Gli investitori non hanno “un posto dove nascondersi, mentre l’S&P 500 si avvicina al territorio del mercato ribassista”, secondo gli analisti di Forbes.

Nel frattempo, Warren Buffett fa shopping in borsa per 51 miliardi di dollari. Il noto investitore ha sfruttato il sell-off del mercato in corso come un’opportunità per acquistare e aggiungere diverse nuove posizioni importanti in alcune aziende quotate ritenute strategiche per il suo conglomerato di investimento, Berkshire Hathaway. In particolare, Buffett ha approfittato della turbolenza del mercato in corso per entrare in otto nuove posizioni, tra cui 55 milioni di azioni di Citigroup (per un valore di circa 2,6 miliardi di dollari) e 69 milioni di azioni del colosso dei media Paramount Global (per un valore di circa 1,9 miliardi di dollari).

Pertanto, Berkshire Hathaway ora possiede una partecipazione di oltre il 10% in Paramount, rivelando anche una nuova partecipazione di 390 milioni di dollari in Ally Financial. Naturalmente, le azioni di tutte e tre le società sono aumentate dopo la notizia che Buffett aveva preso posizione: Paramount è salito del 14%, Citi del 7% e Ally di quasi il 5%. Berkshire Hathaway aveva già effettuato di recente acquisti considerevoli in due società energetiche: Chevron e Occidental Petroleum, il gigante tecnologico legacy HP e la società di videogiochi Activision Blizzard. Adesso Berkshire Hathaway possiede circa 159 milioni di azioni Chevron (per un valore di circa 27 miliardi di dollari), 143 milioni di azioni di Occidental (quasi 10 miliardi di dollari), 121 milioni di azioni di HP (oltre 4 miliardi di dollari) e 64 milioni di azioni di Activision (5 miliardi di dollari).

Berkshire, tuttavia, ha venduto tutte le sue azioni in Wells Fargo, che in precedenza era stata una delle principali holding e faceva parte del portafoglio di Buffett dal 1989. Il 91enne “Oracolo di Omaha” ha anche venduto quasi tutti i suoi 8 miliardi di dollari di partecipazione nel gigante delle telecomunicazioni Verizon.

S&P500, probabile un rally dopo la riunione della Fed. A fine maggio nuova debolezza

Lo S&P 500 vedrà probabilmente un notevole rimbalzo dopo la riunione del FOMC, ma i dati fondamentali negativi sono troppo forti per non riprendere il sopravvento verso la fine di maggio.

A meno che la Fed non annunci qualcosa di completamente inaspettato rispetto a quanto è già stato digerito a fatica dai mercati negli ultimi mesi, è probabile che la conferenza stampa del FOMC del prossimo 4 Maggio possa  riservare contenuti che facciano ridurre il rischio implicito per il mercato azionario. L’indice VIX, che è una misura della volatilità, è attualmente scambiato intorno a 33, e ciò indica che i livelli di volatilità implicita stanno diminuendo e che il valore delle opzioni put potrà diminuire molto rapidamente, portando trader e investitori a venderle facendo sì che i market maker inizino ad acquistare future S&P 500 e a soffiare un vento favorevole per l’aumento dell’indice.

A Wall Street qualcuno già parla – forse un pò frettolosamente – di “ciclo del FOMC”. Infatti, dalla fine del 2021 le riunioni del FOMC sono state seguite da ottimi rialzi dello S&P 500, mentre i verbali del FOMC hanno dato la stura a forti cali di mercato. Pertanto, potrebbero esserci buone possibilità che questo mini-ciclo continui con lo S&P 500 in rialzo dopo l’incontro. Anche l’indice VIX è generalmente scambiato a livelli più bassi quando escono i verbali del FOMC,  a livelli più alti prima della riunione del FOMC, ed oggi il VIX scambia a livelli elevati in vista della riunione del FOMC. Tuttavia, è probabile che qualsiasi rally sia di breve durata, perché i fondamentali sottostanti dello S&P 500 e il mercato azionario in generale si stanno deteriorando: quando i tassi di interesse più elevati si comprimono, il rapporto P/E e gli utili generalmente diminuiscono.

Due problemi tra tutti scuotono gli operatori. L’aumento dei rendimenti reali è il problema più grande che il mercato azionario deve affrontare, ed anche i dividendi reali sono impoveriti dalla inflazione elevata. Già nelle ultime settimane si è osservata una certa compressione del rapporto P/E, sceso a 17,5 rispetto alla media storica di 16,1 rilevata dal 2002. Ma va riconosciuto che tra la primavera del 2020 e la fine del 2021 il rapporto P/E dello S&P 500 era storicamente molto alto. L’altro problema è che le stime degli utili per lo S&P 500 potrebbero ora iniziare a subire pressioni. Il NASDAQ 100 e il NASDAQ Composite hanno già iniziato a vedere diminuire le stime degli utili per il 2022. Pertanto, sembra difficile immaginare che le stime degli utili dello S&P 500 reggeranno, poiché il NASDAQ 100 di solito anticipa le stime di utili rispetto allo S&P 500.

Su tutto, la Fed ha chiarito che le politiche monetarie si debbano inasprire, e le azioni non hanno mai avuto buoni risultati in tali occasioni, subendo forti ribassi. Questa volta non è probabile che sia diverso, perché la politica monetaria deve inasprirsi ancora un po’ prima di raggiungere un livello neutrale. Lo S&P 500 vedrà probabilmente un notevole rimbalzo dopo la riunione del FOMC, ma i dati fondamentali negativi sono troppo forti per non riprendere il sopravvento verso la fine di maggio, quando il mercato conoscerà i verbali del FOMC e vivrà la consueta debolezza estiva.

Pertanto, investire oggi è più complesso che mai, con le azioni ora in aumento ora in calo sulla base di pochissime notizie, mentre sempre più spesso si fa l’opposto di ciò che sembra logico alla ricerca di opportunità che si rivelano veramente difficili da individuare; poi, quando sono state individuate, di solito è troppo tardi per investire.

Warren Buffett ha 130 miliardi di liquidità: correzione in arrivo? Può darsi, ma la verità è più complessa

L’atteggiamento attendista del magnate di Omaha sembra essere il frutto di quella rigida coerenza che lo ha sempre contraddistinto, sommata alle aspettative di uno storno dei mercati. Nel suo caso, però, pesano anche altri fattori.

Mentre la borsa USA non accenna a tirare il fiato, ed il Dow Jones sembra lanciato in scioltezza verso il record dei 30.000 punti, aumenta il numero delle “cassandre” e di quanti giurano (ma non scommettono) su una imminente correzione dei mercati azionari. Si va dal “ritracciamento fisiologico e salutare” sperato dai ribassisti, al “big one” dei crolli delle borse mondiali auspicato dagli edge funds più speculativi. In circostanze come queste, accanto alle notizie fondate si affolla una serie di “non-notizie” che aggiungono colore e che non spiegano tutto. Una di queste è quella che vede la Berkshire Hathaway di Warren Buffett seduta su una montagna di contanti. Nel terzo trimestre, infatti, il saldo di cassa della holding è cresciuto fino a raggiungere i 128,2 miliardi di USD, in aumento rispetto ai 122,4 miliardi del trimestre precedente e, soprattutto, rispetto ai 23 miliardi del 2010, portando gli analisti a chiedersi perché la società non stia spendendo.

La domanda giusta, invece, sarebbe “quando avrà intenzione di comprare?.

E’ da ingenui pensare che il buon vecchio Warren, mito vivente di tutti gli operatori di borsa, scelga di aumentare in maniera così sfacciata la disponibilità di cassa soltanto perché prevede un crollo di borsa (come penserebbe un investitore alle prime armi), pertanto è meglio approfondire segnali e fatti concreti. Il primo di questi è il ritmo di crescita della cassa, il cui ammontare è il risultato di una progressione lunga ben dieci anni, e non dieci giorni (da qui la sua natura di “non-notizia”). E’ più probabile, quindi, che ciò sia frutto di una strategia volta ad una o più acquisizioni “pesanti”, da effettuare in futuro in aziende ritenute strategiche per il portafoglio di Berkshire.

Il problema, semmai, è “quando” queste acquisizioni avverranno.

Non è certo un caso che le ultime siano avvenute nel 2015 e nel 2017, e che da allora la società non abbia accelerato in modo significativo il suo programma di riacquisto, suscitando la curiosità di molti analisti. L’accumulo di liquidità, infatti, ha influito negativamente sulla performance delle azioni BRK, aumentate solo del 7% quest’anno (in linea con il loro anno peggiore in un decennio), mentre il Dow Jones Industrial Average e lo S&P 500 sono saliti a livelli record, portando i loro guadagni nell’anno rispettivamente al 18% e al 23%.

Non sarebbe neanche la prima volta che le strategie di Buffett generano ansia persino nelle grandi banche statunitensi. Morgan Stanley, per esempio, ha affermato che il programma di riacquisto di azioni impallidisce rispetto al saldo di cassa della società, e che gli investitori “potrebbero essere sgomenti” (altra “non-notizia”, assolutamente infondata) per via dei riacquisti minimi di azioni nel trimestre. Gli analisti di UBS, unendosi al coro, hanno ribadito questa preoccupazione, manifestando la loro sorpresa per tutta questa liquidità in eccesso. Entrambi, però, non hanno tenuto in buon conto quello che tutti sanno: Buffett non è mai stato a favore del riacquisto di molte azioni del Berkshire Hathaway, e solo nel 2018 egli ha reso più semplici i futuri riacquisti, eliminando una restrizione, in prossimità del passaggio generazionale. Questo fa capire che il riacquisto continuerà inesorabilmente al ritmo attuale, cioè lento e con basse quantità, e che si stia preferendo attuare una politica di più alto dividendo per gli azionisti, per nulla “sgomenti” per le circostanze.

Del resto, le migliori partecipazioni del Berkshire per valore sono quelle del calibro di Apple, Bank of America, Coca-Cola, Wells Fargo, American Express e Kraft Heinz; il meglio in circolazione per diversificazione, capitalizzazione e margini di guadagno. Lo stesso Buffett ha dichiarato, nel suo rapporto annuale del 2019, che “…negli ultimi anni, il corso ragionevole da seguire è stato chiaro: molti titoli hanno offerto molto di più per i nostri soldi rispetto a quelli che avremmo potuto ottenere acquistando aziende nella loro interezza … io credo che le società in cui abbiamo investito offrano un eccellente valore, che supera di gran lunga quello disponibile nelle transazioni di acquisizione che potremmo fare oggi”. In altre parole, Buffett non ha intenzione di abbandonare il suo principio fondamentale del  “buy-and-hold”, ma semplicemente non vede il mercato prezzato in modo attraente. Infatti, quando ha rilasciato la sua ultima lettera annuale agli azionisti (23 febbraio 2019), il benchmark S&P 500 non era nemmeno a 2.800; lo scorso 23 Gennaio 2020 ha chiuso ad un massimo storico di 3.317. Pertanto, se Buffett non aveva visto valore con lo S&P 500 a 2.800, di certo non lo vedrà con un 19% in più in 11 mesi.

Contrariamente a quanto si possa pensare, questo atteggiamento attendista sembra essere il frutto di quella rigida coerenza che ha sempre contraddistinto Buffett fin dagli esordi, e gli ha permesso di arrivare dov’è adesso. Infatti, sebbene il mercato azionario abbia costantemente dimostrato che le correzioni e i mercati ribassisti vengono poi cancellati dal mercato toro, ciò non significa che le azioni salgano in linea retta; questo Buffett lo sa bene, ed è possibile che egli speri di poter comprare le aziende che gli interessano, tra qualche tempo, a quotazioni non inferiori a quelle attuali, bensì inferiori rispetto a quota 2.800 dello lo S&P 500, ossia di quel livello che lui riteneva già elevato e scoraggiante. Ciò porta a pensare che le aspettative di ribasso, nella mente del magnate di Omaha, possano raggiungere una profondità massima pari a 25 punti percentuali rispetto ad oggi (il 19% in più dell’ultimo anno, più un ulteriore sconto).

Guardando le cose da un altro punto di vista, la volontà di spendere meno soldi può trovare una motivazione anche nel desiderio di Buffett di “passare le consegne” nel migliore dei modi: egli compirà  90 anni nel corso del 2020, ed il suo piano di successione è già in atto; pertanto, invece di acquisire start-up e small cap con altissimi margini (e rischio), egli vuole investire in attività che avranno un impatto positivo immediato sul bilancio della società, conferendo maggiore stabilità finanziaria, e questo comporta la necessità di avere grande liquidità, dal momento che le valutazioni delle aziende a grande capitalizzazione sono molto più costose rispetto alle small cap.

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In definitiva, Warren Buffett ha sempre concentrato la sua attenzione sulle aziende del mondo finanziario, dei beni di consumo e, in una certa misura, dei servizi pubblici. Egli non è mai stato un convinto sostenitore della diversificazione sostenuta (il che va bene, purché tu sappia cosa stai facendo), ma della “iper-conoscenza” delle aziende da acquistare. Ciò può rivelarsi uno svantaggio quando questi settori diventano costosi, e la conoscenza di aziende con le quali non si ha grande familiarità ed esperienza richiede grandi sforzi ed energie che Buffett, in tutta probabilità, non ha più. Per questo motivo sembra che egli stia volontariamente perdendo, per esempio, il “treno” delle società biotecnologiche (che richiederebbe un lungo studio e grande dispendio di risorse), ed ancora una volta stia facendo prevalere il suo essere contro corrente, anche nella tarda età, rispetto a Wall Street.

Non è la prima volta che accade, speriamo che non sia anche l’ultima (lunga vita!).