Giugno 14, 2026
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Commerzbank consiglia di vendere BTP. Un ricatto della Germania in vista del Consiglio Europeo?

La prossima riunione del Consiglio Europeo dovrà decidere sulle misure economiche straordinarie da mettere in atto in UE e, soprattutto, definire la partita tra i sostenitori del MES ed il fronte degli stati favorevoli ai c.d. coronabond.

E’ notizia di ieri che gli analisti di Commerzbank (coordinati da Michael Leister, responsabile Strategia tassi) stiano suggerendo ai clienti di vendere le posizioni in BTP, dal momento che il rapporto debito-PIL italiano si avvicinerà pericolosamente al 150% nel 2020 (per poi scendere al 145% nel 2022), e questo comporterà probabilmente un downgrade dei titoli di stato, da parte delle società di rating, a livello “spazzatura” (in gergo “junk”).

A prima vista, sembrerebbe la classica indiscrezione su un documento riservato della seconda banca tedesca che, in totale autonomia, avrebbe svolto il proprio lavoro di consulenza agli investitori, ma così non deve essere stato, perchè il fatto ha scatenato le ire – più che legittime – del vice ministro dello Sviluppo Economico Stefano Buffagni, il quale, a caldo su Facebook, ha tuonato “In piena emergenza coronavirus, in piena pandemia mondiale, mentre l’Italia piange oltre 10.000 morti, la Germania non solo fa muro da settimane sugli aiuti all’Italia, ma ora secondo l’autorevole agenzia internazionale Bloomberg ci attacca anche direttamente invitando a vendere i Titoli di Stato italiani tramite la seconda banca di Germania, la Commerzbank, posseduta al 15% proprio dallo Stato tedesco… Questa notizia può provocare danni economici giganteschi, il governo tedesco intervenga subito per bloccare questa follia”.

Come dargli torto? Oggettivamente, dopo l’uscita della Lagarde (su imbeccata tedesca) che ha causato il famoso -16,92% alla borsa italiana lo scorso 12 Marzo, alle gaffe ed alle indiscrezioni “in buona fede” non crediamo più. Si tratterebbe, invece, di un volgarissimo ricatto indirizzato dalla Germania all’Italia, con la complicità di Commerzbank, in vista della prossima riunione del Consiglio Europeo in cui si dovranno decidere le misure economiche straordinarie da mettere in atto in UE e, soprattutto, definire la partita tra i sostenitori del MES (Germania, Olanda e Danimarca) ed il fronte degli stati favorevoli ai c.d. coronabond (Italia e paesi del Sud Europa, più probabilmente la Francia).

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E mentre nel nostro Paese non si sprecano le reazioni (Elio Lannutti dei cinquestelle ricorda che Commerzbank, prima di consigliare di vendere i BTP, dovrebbe guardare al proprio bilancio pieno zeppo, come quello di Deutsche Bank, di titoli-spazzatura che non hanno alcun mercato), è ormai chiaro che in Europa si combatte una battaglia diplomatica fatta di colpi bassi inaccettabili (ma non nuovi contro l’Italia) in queste particolari circostanze, che rendono incerta la continuità dell’Unione Europea allorquando, una volta risolto il problema del virus che adesso “addormenta” qualunque visione del futuro, i leader europei si troveranno di nuovo seduti allo stesso tavolo, ma disgregati dall’astio generato dalla mancanza di solidarietà della “cricca” nord-europea, e pronti alla resa dei conti.

Il mercato, negli ultimi quattro giorni di borsa, ha regalato l’aumento dello spread Bund-BTP, passato da 165 a 205 nonostante le aspettative di liquidità che arriverà copiosa dal nuovo QE. In pratica, qualcuno sta già vendendo a man bassa le sue posizioni lunghe e, non potendolo più fare allo scoperto, deve necessariamente vendere dal proprio portafoglio. Commerzbank, secondo le stime, è esposta per circa 9,5 miliardi sui BTP; pertanto, se ne consiglia la vendita ai propri clienti, è lecito pensare che lo stia già facendo per conto suo, liberandosi gradualmente del “fardello”.

Che tutto questo possa avvenire in autonomia, senza che i vertici della banca tedesca abbiano preavvisato la Merkel, è pura fantasia.

La BCE finalmente si muove sulle orme di Draghi. Mercati pronti per il “grande rimbalzo”?

Dopo i crolli delle ultime settimane, e dopo la mossa della BCE ed il rilancio della FED, sembra possibile restituire fiducia ai mercati azionari, pronti a quello che viene definito come il “grande rimbalzo”.

Dopo un attendismo inopportuno e la generale impreparazione ad affrontare un momento così difficile – nel quale, poco alla volta, il patto d’acciaio franco-tedesco sta venendo fuori – La Lagarde ha fatto la sua mossa (dopo aver atteso il benestare della Merkel, che ha tentennato e messo paletti alle richieste del premier Conte), ed ha varato – comè noto – l’adozione di misure economiche ispirate al “Draghi style”.

Il nuovo QE (quantitative easing) annunciato dalla Banca Centrale Europea sembrava avere proporzioni mai viste prima. Infatti, il ‘Pandemic Emergency Purchase Programme’  consiste in un piano di acquisto di 750 miliardi di euro di titoli per sconfiggere l’emergenza economica innescata dal coronavirus, e scuotere l’Europa dal rallentamento di tutte le attività economiche. Gli ha fatto eco Trump ed il suo programma di acquisto per 2.000 miliardi di dollari – si sa, in America le cose si fanno in grande, oppure non si fanno affatto – che oggettivamente ha dato un pò di entusiasmo ai mercati impauriti dai precedenti errori del duo Lagarde-Merkel.

Il rischio recessione – che sarebbe meglio definire come “certezza” – ha quindi convinto la Germania (di cui la Lagarde appare oggi come una semplice portavoce) ad annunciare che “tempi straordinari richiedono azioni straordinarie”, e cioè la riedizione degli strumenti con i quali Mario Draghi aveva già salvato Italia ed Europa nel 2012.

Il nuovo programma di acquisto titoli, che mira a dare ossigeno a famiglie e imprese dopo la delusione del timido piano da 120 miliardi annunciato qualche giorno prima, proseguirà senza limiti fino a che la fase critica dell’epidemia non sarà finita, e ha già avuto immediati effetti positivi sullo spread BUND/BTP. A costringere la BCE ad agire con queste proporzioni è stato l’aumento vertiginoso dello spread italiano, che è arrivato a quota 320 nonostante Bankitalia stesse da giorni comprando BTP per arginare il crollo dei corsi. La speculazione internazionale, infatti, dopo essere stata bloccata dal (tardivo) divieto generalizzato di vendere allo scoperto, si era velocemente spostata sul debito italiano, scommettendo su un calo del PIL italiano del 2020 compreso tra -6 e -10%.  In più, in questi giorni si erano allargati anche i differenziali di paesi  come la Francia e l’Olanda, facendo intravedere il rischio di mettere in discussione la tenuta dell’intera Eurozona.

E’ stato questo, probabilmente, a convincere la Merkel  a dare il benestare alla BCE per il nuovo QE, e questo la dice lunga sul ruolo dell’Italia in Europa….

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Adesso rimane da affrontare il capitolo più delicato, e cioè come restituire continuità di fiducia ai mercati azionari, crollati pesantemente sotto i colpi dei ribassisti ma pronti a quello che da qualche giorno viene definito come il “grande rimbalzo”.

Trattandosi di una recessione tecnica, causata da un fattore esterno all’economia (nel 2008 si trattò, invece, di un fattore interno, e cioè i titoli “tossici” sui mutui c.d. subprime), la sua durata massima dipenderà dalla velocità con la quale si sarà capaci di controllare e debellare il contagio del Coronavirus. Si va dai nove mesi pronosticati dai più pessimisti ai tre-quattro mesi degli ottimisti, ma in ogni caso il mercato sconta già aspettative di forte ripresa del PIL mondiale nel 2021. Goldman Sachs, per esempio, prevede una borsa USA in veloce recupero fino ad un poderoso +60% nei prossimi mesi, con “strappi” violenti al rialzo nelle migliori giornate di inizio ripresa. La Borsa Europea, probabilmente, avrà un andamento simile ma poi più cauto, con pochi strappi.

Su tutto, la marea di liquidità che affluirà sui mercati, che all’inizio privilegerà la ripresa dei corsi obbligazionari (oggi inaspettato terreno di opportunità fino a tre settimane fa neanche immaginate), per poi spostarsi rapidamente verso quelli azionari.

Virus permettendo, naturalmente.

La politica economica italiana dal 1992 ad oggi: un mix di ambizioni personali, conflitti di interesse ed errori da principianti.

Peggio di così non poteva andare. Adesso, per evitare che l’U.E. diventi una prigione, è necessario aumentare il livello di autonomia. Italia compresa, ovviamente

Italia ancora fanalino di coda dell’intera Unione Europea. Queste le recenti previsioni della Commissione europea sulla crescita italiana: 0,1% (contro l’1,5% sperato dal governo a Settembre 2018), e 0,7% per il 2020.

A favore, solo ultimamente, la diminuzione dello spread che, secondo il Premier Conte, è il segnale  di “conti pubblici solidi e in ordine”, che avrebbero permesso all’Italia, grazie anche alla correzione dei conti adottata con un assestamento di bilancio, di scongiurare il pericolo di una procedura d’infrazione.

Da più parti, però, si ritiene che il momento di una verifica più attenta sia soltanto rinviato di qualche mese, a quando cioè sarà terminato il processo post-elettorale di formazione della maggioranza in U.E. e, soprattutto, la fase delle nomine.

A prescindere dagli avvenimenti dell’immediato futuro, è interessante capire come si sia arrivati a questo punto, quale strada abbia imboccato il nostro Paese nel 1992 per arrivare oggi nel punto in cui siamo (e se il punto in cui siamo è migliore di quello in cui saremmo, in tutta probabilità, se non fossimo entrati).

Cominciando dal saldo delle Partite Correnti, nel 2011 esso era pari al -3,7% del PIL, mentre oggi ce l’abbiamo al +2,5%. Praticamente, si trova allo stesso livello di quando avevamo ancora la Lira, solo che oggi non possiamo utilizzare la leva delle svalutazioni della valuta, e possiamo svalutare solo le risorse interne, cioè il lavoro, associando principi economici di austerità che, insieme al mancato controllo dell’inflazione, hanno decretato la scomparsa del ceto medio italiano, su cui il Paese aveva creato ricchezza e prosperità.

Inutile girarci intorno: dal 1992 al 2011 una serie di errori da principianti – commessi da coloro ai quali, anziché consegnarli ad un meritato oblio, i media consentono ancora di aprire bocca – ha permesso la distruzione del nostro tessuto industriale pubblico (per la felicità degli stati del Nord Europa, che si opponevano al nostro ingresso), nonchè il mancato controllo del saldo delle Partite Correnti, a causa del quale abbiamo accumulato una posizione finanziaria netta passiva di oltre 400 miliardi di euro.

Questi i fatti storici. Adesso resta da stabilire chi ne ha la colpa. Soprattutto, è utile farlo?

La risposta positiva ci sembra l’unica possibile; dimenticare, infatti, potrebbe consentire a chi ci governa oggi di ripetere gli errori commessi ieri da personaggi enormemente sopravvalutati e, probabilmente, in grave conflitto di interesse tra gli interessi nazionali da salvaguardare e le proprie ambizioni personali da assicurare alla storia.

Di Prodi e Padoa Schioppa, per esempio, rimane la visione limitata di una Italia tutta ripiegata sull’Europa, nella stessa posizione servile di quando, col piattino in mano, gli stessi chiedevano il permesso di entrare, terrorizzati dall’essere esclusi (da cosa?). Il risultato è stato quello di dover assistere ad accordi extra-UE che destinavano puntualmente a Francia e Germania le migliori opportunità, ed all’Italia gli avanzi.

Da qualche mese, però, incombono i possibili accordi commerciali con la Cina, con i quali l’Italia sta disturbando (e non poco) i sogni di eterna egemonia economica europea dei tedeschi e dei francesi. Non si fa fatica a pensare che siano proprio questi a tifare per una rapida crisi di governo e per un ritorno alle elezioni, dalle quali magari far uscire un governo più accomodante, come quelli precedenti; al netto, però, di quello guidato da Berlusconi fino al 2011, caduto più per gli interessi della Francia sulla Libia di Gheddafi, che per la guerra preventiva scatenata dalle banche estere sul nostro spread (un vile atto di guerra contro di noi, combattuto senza armi di distruzione fisica).

La conclusione di questa breve analisi, pertanto, non può che essere quella di continuare a stare in Europa, ma per starci bene; per farlo, nessuno deve impedire che l’Italia, al pari degli altri paesi dell’UE, possa concludere accordi con il resto del Mondo, in autonomia. Mancando la leva valutaria e quella fiscale, infatti, siamo obbligati a crescere, e la crescita deve essere assicurata attraverso politiche espansive dal punto di vista degli scambi internazionali.

Se l’Europa deve precludere anche quelle, pretendendo di centralizzare tutto a vantaggio degli stati-guida, tanto valeva non entrare affatto.

Pertanto, l’Unione Europea potrà continuare ad esistere solo nel momento in cui si concederà agli aderenti maggiore autonomia.

Sennò diventerà una prigione, da cui evadere in tutti i modi possibili.

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