Giugno 15, 2026
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Bonus per autonomi, professionisti e piccole imprese, peggio dell’Italia solo la Grecia

Germania, Olanda e USA le più generose, mentre Norvegia e Danimarca hanno adottato un meccanismo simile alla CIG (con percentuali dell’80%). A parte il “record” di lentezza della Spagna, i tempi di erogazione sono più rapidi di quelli italiani in quasi tutti i paesi presi in esame.

Italia agli ultimi posti, nella speciale classifica degli aiuti post Covid relativamente alle cifre erogate (con tempi di erogazione molto lenti) a beneficio di lavoratori autonomi, professionisti e piccole imprese.

Il recente decreto Agosto del Governo ha di fatto confermato, non senza polemiche, quello precedente in materia di bonus da riconoscere a queste categorie. Infatti, i mille euro di maggio spetteranno senza condizioni a tutti i liberi professionisti non pensionati con reddito 2018 sotto i 35.000 euro, mentre quelli tra i 35.000 e i 50.000 euro di reddito dovranno dimostrare un calo delle entrate nel primo trimestre 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019 pari ad almeno il 33 per cento.

E’ proprio il riferimento al reddito 2018 che ha scatenato proteste del tutto legittime, dal momento che già a Febbraio sarebbe stato possibile certificare, con l’ausilio di un commercialista – di cui si servono massivamente autonomi, professionisti e imprese  – sia il fatturato che il reddito netto (fatturato meno costi, ammortamenti e acconti, molto sinteticamente).

In più, è ancora oscuro – per non dire strumentale all’abbattimento del numero degli aventi diritto – il criterio secondo il quale si sia scelto di prendere come parametro di riferimento di nuovo il primo trimestre 2020, in cui è ricompreso un solo mese di blocco delle attività, e non il primo quadrimestre, periodo in cui gli effetti del lockdown si sono fatti sentire maggiormente ed in cui i ricavi dei professionisti e dei piccoli imprenditori sono letteralmente crollati.

In sintesi, il Governo ha giocato continuamente al ribasso, restringendo la platea degli aventi diritto (anzichè cercare di allargarla il più possibile) e amplificando il disagio causato anche dall’incertezza mostrata dalle casse di previdenza private – che hanno potuto fare ben poco, visti i regolamenti a cui devono sottostare in materia di operazioni straordinarie. Su tutte, la vicenda di Enasarco, la cassa di agenti di commercio e consulenti finanziari, bloccata dagli attriti interni esplosi dopo il rinvio delle elezioni previste per Aprile al prossimo mese di Settembre (220.000 autonomi rimasti senza la promessa anticipazione del FIRR). 

In Europa e nel mondo, quasi tutti hanno fatto meglio di noi. In Germania, per esempio, il sistema di aiuti è stato gestito dai singoli stati federali. Chiunque, in quei giorni di Marzo, ha fatto accesso al portale per la richiesta delle indennità riservate ai residenti delle città, è stato tenuto aggiornato via email sulla propria posizione e sul proprio turno (una sorta di coda telematica) ed ha avuto il via libera in 72 ore con una semplice autodichiarazione di perdite subite per via del virus, ricevendo presso la propria banca, dopo altre 24-48 ore, la somma di 5.000 euro. Identica somma è stata erogata, con gli stessi tempi, alle PMI  fino a 5 dipendenti a tempo pieno, a cui si è affiancato il Fondo federale con altri 9.000 euro, per un totale di 14 mila (per le imprese tra 5 e 10 dipendenti, i fondi federali sono arrivati fino a 15.000 euro).

Peggio dell’Italia solo la Grecia, con un mini bonus di 400 euro per mezzo milione di disoccupati, mentre in Francia il bonus per autonomi e piccole imprese è stato pari a 1.500 euro. In Spagna il bonus è compreso tra 500 e 2.500 euro (anche per le piccole imprese), in Gran Bretagna 2.500 sterline (per tre mesi) ed in Belgio da 1.200 a 1.600 euro. Il sistema bonus viene applicato anche dall’Olanda, che ha erogato la somma di 1.500 euro ai professionisti e di 4.000 euro a fondo perduto per le piccole imprese.

Norvegia e Danimarca, invece, hanno assicurato rispettivamente l’80% delle entrate 2019 (trimestre su trimestre, da ripetere eventualmente per il trimestre successivo) e il 75% (stesso criterio), mentre la Svizzera non ha erogato bonus, ma ha assicurato a tutti gli aventi diritto credito bancario pressoché illimitato (con un tetto molto ampio a seconda del fatturato 2019), garantito al 100% dalla stato e restituibile al tasso dello 0,5% annuo in 5 anni.

Uscendo dall’Europa, gli Stati Uniti hanno erogato in quattro giorni un bonus  da 10.000 dollari alle piccole imprese e 600 dollari settimanali ai loro dipendenti, mentre alle famiglie sono andati (direttamente sul c/c) 2.400 dollari una tantum per i coniugi più 600 dollari settimanali per ogni figlio. Ad Hong Kong il bonus è stato pari a 1.200 dollari per ciascun residente e a 10.000 dollari per ogni piccola impresa.

Relativamente ai tempi di erogazione, l’Italia ha confermato la propria lentezza che già aveva creato enormi disagi alle categorie di lavoro dipendente, a causa dei tempi “biblici” (anche tre mesi) di erogazione della CIG. Relativamente alle partite IVA e alle piccole imprese, il nostro Paese è a metà classifica (in media 15 giorni), tra le 48 ore dell’Olanda ed il mese della Spagna, passando dai 5 giorni di Germania e Francia ed i 7 giorni del Belgio.

Su tutti, sorprende la generosità della Germania, ma non troppo: la forza economica attribuita dall’altissimo avanzo commerciale e, soprattutto, il più basso indebitamento statale consentono all’economia tedesca (così come a quella olandese) di poter erogare fondi di tale portata. Stessa cosa per Norvegia e Danimarca.

In definitiva, nonostante le attenuanti – prima esperienza di pandemia, dopo quelle viste al cinema nelle spy-stories – l’Italia si conferma un Paese fragile e debolmente organizzato, con episodi di mala amministrazione dell’emergenza al limite della civiltà (In Sicilia gli impiegati addetti alla lavorazione delle pratiche CIG hanno preteso, in piena emergenza, un premio di produzione per singola pratica).

Le stesse attenuanti, però, ce li hanno anche gli altri paesi europei e mondiali; eppure hanno tutti fatto meglio di noi.

Finanza e industria delle armi, ovvero la “grande fuffa” degli investimenti etici. 10 titoli azionari da evitare

Risolvere il rebus se siano nate prima le armi e poi le guerre, o viceversa, è perfettamente inutile: si tratta delle facce di una stessa moneta, e non ci sarà soluzione finchè nessuno si farà carico di decisioni coraggiose e molto costose in termini di risorse finanziarie mondiali.

Di Massimo Bonaventura

In un mercato finanziario così proteso, soprattutto a livello di marketing, verso la diffusione degli investimenti c.d. sostenibili, suona strano come quasi nessuno persegua con uguale determinazione l’obiettivo della graduale conversione dell’industria degli armamenti in produzioni pacifiche.

I sostenitori più accaniti dell’Eco-Sostenibilità, infatti, pare si fermino alle energie rinnovabili, ai cambiamenti climatici, alla fame nel mondo, e più recentemente – per i noti motivi – alla salute ed ai sistemi sanitari. Nobilissimi temi – per carità – ma di fronte a quello della produzione di armi (ed il Coronavirus potrebbe tranquillamente essere una di queste, almeno fino a quando il velo di omertà sulle sue origini non verrà a cessare), tutto tace, salvo qualche rara dichiarazione di principio sul disarmo nucleare.

Peccato che, nel mondo, si muore soltanto di armi c.d. convenzionali, avendo fortunatamente relegato le testate nucleari, dopo Hiroshima, al ruolo di deterrente strategico “onorario” nelle due guerre fredde che si combattono dal secondo Dopoguerra: USA vs URSS fino a Gorbaciov, USA (sempre loro) vs Cina al giorno d’oggi.     

Nel frattempo, mentre all’ONU si continua a perdere tempo ed a creare fulgide carriere politiche, gli Stati Uniti consolidano la loro leadership mondiale di esportatori di armi, raddoppiando la distanza con la Russia, che oggi risale al secondo posto per via delle richieste provenienti dai clienti del Medio Oriente. L’Italia, nel 2019, è nella top 10, al nono posto, ma con quote di mercato in calo.

Fece notizia, nel 2017, il comunicato con cui Kalashnikov, l’azienda russa che produce il famigerato fucile d’assalto AK-47, dichiarava di voler aumentare il personale del 30% (da 5.500 a 7.200 unità) per riuscire ad evadere gli ordini in tempi più ragionevoli, adeguandosi così ad una domanda sempre più crescente.

Studi recenti (SIPRI, Stockholm International Peace Research Institute) hanno messo a confronto il mercato delle armi nel quinquennio 2014-2018 con quanto avvenuto in quelli precedenti, registrando un aumento del volume di vendita al di fuori dei confini nazionali dei produttori, nel periodo 2006-2018, del 23%.

Chi sono i maggiori venditori? Usa e Russia – come dicevamo- ma anche Francia, Germania e Cina. Tutti questi, da soli, valgono tre quarti del mercato. E i clienti più affezionati? I paesi del Medio oriente, che sono cresciuti dell’87 per cento in 10 anni, con la sola Arabia Saudita che ha aumentato del 192% i propri ordini.

Gli Stati Uniti hanno una quota di mercato del 36% (dal 30% del precedente quinquiennio), mentre la Russia è scesa al 21%, contro il 27% del quinquennio antecedente. Ciò spiegherebbe la rabbiosa reazione di Trump contro la Turchia nel 2018, colpevole di voler acquistare aerei da guerra proprio dalla Russia.

Da segnalare anche lo stop alla crescita delle vendite dalla Cina, che dopo il +195% del realizzato tra il 2004 ed il  2013, nell’ultimo periodo (2014-2018) ha visto crescere i suoi affari solo del 2,7%.

Tra i migliori acquirenti, si segnala il terzo posto dell’Egitto, foraggiato anche dalle industrie di armi italiane (nonostante la vicenda di Tullio Regeni sia ancora lontana dall’essersi conclusa), ma soprattutto da quelle russe, francesi e tedesche.

Venendo all’Italia, essa contribuisce al primato europeo che quota un buon 27% del mercato mondiale. A sostenere l’export di armi italiane sono la Turchia (15%), l’Algeria (9%)e Israele (7%). Ma ciò che traina il mercato italiano, in questo periodo, sono le le guerre che hanno devastato la Siria e Yemen, dove il nostro export è cresciuto del 75%. Infatti, le guerre sono necessarie per sostenere la produzione mondiale di armi, la quale, senza conflitti, prima o poi si fermerebbe all’aggiornamento periodico dei mezzi di difesa interni.

In pratica, niente business.

Pertanto, risolvere il rebus se siano nate prima le armi e poi le guerre, o viceversa, è perfettamente inutile: si tratta delle facce di una stessa moneta, e non ci sarà soluzione finchè nessuno si farà carico di decisioni coraggiose e molto costose in termini di risorse finanziarie. Infatti, riconvertire l’industria mondiale delle armi sarebbe, per gli azionisti, una disfatta economica che getterebbe sul lastrico milioni di addetti. Senza contare i profitti che verrebbero a mancare ai grandi azionisti. Ed è chiaro che tutto questo, senza un intervento delle finanze pubbliche (o mondiali, si pensi al FMI) a compensazione delle perdite e in aiuto ai posti di lavoro, non potrebbe mai accadere così su due piedi.

Cosa può fare il mondo della Finanza per sensibilizzare gli investitori contro le industrie delle armi?

Poco o niente, almeno fino a quando si continuerà a “giocare” con l’attuale modo di intendere l’Eco-Sostenibilità ed il concetto di investimento etico nella produzione di strumenti finanziari. Non esiste, infatti, alcuna campagna mediatica, da parte delle grandi banche di investimento, contro i titoli delle aziende produttrici di armi, che spesso sono liberamente quotate in borsa ed inserite in centinaia di portafogli di fondi e sicav.

Del resto, consentono laute performance, visti gli utili che ottengono anno dopo anno, ed i gestori a cui piace vincere facile ci si buttano a capofitto.

Nessuno, poi, ha mai proposto fino ad ora di utilizzare uno strumento molto persuasivo, in termini di regolamenti di mercato azionario e obbligazionario, e cioè quello di vietare alle aziende produttrici di armi (anche in modo parziale, rispetto alle produzioni diversificate di altri rami d’azienda del gruppo) la quotazione in borsa e la quotazione delle proprie obbligazioni sul mercato. Per quelle già quotate, le si dovrebbe costringere ad un delisting forzato.

Per avere una idea degli sforzi che occorrerebbe fare per eliminare dalla faccia della Terra le industrie delle armi, è sufficiente misurare il mercato. Infatti, i cento maggiori contractor mondiali hanno realizzato nel 2019 ricavi legati alla vendita di armi e servizi militari per 480 miliardi di dollari, con i primi dieci che pesano per più della metà del totale (240 miliardi). Ecco chi sono, e qual è il peso del settore armamenti sul totale dei ricavi.

1) Lockheed Martin. Il colosso USA (aerei, elettronica, missili, spazio) capitalizza circa 45,2 miliardi di dollari. Secondo i dati del SIPRI, le vendite di armi nel 2011 sono state 36,3 miliardi dollari su di un totale di 46,5 miliardi (78%).

2) Boeing. Il titolo capitalizza sul listino USA 79,6 miliardi di dollari, e le vendite di armi rappresentano quasi il 50% del totale.

3) BAE Systems. E’ la più grande azienda non statunitense del settore (aerei, artiglieria, elettronica, veicoli militari, missili, munizioni, navi). Sul mercato USA ha un valore di 27,5 miliardi di dollari e le vendite di armi sono state pari al 95% del fatturato totale.

4) General Dynamic. Il gruppo diversificato in vari business (artiglieria, elettronica, veicoli militari, armi/munizioni, navi) capitalizza 34,5 miliardi di dollari. Le vendite di armi sono state pari al 75% del fatturato complessivo.

5) Raytheon. Specializzato nella fabbricazione di missili, il gruppo con sede a Waltham, nel Massachusetts, capitalizza a Wall Street  28 miliardi di dollari, e le vendite di armi nel 2011 sono il 90% del totale.

6) Northrop Grumman. Il gruppo (aerei, elettronica, missili, navi, spazio) che produce i droni Global Hawk, capitalizza 21,8 miliardi di dollari e le vendite di armi sono pari all’81% dei ricavi totali.

7) Eads. Il gigante. che opera in vari settori (areo, elettronica, missili, lo spazio) e fabbrica anche l’Airbus, capitalizza 46,6 miliardi di dollari e le vendite di armi sono state il 24% del totale dei ricavi.

8) Finmeccanica. Il gruppo italiano travolto dallo scandalo delle tangenti, vende armi per il 60% del fatturato totale.

9) L-3 Communications. Circa l’83% dei ricavi della società specializzata nell’elettronica proviene dalle vendite di armi.

10) United Technologies. Il gigante USA (più di 100 miliardi di capitalizzazione) fabbrica una vasta gamma di armi, ed in particolare elicotteri militari (tra cui il Black Hawk) per l’esercito americano e il Seahawk per la US Navy. Le vendite di armi sono pari a circa il 20% dei ricavi complessivi.

In attesa che gli organismi mondiali trovino la forza per uscire dalle ipocrite politiche di marketing sugli strumenti finanziari “ecosostenibili” ed “etici” – che distraggono l’attenzione dell’opinione pubblica dai veri problemi – le società di gestione del mondo dovrebbero iniziare a non comprare più questi titoli, e le Istituzioni del mercato dovrebbero pretendere che a nessuna banca di investimenti venisse più consentito di detenere i titoli azionari e le obbligazioni delle aziende produttrici di armi negli strumenti di risparmio gestito, né di poterle negoziare a mercato.

Fino ad allora, senza simili politiche realmente coercitive, il c.d. Risparmio Etico sarà solo “fuffa” per clientela retail poco evoluta, oppure – se vogliamo – il risultato della grande ipocrisia con cui l’industria del Risparmio cerca di creare nuovi argomenti per consolidare il business.

L’Outlook economico globale. L’Europa nuota, gli Stati Uniti galleggiano ed il Giappone è sott’acqua

Le ultime letture sull’attività economica indicano un mix di performance per le c.d. economie sviluppate, con la zona euro ed il Regno Unito che stanno guadagnando forza, gli Stati Uniti che vacillano ed il Giappone che va sempre più giù.

Di Ira Kalish, chief global economist, Deloitte Touche Tohmatsu Limited

Gli ultimi indici di Luglio dei gestori degli acquisti (PMI) di IHS Markit indicano chiaramente che le economie dell’Eurozona e del Regno Unito stanno risalendo la china, l’economia degli Stati Uniti è a pelo d’acqua e l’economia del Giappone continua a calare giù. Questa lettura dell’attività economica globale arriva proprio nel momento in cui si manifestano altri problemi per la ripresa degli Stati Uniti, alle prese con i pagamenti delle assicurazioni contro la disoccupazione – che hanno integrato finora il reddito dei lavoratori disoccupati – che scadranno questa settimana, e le difficili (e lunghe) trattative al Congresso per decidere un altro pacchetto di stimolo all’economia.

Le PMI della zona euro, invece, indicano una forte crescita a Luglio. Infatti, una lettura superiore a 50 per le PMI indica un’attività in crescita, e l’indice dei servizi è aumentato da 48,3 a Giugno a 55,1 a Luglio, mentre quello delle PMI manifatturiero da 47,4 a 51,1. L’indice composito è aumentato da 48,5 a Giugno a 54,8 a Luglio, indicando che l’economia generale si sta rafforzando. Ma non è tutto oro quel che luccica. Infatti, le aziende continuano a ridurre il numero di dipendenti in misura preoccupante, e cresce la preoccupazione che la domanda sottostante sia insufficiente a sostenere il recente miglioramento della produzione.

Pertanto, il timore è che l’aumento della disoccupazione e la necessità di risollevare i bilanci ostacoleranno la ripresa in Eurozona, dove permangono rischi.

Anche l’economia britannica ha registrato un miglioramento delle PMI, il cui indice è aumentato da 47.1 a Giugno a 56.6 a Luglio, mentre il PMI manifatturiero è aumentato da 50,1 a 53,6. Questa forte crescita arriva dopo un calo particolarmente marcato dell’attività nel secondo trimestre, ed è legata alla domanda repressa. Tuttavia, anche in UK dominano una certa debolezza di nuovi ordini ed un continuo declino dell’occupazione, dando così poca forza ai consumi. In aggiunta di ciò, la ripresa del Regno Unito potrebbe essere soffocata dalla mancanza di accordi commerciali post Brexit.

Negli Stati Uniti, il PMI dei servizi è aumentato da 47,9 a Giugno a 49,6 a Luglio, un livello che indica che l’attività ha continuato a diminuire, sebbene modestamente. Il PMI manifatturiero è aumentato da 49,8 a Giugno a 51,3 a Luglio, indicando una crescita modesta, mentre il PMI composito è aumentato da 47,9 di a 50,0. La debolezza dei servizi è particolarmente preoccupante, e riflette in pieno l’impatto dell’attuale ondata di virus.

I dati sull’occupazione mostrano che la ripresa dei posti di lavoro potrebbe vacillare. La scorsa settimana sono stati registrati 1.416 milioni di nuovi crediti per l’assicurazione contro la disoccupazione, più della settimana precedente e il primo aumento settimanale da marzo. Questo rapporto suggerisce che, con l’epidemia virale in aumento in gran parte del sud e dell’ovest, il mercato del lavoro degli Stati Uniti sta iniziando a indebolirsi. Inoltre, se l’economia rimane debole per un periodo prolungato, potrebbero verificarsi interruzioni di altri settori a causa della domanda generale debole. Ciò, a sua volta, potrebbe scatenare una recessione più tradizionale.

Le PMI per il Giappone hanno continuato a essere deludenti. Il PMI dei servizi è rimasto pressoché invariato, passando da 45,0 a Giugno a 45,2 a Luglio, indicando un continuo calo delle attività. L’indice della produzione manifatturiera è aumentato da 32,3 a 41,2 a Luglio, mentre l’indice composito di Luglio è stato di 43,9. In Giappone, i flussi commerciali globali sono attenuati dalle restrizioni sui viaggi, e ciò contribuisce alla flessione dei nuovi ordini e degli ordini all’esportazione. Il governo giapponese ha recentemente allentato le restrizioni economiche, il che potrebbe avere un impatto positivo sulla domanda interna.

Ma il Giappone potrebbe vedere maggiori benefici dalla crisi, rispetto ad altri paesi. Infatti, il Giappone ha alcune delle aziende più produttive e iconiche del mondo, e la minaccia del virus ha portato molte aziende a cambiare comportamento in modi che probabilmente aumenteranno la produttività, incluso un maggiore uso della tecnologia informatica per l’interazione umana, il lavoro da casa e lo shopping da casa. Inoltre, il governo giapponese ha risposto alla crisi con un massiccio aumento delle spese destinato ad aiutare le famiglie e le imprese in difficoltà, anche attraverso programmi che aumenteranno la produttività (come le spese per aumentare i servizi sanitari digitali, la digitalizzazione dei servizi pubblici e le reti in fibra ottica).

Infine, il governo ha aumentato il sussidio disponibile per le persone che lavorano da casa, e sta fornendo alle piccole e medie imprese incentivi finanziari per investire in attrezzature per lavorare a casa.

Analizzando la situazione in Unione Europea, l’UE ha raggiunto un accordo fondamentale al fine di fornire sostegno agli Stati membri, concordando uno stimolo da 750 miliardi di euro destinato a sostenere la ripresa economica. Rispetto al passato, sarà la stessa UE, anziché i singoli membri, ad emettere direttamente obbligazioni per finanziare lo stimolo. Nonostante la proposta iniziale di Francia e Germania (500 miliardi a fondo perduto) sia stata declassata a 390 miliardi dalla forte opposizione del premier olandese Rutte (a capo della cordata dei “frugali”), si tratta comunque di una nuova tendenza, che in futuro potrebbe rafforzare il ruolo globale dell’euro.

Il nuovo debito sarà finanziato dai futuri bilanci dell’UE, con l’obiettivo di estinguerlo completamente entro il 2058. Ciò che è chiaro, tuttavia, è che l’Europa ha attraversato il Rubicone. Questo nuovo accordo è di gran lunga la più grande, diretta, unificata azione di bilancio intrapresa dall’UE. È un passo nella direzione dell’integrazione fiscale, sebbene il processo per arrivare a questo punto sia stato piuttosto difficile e controverso, rivelando profondi disaccordi e sollevando dubbi tali da rappresentare un potenziale punto di rottura per l’Europa.

Atradius, nuovi lockdown e vaccino determineranno la durata della recessione economica

Qualunque previsione di ripresa economica è fortemente dipendente dalla rapidità con la quale il vaccino verrà fabbricato e diffuso in tutto il mondo, al netto di possibili nuovi lockdown. Cina e India in testa a tutti nel 2021.

Amsterdam/Roma – 1 luglio 2020 – A prescindere dagli effetti che il Covid-19 sta avendo nel quotidiano, ci si attende che il suo impatto sulle economie di tutto il mondo provochi la peggiore recessione dal 1980. A rendere questo scenario di previsione ancor più a tinte fosche è la sua vastità, che interessa il mondo intero con quasi tutti i Paesi che dovrebbero registrare una crescita economica negativa nel 2020.

Poiché la recessione interessa le catene di fornitura a livello mondiale, Atradius prevede per quest’anno una contrazione del 15% del commercio globale, il che è storicamente un calo drammatico. Sebbene una concreta ripresa economica non sia stata ancora esclusa per il 2021, il ritmo della crescita resterà piuttosto incerto e dipenderà molto da come si agirà in termini di contenimento dei contagi. Il costo economico di questa recessione sarà elevato, dato il suo impatto sui mercati del lavoro, i fallimenti delle imprese e la posizione fiscale dei Paesi. I governi di tutto il mondo stanno implementando consistenti pacchetti fiscali e una politica monetaria intesa ad aiutare il sistema economico a superare tale recessione nel modo migliore possibile.

Le economie avanzate dovrebbero subire il peso della recessione con un calo cumulativo del PIL del 6,6%. Il Regno Unito, già gravato dalla sua uscita dall’Unione Europea, sta registrando un declino del 10,8%, mentre non si prevede che l’Eurozona si adegui molto meglio, mostrando un calo del PIL dell’8,0%. Si prevede che gli Stati Uniti e il Giappone registreranno cali leggermente meno drammatici rispettivamente del 6,1% e 6,0%.

Anche la crescita nei mercati emergenti diminuirà drasticamente. Il recente e rapido aumento della diffusione del Coronavirus in molte delle grandi economie emergenti dimostra come le previsioni potrebbero peggiorare nei prossimi mesi. La Cina potrebbe essere l’unica grande economia in grado di evitare la recessione quest’anno, tuttavia, con una crescita modesta attesa, potrebbe unirsi al resto del mondo con un trend negativo.

La Russia, che è stata colpita da Covid-19 mentre si trovava in mezzo ad una guerra dei prezzi con l’Arabia Saudita, è gravemente colpita dal basso prezzo del petrolio, la sua principale fonte di reddito e dai blocchi che spingono la domanda di petrolio. La combinazione di tali fattori ha ridotto le sue previsioni di crescita del PIL al -6,2%. Il Brasile ha reagito molto tardi al Covid-19 e ora sta vivendo il più rapido aumento dei contagi di qualsiasi Paese del mondo; dal punto di vista economico, non si prevede un miglioramento, poiché si attende che il PIL diminuirà del 7,5%.

Il Messico, sta vivendo un calo significativo della domanda da parte dei suoi principali partner di esportazione negli Stati Uniti e in Canada. Questo in sintesi il quadro dell’Economic Outlook di Atradius disponibile in lingua inglese sul sito www.atradius.com

Andreas Tesch, Chief Market Officer di Atradius, ha commentato: “I provvedimenti di lockdown adottati in tutto il mondo, ove necessari, hanno avuto un impatto enorme sull’economia globale. È chiaro tuttavia che la loro efficacia sarà un requisito fondamentale per consentire al mondo di tornare più rapidamente alla crescita. Durante questo periodo eccezionale, un’attenzione particolare alla gestione del credito è essenziale per il successo”.

Tempi duri per gli energy e commodity fund. High Yeld europei da preferire a quelli americani

Nei fondi High Yeld europei  il peso dei titoli energetici è molto più basso di quelli USA, per cui è meglio allontanarsi il più possibile dall’HY americano e convergere su quelli del vecchio continente.

Quello del prezzo del petrolio è il primo vero shock dopo gli anni ’70. Una cosa del genere (30 milioni di barili al giorno in meno) non era successa neanche nel 2008. Secondo l’edizione di aprile del report “Commodity markets outlook” della Banca Mondiale, l’impatto complessivo del Coronavirus sulle commodity “dipenderà da quanto è grave, da quanto tempo durerà e da come i Paesi e le organizzazioni internazionali sceglieranno di rispondere”.

Pertanto, la pandemia ha tutte le carte in regola per apportare cambiamenti strutturali e durevoli sulla domanda e l’offerta di materie prime, le c.d. commodities, identificabili tipicamente in petrolio, gas, metalli, metalli preziosi, materie prime agricole e bestiame. Però la crisi non ha avuto lo stesso effetto in tutte le singole aeree. Infatti, mentre le materie prime energetiche e i metalli sono stati maggiormente colpiti dal blocco delle attività economiche, quelle agricole o legate all’allevamento di animali sono state sorrette da una domanda solo in leggero calo, ed hanno vissuto difficoltà solo fino a quando non si è riusciti a garantire, senza intoppi, la regolare catena distributiva. Invece, i crolli si sono registrati soprattutto per il petrolio e tutte quelle commodities legate al settore dei trasporti, complice anche il clima da guerra dei prezzi iniziato a Gennaio e culminato ad aprile, in piena crisi pandemica, con alcuni benchmark scambiati addirittura a livelli negativi.

Di conseguenza, tutti gli strumenti di risparmio gestito (fondi e sicav) che investono in materie prime – ad eccezione di pochissimi tra loro, che hanno avuto fino ad oggi una eccellente capacità di recupero, come Amundi CPR Global Resources in euro – hanno subito un decremento di valore molto significativo, che nelle settimane successive è stato solo parzialmente recuperato assorbendo esclusivamente l’iper-venduto.

Del resto, il consumo di petrolio giornaliero pre-Covid19 si attestava sui 100 milioni di barili al giorno, mentre oggi è sceso a circa 70 milioni. Per far fronte al crollo della domanda, il prezzo del Brent è sceso da 60 a 20 dollari al barile, mentre la mancanza di stoccaggi ha portato il WTI al fenomeno dei prezzi negativi osservati la scorsa settimana. La differenza tra i due (Brent e WTI) dipende dalla diversa regolamentazione: il mercato del WTI si riferisce al petrolio estratto negli Stati Uniti, che è libero e dipende esclusivamente dalla legge di domanda e offerta, mentre quello del Brent è regolamentato all’origine dai paesi dell’Opec+, i quali possono stabilire unilateralmente di tagliare la produzione di petrolio. Ma c’è di più. Per i produttori “liberi” degli Stati Uniti il prezzo di breakeven (punto di pareggio ricavi-costi) è pari a circa 30 dollari al barile, mentre quello dei paesi Opec (Arabia soprattutto) è pari a circa 13-15 dollari, e ciò determina una diversa capacità delle due aree produttive di rimanere nel mercato senza che molte delle aziende più piccole – come quelle americane – falliscano qualora l’attuale livello di prezzo (circa 13 dollari, mentre scriviamo) dovesse continuare a resistere oltre il breve periodo.

Sembra che l’offerta di petrolio sia talmente abbondante che serve tagliare la produzione di almeno 8-12 milioni di barili al giorno solo per ottenere una galleggiamento del prezzo dell’oro nero ai livelli attuali; pertanto, il timore che tutti gli OICR (fondi e sicav) del settore possano risentire di questa situazione per un po’ di tempo è piuttosto elevato, anche perchè la ripresa della domanda, nel caso del petrolio, dipenderà esclusivamente dalla possibilità di debellare il Covid19.

Nel frattempo, la produzione dello Shale Oil statunitense  (petrolio di scisto, prodotto dai frammenti di rocce di scisto bituminoso) è allo stremo, tanto che la FED sta già cominciando ad acquistare i bond HY (high yeld, obbligazioni ad alto rendimento cedolare ma con rating basso) di molte società petrolifere americane allo scopo di salvarle, dal momento che, se i prezzi dovessero effettivamente rimanere molto bassi per i prossimi 18 mesi, le società USA che producono shale oil si troverebbero sull’orlo del fallimento, e queste società hanno complessivamente un debito verso le istituzioni finanziarie superiore ai 100 miliardi di dollari.

LEGGI ANCHE: Portafogli, attendere o ribilanciare? Il PIL del mondo indica la rotta, ma stare fermi non paga abbastanza

Invece, nei fondi High Yeld europei  il peso dei titoli energetici è molto più basso di quelli USA, per cui è meglio allontanarsi il più possibile dall’HY americano e convergere su quello del vecchio continente. La soluzione più efficace, ma ancora insperata, potrebbe essere quella di un triplice accordo tra Opec, Russia e Stati Uniti, che in questo modo potrebbero spingere di nuovo in su i prezzi verso quota 40 dollari al barile. Questo livello dei prezzi sarebbe di grande equilibrio, perché consentirebbe ai consumatori occidentali di consumare a costi normali (anche un po’ più bassi di quelli pre-Covid), ma soprattutto eviterebbe al comparto WTI – o anche ad interi stati produttori come la Nigeria – di fallire.

Secondo le previsioni generose della World Bank, i prezzi del petrolio dovrebbero raggiungere una media di 35 dollari al barile verso la fine del 2020, con un calo del 43% rispetto alla media del 2019 di 61 dollari ma con un rialzo del 160% rispetto al prezzo di oggi che, ricordiamolo, ha oscillazioni giornaliere “da infarto” (anche del +/-2o% da un giorno all’altro). Pertanto, chi non è dentro il comparto “Oil + Commodity” potrebbe valutare l’investimento  in fondi specializzati, rispettando il principio di prudenza e dedicando una parte non superiore al 5% del portafoglio. Chi è già dentro, e sta subendo una minusvalenza “importante”, per recuperare ha di fronte a sé solo scelte molto, molto difficili, che prevedono un cambiamento delle proprie abitudini di investimento e, probabilmente, l’aumento della soglia di rischio nella propria asset allocation.

Un “casino” chiamato Europa. Federalismo ed eurobond per cambiare le strategie di investimento

Di George Calhoun*

Il sistema federale degli Stati Uniti non è una macchina perfetta, ma senza di esso sarebbe un pasticcio, come l’Europa di oggi. Lo sviluppo di un mercato europeo del reddito fisso, in grado di competere con il Tesoro degli Stati Uniti, cambierebbe in meglio le strategie di investimento per i gestori patrimoniali di tutto il mondo.

L’idea del federalismo, per gli americani, è netta. Implica giurisdizioni sovrapposte e responsabilità concorrenti. C’è lo “Stato di New York” (o Florida, o Iowa), e poi c’è “Il governo federale“. Gli stati pagano alcune cose e riscuotono le proprie tasse, mentre i federali hanno l’IRS. Ci sono tribunali statali e tribunali federali; polizia di stato ed FBI; i singoli stati sovrintendono ai sistemi scolastici, e lo stesso fa il segretario alla Pubblica Istruzione. Gli stati regolano le banche e le compagnie assicurative, ed i federali perseguono i loro top manager (o le stesse compagnie) quando qualcuno di essi commette un crimine finanziario.

Normalmente, questo sistema ibrido funziona abbastanza bene. Ma in un’emergenza, come l’epidemia di COVID-19, c’è spesso uno stallo iniziale tra gli stati ed il sistema federale-centrale, e l’incertezza su chi abbia autorità (e su cosa): di chi sono i ventilatori? chi possiede quella scorta medica di emergenza? chi può richiedere una quarantena? chi decide sulle restrizioni di viaggio? quale conferenza stampa dovremmo guardare? che dire dei militari? Alla fine il pubblico si aspetta che il governo federale risolva le incertezze con l’autorità, e di solito lo fa: chiama la Guardia Nazionale, Il Congresso approva un disegno di legge, il Presidente si rivolge alla nazione e la risposta alla crisi diventa coerente e unitaria.

Per l’uomo o la donna della strada americana, il federalismo significa semplicemente “siamo tutti insieme”.

Non è certamente un sistema perfetto, come avevano già capito anche i Padri Fondatori. Tuttavia, immaginate come sarebbe se non ci fosse il governo federale, se gli Stati Uniti fossero solo … stati uniti. Se la Florida, ad esempio, potesse decidere un embargo delle spedizioni mediche a New York, o se l’Ohio potesse chiudere i suoi confini alle persone della Pennsylvania. Oppure ancora se una banca di New York potesse rifiutare di incassare assegni bancari nel New Jersey.

Che casino ne conseguirebbe….Quel casino, sarebbe l’Unione Europea di oggi.

È ampiamente riconosciuto che nell’Unione Europea manca un vero quadro federale, e che l’Europa è bloccata in quella che un americano chiamerebbe l’”era dei diritti degli stati”. Ognuno dei 27 paesi membri ha la sua forza (chi più chi meno) ed il governo centrale è debole. L’UE non può tassare e non può spendere, almeno non su una scala tale da sostenere un pacchetto di stimoli significativi in ​​periodi di difficoltà economica. Ogni paese stabilisce la propria politica, aumenta le proprie entrate e spende come desidera (con solo linee guida molto generali da Bruxelles). Esiste un bilancio dell’UE, ma è esiguo, solo l’1% del prodotto interno lordo (PIL) dell’UE. Esiste una valuta comune e una Banca centrale europea (BCE) incaricata di gestire quella valuta. La BCE può stampare denaro (come la Federal Reserve), ma non può emettere debiti garantiti da tutta l’UE. Non esiste un equivalente europeo del Ministero del Tesoro degli Stati Uniti, né “eurobond” in parallelo al mercato dei titoli del Tesoro statunitense. Non esiste uno stabile strumento “federale” per finanziare un programma comune dell’UE, non importa quanto urgente.

Le disfunzioni che questo anti-federalismo genera agli europei sarebbero scioccanti per un americano.

Due esempi. Nel 2015, i leader tedeschi hanno evidentemente preso in seria considerazione la “soluzione” dei problemi finanziari della Grecia, semplicemente chiedendo di eliminarla (temporaneamente) dall’Eurozona. Potremmo immaginare che gli Stati Uniti possano soltanto pensare di affrontare le difficoltà creditizie dell’Illinois, o di Puerto Rico, tagliandole dal dollaro e costringendole a fluttuare nelle proprie valute?

Nel 2017, il ministro dell’economia olandese, considerando che i Paesi Bassi contribuiscono più al bilancio dell’UE di quanto non ritorni in termini di finanziamenti europei, ha additato i paesi dell’Europa meridionale (come la Spagna e l’Italia) accusandoli “spendere tutti i soldi in bevande e donne”, ed oggi gli olandesi si oppongono costantemente a tutto ciò che sembri un eurobond o un finanziamento di “livello federale“. La settimana scorsa gli olandesi hanno posto il veto alla proposta di “coronabond” come veicolo per finanziare gli aiuti dell’UE all’Italia, alla Spagna e ad altri.

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Chi in America presta attenzione al fatto che New York e la California, per esempio, pagano elevati sussidi attraverso il sistema federale  (più di $ 1300 per cittadino di New York all’anno) per sostenere stati economicamente più deboli come il Mississippi? Quando abbiamo sentito i politici del Massachusetts (un altro stato abbastanza sovvenzionato) chiedere di imporre condizioni sugli aiuti per la Virginia occidentale?

La crisi COVID-19 ha portato alla luce, soprattutto all’inizio, più o meno lo stesso scenario: la Germania ha vietato l’esportazione di forniture mediche, compresi i ventilatori – di cui è molto fornita – per colpire l’Italia; l’Austria ha chiuso unilateralmente i suoi confini agli italiani; la presidente della BCE, Christine Lagarde, ha dichiarato che la BCEnon è qui per chiudere gli spread“, vale a dire che non vedeva come suo compito affrontare il calo dei prezzi delle obbligazioni e l’aumento dei costi in Italia per il finanziamento delle misure di aiuto per il COVID-19; e così lo spread è scoppiato immediatamente, aumentando di oltre 150 punti base in pochi giorni, facendo scendere il mercato azionario di Milano del 17% in un solo giorno.

La questione dei cosiddetti coronabondseurobond solleva un altro scenario possibile: l’impatto finanziario della crisi COVID-19 non riguarda solo il calo dei corsi azionari, ma sta avendo anche un impatto strutturale, con conseguenze che possono durare a lungo dopo che il virus si sarà attenuato. Non torneremo semplicemente alla normalità, alcune cose saranno cambiate in meglio, altre in peggio o, magari, non ci saranno più. Quando, tra qualche anno, verrà fatto un consuntivo più sereno della crisi, tutti dovrebbero poter riconoscere che c’è stato un cambiamento radicale nella finanza europea, e cioè la creazione (finalmente) di meccanismi di finanziamento dell’UE e l’emergere di un nuovo mercato di strumenti a reddito fisso sostenuto non dall’Italia o dalla Germania, ma da tutta l’Unione europea.

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Perché essere ottimisti, visto l’attuale clima di opposizione al nuovo strumento? Innanzitutto, la cosa ha senso e tutti lo sanno (anche gli stati che si oppongono). L’UE deve avere un modo per finanziare programmi più ampi, e in particolare per incanalare le risorse in modo più efficiente dalle “California” dell’Europa ai suoi “Mississippi”. Tranne i tedeschi e gli olandesi, tutti sono praticamente d’accordo con questo. Inoltre, nei Paesi Bassi il contraccolpo politico a seguito del veto della proposta di coronabond del mese scorso è stato sorprendente. In Germania, la cosiddetta politica “Black Zero” – la Siegfried Line del governo per anni contro i deficit di bilancio – è svanita durante una notte.

Tutto ciò sarebbe stato inconcepibile anche soltanto due mesi fa. La BCE, dopo la prima uscita infelice, ha cambiato linea, e la sig.ra Lagarde ha ritrattato, con un linguaggio quasi verbale (“qualunque cosa serva”) che il suo predecessore Mario Draghi ha usato per bloccare l’ultima crisi nel 2012. Pochi giorni dopo, la BCE ha consegnato un programma di acquisto di obbligazioni da 750 miliardi di euro, incluso il debito del Sud dell’Europa. Non è ancora una federalizzazione, ma ne indica la strada; del resto, i mercati hanno risposto e gli spread sono tornati quasi normali.

La crisi del COVID-19 porterà molti cambiamenti al sistema finanziario. La creazione di un meccanismo di finanziamento europeo simile a quello dei titoli del tesoro potrebbe essere una delle più significative. Si può immaginare, infatti, lo sviluppo di un mercato europeo del reddito fisso in grado di competere con il mercato del Tesoro degli Stati Uniti, che cambierebbe le strategie di investimento per i gestori patrimoniali di tutto il mondo, aggiungendo una nuova risorsa “rifugio” per ancorare i portafogli di investimento e stabilizzare ulteriormente il sistema finanziario globale. Rafforzerebbe l’euro, e aiuterebbe a consolidare l’UE, iniziando ad alleviare le disuguaglianze regionali che stanno guidando così tanto l’angoscia politica in Europa oggi.

Pertanto, una crisi alla volta l’Europa potrebbe dirigersi verso una costituzione migliore, e verso un “federalismo funzionale” che richiede almeno tre parti di una stessa infrastruttura finanziaria: una moneta comune, (un bilancio condiviso per affrontare le questioni politiche comuni – in particolare quelle che colpiscono alcuni membri più di altri e richiedono trasferimenti da regioni più ricche a regioni più povere – ed uno strumento comune per pagare tutto, per esempio emettendo debiti garantiti da tutti.

Nel 2012 Draghi ha affrontato la questione della valuta. Nel 2020, la proposta di coronabond, in qualche modo, potrebbe finalmente stimolare lo sviluppo di una fondazione “federalista” e di una politica economica comune. Ciò potrebbe contribuire a facilitare l’emergere di un’autorità fiscale con poteri centrali e, con ciò, un’Unione Europea più perfetta.

George Calhoun

*George Calhoun, Stevens Institute of Technology (New Jersey)

Il COVID-19 è come una invasione aliena, e questa è la più grave recessione degli ultimi 150 anni

Il crollo di breve termine della produzione globale attualmente in atto sembra già in grado di competere con quello di qualunque recessione degli ultimi 150 anni. Le domande chiave adesso sono: quanto sarà grave, e quanto durerà.

Di Kenneth Rogoff * (da un articolo di Channel News Asia del 13 Aprile 2020 – traduzione a cura di Patrimoni&Finanza)

(Cambridge) Ogni giorno che passa, la crisi finanziaria globale del 2008 appare sempre più come una semplice passeggiata di fronte alla catastrofe economica di oggi. Il crollo di breve termine della produzione globale attualmente in atto sembra già in grado di competere con quello di qualunque recessione degli ultimi 150 anni.

Anche con tutti gli sforzi compiuti dalle banche centrali e dalle autorità fiscali per attenuare il colpo, i mercati delle economie avanzate ed emergenti sono crollati ad un ritmo mozzafiato, facendo intravedere una profonda crisi economica e finanziaria senza che si possa prevedere con esattezza gli eventi che ne porranno fine. Le domande chiave ora sono queste: quanto sarà grave la recessione, e quanto durerà.

Fino a quando non sapremo quanto rapidamente e accuratamente verrà affrontata la sfida della salute pubblica, è praticamente impossibile per gli economisti prevedere la fine del gioco di questa crisi, almeno finchè perdurerà l’incertezza su come si comporteranno le persone e i politici nelle prossime settimane e mesi.

Dopotutto, il mondo sta vivendo qualcosa di simile a un’invasione aliena. Sappiamo che prevarranno la determinazione e la creatività umana. Ma a quale costo?

Al momento della stesura di questo articolo, i mercati sembrano essere cautamente fiduciosi su una ripresa rapida, forse a partire dal quarto trimestre di quest’anno. Molti commentatori indicano l’esperienza cinese come un incoraggiante precursore di ciò che attende il resto del mondo. Il settore manifatturiero cinese, infatti, ha visto una crescita sorprendente a marzo, dopo essere stato “sbranato” a febbraio, mentre il paese si era bloccato per contrastare il Covid-19.

Ma questa prospettiva è davvero giustificata? L’occupazione in Cina è in qualche modo rimbalzata, ma è tutt’altro che chiaro quando tornerà ai livelli anche solo vicini a quelli pre-Covid-19. E anche se la produzione cinese riprenderà completamente, chi comprerà quei beni quando il resto dell’economia globale starà ancora affondando?

Per quanto riguarda gli Stati Uniti di Trump (che starebbe per silurare l’immulogo Anthony Fauci, ndr), tornare al 70% o all’80% della capacità produttiva sembra un sogno lontano. Ora che gli USA hanno miseramente fallito nel contenere l’epidemia (pur avendo il sistema sanitario più avanzato del mondo), gli americani troveranno estremamente difficile tornare alla normalità economica fino a quando un vaccino diventerà ampiamente disponibile, e ciò potrebbe essere possibile ad un anno o più di distanza. Al momento, vi è persino incertezza su come gli Stati Uniti realizzeranno le elezioni presidenziali del prossimo novembre.

Per ora, i mercati sembrano essere confortati da massicci programmi di stimolo statunitensi, che sono stati assolutamente necessari per proteggere i lavoratori e prevenire un crollo maggiori del mercato. Tuttavia, è già chiaro che sarà necessario fare molto di più, ed una massiccia iniezione di stimolo della domanda, da parte dei governi, assolverebbe molti peccati.

Dal punto di vista storico, il mondo sta vivendo la pandemia più grave dallo scoppio dell’influenza del 1918-19-20. Se questa volta un altro 2% della popolazione mondiale dovesse morire, il bilancio delle vittime arriverebbe a circa 150 milioni di persone. Fortunatamente, il risultato non sarà così estremo, visti i blocchi radicali e le misure di distanziamento sociale che vengono adottate in tutto il mondo; ma fino a quando la crisi sanitaria non sarà risolta, la situazione economica sembrerà estremamente cupa, ed anche dopo una ripresa economica, i danni alle imprese e ai mercati del debito avranno effetti persistenti, soprattutto considerando che il debito globale era già a livelli record prima dell’inizio della crisi.

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A dire il vero, i governi e le banche centrali si sono mossi per sostenere ampie aree del settore finanziario in modo energico, e sembrano avere la potenza di fuoco per fare molto di più, se necessario. Il problema, tuttavia, è che stiamo vivendo non solo uno shock della domanda, ma anche un enorme shock dell’offerta.

Aumentare la domanda può contribuire ad appiattire la curva di contagio aiutando le persone a rimanere bloccate, ma c’è un limite a quanto può aiutare l’economia se, diciamo, il 20-30% della forza lavoro è in isolamento fino a quando non sarà disponibile un vaccino (cioè, per i prossimi uno-due anni).

Dato che la crisi finanziaria del 2008 ha prodotto una profonda paralisi politica e alimentato un gruppo di leader populisti anti-tecnocratici, possiamo aspettarci che la crisi Covid-19 porti a sconvolgimenti ancora più estremi. La risposta della sanità pubblica degli Stati Uniti, per esempio, è stata catastrofica, a causa di una combinazione di incompetenza e abbandono a molti livelli di governance, incluso il più alto. Se le cose continuano così come sono, il bilancio delle vittime nella sola zona di New York City potrebbe superare quello del Nord Italia.

Certo, si possono immaginare scenari più ottimistici. Con test approfonditi, siamo in grado di determinare chi è malato, chi è sano e chi è già immune e quindi in grado di tornare al lavoro. Tale conoscenza sarebbe preziosa. Ma, ancora una volta, a causa di diversi livelli di cattiva gestione e di priorità sbagliate che risalgono a molti anni fa, gli Stati Uniti ed il mondo intero sono tristemente a corto di un’adeguata capacità di effettuare test su vasta scala.

Anche senza un vaccino, l’economia potrebbe tornare alla normalità relativamente presto se si trovassero i trattamenti farmacologici più efficaci. Tuttavia, in assenza di test diffusi e di un chiaro senso di ciò che costituirà “normale” tra un paio d’anni, sarà difficile convincere le imprese a investire e assumere.

Infine, è evidente che le perdite di borsa, finora, siano state inferiori a quelle del 2008, e tutti ricordano come i valori siano risaliti durante la ripresa. Ma se i mercati non vedranno effetti tangibili sul lato della domanda, gli investitori non potranno aspettarsi un rapido rimbalzo.

Tra qualche mese gli scienziati sapranno molto di più sul nostro microscopico invasore alieno. Infatti, con il virus che sta correndo negli Stati Uniti, i ricercatori americani avranno accesso diretto ai dati e ai pazienti, piuttosto che dover fare affidamento solo sui dati cinesi provenienti dalla provincia di Hubei.

Solo dopo che l’invasione sarà stata respinta, sarà possibile stimare il prezzo del cataclisma economico che il virus ha lasciato sulla sua scia.

*Economista e professore di Economia all’università di Harvard