Giugno 15, 2026
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Mercati cinesi giù a causa delle mosse governative, la “trappola cinese dell’orso” continua a far danni

Sulla scia delle repressioni governative, il mercato azionario cinese è talmente indebolito da non riuscire a trovare un “pavimento” dopo mesi di vendite. L’industria finanziaria internazionale sotto ricatto della “trappola dell’orso” creata dalla Cina.

Di Massimo Bonaventura

Il mercato azionario cinese non smette di riservare delusioni anche durante questo caldissimo mese di Agosto, mentre la Cina battezza l’uso politico della finanza più spregiudicato mai visto prima, tanto da fare impallidire persino l’ingordigia della finanza a stelle e strisce che, nel 2007-2008, portò il modello capitalista occidentale sull’orlo del fallimento.

Anzi, nel caso della Cina, si tratta di una strategia consapevole, messa in atto senza troppi scrupoli, e pazienza se qualche decina di milioni di cinesi sta perdendo gran parte del proprio risparmio: l’importante è mettere nel sacco i grandi fondi internazionali di matrice bancaria americana e proseguire nello sfruttamento politico-internazionale di questa immensa “trappola dell’orso”, progettata dal governo cinese fin da Aprile 2020 allo scopo di attirare nel proprio suolo i capitali dell’industria mondiale del risparmio, e adesso alimentata con il finto obiettivo di “aumentare la qualità e la futura stabilità della crescita cinese e delle sue migliori aziende”.

Con le sue repressioni, i leaders del Partito Comunista Cinese stanno mandando un messaggio agli USA e al mondo: “siamo in grado di approfittare delle vostre debolezze, e se ci fate la guerra noi rispondiamo a modo nostro”. Inoltre, incidentalmente, il PCC manda un messaggio al popolo: “non comanda il capitale, comandiamo sempre noi”. Due piccioni con una fava, come nel più classico chinese-political style.

E così, dopo mesi di imperturbabile discesa, lo Shanghai Composite è crollato dell’1,1% nell’ultima seduta (quella di ieri 19 Agosto 2021, NDR) per chiudere al minimo di tre settimane a 3.427, ritirandosi per la seconda sessione consecutiva e chiudendo la settimana in calo del 2,5%, tra le crescenti preoccupazioni per il rallentamento economico e l’inasprimento normativo di Pechino . Negli Stati Uniti, nel frattempo, la Federal Reserve dovrebbe annunciare il tapering del suo programma di acquisto di obbligazioni alla conferenza annuale a Jackson Hole la prossima settimana, per cui i mercati rischiano di trascorrere una pessima settimana di fine Agosto.

Sul fronte delle politiche, la Cina ha mantenuto stabili i tassi sui prestiti per il 16° mese consecutivo al fixing di agosto, come ampiamente previsto. Sono crollate anche le scorte di liquori (-5,8%), dopo che i media statali hanno riferito una riunione imminente del governo per la regolamentazione del mercato dei liquori (fonte: Reuters). A Hong Kong, le azioni sono crollate di oltre il 2% per toccare un minimo di oltre nove mesi e sono sulla buona strada per la peggiore settimana dall’apice della pandemia nel marzo 2020, con Alibaba Group che ha toccato il minimo dal suo debutto in borsa. Inoltre, i titoli tecnologici cinesi sono crollati a nuovi minimi venerdì e l’indice di riferimento di Hong Kong ha toccato un minimo di quasi 10 mesi, poiché un costante flusso di repressioni ha schiacciato la fiducia degli investitori.

Infine, l’Hang Seng è sceso dell’1,8%, e il suo calo settimanale del 5,8% è stato il più grande dall’apice del panico pandemico nei mercati finanziari nel marzo 2020. Anche le azioni quotate alla borsa di Shanghai sono diminuite di valore, e gli investitori hanno venduto obbligazioni China-corporate rischiose e la valuta cinese.

Relativamente al settore tecnologico, la Cina ha annunciato regole più severe sull’uso dei dati e sulla concorrenza e ha convocato i dirigenti del fondo di sviluppo immobiliare Evergrande per metterli in guardia sulla gestione del debito, aumentando così il senso di sfiducia sul mercato, che sembra ancora non trovare un pavimento dopo mesi di vendite. Infatti, quasi ogni giorno escono notizie negative, quindi si ha l’impressione che non ci sia una fine in vista.

Le azioni di Hong Kong del gigante dell’e-commerce Alibaba, per esempio, sono scese del 2,6% e si sono dimezzate rispetto al picco di ottobre, raggiungendo adesso il rapporto prezzo/utili più basso dalla sua quotazione a New York nel 2014. Il gigante dei giochi e dei social media Tencent ha toccato il minimo a 14 mesi e il fornitore di cibo Meituan ha toccato il minimo a un anno. Lo Shanghai Composite è sceso dell’1,1% alla sua chiusura più bassa in più di due settimane e le blue chip sono scese dell’1,9%. In controtendenza, China Telecom si è impennata al suo debutto a Shanghai.

Secondo Louis Tse, amministratore delegato della società di brokeraggio di Hong Kong Wealthy Securities, “siamo già arrivati ad una mentalità di gregge, e le persone che vedono un’altra che vende fanno la stessa cosa”. Inoltre, i dati recenti indicano un rallentamento della seconda economia più grande del mondo poiché i nuovi focolai di COVID-19 e i limiti di viaggio riducono la domanda, mentre gli elevati costi delle materie prime gravano sulla produzione delle fabbriche.

Ciclo economico ormai troppo dipendente dall’intervento pubblico. PBOC più cauta della FED

Dopo il rimbalzo l’economia resterà debole ed esposta a ricadute. Banca Centrale cinese più attenta della Fed all’economia reale. Rischio margin call sui trader retail. Novelli (Lemanik): “Sarà molto difficile riassorbire i disoccupati creati dalla crisi”.

“Il principale rischio che corre il sistema è insito nella instabilità di un ciclo economico ormai troppo dipendente dall’intervento pubblico. Intervento che è comunque previsto in netto ridimensionamento nei mesi a venire e che dopo la forte spinta iniziale è destinato comunque a perdere trazione, così come sta già accadendo da tempo alla politica monetaria. Non stiamo per ora parlando di rischi di recessione, ma è abbastanza scontato che sarà decisamente difficile riassorbire completamente i disoccupati creati dalla crisi e, nella migliore delle ipotesi, dopo il rimbalzo l’economia resterà debole ed esposta a ricadute”. È l’analisi di Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy Fund.

Un altro elemento di preoccupazione, per Novelli, è l’assoluta spregiudicatezza con la quale gli Stati Uniti stanno gestendo le variabili finanziarie, diffondendo apprensione internazionale negli ambienti finanziari che non fanno parte del “consensus” e gestiscono “real money” o “safe asset”, come fondi pensione, fondi sovrani, family office ed hedge fund. Mentre le autorità cinesi intervengono a regolare il ciclo economico e finanziario, togliendo ed erogando gli stimoli fiscali e monetari in relazione all’andamento economico, gli Stati Uniti sono entrati nel “tunnel” dello stimolo a oltranza, sacrificando la stabilità di lungo termine per cercare di sostenere in tutti i modi quella di breve periodo. Appare abbastanza assurdo che, se cerchi una remunerazione del capitale sul mercato dei bond governativi, devi rivolgerti al governo “comunista” della Repubblica Popolare cinese, dato che il sistema “capitalistico” occidentale non è più in grado di farlo. Così come le politiche monetarie della Banca Centrale cinese sembrano meno orientate a sostenere gli indici di borsa e più attente alle dinamiche dell’economia reale.

Questo modo di operare da parte delle Banche Centrali ha creato le premesse per l’esplosione del trading on line da parte degli investitori retail, che oggi fanno il 70% dei volumi di Wall Street e sono uno dei principali fenomeni di sostegno al trend rialzista. Anche i prestiti sottoscritti dai privati investitori per acquistare azioni ha raggiunto la cifra record di 1 trilione di dollari (pari al 5% del PIL USA) e il collaterale a garanzia di tali prestiti sono i titoli stessi acquistati a leva. La situazione ricorda il fenomeno dell’equity withdrawal sul mercato immobiliare del 2007, quando i privati accedevano a nuovi prestiti, oltre a quelli già contratti con i mutui, grazie alla rivalutazione costante dei valori immobiliari, valori che erano il collaterale di una dinamica di espansione del credito che funzionava solo con prezzi in rialzo. La stessa dinamica sostiene oggi il credito a margine sui titoli azionari, che si espande quando il valore dei titoli a collateral sale, mentre si contrae violentemente in caso di discesa dei prezzi. La storia si ripete, un eventuale calo dei prezzi di mercato produrrebbe un colossale margin call.

Come in precedenti eventi, oggi l’eccesso di aspettative è estremamente proporzionale alle incertezze che circondano la tenuta della ripresa. Si rimane dunque convinti che la FED rimarrà intrappolata, come Bank of Japan e BCE, nella situazione attuale e che la tendenza dei mercati dipenderà più dalle dinamiche di crescita e inflazione che da politiche monetarie ormai poco utili sia all’economia che alla finanza. Dato che la crescita inizierà a rallentare, e l’inflazione proseguirà ancora al rialzo per alcuni mesi, si confermano tutti i segnali compatibili per una netta contrazione della propensione al rischio nel corso del secondo semestre appena iniziato.

Lemanik: la stretta cinese non è finita

Il commento di Marcel Zimmermann, gestore del fondo Lemanik Asian Opportunity. I governi cominciano a mettere in discussione il dominio economico e l’influenza intellettuale delle grandi aziende tecnologiche globali.

“Le modifiche normative apportate dal Governo cinese nel settore dell’educazione sono solo un altro passo per reprimere le industrie monopolistiche e sensibili al Governo. Tutto è iniziato nel novembre 2020, con i regolatori cinesi che hanno fermato la quotazione da 34 miliardi di dollari di Ant Group, poi lo stop nel luglio 2021 alla fusione di DouYu Int e Huya Inc, due delle migliori aziende cinesi di video streaming, controllate da Tencent, infine nuovi regolamenti per le aziende cinesi che vogliono quotarsi negli Stati Uniti. Tutto questo fa parte di una tendenza generale a indebolire il dominio delle grandi aziende tecnologiche globali, che è visibile anche negli Stati Uniti e in Europa, dove i governi cominciano a mettere in discussione il dominio economico e l’influenza intellettuale di queste aziende. In Cina, a causa della struttura politica e del potere del Governo, gli interventi di questo tipo sono chiaramente più radicali e diretti”. È il commento di Marcel Zimmermann, gestore del fondo Lemanik Asian Opportunity.

Gli investitori stranieri – continua l’analisi di Zimmermann – erano già allarmati dalla politica statunitense verso la Cina. Il presidente degli Stati Uniti Biden non ha riavviato un dialogo con la Cina, come invece prevedevano alcuni partecipanti al mercato. Al contrario, gli Stati Uniti hanno aumentato la pressione sulla Cina con ulteriori sanzioni e stanno attivamente spingendo gli alleati a partecipare ai suoi sforzi. Alcuni senatori statunitensi vogliono che il mercato dei capitali Usa sia chiuso alle aziende cinesi, dopo che sono emersi diversi scandali come quello di Lucking Coffee. Negli ultimi 10 anni, più di 100 aziende cinesi quotate negli Stati Uniti sono state delistate o sospese.

In questo periodo, caratterizzato da un contesto globale di denaro facile, creato dalle principali banche centrali, il boom delle azioni cinesi di internet e della new economy ha spinto le valutazioni molto in alto verso obiettivi di lungo termine – prosegue il commento di Zimmermann. I cambiamenti normativi possono chiaramente avere un impatto drammatico sui prezzi delle azioni. Inoltre, l’aumento della volatilità dovuto ai punti menzionati e l’attuale situazione geopolitica negativa potrebbero spingere gli investitori fuori dal mercato. Nonostante questo, la Cina rimane la seconda economia più grande del mondo e l’attuale sell-off sta certamente creando valore per gli investitori con una visione a lungo termine. Il mercato azionario cinese è dominato da investitori locali e il governo conosce chiaramente i benefici a lungo termine di un sistema finanziario solido. Crediamo che gli investitori stranieri per il momento potrebbero restare venditori netti sul mercato, il che potrebbe influenzare principalmente le azioni quotate a Hong Kong e negli Stati Uniti, che hanno una grande percentuale di partecipazione straniera.

“Il governo cinese vuole che le sue società attingano ai mercati locali dei capitali con un grande bacino di liquidità. Inoltre, la sua capitalizzazione di borsa combinata vale più di 12 trilioni di dollari, la seconda più grande dopo gli Stati Uniti e abbastanza grande da assorbire nuove emissioni”, conclude Zimmermann (nella foto). “In questo contesto, è possibile riprendere gradualmente in considerazione l’esposizione verso le società cinesi di qualità sulla base di un’ulteriore debolezza dei prezzi e vediamo valutazioni in crescita nel medio termine. Il sistema politico cinese non cambierà e gli attuali commenti negativi sul suo operato probabilmente lo spingeranno ad agire nella maniera più indipendente possibile”.

Immobiliare Italia, primo semestre 2021: gli stranieri stanno tornando

Secondo i dati elaborati da Gate-away.com, cresce in maniera vertiginosa l’interesse per l’Italia, che si attesta a +102,66%. Americani, tedeschi e inglesi, sono i principali interessati a comprare casa in Italia. Ai primi posti delle preferenze sempre la Toscana, poi Lombardia, Liguria e Puglia.

Questo è il risultato del report semestrale che Gate-away.com  – il portale immobiliare italiano esclusivamente dedicato agli stranieri che vogliono comprare case italiane – presenta ogni anno a luglio, dopo aver analizzato i dati dei primi 6 mesi del 2021 e averli messi a confronto con quelli dello stesso periodo del 2020. “I lunghi mesi di stallo dei viaggi, per il Covid – commenta il Ceo di Gate-away.com, Simone Rossi –  non hanno frenato la voglia d’Italia. Gli stranieri hanno continuato a ricercare immobili sul portale. Poi l’impennata, da gennaio in poi. Probabilmente dovuta alla diffusione di vaccinazione su scala mondiale, che ha permesso la riapertura di diverse rotte verso il Belpaese”.

Si evidenzia crescita ovunque nel report semestrale 2021. Tutte le prime posizioni sono caratterizzate da un trend positivo, da un evidente segno più, rispetto allo stesso periodo, 1 gennaio-30 giugno, del 2020. Soprattutto dagli Stati Uniti, che si aggiudica un 23,39% sul totale e una variazione del 121,72% rispetto all’anno scorso, poi la Germania (14,51% con +171,41%), il Regno Unito (10,24% con +76,92%), Olanda (6,28% con +208,71%), Canada (5,21% con +130,01%).

Tra le regioni troviamo l’immancabile Toscana 16,05% sul totale, poi la Lombardia (10,49%), Liguria (9,06), Puglia (8,18%), Piemonte (8,15%). Il 77,73% delle richieste è la casa, completamente restaurato/abitabile (67,64%), con giardino (61,11%), piscina (21,4%), Terreno (33,94%). Il valore medio degli immobili ricercati sale a 474mila euro.

Le banche centrali “snobbano” l’inflazione e le borse festeggiano. Catastrofisti vs ottimisti

Di fronte ad un contesto che assicuri liquidità durevole al sistema, i mercati azionari non possono che ringraziare, ed il numero degli analisti ottimisti supera di gran lunga quello dei più prudenti. Esiste però un certo numero di “catastrofisti”, secondo i quali si prepara il più grande crollo di tutti i tempi.

Di Massimo Bonaventura

Tutto è cominciato a Giugno scorso, con i verbali della riunione della Federal Reserve. Nel comunicare le loro conclusioni, i funzionari della Fed hanno affermato che “le condizioni finanziarie complessive rimangono molto accomodanti, al fine di continuare a fornire il giusto sostegno all’economia. Tuttavia, i bassi tassi di interesse stanno facendo aumentare i prezzi delle case e questo potrebbe comportare rischi per la stabilità finanziaria. (Per tale motivo) Il ritmo degli acquisti di asset (il c.d. Tapering) potrebbe essere ridotto un pò prima del previsto”.

In sintesi, per la Fed tutto rimane com’è anche con l’inflazione al 5%, poiché si tratta di un fenomeno transitorio, per cui i tassi non verranno toccati prima del 2023. Questa strategia, naturalmente, è stata studiata con la segreta speranza di non doverli ritoccare mai, i tassi di interesse, per almeno altri cinque o dieci anni, continuando a comprare debito e mantenendo alta la liquidità nel sistema. Infatti, sembra ormai impossibile concepire una politica monetaria che non preveda il ricorso a dosi massicce di Quantitative Easing come elemento “strutturale” del sistema economico, e non più “eccezionale”.

Sia pure con le dovute differenze, lo scorso 7 luglio la Bce ha annunciato, con un comunicato molto prudente (fatto precedere da molte anticipazioni), la possibilità di tollerare una inflazione superiore (ma non troppo) al 2%, qualora le condizioni dell’economia lo richiedano. Si tratta di una piccola rivoluzione nella strategia di politica monetaria in circa 20 anni di Unione Europea, e preannuncia, alla pari degli Stati Uniti, il proseguimento della politica monetaria accomodante. L’inflazione, e cioè il “grande nemico” che fu prima della Germania e poi di tutta l’Unione, verrà tollerata solo se le deviazioni intorno al livello del 2% saranno entrambe ritenute “accettabili” e quelle al di sopra di tale soglia “moderate”.

Naturalmente, di fronte ad un contesto che assicuri liquidità durevole al sistema, i mercati azionari non possono che ringraziare, ed il numero degli analisti ottimisti supera di gran lunga quello dei più prudenti o pessimisti. Esiste anche, però, un certo numero di esperti “catastrofisti”, secondo i quali lo scenario appena tracciato prepara il più grande crollo di tutti i tempi. Per sostenere la loro tesi, alcuni si servono del c.d. “Indicatore Buffet“, e cioè quello che mette in rapporto la capitalizzazione di mercato di tutte le azioni statunitensi quotate in borsa e il PIL dell’ultimo trimestre disponibile. Ebbene, questo indicatore ha raggiunto nei giorni scorsi il 200%, e suggerisce che il prezzo delle azioni è troppo elevato, segnando in teoria – come accaduto anche in passato – la premessa di un crollo dei mercati finanziari.

Sarà per questo che Warren Buffett ha già liquidato molte posizioni e aumentato la liquidità del portafoglio Berkshire Hathaway? Probabilmente no, poiché l’oracolo di Omaha sa bene che l’emergenza sanitaria ha depresso il PIL in modo anomalo nel 2020, gonfiando la lettura dell’indicatore Buffett che, invece, descrive solo un ritorno ai livelli pre-pandemici, e non una vera e propria crescita del PIL dai valori del 2019. Invece, tra gli analisti pessimisti, Robert Kiyosaki  aveva affermato a Maggio scorso “il più grande crollo della storia sta arrivando, e farà esplodere la più grande bolla del mondo”, consigliando gli investitori a fare incetta di criptovalute e metalli preziosi come oro e argento. Al contrario di Michael Burry – il genio de “la grande scommessa” – che ha annunciato i prossimi crolli delle criptovalute e delle azioni Tesla. In particolare, secondo Burry quella dei Bitcoin sarà “la madre di tutti i crash”, poiché i governi interverranno pesantemente nel regolamentare le criptovalute.

Tra gli ottimisti anche UBS, che benedice una crescita dei mercati azionari e predice persino un crollo dell’oro causato dalla liquidità che confluisce abbondante sui mercati azionari. Secondo la banca svizzera, infatti, la tendenza rialzista del metallo giallo non è destinata a durare a lungo, e affinché l’oro riveda il livello di 1.900 dollari per oncia, i tassi reali dovrebbero scendere verso un intervallo compreso tra -1% e 1,2%. Ciò è altamente improbabile per UBS, mentre è più probabile che la domanda di oro diminuisca e la sua quotazione scenda a circa 1.600 dollari l’oncia – già oggi è a poco più di 1.800 – per via dell’esaurimento delle spinte inflazionistiche e della risalita del dollaro (che è già in atto).

Al di là del filone “catastrofista”, comunque, i grandi temi sui quali si potrebbe intravedere un rischio concreto per i mercati si contano nelle dita di una mano. Il primo tema – la pandemia – è quello che da oltre un anno non smette di apportare modifiche ed continui adeguamenti al nostro stile di vita, e certamente rimane quello su cui potrebbero concentrarsi le maggiori probabilità di un crollo delle borse. Infatti, se le mutazioni del virus e la delle sue varianti non liberano gli operatori dall’incertezza, si è scoperto che il sistema finanziario è in grado di gestire al meglio una situazione di gravissima emergenza sanitaria. Rimane però il rischio – tutt’altro che lontano, in considerazione di ciò che sta succedendo nel Regno Unito  – che una particolare mutazione possa portare alla nascita di un virus talmente resistente agli attuali vaccini da far tornare il clima di terrore generale, le restrizioni ed il collasso dei sistemi sanitari. Uno scenario del genere, certamente, potrebbe determinare una forte correzione dei mercati azionari ed obbligazionari, che oggi risalgono a ruota libera dando per scontata la sconfitta del Coronavirus.

Il secondo tema, che ha minori probabilità di avverarsi rispetto al primo, è quello di una iperinflazione causata dall’immissione massiccia di liquidità che non viene accompagnata da una crescita significativa del PIL. Uno scenario del genere è stato sconfessato pubblicamente sia dalla Fed che dalla Bce, le quali hanno reagito alle spinte inflazionistiche bollandole come fenomeno temporaneo e mantenendo una politica monetaria molto accomodante. Qualora, però, si dovesse manifestare il binomio inflazione elevata-PIL immobile, le dichiarazioni dei banchieri centrali si rivelerebbero come un bluff, e i ribassisti si scatenerebbero facendo correggere i mercati in maniera pesante. Oggettivamente, non si vede come ciò possa accadere prima del 2024, sempre che durante i prossimi tre anni le banche centrali non mettano in atto le dovute strategie evolutive per scongiurare un simile scenario.

Il terzo tema è quello dei fattori geo-politici, che sono in grado di influire sull’andamento dei mercati aggiungendosi ad eventuali fondamentali deludenti e amplificando le correzioni. Escludendo del tutto l’ipotesi di conflitti globali, non mancano però i “conflitti localizzati”, che non smettono mai di far danni. Tra questi, le maggiori aree di tensione sono il Medio Oriente, la Crimea invasa dai russi, la Cina che limita le libertà di Hong Kong, e lo scontro commerciale tra Stati Uniti e Cina.

In definitiva, non si intravedono fattori tali da determinare “crolli mai visti prima”, ma solo elementi perfettamente gestibili dalle autorità finanziarie del mondo, sempre che queste ultime non saranno disunite nel modo di gestire i problemi e non determineranno così periodiche e fisiologiche correzioni.

Nord America, previsioni di crescita commerciale a più velocità per le aziende

Secondo le indagini condotte per il barometro di Atradius relativamente ai comportamenti di pagamento tra aziende del Nord America, le aziende del Messico sono ottimiste e quelle del Canada pessimiste. Le aziende statunitensi esprimono cauto ottimismo.

Previsioni ottimistiche di crescita del business per oltre l’80% delle aziende intervistate in Messico. Decisamente più pessimiste in tal senso le aziende canadesi (36%), mentre quelle statunitensi si dimostrano caute nell’azzardare previsioni di crescita commerciale nei prossimi mesi. Percezioni diverse tra le aziende del Nord America, a causa del perdurare della pandemia e delle differenti modalità di gestione dell’emergenza pandemica a livello locale. Ad approfondire tali tematiche ci pensa il Barometro Atradius sui comportamenti di pagamento tra aziende a livello internazionale, edizione di luglio 2021 dedicata al Nord America.

Gordon Cessford, direttore regionale Atradius per il Nord America, ha commentato: “Potrebbero essere molte le ragioni alla base di questa differenza di percezione del futuro. Sebbene appartengano ad un ambiente di business con delle specifiche interdipendenze a livello di catene di fornitura, ciascun Paese ha affrontato il contesto pandemico in maniera diversa. In Messico, gli interventi governativi meno restrittivi in tema di contenimento del virus hanno avuto come conseguenza per le aziende il proseguimento degli scambi commerciali senza interruzioni. Per il Canada si può dire il contrario”. Inoltre, il governo centrale del Canada ha implementato una serie di misure fiscali a supporto delle imprese. In Messico, la maggior parte degli interventi di sostegno alle aziende sono derivati da iniziative locali e la loro implementazione è stata disegnata in modo da affrontare le singole peculiarità.

Andreas Tesch, Chief Market Officer di Atradius, si è concentrato sui diversi impatti che potrebbero aver prodotto le politiche fiscali governative di ciascun Paese. In particolare, ha dichiarato: “Le aziende del Canada e degli Stati Uniti potrebbero andare incontro alla sospensione delle misure di sostegno del governo già nella seconda metà dell’anno. La maggior parte delle previsioni finanziarie mostra, in questa fase, un aumento delle insolvenze aziendali. È verosimile che il pessimismo dichiarato dalle aziende canadesi rifletta le aspettative di un contesto commerciale di rischio elevato”.

Il sondaggio è stato condotto da Atradius nel secondo trimestre del 2021, un anno dopo che l’Organizzazione mondiale della sanità aveva dichiarato il Covid-19 pandemia globale. Oltre a raccogliere opinioni che riflettono la fiducia delle imprese, il sondaggio ha analizzato lo stato di salute delle imprese attraverso alcuni indicatori chiave che rilevano i trend di utilizzo del credito commerciale, i termini di pagamento, il DSO e le modalità di gestione degli impatti delle criticità delle tempistiche di pagamento delle fatture sull’andamento del business. Dai risultati del sondaggio emerge che più della metà del totale delle operazioni commerciali tra imprese, effettuate da fornitori del Nord America è stato effettuato a credito e il 44% delle aziende ha riferito un maggior ricorso all’utilizzo del credito commerciale a seguito della pandemia. Per quanto riguarda i singoli Paesi dell’area c.d. NAFTA (North American Free Trade Agreement), sono gli Stati Uniti a mostrare la percentuale più alta riguardo ai ritardi di pagamento e ai crediti inesigibili.

Nonostante l’ottimismo riferito dalle imprese del Messico, la pandemia si trova in cima alla lista delle preoccupazioni delle imprese di tutta la regione. In particolare, le aziende hanno indicato come principale fonte di preoccupazione l’imprevedibilità legata all’andamento della pandemia e la salvaguardia dei livelli di liquidità. Il Barometro sui comportanti di pagamento tra aziende del Nord America – USMCA 2021 è stato condotto negli Stati Uniti, in Messico e in Canada, e i report possono essere scaricati dal sito web di Atradius all’indirizzo https://group.atradius.com  (sezione Pubblicazioni).

La Fed non alzerà i tassi fino al 2023, ma il tapering comincerà prima

Tassi fermi fino al 2023, secondo Andrea Siviero, ma il tapering della Fed inizierà prima. La Federal Reserve comunicherà in anticipo le sue decisioni per evitare una grave correzione dei mercati.

“Il presidente Powell ha spesso evidenziato che qualsiasi cambiamento di strategia da parte della Fed sarà comunicato con largo anticipo: al momento non ci aspettiamo un aumento dei tassi di interesse fino al 2023”. È l’analisi di Andrea Siviero, Investment strategist di Ethenea Independent Investors.

Se i tassi non dovrebbero subire aumenti fino al 2023, è probabile che il processo di normalizzazione inizi prima, con una riduzione degli acquisti mensili di asset da parte della banca centrale statunitense, il cosiddetto tapering. Anche in questo caso – spiega Siviero – la Fed darà comunque indicazioni anticipate ai mercati. Se si dovesse assistere a un inasprimento prematuro della politica monetaria statunitense, ciò sorprenderebbe gli operatori e creerebbe probabilmente una grave correzione dei mercati.

Per quanto riguarda l’inflazione, nel 2020 la Fed ha cambiato il suo approccio di politica monetaria ed è passata all’Average Inflation Targeting (AIT). Ciò significa che la Fed è disposta a lasciare che l’inflazione superi temporaneamente il target del 2% per compensare i periodi in cui l’inflazione è stata inferiore. Dopo aver mancato il suo obiettivo per un periodo prolungato, la Fed non è dispiaciuta dell’attuale aumento delle aspettative d’inflazione, poiché questo aiuta ad ancorare le aspettative a medio termine a un livello più alto. In base a questa linea, la Fed non agirà preventivamente per contenere l’inflazione e il suo processo decisionale si baserà sui dati, in particolare su quelli economici e senza un piano prestabilito per un restringimento della politica monetaria.

La Fed considera l’attuale picco inflazionistico un fenomeno transitorio, favorito dalla risposta politica senza precedenti alla pandemia Covid-19, dal balzo dei prezzi delle materie prime, dalle interruzioni della catena di approvvigionamento e da un effetto base anno su anno particolarmente importante. Una volta che l’economia globale recupererà il suo livello pre-pandemia, è probabile che la crescita economica ritorni alla sua traiettoria naturale e l’inflazione dovrebbe riprendere il suo andamento pre-pandemico. La Fed non si aspetta alcun cambiamento nelle dinamiche inflazionistiche a lungo termine. Le forze strutturali predominanti durante lo scorso decennio, come la demografia, la globalizzazione e il progresso tecnologico, manterranno una pressione deflazionistica nel medio termine.

“Per quanto riguarda la zona euro, la ripresa economica è in ritardo rispetto a quella statunitense”, conclude Siviero. “Il processo di vaccinazione sta prendendo velocità e i contributi previsti dal Recovery Fund saranno probabilmente erogati nel corso dell’anno. Le economie della zona euro si stanno progressivamente riaprendo e la Bce si è chiaramente impegnata a continuare a sostenere la ripresa attraverso una politica espansiva. Le pressioni inflazionistiche nella zona euro sono contenute e non ci aspettiamo un inasprimento troppo affrettato della politica monetaria della Bce”.

Vendite al dettaglio negli Stati Uniti, a Maggio si riprende a salire. Risparmi record a sostegno della spesa

Le vendite al dettaglio negli Stati Uniti si sono temporaneamente bloccate ad aprile, quando la spinta delle misure di stimolo è svanita, ma è probabile un’accelerazione nei prossimi mesi tra risparmi record e una riapertura dell’economia.

Il recente rapporto del Dipartimento del Commercio americano aveva mostrato come le vendite al dettaglio a marzo fossero state molto più forti di quanto stimato in precedenza, impostando la spesa dei consumatori su un percorso di crescita più elevato verso il secondo trimestre. In sintesi, escludendo automobili, benzina, materiali da costruzione e servizi di ristorazione, le vendite al dettaglio sono diminuite ad Aprile dell’1,5%, dopo un aumento del 7,6% (rivisto al rialzo) a marzo. La spesa dei consumatori, che rappresenta oltre i due terzi dell’attività economica degli Stati Uniti, era aumentata a un tasso annualizzato del 10,7% nel primo trimestre, aggiungendo 7,02 punti percentuali al ritmo di crescita annualizzato del 6,4% dell’economia.

Gran parte dell’impennata nella spesa dei consumatori dell’ultimo trimestre, pertanto, si è verificata a marzo, il che ha stabilito una base di crescita più elevata per i consumi diretti al secondo trimestre. Gli economisti, infatti, avevano mantenuto le loro stime per una crescita a due cifre della spesa per consumi anche nel secondo trimestre. Inoltre, c’erano anche segnali che gli americani stavano iniziando a spostare la loro spesa dai beni ai servizi come ristoranti e bar, con oltre un terzo della popolazione vaccinata contro il COVID-19. “Ci sarà uno slancio nel secondo trimestre per la crescita economica”, aveva detto Chris Rupkey, capo economista di FWDBONDS a New York. Così, la lettura invariata delle vendite al dettaglio nel mese di Aprile, in confronto all’aumento del 10,7% avvenuto a marzo – il secondo aumento più grande mai registrato prima –  ha sorpreso non poco gli economisti intervistati da Reuters, i quali avevano previsto che le vendite al dettaglio sarebbero aumentate ad Aprile almeno dell’1,0%.

In dettaglio, l’aumento del 2,9% negli acquisti di autoveicoli è stato compensato da un calo della spesa altrove. Le vendite nei negozi di abbigliamento sono diminuite del 5,1%, così come le vendite nei negozi di articoli sportivi, hobby, strumenti musicali e librerie. Le vendite nei negozi di mobili sono diminuite dello 0,7%, e persino le vendite al dettaglio online sono diminuite dello 0,6%; e questo dato, da solo, ha fatto preoccupare molto gli economisti. In compenso, le entrate nei negozi di elettronica ed elettrodomestici sono aumentate dell’1,2%. I consumatori hanno anche aumentato la spesa in ristoranti e bar, portando a un aumento delle entrate del 3,0% dopo il balzo del 13,5% a marzo. Complessivamente, le vendite di ristoranti e bar sono superiori del 116,8% rispetto ad aprile 2020.

La forte ripresa del settore ristorazione è la prova vivente che gli americani vaccinati stiano “patrocinando” ristoranti e bar dopo essere stati rinchiusi a casa per più di un anno. De resto, le vendite al dettaglio rappresentano la componente beni della spesa dei consumatori, e le famiglie hanno accumulato almeno 2,3 trilioni di USD risparmiati in eccesso durante la pandemia di Coronavirus, costituendo una riserva che dovrebbe sostenere la spesa quest’anno. Secondo James Knightley, chief international economista presso ING a New York ,”Vedremo sempre più persone che spostano una percentuale maggiore della loro spesa dalle ‘cose’, che vengono raccolte dalle vendite al dettaglio, verso ‘esperienze’ che si riflettono in una più ampia spesa dei consumatori“. E la disponibilità non dovrebbe mancare, visto che molte famiglie hanno ricevuto ulteriori 1.400 USD a Marzo, grazie al pacchetto di salvataggio pandemico da 1,9 trilioni di USD deciso dalla Casa Bianca e approvato proprio all’inizio di Marzo.

Alcuni economisti hanno affermato che il rapporto neutrale sulle vendite al dettaglio potrebbe alleviare le preoccupazioni dei mercati finanziari sull’inflazione, che sono state alimentate dai rapporti sui prezzi al consumo e sulla produzione di questa settimana. “I rendimenti delle obbligazioni sono più bassi e la curva un pò più piatta, forse perché la cresta dell’onda di spesa guidata dagli stimoli che guida l’inflazione fastidiosamente alta sta raggiungendo il picco”, ha detto Chris Low, capo economista di FHN a New York .

Un rapporto dell’Università del Michigan ha mostrato che i prezzi più alti stanno iniziando ad attirare l’attenzione dei consumatori, offuscando la loro percezione sulle prospettive economiche, ma i risparmi record potrebbero fornire un cuscinetto contro l’inflazione. “La crescita delle vendite al dettaglio sarà solida per il resto dell’anno”, ha affermato Gus Faucher, capo economista di PNC Financial a Pittsburgh, in Pennsylvania. “I consumatori hanno miliardi di dollari di pagamenti di incentivi risparmiati e spenderanno gradualmente quei fondi nei prossimi due anni”.

Tuttavia, si teme che la carenza di manodopera e materie prime, che ostacola la produzione nelle fabbriche, possa pesare sulle vendite al dettaglio. I porti inoltre non hanno abbastanza lavoratori per scaricare le navi, ritardando le consegne di beni di consumo importati. Le aziende hanno esaurito le scorte nel primo trimestre e stanno lottando per rifornirsi. Un rapporto separato della Federal Reserve ha mostrato che la produzione manifatturiera è aumentata moderatamente ad aprile, con la produzione di autoveicoli in calo a causa di una carenza globale di semiconduttori. Nonostante questo, il bilancio di economisti ed analisti vede la ripresa della crescita in netto vantaggio già dal mese di Maggio e fino a Giugno compreso, dopodichè le misure di limitazione alle spinte inflazionistiche dovrebbero cominciare a far sentire i propri effetti.

Le sfide vinte da Biden nei suoi primi 100 giorni. Vaccinazioni di massa e sostegno all’economia

Secondo Andrea Siviero di Ethenea, il successo del presidente USA è dovuto alle vaccinazioni di massa e al sostegno fornito all’economia del paese con l’American Rescue Plan. La luna di miele di Biden proseguirà una volta superata la pandemia?

Joe Biden ha posto molta enfasi sull’agire rapidamente durante i suoi primi 100 giorni di presidenza. Le sue priorità sono state quelle di combattere la pandemia di Covid-19 e fornire assistenza economica alle famiglie americane, oltre che far riacquisire credibilità internazionale al paese”, sottolinea Andrea Siviero, Investment strategist di Ethenea Independent Investors.

“Sul fronte della pandemia, Biden ha posto alla sua amministrazione l’obiettivo di vaccinare 100 milioni di americani nei suoi primi 100 giorni di mandato: ci sono voluti solo 50 giorni per mantenere quella promessa. Il rilancio dell’economia ha ricevuto una spinta decisiva dal pacchetto di aiuti da 1,9 trilioni di dollari per il coronavirus, l’American Rescue Plan, a cui ora potrebbe aggiungersi l’American Jobs Plan. A livello internazionale, Biden ha rifocalizzato la politica estera degli Stati Uniti sulla diplomazia e il multilateralismo, facendo un passo oltre all’era dell’imprevedibilità”.

Con l’appoggio di un Congresso favorevole, Biden ha avuto un particolare successo nel realizzare le sue priorità politiche nei primi 100 giorni di mandato. I progressi nella lotta contro la pandemia, con la velocizzazione delle vaccinazioni e lo sfondamento di quota 100 milioni di dosi somministrate, sono stati un fattore chiave a sostegno della ripresa degli Stati Uniti, poiché hanno permesso una graduale riapertura dell’economia. Questo rilancio economico ha ricevuto una spinta decisiva dal pacchetto di aiuti dell’American Rescue Plan. Il programma non comprende solo pagamenti diretti ai cittadini statunitensi, integrazioni ai sussidi di disoccupazione e un ampliamento dei crediti d’imposta per i minori, ma anche un finanziamento supplementare destinato al piano vaccinale. Oltre a questo, Biden ha presentato un piano di investimenti infrastrutturali una tantum di oltre 2 trilioni di dollari, l’American Jobs Plan, che mira a ricostruire strade, riparare ponti, accelerare la lotta contro il cambiamento climatico e investire nella ricerca, creando milioni di posti di lavoro.

“Assieme all’American Rescue Plan, questo piano in attesa di approvazione avrà un notevole impatto sulla ripresa economica e sulla competitività a medio termine degli Stati Uniti, con rilevanti conseguenze che andranno a beneficio dell’economia globale”, sottolinea Siviero.

A livello internazionale, Biden ha sfruttato i suoi primi 100 giorni di mandato per fare alcuni passi simbolici nell’arena internazionale, tra cui la revoca delle politiche isolazioniste di Trump per rientrare sia nell’Organizzazione Mondiale della Sanità che nell’accordo sul clima di Parigi, oltre all’apertura a rientrare nell’accordo sul nucleare iraniano

I risultati del presidente in riferimento alle priorità della sua amministrazione di combattere la pandemia di Covid-19 e di far ripartire l’economia statunitense non solo hanno alimentato ulteriormente il rally del mercato azionario avviatosi con la sua elezione, ma hanno anche portato a un rapido aumento dei rendimenti del Treasury Usa a 10 anni. Le aspettative di una solida ripresa statunitense e l’aumento dei rendimenti dei bond sovrani degli Stati Uniti hanno anche portato a un allargamento del gap con i rendimenti dei titoli sovrani europei e a un rafforzamento del dollaro statunitense, che (contrariamente alle previsioni) si era apprezzato nei confronti della maggior parte delle valute durante i primi tre mesi del 2021.

Joe Biden ha iniziato la sua presidenza affrontando una serie di problematiche straordinarie”, conclude Siviero (nella foto). “In linea con lo spirito del New Deal di Franklin D. Roosevelt, l’ex vice presidente ha elaborato un programma ambizioso per i suoi primi 100 giorni di mandato. Anche se, finora, ha avuto successo nel realizzare le sue principali priorità – combattere la pandemia di Covid-19 e far ripartire l’economia – sta ancora affrontando sfide estremamente difficili per realizzare le promesse della sua campagna. Una volta che l’emergenza pandemica sarà sotto controllo e il periodo di luna di miele sarà finito, Joe Biden avrà bisogno di tutta la sua esperienza per portare avanti la sua agenda politica”.

I mercati sono a una svolta di lungo termine? Kolanovic: azioni value in crescita

Secondo Marko Kolanovic, capo stratega dei mercati globali di JPMorgan Chase, i mercati globali potrebbero aver raggiunto un punto di svolta, con le azioni value destinate a sovraperformare per un periodo significativo.

In occasione di una recente lettera agli investitori, JPMorgan Chase ha suggerito che il rimbalzo del valore guidato dalla ripresa dalla pandemia, dalla volatilità in calo e dal sostegno della politica fiscale e monetaria è destinato a durare per un pò di tempo. Questo, secondo Marko Kolanovic, potrebbe innescare uno spostamento degli investimenti a lungo termine verso quelli più ciclici e reflazionistici.

Marko Kolanovic

“Potremmo essere a un punto di svolta più significativo – ha dichiarato Kolanovic – e pensiamo che questa ripresa possa durare più a lungo ed essere più profonda, con un impatto maggiore sugli stili e sui flussi degli investitori di quanto le persone pensino”.

Il dibattito valore (Value) contro crescita (Growth) è uno degli argomenti più controversi nella comunità degli strateghi globali, soprattutto di recente, e cioè da quando gli scambi che hanno portato ad un rimbalzo delle azioni value si sono ridotti, ma solo temporaneamente. Nelle fasi di mercato precedenti c’era stata un’insolita convergenza di opinioni sull’oro e i titoli difensivi, seguita da scommesse sui titoli ciclici e da un irripidimento della curva dei rendimenti. Adesso, quella convergenza sembra essere finita, ed alcune banche come JPMorgan sono tra le più rialziste di Wall Street. Lo S&P500, per esempio, è previsto per fine anno a quota 4.400, rispetto alla previsione mediana di 4.100 data dalle altre banche in occasione di un sondaggio di Bloomberg.

Non mancano molti pessimisti. Bank of America e Citigroup prevedono entrambe che lo S&P500 tornerà a 3.800 entro la fine di dicembre. Gli strateghi della BofA guidati da Savita Subramanian hanno avvertito di “ritorni anemici avanti”, in una nota di questo mese, mentre un team di Citigroup guidato da Tobias Levkovich cita aspetti negativi come le valutazioni elevate e il potenziale per la Federal Reserve di ridurre gli stimoli entro la fine dell’anno.

“Sebbene l’aumento dei rendimenti del Tesoro abbia contribuito a inclinare il campo di gioco a favore degli asset value, è improbabile che questo diventi un fattore positivo per le azioni fino a quando il decennale non raggiungerà stabilmente il 2,50%”, ha affermato Kolanovic. Guardando al futuro, Kolanovic ha affermato che la leadership nei mercati azionari globali potrebbe spostarsi dagli Stati Uniti verso altri continenti. “Poiché gli Stati Uniti sono in vantaggio con la ripresa dal coronavirus, probabilmente sono più forti in questo momento, ma nella seconda metà dell’anno potrebbero lasciare il passo ad Europa, Giappone e mercati emergenti”.

Nella lettera agli investitori (che viene trasmessa una volta al mese), Kolanovic ha affermato che il suo team di asset allocation probabilmente aggiungerà ai portafogli asset alternativi, come private equity e private credit, hedge fund, strategie sistematiche e proprietà immobiliari. Inoltre, i flussi di azioni saliranno a circa 2 miliardi di USD al giorno, raddoppiando la media di circa 1 miliardo al giorno del primo trimestre dell’anno.

Il mercato del petrolio è visto come fragile attualmente, con il greggio intorno ai 60-65 USD e senza validi spunti. Molti consulenti che operano nel trading di materie prime entrano ed escono di continuo, e ci sono molti strike di opzioni intorno a 60 USD. Tuttavia, l’opinione di JPMorgan è che il petrolio si muoverà significativamente più in alto nel breve termine, grazie al ritorno “in grande stile” della domanda.