Giugno 10, 2026
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Azionario troppo “tirato” e rischi da inflazione durevole? I gestori tra cauto ottimismo e prudenza

Secondo M&G Investment i prezzi dei titoli azionari sono mediamente elevati, e una inflazione più duratura e il tapering potrebbero portare volatilità. Secondo Fidelity, nel 2022 lo scenario macroeconomico resta di supporto alle asset class a rischio.

“L’azionario globale è salito davvero molto negli ultimi anni, ad un ritmo doppio rispetto alle medie storiche di lungo termine. Inoltre, le quotazioni di molti titoli sono tirate o addirittura care, e questo comporta che un eventuale elemento di discontinuità, come una inflazione più duratura oppure politiche monetarie meno accomodanti, potrebbero portare con loro quella volatilità che ormai non si vede da un anno e mezzo”. Così ha commentato Manuel Pozzi, Investment Director di M&G Investment.

“In termini di approccio all’investimento – afferma Pozzi – è molto importante innanzitutto fruire di strumenti che sfruttino l’intelligenza artificiale, che negli ultimi anni ha fatto passi da gigante e consente di adottare nuove metodologie di selezione dei titoli azionari, aiutando i gestori in carne ed ossa a superare i propri limiti e le proprie convinzioni, oppure ad analizzare un universo enorme di titoli”. “Un altro tema che stiamo guardando con molto favore – continua Pozzi – è quello di investire nelle aziende che detengono o gestiscono infrastrutture-chiave, e quindi in un contesto completamente diverso da quello della tecnologia. Infatti, il settore delle infrastrutture-chiave è caratterizzato da decenni di sotto-investimenti e regole rigide, ma oggi i piani di recovery americani ed europei (PNRR per l’UE, ndr) stanno spingendo tantissimo sulle infrastrutture, creando un contesto fiscale e regolamentare potenzialmente molto favorevole”.

“Inoltre – aggiunge Pozzi – si tratta di un settore estremamente diversificato, tra infrastrutture sociali, economiche e di nuova generazione, e se vediamo le quotazioni possiamo notare che si tratta di un area di mercato rimasta molto indietro nell’ultimo anno e mezzo a causa della pandemia e dei lockdown, che hanno avuto un impatto forte sulle infrastrutture legate ai trasporti. Oggi il rapporto prezzo/valore di libro di queste aziende è attorno a due volte, rispetto allo stesso rapporto della borsa mondiale che è pari a tre volte”. “(Possiamo aspettarci) valutazioni più normali – conclude Pozzi – a fronte di prospettive fiscali e regolamentari più favorevoli e rispetto alla capacità di offrire flussi di cassa stabili, spesso legati anche all’inflazione, con dividendi superiori”.

Secondo Pasquale Borra, Head of Distribution Italy di Fidelity International, “ci avviciniamo a grandi passi verso la fine di un 2021 per molti versi assolutamente straordinario. Per il 2022 lo scenario macroeconomico resta di supporto alle asset class a rischio. Infatti, è vero che stiamo vivendo una fase di maturazione di questo ciclo economico così concentrato, ma è altrettanto vero che possiamo aspettarci dei tassi di crescita ancora molto superiori ai trend di lungo periodo”. “La crescita – afferma Borra – è diffusa ed è trainata soprattutto dall’Asia e dalla Cina, ma vede anche un contributo molto forte da parte degli Stati Uniti, mentre l’Europa sta facendo la sua parte anche se si prenderà un po’ più di tempo prima di ritornare in termini di crescita ai livelli pre-Covid. Il sostegno delle banche centrali continuerà ad essere sostenuto, soprattutto negli Stati Uniti dove l’Amministrazione Biden è alle prese con un calo dei consensi enorme, come non si vedeva dai tempi della presidenza Carter, innescato dalla difficile gestione della crisi in Afghanistan. Pertanto, Biden ha tutte le motivazioni per avvicinarsi alle elezioni di Midterm stimolando l’economia americana e, di conseguenza, i mercati azionari. E lo fa annunciando un ulteriore stimolo fiscale che si aggiunge ai 6.000 miliardi di dollari già immessi nel sistema”.

“Relativamente alle aspettative di inflazione – aggiunge Borra – secondo noi non porteranno la Fed “dietro la curva”, poiché i target di inflazione della banca centrale americana sono passati dall’essere puntuali all’essere valutati all’interno di un ciclo di mercato, dando così maggior tempo alla Federal Reserve per diluire la fase di normalizzazione dei tassi di riferimento. E poi non va dimenticato che il prossimo stimolo fiscale promesso da Biden verrà finanziato da una maggiore tassazione, e questo farà sì che il tapering sarà più intenso e più breve del precedente ed avrà un impatto limitato per via della minore emissione di debito pubblico conseguente alla maggiore tassazione. Infine, non dimentichiamoci del megatrend dell’Asia e della Cina”.

Borse, la variante Omicron determinerà un crollo dei mercati?

Il “venerdì nero” della scorsa settimana non è certo il primo episodio di questo tipo accaduto nei mercati azionari dall’inizio della pandemia, ed il pesante storno appare legato all’azione dei ribassisti e a prudenti prese di beneficio. Il destino ancora in mano alle banche centrali.

Di Massimo Bonaventura

La scoperta della variante Omicron e dei suoi possibili effetti sulla diffusione del contagio hanno dominato la giornata di venerdì 26 Novembre. Tutte le maggiori borse sono crollate: Milano ha perso il 4,6%, Madrid il 5%, Parigi il 4,7% e Londra il 3,6%. In mattinata erano già scese pesantemente le borse asiatiche, e la settimana ha chiuso il fuso orario borsistico con il forte calo della borsa americana. E’ crollato pesantemente il prezzo del petrolio (mediamente -10%), le società produttrici di aeroplani (Airbus e Boeing) e naturalmente le compagnie aeree. Viceversa, i titoli delle aziende del comparto tecnologico/informatico, che potrebbero trarre benefici da nuovi lockdown, sono cresciute (come Zoom, per esempio).

Tutto secondo copione, in fondo, come già accaduto in occasione della precedente “variante Delta” e come probabilmente accadrà ogni volta che ne sarà scoperta una nuova e capace di far danni, poiché questo virus si comporta come una normale influenza che varia le proprie capacità di contagio ogni anno, mutando continuamente.  In particolare, hanno risentito del crollo i settori più sensibili alle eventuali restrizioni (viaggi, banche e auto), ma in realtà i dati a disposizione su Omicron sono davvero scarsi al momento, e ci vorranno parecchi giorni per avere valutazioni scientifiche più affidabili. Tuttavia l’aumento dei contagi nella regione di provenienza (Gauteng, Sud Africa) giustifica pienamente questi timori.

Pertanto, è corretto pensare che l’economia mondiale si possa fermare a causa di questa variante, come nel 2020, e che di conseguenza i mercati azionari possano stornare pesantemente? La risposta a queste domande è duplice e contraria, nel senso che difficilmente la produzione e (soprattutto) la distribuzione delle merci potranno nuovamente rallentare il proprio corso, ma lo storno delle borse potrebbe esserci, e non certo per via della variante Omicron, o soltanto per essa. Infatti, i media non avevano ancora finito di martellare gli utenti con la notizia della variante virale, quando già cominciavano ad essere diffuse le notizie che, in tutta probabilità, riporteranno la calma nel giro di qualche giorno: per “aggiornare” i vaccini in relazione ad Omicron ci vorranno al massimo tre mesi, per cui l’industria e la distribuzione non si fermeranno, poiché semplicemente non ce ne sarebbe il tempo.

Per tutti, aziende a persone, sarà sufficiente osservare più rigidamente le regole di distanziamento sociale sia in famiglia che nei luoghi di lavoro, e probabilmente la diffusione della variante spingerà i governi ad imporre – in modo diretto oppure, come in Italia, con modalità di “persuasione indiretta” – la vaccinazione a bambini e studenti, la cui percentuale di contagi preoccupa come nel 2020 e la cui messa in sicurezza adesso appare necessaria per scongiurare gli effetti più gravi del contagio e il raggiungimento di un livello di occupazione delle strutture ospedaliere tale da imporre nuove pesanti restrizioni. Tutto ciò, ovviamente, qualora non venga scoperto che la variante Omicron non sia capace di ridurre i vaccini come un colabrodo.

E i mercati azionari, quali sviluppi si possono prevedere? A tal proposito, c’è da dire che la maggior parte degli analisti era concorde nell’affermare che la risalita dei nuovi casi in Europa avrebbe potuto rallentare la ripresa economica, ma si trattava comunque di una sorta di “atto dovuto previsionale” che, nel periodo invernale di ogni pandemia, ci sta sempre bene come il prezzemolo. Della serie “io intanto lo dico, così potrò sempre sostenere di averlo previsto”. Invece, nonostante il peggioramento della situazione sanitaria in Europa, “gli indicatori economici di breve periodo continuano a essere nel complesso favorevoli” (Ignazio Visco, Governatore Banca D’Italia).

Pertanto, al momento il pesante storno appare legato all’azione dei ribassisti e a prudenti prese di beneficio, mentre il vero pericolo non sembra tanto la nuova versione del virus ed i suoi possibili effetti sull’economia mondiale (che ha già dimostrato tutta la sua capacità di adattamento), bensì la circostanza che le banche centrali, anziché prolungare saggiamente le politiche espansive – o, meglio, rallentare o sospendere quelle restrittive – possano proseguire come se niente fosse nel loro disegno attuale, e cioè quello di frenare gli stimoli tramite il tapering anche qualora la variante Omicron si manifestasse come potenzialmente distruttiva e costringesse tutti a nuovi lockdown. E se tutto ciò dovesse accadere proprio nel momento in cui la spinta inflazionistica non avesse ancora terminato il suo corso “temporaneo” al rialzo, a quel punto sarebbe persino difficile intravedere la fine della correzione dei mercati azionari.   

Queste ipotesi, però, appaiono poco probabili, poiché anche le banche centrali hanno dimostrato di sapersi adattare rapidamente alle circostanze, e alla BCE basterebbe semplicemente annunciare la possibilità di un futuro potenziamento del PNRR per dare serenità in un colpo solo. “Frugali” permettendo, naturalmente: senza la Merkel, quest’ultima possibilità non è più così scontata.  

Volker Schmidt: il tapering appeso alla ripresa del mercato del lavoro Usa

Secondo il senior portfolio manager di Ethenea Independent Investors, l’assenza di indicazioni sulla riduzione degli acquisti obbligazionari della Fed ha aumentato il clima di incertezza tra gli investitori.

“All’incontro dei banchieri centrali di fine agosto a Jackson Hole, nello stato del Wyoming, la Fed ha deluso le aspettative e non ha dato alcuna chiara indicazione sull’inizio del tapering, contribuendo ad accrescere il clima di incertezza per le scelte degli investitori. Il tapering appare legato tra le altre cose allo sviluppo del mercato del lavoro statunitense: una sua ripresa robusta dovrebbe determinarne un’accelerazione”. È l’analisi di Volker Schmidt, senior portfolio manager di Ethenea Independent Investors.

Fu a Jackson Hole che l’anno scorso il presidente della banca centrale statunitense, Jerome Powell, introdusse il concetto di “average inflation targeting“, cioè la tolleranza di livelli di inflazione inferiori o superiori al target del 2% senza ricorrere a contromisure, se si ritiene che nel lungo periodo l’indice dei prezzi potrà ritornare in linea con l’obiettivo fissato. Quest’anno l’attenzione era concentrata in particolare sull’attesa riduzione degli acquisti obbligazionari della Fed, il tapering, ma se da un lato Powell ha preparato i mercati a un’imminente riduzione degli acquisti di asset, il momento esatto in cui tali acquisti cesseranno resta avvolto nel mistero.

Un fattore cruciale nel tapering sarà lo sviluppo del mercato del lavoro statunitense. Stando alle statistiche del Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti, il tasso di occupazione al di fuori dell’agricoltura è ancora più basso di quasi 6 milioni rispetto a quello del febbraio 2020. Pur avendo preso atto della rapida ripresa del mercato del lavoro, il presidente della Fed ritiene che sia ancora insufficiente a giustificare una riduzione degli acquisti di titoli. Powell ha inoltre sottolineato che i dati contengono cifre errate superiori ai numeri effettivi. Una certa cautela da parte della Fed è pertanto comprensibile.

“Un’eventuale ripresa del mercato del lavoro sorprendentemente robusta dovrebbe in ogni caso determinare un’accelerazione del tapering”, sottolinea Schmidt. “Acquisti di entità inferiore continuano a imprimere slancio monetario positivo, anche se meno efficace. Una volta terminati gli acquisti, l’effetto positivo svanirà del tutto. Pur essendo solo uno dei fattori che incidono sull’andamento dei rendimenti a lungo termine, gli acquisti della Fed continueranno ancora per qualche tempo a frenare il rialzo dei rendimenti dovuto all’aumento delle aspettative di inflazione”.

Volker Schmidt

La cautela della Fed comporta naturalmente anche il rischio di rialzi futuri decisamente più pronunciati del previsto, che avrebbero come conseguenza se non altro un irripidimento della curva dei rendimenti Usa. Resta molto difficile capire cosa si celi dietro l’andamento dell’inflazione. In assenza di un netto aumento dei salari e quindi degli affitti è difficile che l’inflazione possa salire stabilmente al di sopra del 2%. L’attuale sforamento del target causerà nel corso della prossima estate l’effetto opposto e potrebbe nascondere un possibile trend rialzista dei prezzi nel lungo periodo. Non è nemmeno così improbabile che la prossima estate il tasso d’inflazione rilevato negli Stati Uniti torni al di sotto del 2%, sebbene il rincaro sottostante dei prezzi continui ad accelerare. D’altronde potrebbero anche realizzarsi le previsioni della Fed e l’indice statunitense dei prezzi potrebbe tornare stabilmente intorno al 2%.

“Dato il contesto, è opportuno che gli investitori facciano attenzione nell’interpretare le cifre”, conclude Schmidt (nella foto). “Anche le perduranti incertezze potrebbero favorire l’aumento dei rendimenti nel segmento a lungo termine della curva dei rendimenti statunitense. I crescenti margini di incertezza dei mercati potranno essere ridotti solo dalle prossime riunioni della Fed”.

Fed nella “trappola del debito”. Una pura scommessa contro l’inflazione

La Banca Centrale Usa non è in grado di modificare la sua politica monetaria e continuerà a sostenere che l’inflazione è un fenomeno solo temporaneo, sperando che lo sia veramente. In caso contrario, sarà il mercato a modificare il costo del debito per il sistema.

“Il sistema finanziario Usa non è più in grado di reggere la minima politica monetaria restrittiva e la Fed è totalmente “disarmata” dinnanzi a una possibile impennata dell’inflazione. L’attuale leverage nell’economia degli Stati Uniti ha infatti “infettato” il sistema e la Banca Centrale Usa è finita nella trappola del debito.” È l’analisi di Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy Fund.

La Fed non è in grado di modificare la sua politica monetaria e quindi continuerà a sostenere che l’inflazione è un fenomeno solo temporaneo, sperando che lo sia veramente, prosegue Novelli. La politica monetaria ha esaurito i suoi effetti e può solo rimanere appiattita sui tassi a zero. Infatti, mentre ulteriori stimoli monetari non avrebbero alcun effetto sull’economia reale, un minimo cambiamento restrittivo sarebbe più restrittivo di quanto può sembrare perché siamo ormai nella trappola del debito. Se dunque l’inflazione non fosse temporanea, la Fed non potrebbe intervenire con politiche restrittive perché produrrebbe una pesante recessione indotta da un aumento del costo dell’indebitamento che affligge il sistema. E’ dunque evidente che la Banca Centrale Usa è totalmente “disarmata” davanti ai rischi che le sue politiche monetarie hanno innescato nel sistema.

Il gestore fa notare che il Pil americano vale 20 trilioni di dollari e il debito in circolazione nel sistema è di oltre 70 trilioni di  (pubblico e privato): ipotizzando per i prossimi anni una crescita nominale del Pil del 6% (che con un’inflazione stimata al 3% produrrebbe un Pil reale del 3%), e un costo nominale medio del debito nel sistema fermo al 2% (si tenga conto che circa il 30% del debito in circolazione è di tipo speculativo e subprime a tassi molto elevati), si avrebbero questi risultati: 1) la crescita del Pil nominale al 6% produrrebbe 1,2 trilioni di dollari di nuovo reddito all’anno, 2) il costo del debito del 2% all’anno sarebbe pari a 1,4 trilioni di dollari ogni anno (ipotizzando che il debito rimanga fermo dov’è). In pratica, l’intero reddito prodotto in un anno dall’economia servirebbe a malapena solo a sostenere il costo dell’indebitamento.

Si tenga presente che l’ipotesi di crescita reale al 3% è superiore alla media di crescita dell’economia Usa degli ultimi 10 anni, che è stata del 2% nonostante perenni stimoli monetari e fiscali, mentre l’ipotesi che il debito rimanga fermo su questi livelli è decisamente ottimistica – spiega il gestore.

Se l’inflazione non sarà temporanea sarà il mercato (e non la Fed) a modificare il costo del debito per il sistema, con tutte le conseguenze del caso. Pertanto, la gestione del dollaro e dei tassi d’interesse si farà particolarmente difficile nei prossimi mesi, ed è abbastanza ovvio che i mercati finanziari si stiano prendendo dei rischi elevatissimi, affrontando questa scommessa al massimo della leva e con un profilo di allocazione su certe asset class talmente elevato che nessun errore è ammesso. Il paradosso di tale stato di cose è che tutti sperano che l’inflazione sia temporanea, ma in realtà avremmo bisogno proprio dell’inflazione per svalutare il debito gigantesco che abbiamo creato in questi ultimi vent’anni, dato che non siamo in grado di ripagarlo ma non possiamo neanche remunerarlo a costi più alti di quelli attuali.

Appare dunque piuttosto complicato – prosegue Novelli – sperare di non avere l’inflazione che vorremmo grazie alle politiche monetarie che stiamo facendo, che sono proprio finalizzate a produrla in modo non temporaneo. Siamo dunque, a mio parere, arrivati alla fine della corsa, dove tutti investono nel “reflation trade” senza però voler accettare le conseguenze del termine “reflation”, dove i mercati vorrebbero continue politiche monetarie reflazionistiche ma senza l’inflazione. Sono questi i classici contesti da “policy mistake”, dove si deve perseguire politiche ormai obbligate e continuare in un’unica e sola direzione, dato che una “exit strategy” è diventata ormai impraticabile.

Tra il 2018 e il 2019 la Fed ha iniziato a ridurre il bilancio e ad alzare i tassi d’interesse ma, in pochi mesi, l’economia si è trovata sull’orlo della recessione e la Banca Centrale americana ha dovuto innescare la retromarcia, riacquistando in poche settimane tutti i titoli che aveva venduto e riportando i tassi dal 2,5% allo 0,25% in meno di tre mesi – prosegue il gestore. Se già prima della pandemia l’economia non reggeva l’urto di politiche monetarie “meno espansive” cosa potrebbe succedere oggi pronunciando solamente la parola “tapering”?  

Il motivo per il quale il dollaro è rimasto debole nonostante le dichiarazioni restrittive è una ulteriore conferma che lo scenario a termine per la divisa Usa rimane la svalutazione. D’altronde un’economia che cresce solo sul debito monetizzato dalla Banca Centrale non può avere una divisa forte. Chi crede in scenari opposti (dollaro forte) dovrebbe essere coerente e vendere Equity e Bonds, perché scommette che la Fed alzerà i tassi e ridurrà il bilancio. Ma un dollaro esposto a rischi di svalutazione mette in crisi i flussi di capitale estero che finanziano il debito Usa. Per questo motivo la Fed ha iniziato questo “giochetto” delle dichiarazioni verbali per far credere che l’inflazione è temporanea, ma se non sarà così, interverrà a difendere il dollaro alzando i tassi?  I tassi non possono salire e il dollaro non sarà difeso in alcun modo. Lo stesso discorso vale per i Treasuries. Tutto sembra confermare che siamo giunti alla fase finale dell’efficacia delle politiche monetarie attuate dal 2008 a oggi, e la “tanto desiderata” inflazione potrebbe essere un elemento di svolta.

Se ci sarà veramente inflazione avremo disordine sui mercati finanziari e svalutazione del debito, spiega Novelli, se l’inflazione sarà solo transitoria rimarremo nella trappola del debito con un’economia in stagnazione, instabilità sociale, insolvenze e svalutazioni monetarie competitive. Gli investitori scelgano lo scenario preferibile, sapendo che, nel secondo caso, l’agonia da debito non darebbe risultati diversi ma solo posticipati e probabilmente peggiori.   

Possibile boom economico di medio-lungo termine, ma con effetti collaterali

Secondo Mario Cribari, i livelli di crescita e di inflazione non saranno coerenti con i tassi di interesse prevalenti o con valutazioni azionarie spesso stratosferiche. Il dollaro, strutturalmente debole, è però ancora da considerare come diversificazione in un portafoglio costituito anche da oro, materie prime ed emergenti.

“L’accelerazione della campagna vaccinale e il netto miglioramento della pandemia hanno definitivamente scongiurato lo scenario di un nuovo rallentamento economico. Ci aspettiamo un boom economico di medio-lungo termine senza precedenti negli ultimi 15 anni. Fare confronti tra questa ripresa e quelle del passato è tuttavia pericoloso: la recessione sperimentata nel 2020 non è stata “classica” all’interno di un normale business cycle, e così pure la ripresa presenterà quelli che, da tempo, definiamo effetti collaterali”. È l’analisi di Mario Cribari, Partner e responsabile della strategia e ricerca di BlueStar Investment Managers.

I mercati stanno ancora festeggiando quella che sembra essere la fine della fase più acuta del Covid. Pur prendendo atto che il peggio sembra finalmente essere alle spalle (con l’incognita tuttavia della variante delta), l’equazione non può reggere: questo non è un punto di equilibrio sostenibile e qualcosa deve cedere, prima o poi.  La coperta è corta. La domanda aggregata è letteralmente esplosa, grazie all’enorme ammontare dei sussidi, mentre l’offerta arranca. Le vendite al dettaglio si sono velocemente riportate ben sopra i livelli pre-pandemici ma la produzione industriale è ancora sotto. Le supply-chain sono ancora disastrate, le materie prime in forte rialzo, componenti e semi-lavorati in affanno, molte persone sussidiate restano senza interesse a rientrare nel circuito lavorativo e la de-globalizzazione sta accelerando. I mercati emergenti sono concentrati sulla sostenibilità del loro consumo più che sulle proprie capacità produttive per l’export. Il risultato è tanta domanda auto-indotta e un’offerta che non tiene il passo, mentre le banche centrali, intrappolate nelle loro funzione di prestatori di ultima istanza, rifiutano di prendere atto della nuova realtà.

“I livelli di crescita e di inflazione non saranno coerenti con i tassi di interesse prevalenti o con valutazioni azionarie spesso stratosferiche”, sottolinea Cribari. “Come un treno in velocità senza macchinista si spera di evitare lo scontro ma il momento della frenata è inevitabile”. Il rialzo inflattivo è atteso a livello globale, non solo in Usa, anche se con entità diverse. Stiamo già assistendo a rialzi in molti paesi e il numero di banche centrali che tornano più restrittive aumenta ogni settimana. La Fed ha ammesso che forse l’inflazione non sarà tanto temporanea e ha iniziato a parlare di tapering. Sul fronte opposto la Bce si trova in un angolo in quanto, più prima che poi, non potrà più giustificare i massicci acquisti di governativi con la scusa della pandemia.

Nel breve la situazione può apparentemente normalizzarsi mentre nel lungo non è detto che sia l’inflazione a risolvere l’equazione del nuovo equilibrio. A breve termine è probabile una fase di stasi che non darà ragione né agli inflazionisti né ai deflazionisti e in cui il mercato potrebbe continuare a sguazzare, illudendosi che i rialzi dei tassi siano ancora lontani. L’impressione è che, avendo escluso un nuovo rischio recessivo, nella migliore delle ipotesi i mercati si trovino comunque a fair value con un risk/reward molto poco allettante. Questo non significa però che bisogna restarne completamente fuori. Il basso livello di volatilità si presta all’acquisto, a basso costo, di strumenti di copertura, mentre l’elevato livello di decorrelazione rende profittevole la gestione attiva e il bottom up. La temporanea fase di stasi potrebbe favorire il recupero dei segmenti growth ed esistono ancora titoli interessanti tra i ciclici dove la ripresa non è già stata tutta scontata.

“L’Europa ha ancora spazio di recupero relativo, come il Giappone, gli emergenti stanno finalmente realizzando il loro decoupling e andrebbero incrementati su una possibile debolezza causata dal mini-rallentamento cinese. Nessun valore invece sui governativi occidentali, americani ed europei, la cui funzione di hedge indiretto in un mondo reflazionista è seriamente messo in dubbio”, conclude Cribari. “A livello valutario, il dollaro pur strutturalmente debole è ancora da considerare come diversificazione in un portafoglio costituito anche da oro e materie prime. La vera alternativa però sono gli asset reali e un numero limitato di valute dai fondamentali forti, tra cui includiamo il renminbi e altre valute emergenti”.

Il “Draghi Put” riduce in schiavitù lo spread. Un cane da guardia per i fondi del Recovery Plan

Secondo Goldman Sachs, il prezzo del rischio sovrano italiano indica fiducia nella capacità di Draghi di contenere il rischio politico. Lo spread sui titoli tedeschi a 10 anni si riduce e premia le aspettative di riforme strutturali della coalizione italiana di unità nazionale.

Nei suoi otto anni come presidente della BCE, Mario Draghi ha sviluppato una capacità quasi leggendaria di contenere gli oneri finanziari per i governi della zona euro. Gli investitori sembrano attribuirgli poteri taumaturgici, a giudicare dalla calma che è scesa sui mercati obbligazionari da quando è entrato in carica a febbraio, passando dal ruolo di ex banchiere centrale – ampiamente riconosciuto per aver domato la crisi del debito dell’eurozona un decennio fa – in quello di politico. Prova ne è che, dopo una breve oscillazione al rialzo dello spread per via della preoccupazione che la BCE potesse presto ritirare il suo stimolo finanziario all’economia di emergenza, i costi di finanziamento di Roma sono tornati ai minimi nel giro di un mese.

Gli analisti di Goldman Sachs hanno soprannominato il potere dell’ex capo della BCE sui mercati obbligazionari come il “Draghi put“, poiché “il prezzo del rischio sovrano italiano indica innegabilmente fiducia nella capacità di Draghi di contenere il rischio politico”, ha scritto la banca in una nota ai clienti la scorsa settimana.

Gli investitori hanno segnalato il loro sostegno ai piani del primo ministro per rivedere la burocrazia italiana grazie ai 205 miliardi di euro provenienti dal Recovery Plan, e così oggi lo spread che l’Italia paga sul suo debito in relazione agli interessi sui titoli tedeschi a 10 anni si attesta a poco sopra un punto percentuale, non molto al di sopra del minimo quinquennale di febbraio. “C’è sicuramente una visione del mercato secondo cui Draghi non può sbagliare, che tutto ciò che tocca si trasforma in oro”, ha affermato James Athey, gestore di portafoglio obbligazionario presso Aberdeen Standard Investments.

Alcuni gestori di fondi percepiscono un’opportunità per scuotere l’Italia da decenni di torpore a bassa crescita, e stanno scommettendo che la stabilità fornita dalla coalizione di unità nazionale di Draghi crei uno sfondo ideale per il programma di riforma, poiché l’Italia beneficia di una delle maggiori quote del fondo di recupero dalla pandemia pari a 750 miliardi di euro. Il governo ha istituito un “cane da guardia” per sorvegliare le modalità di spesa del denaro, e ha introdotto misure per snellire la burocrazia e accelerare lo sviluppo delle infrastrutture. “Questo è esattamente ciò di cui l’Italia ha bisogno per affrontare i suoi problemi a lungo termine. Si tratta di una spesa fiscale mirata finalizzata alle giuste riforme”, ha affermato Gareth Colesmith, responsabile dei tassi globali di Insight Investment. Ecco perché siamo positivi sull’Italia“.

La direzione degli spread italiani ha ripercussioni oltre i suoi confini. Essendo il più grande mercato dei titoli di stato dell’eurozona – e uno dei più rischiosi – l’Italia dà il tono agli asset ad alto rischio in tutto il blocco. Secondo Andrea Iannelli, direttore degli investimenti di Fidelity International, per ora “l’effetto Draghi” ha contribuito a nascondere le preoccupazioni per il consistente debito pubblico italiano, che supera il 160 per cento del PIL. “Questa visione potrebbe essere eccessivamente ottimista – sostiene Iannelli – perché distribuire miliardi di investimenti potrebbe riaccendere vecchi conflitti politici”. Ed effettivamente qualche segnale di malcontento c’è, perché Fratelli d’Italia – unico grande partito a non sostenere la coalizione di Draghi – è attualmente al secondo posto nei sondaggi a livello nazionale e non mostra particolare fiducia nell’UE. “Non sarà una navigazione semplice”, ha detto Iannelli. “e il mercato sta valutando positivamente uno scenario che presenta qualche rischio”.

In quanto nomina tecnocratica, Draghi non dovrebbe continuare come primo ministro oltre le prossime elezioni. Il mandato della coalizione deve terminare entro il 2023, anche se il voto potrebbe arrivare già il prossimo anno se Draghi decidesse di candidarsi alla Presidenza della Repubblica. Chiara Cremonesi, stratega del reddito fisso di UniCredit, ha affermato che i mercati potrebbero presto iniziare a preoccuparsi per ciò che potrebbe seguire la coalizione di unità. “Gli investitori sono positivi su Draghi, quindi sono ovviamente preoccupati per quanto durerà il suo governo”, ha detto. UniCredit non si aspetta elezioni nel 2022, ma un “aumento del rumore politico” potrebbe riportare gli spread al livello di circa 1,2 punti percentuali raggiunto prima dell’arrivo di Draghi, ha aggiunto.

Anche senza una fiammata politica, la relativa calma nei mercati dipende dalla BCE e dal suo continuo sostegno ai mercati attraverso il programma di acquisto di obbligazioni pandemiche da 1,85 trilioni introdotto dal successore di Draghi alla banca centrale, Christine Lagarde. Un sell-off obbligazionario dell’eurozona a maggio, che ha ampliato gli spread italiani aumentando anche i rendimenti tedeschi, mostra quanto i mercati siano diventati sensibili a qualsiasi suggerimento di un “tapering” anticipato degli acquisti netti dall’attuale livello di 80 miliardi al mese. La stessa Lagarde, però, ha rassicurato gli investitori che manterrà i suoi sforzi.

In ogni caso, gli investitori pensano che la BCE sarà molto sensibile a qualsiasi aumento dei rendimenti italiani. Finché l’ex capo della BCE rimarrà in carica, in molti scommettono che la banca centrale avrà maggiori probabilità di mantenere in funzione il rubinetto degli stimoli. “Finché pensano che l’Italia stia facendo riforme sensate, continueranno a fornire supporto”, ha affermato Colesmith.

Fonte: https://www.ft.com/content/c896f2b3-58b5-43e1-8c3d-d67bde88aaa9 (traduzione ed elaborazione dall’inglese a cura della redazione)