Se c’è una cosa che è stata messa in chiaro dalle primissime ore della guerra tra Russia e Ucraina, è il timore di una forte ripercussione economica sul nostro Paese. Spaventa l’effetto su mutui e affitti, vista la crescita dei tassi di interesse.
Come sappiamo, la bolletta energetica degli italiani è fortemente dipendente dalla Russia per quanto riguarda la distribuzione del gas, ma non solo: la guerra sta già portando a forti rincari sulle materie prime, primi fra tutti il grano, e sui beni di consumo in generale
Anche il mercato immobiliare sta soffrendo le dinamiche della guerra, come evidenziano i dati forniti da caseinaffitto360, e già dai primi giorni del conflitto i rialzi dei prezzi di mutui e affitti sono stati ben visibili. Il tasso fisso, infatti, ha raggiunto livelli che non si vedevano dal 2019, superando lo storico 1% e contribuendo a diffondere insicurezza e diffidenza in tutto il processo di compravendita. Per fare un esempio, un mutuo a tasso fisso da 126mila euro, estinguibile in venticinque anni, può al momento avvalersi nel migliore dei casi di un TAEG (Tasso Annuo Effettivo Globale) dell’1,44%, con un aumento di circa 7.000 euro di interessi in più (rispetto a qualche mese fa) da corrispondere durante il piano di ammortamento. E il settore degli affitti non è da meno, poichè i prezzi stanno crescendo insieme ai beni di consumo, con maggiorazioni fino al 10%. Questo ostacola non solo gli affittuari, ma anche i proprietari, che si trovano a subire un aumento delle imposte da pagare.
Al momento il mercato immobiliare sembra essere stazionario: gli aumenti dei valori si sono visti, ma non se ne aspettano altri nell’immediato. Tuttavia, se il livello di crescita dei prezzi immobiliari dovesse diventare strutturale, allora l’intervento più incisivo della BCE sui tassi di interesse sarebbe scontato. A questo si aggiunge il problema rappresentato dalle aspettative di durata del conflitto in Ucraina, ed in tal senso le previsioni non sono buone: se la guerra dovesse durare ancora per molto, i tassi potrebbero aumentare fino a 55 punti base tra la fine del 2022 e i primi mesi del 2023, facendo salire il costo del denaro e portando a ripercussioni anche forti sull’economia dei consumi, soprattutto per chi detiene mutui a tasso variabile. Questi, infatti, potrebbero veder aumentare le rate in modo consistente, incidendo sul tenore di vita dei debitori; per chi ha surrogato a tasso variabile il mutuo vecchio, poi, il tasso attuale potrebbe diventare molto più alto del mutuo precedente.
Tuttavia, i mutui a tasso variabile non sono molto gettonati (soprattutto nelle operazioni di surroga), e la stessa surroga è ormai una pratica in netto disuso.
L’obiettivo della Banca Centrale Europea sembra essere al momento quello di stabilizzare i tassi al 2%, ed è per questo motivo che gli esperti nel settore immobiliare spronano gli italiani a non scoraggiarsi e a comprare casa anche in questo periodo di transizione, in quanto quasi sicuramente ci aspetteranno tassi fissi molto più elevati di oggi (mediamente del 3.5-4%). Un’altra opzione potrebbe essere quella di comprare casa per poi rivenderla successivamente, e beneficiare con il capitale ricavato di obbligazioni a tasso fisso finalmente redditizie; tuttavia, si tratta di pratiche laboriose e complicate, che non possono essere risolte in tempi immediati: bisogna avere dimestichezza con la gestione del denaro e saper trovare buoni acquirenti, oltre ad essere pratici delle procedure di compravendita.
Con un’inflazione che si prevede raggiungerà ben presto il 5% – e c’è chi teorizza anche punte stabili del 6% – gli affitti, per sopperire soprattutto alle bollette sempre più alte, potrebbero subire aumenti fino al 12%. Devono quindi mutare le logiche di investimento del settore: inflazione, tassi di interesse elevati, incertezza, questi elementi sembrano caratterizzare il futuro delle nostre case. In linea generale, ci attende un forte periodo di precarietà sul mercato immobiliare, in quanto l’aumentato rischio sta facendo traballare la quota di investitori immobiliari puri, dando maggiore spazio a chi acquista la prima casa.



Facendo un passo indietro, la legge di bilancio che è stata approvata il 30 dicembre 2021 ha tentato di affrontare gli effetti della situazione pandemica iniziata nel 2020. Il disavanzo previsto per il 2022 è di 201,7 mld. di euro, mentre la spesa in conto capitale è stimata in 147 mld. di EUR. La legge di bilancio include anche le risorse derivanti dallo schema Next Generation EU per l’anno in corso, e le misure chiave includono una riduzione del carico fiscale (allocati 8 mld di EUR all’anno fino al 2024) e una maggiore spesa sanitaria per 2 mld di euro all’anno sul triennio. Rientrano nella norma anche gli interventi a favore delle famiglie, dei giovani e per il sociale. Saranno sostenute misure specifiche, ad esempio, per la tutela del lavoro durante l’uscita dallo stato di emergenza. In ambito previdenziale, invece, sono previste deroghe alla disciplina
dell’età pensionabile per il solo anno in corso. Nell’ambito degli investimenti pubblici, con 112 mld di euro di risorse aggiuntive sul tavolo dal 2022 al 2036, gran parte della spesa è relativa alla commessa con RFI (Rete Ferroviaria Italiana/Ferrovie italiane), che ammonta a 10 miliardi di euro, e quella con ANAS (gestore di strade e autostrade). Gli investimenti in mobilità sostenibile nelle principali città ammonteranno a 3,7 mld. di Euro dal 2022 al 2036. La componente di interessi sul saldo di bilancio dell’anno in corso dovrebbe attestarsi invece al 9,5% delle spese totali.
Per quanto riguarda le entrate fiscali, è prevista una crescita del 7% nel 2022 per un totale di 625 mld di EUR, con entrate che raggiungeranno i 646 mld di EUR nel 2024 (equivalenti a una crescita cumulativa del 3,4%). L’andamento previsionale di entrate e PIL avrà un effetto positivo sul rapporto debito/PIL. Si stima che questo abbia raggiunto il 153,5% a fine 2021 (contro una previsione originaria del 155%) con un ulteriore calo previsto nel 2022, al 149,4%, e con il rapporto che dovrebbe scendere ulteriormente a 143,3% nel 2024. Queste previsioni mostrano l’influenza positiva del previsto ritorno a un saldo primario positivo già nel 2023 e di un’ulteriore crescita nel 2024.
I principali interventi previsti dal PNRR riguardano le infrastrutture, per il 75% relativi ad iniziative pubbliche nell’ambito della transizione energetica con un focus particolare nel corso dell’anno sull’economia circolare, la gestione dei rifiuti e lo sviluppo delle tecnologie legate all’idrogeno. In ambito sanitario, l’obiettivo principale per il primo semestre 2022 è l’implementazione di un nuovo modello di assistenza sanitaria territoriale, mentre nel campo dell’istruzione sono compresi obiettivi quali la sicurezza delle infrastrutture, la riforma dell’organizzazione del sistema scolastico, nonché il finanziamento delle attività di ricerca e la rivalutazione dei centri di ricerca incentrati sull’innovazione tecnologica. La transizione digitale includerà l’attuazione degli accordi sulla cyber security nel 2022 e la digitalizzazione del patrimonio culturale del Paese.
Il PNRR sarà finanziato nel corso dell’anno 2022 in due tranche, come concordato con l’UE. Nel secondo trimestre sono previsti circa 24 miliardi di euro e nel quarto trimestre 21,8 miliardi di euro. Per accedere alla prima tranche di risorse, devono essere raggiunti 45 obiettivi, che vanno dalla riforma della pubblica amministrazione al potenziamento del quadro di revisione della spesa e alle regole sugli appalti, ed anche la riforma dell’amministrazione fiscale, la spending review, la strategia relativa all’economia circolare, le procedure per l’efficienza energetica, la diffusione della telemedicina e l’ammodernamento tecnologico.
Il sostegno all’attività economica previsto dal piano ammonterebbe a 5 punti percentuali cumulati di PIL nel quadriennio 2021 – 2024, ma l’attuale situazione in Ucraina rappresenta una minaccia per la crescita del PIL in Europa. Parlando di fonti energetiche, i recenti avvenimenti riguardanti il conflitto tra Russia e Ucraina mettono in pericolo l’approvvigionamento energetico italiano: secondo i dati IEA, l’Europa (nel 2019) dipende dal gas per il 25,66% del totale delle fonti energetiche, mentre l’Italia è più dipendente dal gas naturale, anche per l’assenza del nucleare, con una quota pari al 43,35% nel 2020. Di questo, secondo i dati Eurostat, oltre il 43% proviene dalla Russia. Se i prezzi dell’energia rimarranno su livelli elevati come quelli attuali, a parità di condizioni, il danno alla crescita del PIL potrebbe essere dello 0,7% per il 2022, secondo le ultime stime Istat. Inoltre, nuove proiezioni della BCE sottolineano l’impatto negativo sull’intera economia europea derivante dal conflitto in Ucraina: le stime di crescita del PIL sono state riviste al 3,7% nel 2022, contro una stima del 4,2% fatta a dicembre 2021.

Negli ultimi giorni, l’attenzione dei mercati dei capitali è stata catalizzata dal tema del conflitto in Ucraina, facendo passare in secondo piano tutte le altre questioni. La Russia è strettamente connessa all’economia mondiale, soprattutto nei settori delle materie prime e dell’energia. L’aumento dei prezzi e le carenze continueranno verosimilmente ad alimentare l’inflazione e a mantenerla alta a livello globale. In Europa, in particolare, la guerra e i rincari energetici potrebbero costituire un freno economico sempre più forte.
Alla luce dei persistenti, se non crescenti, rischi di inflazione e della fin troppo buona situazione occupazionale sul mercato del lavoro, nel prossimo futuro è da escludere un sostegno pronunciato da parte delle banche centrali sui mercati dei capitali. Tutto incide negativamente sui mercati che si trovano già in una situazione tesa. Oltre ai ben noti rischi di valutazione nei singoli segmenti growth dei mercati azionari, si aggiungono ora rischi di crescita, che possono a loro volta penalizzare modelli di business più ciclici. “In questo contesto, nel nostro portafoglio azionario non ci sono significativi punti di contatto diretti con la Russia e le regioni confinanti,” precisa Schmitt. “L’unica eccezione è il colosso spagnolo dell’abbigliamento Inditex, che genera circa il 5% del suo fatturato in Russia con marchi quali Zara e Massimo Dutti: dopo una flessione di quasi il 20% del prezzo delle azioni dall’inizio dell’anno, riteniamo che la valutazione di questo leader settoriale rifletta i rischi e a fine febbraio abbiamo rafforzato la nostra posizione.
Abbiamo invece liquidato completamente la posizione nella holding cinese Alibaba, che si concentra sul commercio online e per la quale abbiamo a lungo ritenuto che molti rischi societari fossero scontati dai prezzi. Tuttavia, i recenti avvenimenti in Russia ci hanno ricordato in modo inequivocabile che il rischio politico negli Stati non liberi è imprevedibile e può oscurare le opportunità di business per molto tempo”.
Anche noi di P&F siamo stati incantati come Ulisse dal canto di queste sirene, ma adesso è chiaro più che mai che si tratta di un conflitto di ampio respiro geo-politico, anche internazionale, e l’iniziale obiettivo di smilitarizzare alcune zone russofone dell’Ucraina dove si sarebbero consumati crimini contro la popolazione russa del luogo ha rivelato il vero scopo di annettere l’intera Ucraina, rimuovendo e sostituendo la sua classe dirigente. Prova ne sia che l’esercito russo, a parte mostrare assoluta indifferenza verso i “danni collaterali” subiti dai civili, non sta distruggendo le infrastrutture vitali del paese che ha invaso: reti di telefonia cellulare,
centrali energetiche, autostrade e ferrovie, porti commerciali e aeroporti civili vengono accuratamente tenuti lontani dal conflitto, ed anzi, come nel caso delle centrali nucleari, addirittura occupate e difese militarmente. Non si tratta certamente di motivi umanitari – che il dittatore finto-democratico Putin sembra sconoscere del tutto – ma di semplice protezione degli asset sottratti all’Ucraina, la cui continuità di funzionamento deve essere assicurata per la futura dominazione sul territorio e per assicurare una economia funzionale agli interessi della Russia.
Quanto sopra porta a presagire che anche gli effetti sui mercati e sull’economia europea saranno più significative di quanto inizialmente ipotizzato, e gli impatti negativi potrebbero essere più gravi del previsto per le borse, almeno nel brevissimo periodo. La chiusura del “venerdì nero” della scorsa settimana ne è valida dimostrazione, e l’assenza di nuovi spunti e aperture – la continuazione dei colloqui tra delegati russi e ucraini sembra più che altro un negoziato per le condizioni della resa – non fa prevedere una settimana di corposi recuperi. Nonostante ciò,
trasponendo la valutazione degli scenari in un’ottica globale, sembra improbabile che questa guerra possa causare una recessione, poiché l’aumento del prezzo del gas e del petrolio è largamente compensato da fondamentali economici molto solidi e da una ripresa economica che non accenna a diminuire. Inoltre, la produzione di beni durevoli appare robusta e le intenzioni di investimento delle imprese non sembrano essere state intaccate dagli eventi, dando stabilità alla crescita significativa dei redditi da lavoro (che sosterranno la domanda dei consumatori, nonostante l’aumento della bolletta energetica).
Le sorti dei mercati azionari appaiono legate al conflitto bellico attivo: non appena questo si attenuerà, la preoccupazione degli investitori diminuirà come d’incanto e assisteremo ad una rapida crescita dei valori di borsa, anche perché gli impatti negativi a breve termine dei prezzi energetici sulle attività produttive mondiali (secondo uno studio recente di UBS Investment Bank) potrebbero tradursi in un freno dello 0,1% sulla crescita globale, e ciò costituisce un freno per le banche centrali nell’utilizzare aggressivamente i tassi di interesse nel tentativo di rallentare l’inflazione senza provocare anche un rallentamento della crescita economica.
In estrema sintesi, lo scenario migliore – e più cinico, visto il coinvolgimento di una intera popolazione e della Comunità Internazionale – è quello che vede una rapida sostituzione della leadership ucraina e una cessione del controllo alla Russia. Lo scenario “di mezzo”, meno probabile ma ugualmente positivo, è quello in cui la Russia si ritira unilateralmente dopo aver raggiunto determinati obiettivi militari e politici. Gli altri scenari purtroppo prevedono una durata più lunga del conflitto, con impatti negativi gradualmente maggiori a seconda del tempo trascorso e del coinvolgimento della Comunità Internazionale, che oggi appare divisa ed ha un atteggiamento ambiguo: da un lato annuncia sanzioni durissime, e dall’altro non le mette in pratica perché manca la necessaria unanimità politica.
Lo scenario peggiore, manco a dirlo, è quello che vede i paesi membri della NATO entrare in conflitto diretto contro la Russia. Per quanto detto sopra relativamente alle sanzioni, un evento di questo tipo è ritenuto improbabile, ma l’eventuale ingresso di Moldavia e Lituania nell’Unione Europea verrebbe interpretata come una sorta di dichiarazione di guerra, poiché questi paesi –così come l’Ucraina – fanno parte di quella “zona cuscinetto” tra Russia e NATO ritenuta strategicamente irrinunciabile da Putin. Nel frattempo, le banche centrali rimangono preoccupate per i rischi di mantenimento rialzo dell’inflazione, e questo potrebbe giocare un ruolo importante
nell’influenzare la propensione al rischio degli investitori. Le prospettive per i rendimenti obbligazionari rimangono incerte, dato il contrasto tra lotta all’inflazione elevata e rischio di rallentare la crescita economica, ma la prospettiva rimane quella di politiche monetarie e fiscali ancora piuttosto accomodanti. Infatti, se la crescita dovesse iniziare ad indebolirsi, le banche centrali dovrebbero assumere un comportamento a metà strada tra la “modalità easing” e quella restrittiva, tardando il più possibile le misure monetarie restrittive allo scopo di evitare la recessione.
A livello valutario, il dollaro americano o e lo Yen sembrano già più apprezzati dell’Euro, che appare sotto pressione anche per via dell’attuale situazione del continente, molto vicino al conflitto sia politicamente che geograficamente. Inoltre, la Russia non è soltanto un grande produttore di petrolio e gas, ma anche di alluminio e fertilizzanti, per cui occorrerà più tempo per riconfigurare le catene di approvvigionamento verso altri paesi produttori di queste materie prime così vitali per l’Europa. Pertanto, le attese sono per uno spostamento dei capitali verso la Cina e i paesi emergenti dell’Asia, che sono meno colpiti dalla crisi e, soprattutto, saranno beneficiari della riconfigurazione delle catene di approvvigionamento delle materie prime precedentemente fornite dalla Russia.
A questo punto, la conseguenza più importante sarebbe un rallentamento della crescita, catalizzato da un aumento dell’inflazione legato all’aumento dei prezzi dell’energia. Questa situazione potrebbe gravare sul prezzo dei fattori produttivi delle aziende e sul potere d’acquisto delle famiglie, ma con una crescita per il 2022 stimata al 4% questo nuovo paradigma non sarebbe in grado di rompere la dinamica positiva, che rimane robusta grazie all’elevato livello di risparmio (quasi il 10% del reddito disponibile delle famiglie) e alle scorte ancora relativamente basse delle imprese.
Gli ultimi accadimenti potrebbero spingere le banche centrali a mettere in discussione la loro stretta monetaria, considerando che l’aumento delle materie prime esercita naturalmente un effetto recessivo. La questione sarà molto più rilevante per la Bce che per la Fed, a causa del limitato impatto dell’escalation militare sull’economia americana, della sua autonomia energetica e delle minori ripercussioni sui prezzi di questo conflitto europeo.
Relativamente ai mercati finanziari, le conseguenze della crisi restano per il momento difficili da misurare. Tuttavia, bisogna tener presente che nei 19 eventi geopolitici che si sono verificati dal 1945 a oggi, nel 78% dei casi, i mercati sono tornati positivi dopo tre mesi, con un calo medio dal punto massimo al punto minimo di circa il 9%, corrispondente al crollo già osservato dall’inizio di febbraio. Fanno eccezione due casi: la guerra del Golfo nel 1990 e la guerra del Kippur nel 1973, con crolli rispettivamente dell’11% e del 15%.
Pertanto, solo tra qualche mese sapremo quanto avrà avuto da perdere la Russia, e quanto il resto del mondo da questa aggressione che, se ci fosse stato un briciolo di buona fede politica da parte di Putin, avrebbe trovato migliore – e pacifico – contenitore nella Assemblea della Nazioni Unite. Nel frattempo, gli stati occidentali si chiedono in che modo poter ovviare alle probabili ritorsioni che la Russia indirizzerà ai paesi europei attraverso le forniture di gas. L’Europa, infatti, ha fatto sapere (tramite la Von Der Leyen) che fornirà armi all’Ucraina, ma contestualmente, con un sofisticato atteggiamento diplomatico, ha tenuto fuori alcune banche russe dallo “spegnimento” del canale bancario internazionale Swift per consentire i pagamenti del gas, quasi a voler comunicare allo zar Putin che le porte non si sono chiuse del tutto, e che al gas russo l’Europa non può rinunciare.
Tuttavia, nonostante l’
I mercati mondiali, naturalmente, risentono dell’acutizzarsi di queste tensioni, con il prezzo del petrolio che decolla e l’oro che sta a guardare dopo una bella corsa durata otto anni (+100%). Le circostanze, in ogni caso, consigliano prudenza agli investitori in azioni non mediate dal risparmio gestito, suggerendo un alleggerimento delle posizioni sostituendo con titoli di Stato a breve termine o valute rifugio come dollari e yen. Mentre scriviamo, a Piazza Affari il Ftse Mib cede il 3,57%, in linea con Francoforte (-3,53%) e Madrid (-2,92%). Male anche Parigi (-3,34%) e Amsterdam (-2,72%). In particolare, in Italia il rischio di una guerra colpisce soprattutto i titoli bancari, poiché una delle prime sanzioni che verrà applicata dall’Unione Europea alla Russia in caso di aggressione militare sarà la chiusura totale delle operazioni interbancarie verso le banche russe, che verranno isolate finanziariamente facendo cessare di colpo le attività economiche tra Russia e UE.
Secondo alcuni analisti, tuttavia, in caso di guerra in Ucraina i mercati dopo un breve periodo di tensione generalizzata recupererebbero le perdite in poco tempo, in linea con le statistiche storiche che vedono le borse arretrare pesantemente solo nelle prime due settimane, per poi recuperare rapidamente (o meno) a seconda della congiuntura mondiale, che in questo momento è lanciata verso la continuazione della crescita economica dell’area Euro, USA e Giappone, sia pur all’interno di un quadro inflattivo da tenere sotto controllo. Per esempio, la storia dei crolli di borsa degli Stati Uniti in concomitanza con eventi bellici del secolo scorso ci racconta che l’episodio più vistoso corrisponde alla Prima Guerra del Golfo, quando l’Iraq invase incautamente il Kuwait e lo S&P500 fece -16,9%. Al secondo posto l’attacco alle torri gemelle (-11,6%).
Per trovare un crollo più grave, bisogna andare a ritroso all’attacco a Pearl Harbor del 1941, che fece scendere la borsa americana del 19,8%. In tutti gli altri casi le perdite sono state molto più contenute, facendo assestare la media complessiva su un modesto -4,6%. Inoltre, sembra che l’Ucraina sia intenzionata a rinunciare all’adesione alla Nato allo scopo di evitare una guerra con la Russia ed evitare perdite militari, civili ed economiche. Ciò permetterebbe la creazione di una sorta di “stato neutrale”, sul modello svizzero, che potrebbe rappresentare al momento il miglior risultato possibile.
Al momento, nonostante lo stallo dei colloqui diplomatici tra Russia, Nato, Ocse e Stati Uniti, gli osservatori considerano ancora prevalenti i fattori a favore dello status quo in Ucraina. Nelle situazioni di incertezza, però, è sempre importante prendere in considerazione le implicazioni dei possibili scenari di crisi, per non farsi trovare impreparati se gli eventi dovessero precipitare. In uno scenario di escalation sul fronte ucraino – spiega Cribari — vediamo sette fattori di attenzione per il portafoglio.
Il primo consiglio è quello di evitare gli investimenti sui Paesi dell’Europa orientale più esposti al conflitto, in via diretta o indiretta: dall’Ungheria alla Polonia e alle Repubbliche baltiche. Il secondo è quello di evitare, in un primo tempo, un’eccessiva esposizione sull’Eurozona, se non altro per le implicazioni economiche dell’








