Maggio 3, 2026
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La “Questione Europea”, parte I: il riarmo non basta, senza altri passi l’UE non andrà lontano

In concreto, quali passaggi dovrebbe compiere l’Unione Europea per realizzare una vera integrazione dei popoli? La risposta è: tante cose, oltre le armi. Ecco quali.

Di Alessio Cardinale, Founder e CEO di Patrimoni&Finanza

Qualche settimana fa, molti di voi ricorderanno l’intervento, molto diretto e risoluto, di Mario Draghi di fronte al Parlamento Europeo. L’ex premier si è tolto un intera confezione di sassolini dalle scarpe – erano lì da parecchio tempo – ed ha puntato il dito contro le istituzioni europee con un secco “…Dite no al debito comune, dite no al mercato unico, dite no alla creazione dell’unità del mercato dei capitali. Non potete dire di no a tutto. Altrimenti dovete anche ammettere di non essere in grado di  mantenere i valori fondamentali per cui questa Unione è stata creata. Quindi quando mi chiedete ‘cosa è meglio fare ora’, vi dico che non ne ho idea. Ma fate qualcosa!“. Del resto, appare evidente di come il ruolo di comprimario dell’Unione Europea nei negoziati di pace tra Russia, Stati Uniti e Ucraina sia l’effetto del fallimento di una unione basata soltanto sull’uso di una moneta comune, e non su una autentica unione sociale ed economica dei popoli.

La questione, così posta, tocca una questione più ampia: la fragilità politica dell’UE rispetto alla sua solidità economica. È vero, infatti, che l’UE sia nata principalmente come un’unione economica e monetaria, senza mai completare una vera integrazione politica e militare. Questo la rende meno efficace nel prendere decisioni unitarie su questioni geopolitiche, soprattutto quando gli Stati membri hanno interessi divergenti. Nel caso della guerra in Ucraina, l’Europa ha mostrato una forte solidarietà con Kiev, ma non ha una politica estera unitaria abbastanza incisiva da essere un attore principale nei negoziati. Tuttavia, più che un “fallimento” dell’UE, questa fragilità è anche il riflesso dell’equilibrio di potere a livello globale. La guerra in Ucraina è vista da molti come un confronto indiretto tra Russia e Stati Uniti, quindi Washington ha assunto un ruolo preminente nei negoziati. La mancanza di un esercito comune europeo e la dipendenza militare dalla NATO rafforzano, oggi più che mai, questa dinamica.

Ma in concreto, quali passaggi dovrebbe compiere l’Unione Europea per realizzare una vera integrazione dei popoli? La risposta è: tante cose, per le quali occorre una visione non dicotomica dell’Unione. Per realizzare una vera integrazione dei popoli, infatti, l’Unione Europea dovrebbe finalmente ragionare come “federazione”, e compiere passi concreti in almeno cinque ambiti chiave: politico, economico, sociale, militare e culturale. Relativamente al primo, l’UE dovrebbe creare un governo federale europeo con un presidente eletto direttamente dai cittadini. Oggi la Commissione Europea è un organo burocratico, con scarsa legittimazione popolare, mal visto dalla maggioranza degli europei. Inoltre, essa dovrebbe superare il potere di veto dei singoli Stati membri in politica estera e di difesa, per garantire decisioni rapide ed efficaci.

Dal punto di vista economico e fiscale, si dovrebbe adottare un bilancio comune più ampio, finanziato con tasse europee (ad esempio una tassa sulle multinazionali) per ridurre le disuguaglianze tra Stati membri, e creare una politica industriale comune per rendere l’UE più autonoma da Stati Uniti e Cina in settori strategici come energia, tecnologia e difesa. Inoltre, I sistemi fiscali andrebbero armonizzati per evitare concorrenza sleale tra Paesi (es. il dumping fiscale di Irlanda e Lussemburgo).

Ma tutto ciò non sarebbe sufficiente senza l’unione sociale e dei diritti. Ciò significa adottare un salario minimo europeo e un welfare comune per garantire a tutti i cittadini standard di vita simili; rafforzare i programmi di mobilità e scambio (tipo Erasmus) per i lavoratori e non solo per gli studenti; garantire maggiore tutela dei diritti civili e politiche migratorie comuni per evitare divisioni interne. Dal punto di vista della difesa comune, creare un esercito europeo autonomo dalla NATO (cosa che lo stesso Trump gradirebbe), in grado di garantire la sicurezza senza dipendere dagli USA. Ancora, una politica estera unica e unitaria, per dare all’Europa un peso maggiore nei negoziati internazionali, e un piano per la sicurezza energetica e la riduzione della dipendenza da attori esterni come USA (gas), Russia e Cina. Infine, maggiore insegnamento della storia europea nelle scuole per rafforzare un’identità comune, promuovendo l’uso generalizzato di una lingua comune europea (l’inglese, di fatto, lo è già) senza sminuire le lingue nazionali.

Se l’UE non compie questi passi, resterà una confederazione fragile, dominata dagli interessi nazionali. Infatti, l’UE fino ad oggi ha spesso mostrato un volto burocratico, distante dai cittadini e troppo condizionato dagli interessi degli Stati membri più forti, come Germania e Francia. Le disuguaglianze economiche tra Nord e Sud, Est e Ovest d’Europa ne sono una dimostrazione: la crisi del debito greco, la gestione dei fondi di coesione e le politiche di austerità hanno accentuato queste disparità invece di ridurle. Uno dei problemi principali è che le istituzioni europee non hanno una vera legittimazione democratica. Il Parlamento Europeo ha poteri limitati rispetto alla Commissione e al Consiglio, e spesso le decisioni cruciali vengono prese a porte chiuse da tecnocrati non eletti.

In pratica, l’attuale struttura dell’Unione Europea sembra quasi progettata per mantenere le divisioni tra gli Stati membri, piuttosto che superarle. È come se fosse stata costruita per essere un’unione a metà: abbastanza forte da gestire un mercato comune, ma troppo debole per essere un attore politico indipendente. L’UE ha imposto regole economiche rigide (vedi il Patto di Stabilità e le politiche di austerità) che hanno creato malcontento in diversi Paesi, alimentando sentimenti anti-europei. Non ha promosso con la stessa forza un’identità culturale comune, lasciando che i cittadini vedessero Bruxelles più come un “amministratore di regole” che come un progetto politico condiviso. Ha permesso che le grandi potenze europee (come Germania e Francia) dettassero la linea, creando squilibri tra Paesi più forti e Paesi più deboli, senza un vero meccanismo di solidarietà. Il risultato? I cittadini si sentono prima italiani, francesi, tedeschi, polacchi… e solo dopo europei, perché l’UE non ha dato loro un motivo forte per sentirsi parte di una comunità unica.

Per cambiare davvero, servirebbe una classe dirigente nuova, meno legata agli apparati burocratici e più rappresentativa della volontà popolare. Ma qui nasce un’altra domanda: come si può riformare un sistema dall’interno, se chi lo gestisce non ha interesse a cambiarlo? L’unica vera spinta al cambiamento potrebbe arrivare da una maggiore pressione popolare e politica, con un’opinione pubblica più consapevole e attiva, che richieda maggiore trasparenza e riforme concrete, con movimenti politici europei che non siano solo nazionali travestiti da europeisti, ma che propongano una vera visione federale. Inoltre, con più referendum e strumenti di democrazia diretta a livello europeo per far pesare di più la volontà dei cittadini.

L’Italia che muore. La “cura” dell’Unione Europea non funziona, e la classe media non c’è più

Il nostro Paese sta lentamente morendo sotto la scure della prima grande crisi economica dalla nascita dell’Unione Europea. Lo “scudo” dell’Europa non ha fornito fino ad oggi alcuna protezione ai cittadini.

Di Alessio Cardinale

Negli ultimi dieci anni, complice anche la pessima classe politica che ha governato l’Italia senza una vera alternanza di “visioni d’insieme” e interesse per i bisogni dei cittadini, il dibattito pro/contro l’Unione Europea ha finito con il distrarre l’attenzione – come fa qualunque confronto dai toni accesi e inconcludenti – da tutti quei reali problemi che, a distanza di più di venti anni dall’entrata nell’UE, oggi assumono contorni sempre più chiari.

In particolare, quella che nel 2001 sarebbe dovuta essere una “cura” per preservare l’economia del nostro Paese dagli attacchi finanziari speculativi e dalla cattiva politica, si è rivelata quasi del tutto inefficace: periodicamente il nostro debito pubblico si trova sotto attacco dei più spregiudicati hedge fund (2022-2023) e persino di alcune grandi banche tedesche e francesi (2011 e 2021); dall’Europa politicamente “illuminata” di Germania e Olanda non abbiamo preso alcun esempio di buongoverno; la “Questione Meridionale” rimane sullo sfondo di un sistema economico perennemente a due velocità (nonostante siano passati 162 anni dall’Unità); le segreterie dei partiti politici continuano a spadroneggiare imponendo i propri candidati – sempre più obbedienti e asserviti alle logiche delle lobby  – nell’amministrazione della Cosa Pubblica, con risultati che sono sotto gli occhi di tutti: Reddito, Trasporti e Infrastrutture rimangono allo stesso livello di trenta anni fa, Sanità e Scuola vengono gradualmente smantellate con gravi conseguenze per gli italiani in termini di mal practice e migliaia di decessi da ”malasanità”.

In più, si è accentuata la nuova ondata migratoria dei giovani, che lasciano il nostro Paese al ritmo di 100.000 ogni anno e trovano miglior fortuna in altri paesi dell’UE. E’ un fenomeno inarrestabile, ma in pochi riflettono  sugli effetti per la nostra ricchezza: negli ultimi dieci anni, quasi un milione di giovani e giovanissimi hanno trasferito la propria residenza nel Regno Unito, in Irlanda, in Germania e persino in Spagna, e in termini di PIL futuro, che ci viene a mancare, si tratta di una vera e propria ecatombe economica, tanto più che in Italia non si fanno più bambini ed il tasso di ricambio tra le risorse umane di generazioni successive ha una percentuale sempre negativa.

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Secondo i dati più recenti di Eurostat, l’istituto di statistica dell’Unione europea, oggi almeno il 63% delle famiglie in Italia fa fatica ad arrivare alla fine del mese. Quasi due nuclei familiari su tre, in sostanza, ammettono di avere difficoltà (più o meno gravi) a far quadrare i conti. Il dato è superiore di oltre 17 punti percentuali alla media Ue (45,5%). Nel dettaglio, il 6,9% denuncia grandi difficoltà, il 15,4% media difficoltà e il 41,7% che parla di difficoltà saltuarie. Sotto il profilo della povertà siamo a quota 24,2% (contro una media UE del 21,6%). In particolare, sono a rischio di povertà il 26,4% delle famiglie con figli a carico, contro il 22,6% delle altre, e questo spiega in modo eloquente perché in Italia si fanno sempre meno figli: in tanti lo vorrebbero ma non possono permetterselo, anche a causa dell’inflazione elevata.

Infatti, secondo i dati dell’Osservatorio mensile di Findomestic mantenere un figlio costa quasi 500 euro al mese, il 15% in più rispetto a un anno fa, a causa dell’inflazione. Pertanto, tutto dovrebbe suggerire al governo di intervenire subito, e garantire un salario minimo che spenga la moria di giovani che vanno all’estero per fare lo stesso lavoro che farebbero qui se solo gli stipendi non fossero da terzo mondo. Un esempio? Un impiegato di farmacia, con laurea e specializzazione, in Italia guadagna in media 1.500 euro netti al mese, in Irlanda (dove la casa, i trasporti e l’istruzione costano quasi il 70% in più che in Italia, ma non certo il triplo) ne guadagna 5.100 al mese al netto delle imposte.

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L’Italia dovrebbe investire immediatamente in Sanità, Scuola e Welfare, e invece è proprio su questi settori che si continua a tagliare, non ultimo il paventato taglio delle pensioni ai medici, che migrano verso il sistema sanitario privato al ritmo di 1.500-2.000 ogni anno. Il problema, tuttavia, è ben più ampio, e riguarda il profondo mutamento socio-economico avvenuto dai primi anni ’80 e amplificato dall’avvento dell’Euro: la scomparsa della classe “consumatrice” per eccellenza, ossia la Classe Media. Si parla della crisi della classe media occidentale da circa vent’anni, ricercandone la causa sia nella crisi generale del sistema capitalistico, sia nel predominio della Finanza, che ha determinato la scomparsa della produzione reale di beni a scapito dello scambio finanziario. Il risultato è stato la creazione di enormi gruppi che fanno le regole del gioco e che hanno escluso del tutto la classe media.

L’equazione “meno classe media uguale più povertà”, pertanto, è diventata una verità assoluta, cui i matematici potrebbero dedicare dimostrazioni e teoremi, prestandoli agli economisti; almeno a quei pochi che ancora non sono asserviti alle logiche delle grandi corporation. Con il Covid-19 tale equazione ha trovato la sua dimostrazione, e in diversi paesi la rottura tra classe media e “upper class” si è ulteriormente intensificata. Negli Stati uniti, per esempio, la ricchezza dei miliardari è aumentata del 44% da metà marzo 2020 a fine febbraio 2021, mentre il 50% delle persone con istruzione elevata aveva difficoltà a pagare le normali spese domestiche. In Europa, alla fine di luglio 2020 la ricchezza dei miliardari britannici era cresciuta del 35% rispetto all’anno precedente. L’economista Thomas Piketty (nella foto), nei suoi studi, ha sommessamente fatto notare che la situazione attuale è identica a quella precedente alla Rivoluzione Francese, poiché siamo nuovamente di fronte ad una nuova classe elitaria di “super-ricchi” che si contrappone a miliardi di persone che stentano a vivere decorosamente e, soprattutto, non consumano più come una volta, legati come sono agli acquisti di sopravvivenza o al mantenimento di un tenore di vita che non permette comunque alcuna prospettiva.

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La media borghesia, motore trainante di tutte le rivoluzioni industriali, ha lasciato il posto alla grande borghesia delle grandi imprese. Questo è ciò che accade, anno dopo anno, nel vecchio continente e nel Nord America; in altre parti del mondo, invece, sta nascendo una nuova classe media: nel continente africano (Marocco e Tunisia), in Brasile e in Cina, tutti paesi che viaggiano con tassi di crescita più alti dell’Italia e dove la classe media cambierà la struttura politica e sociale del paese in cui vive. Ma noi viviamo in Italia, e non facciamo niente per cambiarla, illudendoci che lamentarci ogni tanto sui social network – vero “binario morto” di tutti i dibattiti pubblici che una volta si svolgevano in piazza – possa scoraggiare anche per un solo istante quei pochi soggetti che reggono le fila del tutto.

Una soluzione del problema passerebbe per una inversione delle cause e degli effetti: se il predominio della finanza ha determinato la graduale scomparsa della produzione reale di moltissimi beni a beneficio dello scambio finanziario, allora la Finanza nel suo insieme (SGR, sicav, private equity etc) potrebbe scavalcare il circuito bancario e compensare gli effetti negativi di tale percorso storico, finanziando direttamente le attività reali, e cioè intervenendo direttamente, al posto delle banche, alla nascita di nuovi progetti imprenditoriali geolocalizzati (startup) o allo sviluppo di quelli esistenti e dei loro obiettivi di crescita, favorendo occupazione, reddito e PIL. Del resto, la nuova normativa europea, e la possibilità di attribuire anche alle SRL un codice ISIN, aiuterebbe molto nella creazione di un nuovo mercato regolamentato, sicuramente più volatile ma non meno promettente di quello “maturo”. Chi se ne farà carico, tirando le fila?

Relazioni commerciali UE-Cina: il vertice chiarisce le possibili implicazioni per i mercati finanziari

In tema di relazioni commerciali tra UE e Cina, la posizione di fermezza della Germania è rischiosa e potrebbe generare conseguenze negative sia per l’economia globale che per i mercati finanziari.

Di Valerio Giunta*

Il vertice UE-Cina, tenutosi il 9 dicembre 2023, ha rappresentato un momento importante per le relazioni tra le due maggiori economie del mondo. Il tema centrale della discussione è stato il crescente divario commerciale tra le due parti, che vede la Cina in una posizione di vantaggio. Le imprese europee, infatti, lamentano le restrizioni alle importazioni e i generosi sussidi concessi dal Governo cinese alle imprese con sede in Cina. Questo ha portato a un aumento progressivo del deficit della bilancia commerciale dell’UE con la Cina, che è passato da 127 miliardi di euro nel 2020 a 142 miliardi di euro nel 2022.

Le imprese europee del settore dell’Automotive, dell’Elettronica e delle Tecnologie verdi sono le più colpite dalle pratiche commerciali aggressive della Cina. La Germania, che è il principale partner commerciale della Cina nell’UE, é la nazione che ha assunto una posizione di maggiore fermezza nei confronti di Pechino. Il nuovo documento sulle relazioni internazionali, reso pubblico nel luglio 2023, riconosce un aumento degli aspetti di competizione e rivalità a scapito della dimensione di partenariato. Questa nuova strategia tedesca è dovuta a una serie di fattori, tra cui la guerra in Ucraina, che ha messo in luce la vulnerabilità dell’economia tedesca alla dipendenza dalla Cina (e della Russia). Inoltre, il crescente controllo politico sull’economia in Cina ha sollevato preoccupazioni in Germania e in altri paesi europei.

Tuttavia, la posizione della Germania è rischiosa, in quanto ha come conseguenza un raffreddamento delle relazioni tra UE e Cina. Questo ha potenzialmente conseguenze negative per l’economia globale, con un possibile impatto negativo sui mercati finanziari. Ecco, in dettaglio, alcune delle implicazioni per gli investitori:
– l’aumento dei prezzi di importanti materie prime, cui la Cina ha il controllo, avrebbe un impatto negativo sui costi di produzione delle imprese europee, che sarebbero costrette a trasferire questi costi ai consumatori, aumentando i prezzi al consumo;
– l’aumento dei prezzi dei beni di consumo ridurrebbe il potere d’acquisto dei consumatori e una forte contribuzione alla recessione in atto;
– l’aumento della volatilità dei mercati finanziari, a causa di un aumento dell’incertezza economica: ciò renderebbe più difficile per gli investitori prevedere i movimenti dei prezzi e conseguire perdite di denaro;
– l’aumento del rischio di credito, a causa di un aumento delle difficoltà finanziarie delle imprese esposte al mercato cinese, che rende più difficile per le imprese ottenere prestiti bancari e potrebbe portare a fallimenti aziendali.

Gli investitori, alla luce di tali effetti, potrebbero prendere in considerazione una serie di azioni per ridurre il rischio di un’esposizione eccessiva al mercato cinese e l’adozione di alcuni strumenti che aiutano a proteggere gli investimenti da eventuali fluttuazioni del tasso di cambio tra euro e yuan. Più precisamente:
– valutare l’esposizione dei propri investimenti utilizzando strumenti di analisi finanziaria che consentono di visualizzare la distribuzione geografica dei propri investimenti;
diversificare gli investimenti al di fuori del mercato cinese, investendo piuttosto in titoli di società di altri paesi, come l’Europa, gli Stati Uniti, il Giappone o l’India;
investire in strumenti di copertura contro il rischio di cambio.

In definitiva, alcuni settori potrebbero essere particolarmente colpiti da un inasprimento della guerra commerciale tra UE e Cina. Innanzitutto, il settore dell’Automotive è particolarmente vulnerabile, in quanto la Cina è uno dei principali produttori di automobili al mondo. Un aumento delle tariffe sulle importazioni di automobili cinesi avrebbe come conseguenza un aumento dei prezzi delle automobili in Europa, quindi  una contrazione degli acquisti. A titolo d’esempio, se l’UE imponesse una tariffa del 20% sulle importazioni di automobili cinesi, il prezzo medio di tali automobili in Europa aumenterebbe di circa 2.000 euro. Questo aumento comporterebbe una contrazione stimata del mercato delle automobili cinesi del 20-25%.

Il settore dell’Elettronica è un altro settore critico: la Cina è un importante produttore di componenti elettronici, come semiconduttori, display e batterie. Un aumento delle tariffe o delle restrizioni alle importazioni di questi componenti ha come conseguenza inevitabile un aumento dei prezzi dei prodotti elettronici in Europa, con conseguente contrazione nella vendita di questi prodotti. Il settore delle tecnologie verdi è un settore in forte crescita che potenzialmente potrebbe essere danneggiato: la Cina è, infatti, il più importante produttore a livello globale di pannelli solari, batterie e altri prodotti per l’energia pulita. Un aumento delle tariffe o delle restrizioni alle importazioni di questi prodotti ostacolerebbe la transizione energetica europea, che nelle agende di tutti gli Stati aderenti è oggi al primo posto. E quelli appena menzionati sono solo alcuni dei settori potenzialmente colpiti dalla crescente tensione nelle relazioni tra UE e Cina.

Gli investitori, quindi, nei prossimi mesi saranno tenuti a monitorare da vicino l’evoluzione delle relazioni tra i due paesi, nonché a prendere le misure necessarie per ridurre il rischio di un’esposizione eccessiva ai mercati segnalati e alla Cina in generale.

*AD di Startup Italia e Founder di Banking People

Quanto è solida la ripresa economica in Unione Europea?

Cresce l’incertezza sulla ripresa dell’economia europea dalla crisi generata dal Covid-19. La Commissione Europea è ottimista sulla crescita, e stima una espansione dell’economia del 5% e del 4.3% rispettivamente nel 2021 e nel 2022.

di Daniel Gros e Cinzia Alcidi – ceps.eu

Relativamente alla ripresa economica in UE, un numero crescente di analisti giudica il potenziale di crescita smorzato dalle nuove restrizioni che sembrano probabili nel periodo che precede l’imminente Natale, e la quarta (e quinta) ondata dei contagi non saranno meno pesanti delle precedenti in quanto aggravate dalla nuova variante Omicron. Anche l’aumento dell’inflazione, dovuto in parte agli alti prezzi dell’energia e all’interruzione delle catene di approvvigionamento, è vista come una minaccia per l’economia dell’area dell’euro e dell’UE in generale, così come gli elevati livelli di debito pubblico in molti paesi.

All’inizio del 2021, la maggior parte degli economisti, compresi quelli all’interno delle organizzazioni internazionali, avevano previsto che la ripresa dallo scoppio della pandemia di Covid-19 sarebbe stata molto più rapida negli Stati Uniti che in Europa. Un lancio più rapido del vaccino e l’enorme stimolo fiscale annunciato dalla nuova amministrazione Biden, in contrasto con i problemi istituzionali intrinseci dell’UE e i suoi problemi iniziali con la produzione di vaccini, sembravano puntare in questa direzione. Tuttavia, nel giro di pochi mesi la situazione è completamente cambiata. Il miglioramento della situazione sanitaria e l’allentamento delle misure di contenimento della pandemia hanno consentito la riapertura della maggior parte dei settori, compresi i servizi alle imprese e il turismo. E così, in combinazione con un forte aumento dei consumi, la ripresa in Europa ha superato le aspettative, mentre la terza ondata e la resistenza alla vaccinazione in ampie sacche degli Stati Uniti hanno rallentato l’economia.

Il risultato è che l’area dell’euro ha ora recuperato terreno. In termini reali, il PIL dell’area dell’euro è al di sopra del livello del Q12020 e, negli ultimi due trimestri, la ripresa appare più rapida che negli Stati Uniti. Rispetto alla crisi finanziaria globale, il modello è molto diverso con un chiaro recupero della forma a V. Inoltre, gli Stati Uniti hanno fatto molto meglio dell’area dell’euro durante la fase più acuta della crisi finanziaria globale, con un calo dell’attività leggermente inferiore e una ripresa più forte. Quindi, adesso lo scenario sembra diverso sotto due aspetti: la ripresa è stata a forma di V (o quasi a forma di V) su entrambe le sponde dell’Atlantico, e questa volta l’area dell’euro si è ripresa rapidamente quanto gli Stati Uniti.

Questa rapida ripresa dell’economia dell’area dell’euro ha potenzialmente importanti implicazioni per il ruolo della politica fiscale. Negli Stati Uniti il ​​sostegno di bilancio è stato straordinario, con il disavanzo che ha raggiunto quasi il 16% del PIL, mentre nell’area dell’euro il disavanzo di bilancio medio è ora (secondo le previsioni d’autunno della Commissione) stimato solo di poco superiore al 6% del PIL. Nonostante il deficit sia stato superiore negli USA di oltre 9 punti percentuali del PIL – tradottosi in un’enorme differenza nel sostegno alla domanda – l’economia statunitense non sembra essersi ripresa più rapidamente. Questa politica fiscale inefficiente per sostenere la domanda dei consumatori in una recessione (dato che le persone si astengono dalla spesa perché hanno paura per il loro futuro finanziario), era prevedibile, e il confronto transatlantico fornisce un’impressionante conferma di questa ipotesi.

 

Previsioni future: Tutto bene… per ora – Le previsioni autunnali recentemente pubblicate dalla Commissione Europea, intitolate “Dalla ripresa all’espansione, tra venti contrari”, confermano una prospettiva positiva per l’UE con potenziali venti contrari di natura a breve termine (come la cosiddetta quarta ondata già iniziata nell’autunno del 2021). Tuttavia, poiché il virus diventa endemico, il modo in cui i governi lo affronteranno, ovvero se verranno ripristinate alcune misure di contenimento, avrà un impatto sulla crescita, soprattutto attraverso il settore dei servizi.

Un’altra sfida è che, quest’anno, l’economia dell’UE sta ancora ricevendo sostegno da politiche fiscali e monetarie espansive. A livello nazionale i disavanzi inizieranno presto a ridursi, tuttavia il consolidamento della spesa nazionale sarà compensato dai fondi del programma Next Generation EU. Questi fondi hanno già iniziato ad affluire agli Stati membri, ma diventeranno più consistenti l’anno prossimo. Inoltre, come mostrato sopra, il sostegno fiscale non è stato l’unico fattore che ha guidato la ripresa più rapida che l’economia europea abbia mai registrato.

Prendendo una prospettiva più a medio termine, la pandemia ha accelerato l’automazione e alterato i modelli di consumo, presentando la sfida di un cambiamento strutturale più profondo. Questa è la sfida chiave per l’UE. Nel frattempo, gli Stati Uniti dovranno affrontare maggiori esigenze di consolidamento fiscale rispetto all’Europa, ma potrebbero avere un vantaggio nell’adattarsi più rapidamente a una economia “endemica Covid” altamente digitalizzata. L’economia europea ha avuto un impressionante rimbalzo (con sorpresa di molti), ma ora ha davvero bisogno di dimostrare che può crescere, prosperare e avere successo mentre ci muoviamo nel nuovo mondo verde e digitale post-pandemia.

Stime di crescita UE incoraggianti. Il mondo sostiene la ripresa, occhio al comparto obbligazionario

Nonostante le incognite legate all’evoluzione della pandemia e all’efficacia delle misure di sostegno all’economia, la ripresa è trainata dagli investimenti. Il miglioramento economico globale porterà la fine delle politiche monetarie accomodanti ed un aumento dei rendimenti delle obbligazioni, destinate così a rendere il comparto obbligazionario scarsamente conveniente.

Il quadro generale di ripresa delle economie mondiali rimane ancora strettamente legato al miglioramento del quadro sanitario globale e, localmente, al sostegno proveniente dalla politica monetaria e dalle politiche di bilancio dei singoli stati. In Europa, poi, la crescita – Il consensus prevede un crescita del 4,3% nel 2021- sarà fortemente dipendente dal modo in cui i paesi aderenti all’UE riusciranno a spendere al meglio le risorse derivanti dai fondi europei del Recovery Plan.

In Italia, queste risorse rientrano nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, sul quale da tempo sono puntati i riflettori per via dei dubbi – assolutamente fondati, in considerazione del livello di responsabilità politica della nostra classe dirigente – mitigati dal ruolo di garanzia di Mario Draghi, che nel passaggio da “tecnico” a “politico” pare non abbia perso il patrimonio di credibilità acquisito negli anni scorsi. Nel frattempo, la BCE lascia intatti i tassi d’interesse, con il tasso principale che rimane a zero ed il tasso sui depositi a -0,50% (quello sui prestiti marginali a 0,25%). Gli acquisti netti di titoli per immettere liquidità nel sistema continueranno ad un elevato, e le stime di crescita per l’Eurozona nel 2021 e 2022 sono riviste al rialzo (+4,6% e +4,7%, +2,1% nel 2023).

L’inflazione, che negli ultimi mesi ha causato dolori in USA (con il prezzo dei treasury a picco), sarà dell’1,9% nel 2021, dell’1,5% nel 2022 e dell’1,4% nel 2023. Sul tema, la presidente Lagarde ha affermato che l’inflazione sta risalendo principalmente a causa di fattori temporanei, e che in questo momento “una stretta sarebbe prematura e creerebbe dei rischi”. In pratica, se nel primo trimestre l’economia europea ha beneficiato della riapertura dell’economia mondiale, grazie al programma di vaccinazione ed alla spesa pubblica, nel secondo trimestre la ripresa economica globale si svilupperà più lentamente, ed accelererà nella seconda metà dell’anno, creando frizioni inflazionistiche di fronte alle quali, però, le banche centrali manterranno posizioni attendiste, favorendo così i mercati emergenti oggi al traino di Cina e India.

Naturalmente, il miglioramento economico globale porterà ineluttabilmente – e gradualmente, senza scossoni – la fine delle politiche monetarie accomodanti, e le aspettative di questa circostanza porteranno ad un aumento dei rendimenti delle obbligazioni e ad una diminuzione dei loro prezzi, destinati così a rendere il comparto obbligazionario piuttosto rischioso per qualunque portafoglio che non contenga soluzioni flessibili e covered bond.

“I dati relativi all’andamento dell’economia nell’Eurozona sono incoraggianti, e spingono ad un cauto ottimismo. La BCE ha infatti alzato le stime di crescita per il 2021″, ha dichiarato Moreno Zani (nella foto), Presidente di Tendercapital. “Positiva la rassicurazione della Presidente Lagarde in merito al mantenimento del Programma di acquisto per l’emergenza pandemica (PEPP) a sostegno delle politiche di bilancio. Occorrerà, peraltro, monitorare con attenzione il tasso di inflazione core alla luce del lieve rialzo che ha portato la BCE a rivedere le proiezioni, pur rimanendo ben al di sotto del target del 2%. Preoccupa maggiormente il balzo dell’inflazione negli Stati Uniti, salita al +0,6% nel mese di maggio con una previsione per il 2021 pari al +5%”. E’ realistico – secondo Zani – ipotizzare che si tratti, almeno in Europa, di un fattore temporaneo legato alle manovre espansive, alla rapida ripartenza dell’economia ed ai prezzi delle materie prime. In tale contesto è ragionevole immaginare che il ritorno alla normalità della politica monetaria sarà graduale. “La previsione di uno strumento innovativo come il Next Generation EU – conclude Zani – è fondamentale purchè i Paesi membri utilizzino tali risorse in maniera virtuosa”.

Oltreoceano, l’economia americana crescerà almeno del 5% nel 2021, ma queste previsioni sono destinate ad essere ritoccate al rialzo per via degli effetti del pacchetto fiscale da 1,9 trilioni di dollari già approvato, e di quelli futuri di un altro pacchetto da 3 trilioni in fase di studio. Ciò aumenta i timori che un aumento strutturale dell’inflazione (al momento negato dal governo, ma non sappiamo fino a quando) costringa la Federal Reserve a reagire. Di certo, questo dibattito sulla FED-attendista-fino-a-quando sta già dominando la scena da alcune settimane, animando i mercati e mettendo pressione alla curva dei rendimenti dei Treasury.

In Cina la crescita dovrebbe tendere all’8%, ma il paese sembra attraversare una fase di debolezza nonostante la politica fiscale ancora accomodante. I consumi, infatti, sono in fase di stagnazione dopo una corsa lunga alcuni anni, ma la domanda è prevista in aumento, e questo rende solide le esportazioni, in particolare quelle di semiconduttori. Permane il rischio-bolla nel mercato immobiliare, e la banca centrale sembra indirizzata ad aumentare i tassi di interesse di soli 20 punti base, ma il governo continuerà a perseguire un programma di prudente riduzione dei rischi nei settori immobiliare e finanziario, concentrandosi sulla “crescita di qualità” e ponendo quindi maggiore attenzione sulla tecnologia, sull’ambiente e sui consumi interni.

100 giorni di Brexit. In aumento le ripercussioni economiche per il Regno Unito

I danni maggiori nella finanza e nei comparti interessati dalle barriere non tariffarie. La Brexit costerà all’economia britannica più di 40 miliardi di sterline entro la fine del 2022, e la sterlina resta lontana dai livelli pre-Brexit.

di Volker Schmidt*

All’inizio di gennaio 2021, il periodo di transizione dell’accordo sulla Brexit è giunto a termine e il Regno Unito ha lasciato per sempre l’UE. Questo non solo ha reso il Regno Unito un paese terzo, alterando profondamente le relazioni con l’Unione Europea, ma ha anche modificato l’accesso del Regno Unito al mercato unico. Oggi, 100 giorni dopo, è ormai chiaro che Brexit sta causando cambiamenti economici di vasta portata, che sembrano destinati a durare nel tempo.

Secondo le ultime proiezioni della Commissione europea, Brexit costerà all’economia britannica più di 40 miliardi di sterline entro la fine del 2022, che corrispondono a circa il 2,25% del Prodotto interno lordo del Regno Unito, pari a 2,85 trilioni di sterline. A titolo di paragone, per gli stati dell’UE è prevista una perdita media di circa lo 0,5%. A pesare sull’economia sono, in particolare, le condizioni commerciali dell’accordo. Anche se il Regno Unito e l’UE hanno stretto un accordo di libero scambio che esclude la possibilità di imporre dazi, il carico burocratico sta aumentando notevolmente. Per esempio, le aziende britanniche devono dimostrare che le merci esportate nell’UE sono state prodotte prevalentemente nel loro paese: in un’economia globalizzata, con catene di produzione complesse, questo non è affatto facile.

Oltre a questo, ci sono i controlli sanitari e di sicurezza, l’Iva sulle importazioni e altri intralci che comportano rallentamenti e ostacolano il commercio. Molte aziende, soprattutto piccole e medie, non sono in grado di affrontare le sfide burocratiche e hanno temporaneamente sospeso le loro esportazioni. Secondo il New York Times, le esportazioni che hanno attraversato la Manica in gennaio sono crollate di oltre due terzi rispetto all’anno precedente. I produttori di pesce, carne e prodotti lattiero-caseari sono stati particolarmente colpiti e vi sono casi di deperimento di tonnellate di alimenti che non sono riusciti a superare il campo minato burocratico e raggiungere i porti di Francia e Olanda.

Londra continua a perdere terreno come centro finanziario. Anche l’industria finanziaria britannica, che per molto tempo è stata il più importante e il più grande centro di negoziazione di titoli in Europa, sta risentendo delle conseguenze di Brexit. Praticamente da un giorno all’altro, il trading azionario si è spostato nell’Europa continentale, in particolare ad Amsterdam e Parigi, mentre il trading di derivati è in larga parte migrato a New York. Il colosso del settlement, Euroclear, ha recentemente completato il trasferimento a Bruxelles di circa 50 titoli irlandesi, per un valore equivalente di circa 100 miliardi di euro, prima gestiti a Londra. In precedenza, per gestire le transazioni sui titoli l’Irlanda si affidava alla filiale di Euroclear “Crest”, con sede nel Regno Unito.

Ma i cambiamenti imposti da Brexit sono solo agli inizi. Le regole sulle future relazioni commerciali sono ancora in fase di trattativa e gli scontri sulle disposizioni speciali per l’Irlanda del Nord mostrano che il capitolo Brexit è tutt’altro che concluso. Per evitare controlli alle frontiere tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda, l’accordo di uscita dall’Unione Europea prevede che le regole del mercato unico dell’Unione continuino ad applicarsi all’Irlanda del Nord. A tal fine, un confine commerciale tra Irlanda del Nord e il resto del Regno Unito doveva essere introdotto alla fine del periodo di transizione e comunque al più tardi all’inizio di aprile. Ora, però, il governo britannico ha esteso unilateralmente questo periodo di proroga, cosa che l’UE considera come una violazione dell’accordo. Poiché il governo britannico non ha ancora revocato il suo comunicato, l’UE sta portando la questione alla Corte di giustizia europea. Se la Corte dovesse pronunciarsi a favore dell’UE, potrebbero essere imposte sanzioni finanziarie. Di conseguenza, il clima tra Londra e Bruxelles sta diventando sempre più teso.

Nonostante il rialzo, la sterlina britannica è lontana dai livelli pre-Brexit. La sterlina britannica ha notevolmente recuperato rispetto all’euro da quando il Regno Unito ha lasciato l’UE. Mentre la valuta britannica era ferma a circa 1,10 a dicembre, oggi una sterlina vale già 1,16 euro. Questo è certamente dovuto in parte alla campagna vaccinale, molto più efficace nel Regno Unito: non solo è stato vaccinato il gruppo a rischio over 70, ma complessivamente un britannico su quattro ha ricevuto la vaccinazione. In secondo luogo, la valuta è sostenuta dal fatto che l’incertezza che circondava Brexit è quasi scomparsa. Ora, secondo l’opinione diffusa di molti sostenitori di Brexit, Londra ha di nuovo il controllo della propria politica estera e del proprio destino economico, e questo si riflette non soltanto nel successo della campagna vaccinale, ma, per il futuro, anche nelle rinnovate relazioni commerciali fuori dall’Europa, per esempio con Cina e Stati Uniti. Tuttavia, è anche vero che la ripresa della sterlina è partita da un livello estremamente basso in termini storici ed è ancora lontana dai livelli pre-Brexit di oltre 1,40 euro. Nel breve termine, la forza della sterlina potrebbe certamente acquisire ulteriore slancio, ma nel lungo termine, resta da vedere se Londra può trarre un vantaggio economico sostenibile dall’apparentemente sovranità riconquistata e dal vantaggio sui vaccini. 

* Senior Portfolio manager di Ethenea Independent Investors

L’Italia non è il Giappone, ma potrebbe superarlo. I due “figli dell’America” a confronto

Entrambe uscite distrutte dal ciclo storico delle guerre mondiali, oggi l’Italia è un Giappone “riuscito male”, cronicamente e politicamente incapace di risollevarsi dalle disgrazie e, soprattutto, di imparare la lezione dal suo fratellastro orientale, “cresciuto bene” senza aver ceduto un grammo della sua sovranità monetaria.

Di Alessio Cardinale*

Sarà per la conformazione geografica piuttosto simile – con l’unica differenza del nostro “ancoraggio orografico” al continente – ma le similitudini tra Italia e Giappone sono molte di più di quanto ci si possa aspettare, tanto dal punto di vista sociale quanto da quello storico ed economico.

Entrambe uscite distrutte dal ciclo storico delle guerre mondiali, oggi l’Italia è un Giappone “riuscito male”, cronicamente e politicamente incapace di risollevarsi dalle disgrazie e, soprattutto, di imparare la lezione dal suo fratellastro orientale, “cresciuto bene” senza aver ceduto un grammo della sua sovranità monetaria.

Entrambi i paesi, infatti, hanno avuto il proprio “Piano Marshall”, che nella storiografia giapponese viene chiamato, al pari del nostro, “Miracolo economico o Boom economico”, ed esattamente come in Italia ciò è stato possibile grazie all’assistenza finanziaria degli Stati Uniti d’America e, successivamente, grazie alla politica di intervento pubblico del Ministero giapponese del commercio e dell’industria, vero cuore pulsante del Paese.  

La spinta all’economia giapponese, degli anni ‘50 e ’60, vide il proprio tasso di sviluppo mantenere una media del 10% per circa 18 anni, dal 1953 al 1971, con picchi che raggiunsero il 14% del PIL annuale. Anche l’Italia fece faville, ma il suo “boom” è durato “solo” 13 anni (tra il 1951 e il 1963) ed il prodotto interno lordo aumentato in media del 5,9% annuo (con un picco dell’8,3% nel 1961).

Anche in Giappone, gli USA di fatto non permisero a nessun altro degli alleati di interferire nella propria influenza politica, soprattutto per impedire l’avanzamento ideologico dell’URSS e del Comunismo. Come in Italia, gli Stati Uniti inizialmente smantellarono le maggiori concentrazioni industriali e finanziarie del periodo ante guerra, e poi ritornarono velocemente sui propri passi, ricostituendole in parte e considerandole come il punto di partenza da cui risanare l’economia del Paese.

Per non parlare dell’influenza militare americana in Italia e in Giappone – che continua ancora oggi, sebbene sotto altre forme più condivise – e della nuova Costituzione, stilata per entrambi i paesi sotto la supervisione degli USA, che “suggerirono” (fortunatamente) i principi giuridici fondamentali dell’Ordinamento Democratico e la maggior parte degli articoli sui diritti umani e sulle libertà fondamentali dell’individuo, oltre alla composizione del Parlamento (due camere) e alla Corte Suprema (Corte Costituzionale, in Italia), quest’ultima con il compito di verificare la rispondenza delle leggi del Parlamento alle rispettive costituzioni.

Volendo sorvolare sugli accadimenti della Società e della Politica – che pure hanno il loro peso – dobbiamo annotare che sia l’Italia che il Giappone si sono entrambi distinti per un notevole tasso di corruzione e scandali politici, e per la presenza di una potente criminalità organizzata (in Giappone si chiama Jakuza, l’equivalente di cosa nostra, ‘ndrangheta e compagnia cantando).

Eppure, nonostante ciò, i due principali “figli dell’America” non sono venuti su allo stesso modo, un po’ come accade nelle migliori famiglie. E i motivi ricadono nelle scelte fondamentali effettuate dalle rispettive classi politiche e industriali, che negli ultimi venti anni – in particolare con la scelta obbligata di aderire all’UE, e con la perdita della sovranità monetaria – hanno determinato la scissione da quello storico “percorso economico comune” che rendeva così simili i due stati. 

A tutto questo, si è aggiunta la “narrazione europeista”, che fa acqua da tutte le parti: il Giappone, con le sue politiche economiche espansive rese possibili dalla sovranità monetaria e dal controllo sulla banca centrale, dimostra che il problema dell’Italia non è affatto il debito pubblico, ma l’attuale modo di concepire l’Unione Europea e i privilegi di Germania, Olanda e Francia sui quali essa è stata fondata. Infatti, l’Italia attualmente ha un rapporto tra debito pubblico e Prodotto interno lordo intorno al 155% (era il 135% prima dello scoppio della pandemia), mentre il Giappone ha un rapporto poco sopra il 250% (era il 235% prima dell’era Covid). Eppure, nonostante circa 100 punti percentuali di differenza, la credibilità del Giappone non viene mai messa in discussione. Invece l’Italia, sui media nazionali ed internazionali, è data per spacciata un giorno sì ed uno no, paragonata ai peggiori esempi stranieri di gestione della Res Publica. In particolare, i media italiani a cui piace parecchio parlar male del proprio paese hanno scelto, quale metro di paragone, la Turchia, dimenticando a piacimento le profonde differenze politiche, costituzionali ed economiche dell’Italia rispetto al paese di Erdogan. Così facendo, essi contribuiscono non poco al basso apprezzamento del nostro debito pubblico (rating) e sul prezzo dei nostri titoli di Stato, soprattutto quando accade uno shock mondiale come quello che stiamo vivendo oggi: il BTP decennale, ad Aprile 2020, è arrivato ad un rendimento del 3%, mentre le emissioni giapponesi dello stesso tipo e scadenza hanno superato lo 0% di pochi centesimi.

Il Quantitative Easing non l’ha inventato l’UE o Mario Draghi: la Bank of Japan è stata la prima a sperimentarlo già agli inizi degli anni 2000, acquistando obbligazioni governative per abbassarne il rendimento. In più, la domanda interna di questi titoli è sostenuta, sia dal mercato retail che da quello di banche e fondi pensione nazionali; questo sembra essere un indice di elevata sostenibilità, che detta la differenza con il debito pubblico italiano, detenuto in buona parte da banche e fondi stranieri (circa la metà, più di 1.000 miliardi).

In tutta evidenza, ciò avviene in quanto il Giappone detiene la sovranità monetaria e può contare sulla banca centrale come prestatrice di ultima istanza. Grazie a questo, non è soggetto al classico rischio di default e non deve pagare premi agli investitori per compensare la possibilità che l’amministrazione pubblica non ripaghi i debiti accumulati. La medesima dotazione strategica era nelle nostre mani fino a quando non è avvenuto l’ingresso nella moneta unica e la inevitabile cessione di sovranità. l’Italia, con gli stessi strumenti di politica economica e monetaria del Giappone potrebbe arrivare a gestire anche gli stessi livelli di debito, e potrebbe finanziare lo sviluppo economico applicando gli stessi criteri di chiarezza contabile utilizzati dal Giappone nella sua politica di gestione del debito.

Con questi strumenti, il nostro Paese potrebbe addirittura risolvere – politica permettendo – la questione meridionale che si trascina vergognosamente dalla caduta del Regno delle Due Sicilie e dalla c.d. Unificazione d’Italia.

A differenza di quello italiano, però, l’enorme debito pubblico nipponico è più al sicuro, perché una parte è comprata dallo stesso settore pubblico che lo emette, il 37% lo ha in mano la BOJ, poi ci sono i fondi pensione, le pensioni pubbliche e le assicurazioni. Insomma, un debito formalmente elevato ma, in realtà, una “partita di giro” per una sua fetta importante, in relazione alla quale gli interessi che si pagano sul debito detenuto dalla banca centrale ritornano allo Stato generando un circolo virtuoso che l’Italia, con i suoi tassi, potrebbe addirittura superare in efficacia.

Qualcuno ha scritto di recente che “l’UE è una favola per bambini. E dietro questa storiella fatta di arcobaleni, cuoricini e frasi fatte continuano a muoversi i pragmatici interessi dei singoli stati. Tranne il nostro“.

Tutto sommato, non siamo lontani dalla verità, ed il confronto con il Giappone lo dimostra più di ogni altro argomento.

* Direttore Editoriale di Patrimoni&Finanza

Volker Schmidt: con la Brexit sterlina giù e probabili tassi negativi

La Gran Bretagna accusa il peggior crollo del Pil degli ultimi tre secoli. Un nuovo slittamento della data del 31 dicembre per la fine dei negoziati con l’Ue sarebbe il peggior scenario possibile.

“La crescita economica inferiore alla media, il massiccio deficit di bilancio, il rapporto tuttora non chiaro con l’UE e una politica monetaria ancora più espansiva sono tutti elementi che lasciano presagire un ulteriore deprezzamento della sterlina britannica rispetto all’euro. Sebbene la Bank of England abbia finora respinto l’idea di introdurre tassi negativi, riteniamo che finirà per infrangere questo tabù e seguire le orme della Bce. Questo metterebbe ancora più pressione sulla valuta britannica, causandone l’ulteriore deprezzamento”. È l’analisi di Volker Schmidt, Senior Portfolio Manager di Ethenea.

Il doppio choc della Brexit e della pandemia ha colpito in modo particolarmente duro l’economia britannica. L’aumento della disoccupazione, il calo dei fatturati e la perdita di posti di lavoro, soprattutto nel commercio al dettaglio e nel settore dell’intrattenimento, hanno fatto scendere il prodotto interno lordo britannico più che in qualsiasi altro paese industrializzato. Il -11,3% stimato nel 2020 è il dato peggiore degli ultimi tre secoli. A ciò si aggiunge il fatto che il Regno Unito dipende dalle relazioni commerciali con l’UE molto più di quanto l’UE non dipenda dal Regno Unito, dato che circa la metà delle importazioni e delle esportazioni britanniche di merci e servizi riguarda scambi con l’UE. Anche l’accordo più favorevole possibile sulla Brexit imporrebbe a Londra investimenti significativi nella riconversione della produzione e della catena di approvvigionamento, nonché l’adeguamento ai nuovi controlli alle frontiere e ai nuovi requisiti in materia di documentazione.

“Una situazione che graverà ulteriormente sull’economia britannica e che eserciterà ulteriori pressioni al ribasso sulla sterlina», sottolinea Schmidt, «mentre i titoli di Stato britannici dovrebbero continuare a essere considerati un porto sicuro”.

Quest’anno la Bank of England ha già abbassato due volte il tasso di riferimento portandolo dallo 0,75% allo 0,1% e di recente ha incrementato di altri 150 miliardi di sterline gli acquisti di titoli di Stato, saliti ormai a quota 875 miliardi di sterline. La domanda così creata dovrebbe da un lato stabilizzare il mercato obbligazionario e dall’altro mantenere bassi i tassi, agevolando quindi il finanziamento pubblico. Inoltre gli investitori possono essere praticamente certi che, in caso di necessità, potranno rivendere alla Banca centrale i titoli di Stato acquistati.

Volker Shmidt

La sterlina rimarrà sotto pressione, dato che, a un mese dalla fine della fase di transizione della Brexit, non è ancora stato trovato un accordo accettabile sulle future relazioni commerciali tra UE e Regno Unito. La Banca centrale farà di tutto per attenuare le ripercussioni negative dell’uscita dall’UE e della pandemia di coronavirus. Sono già stati annunciati ulteriori acquisti di obbligazioni e si discutono altre misure. Finora la Bank of England si è rifiutata di adottare tassi di riferimento negativi, ma presto potrebbe cambiare idea.

“Infine, se la scadenza del 31 dicembre 2020 sarà posticipata ancora una volta e i negoziati proseguiranno anche nel nuovo anno, si scivolerebbe in un incubo senza fine, probabilmente il peggiore tra tutti gli scenari possibili a causa del perdurare delle incertezze. Abbinato al coronavirus, questo metterebbe ancora più in difficoltà l’economia britannica”, conclude Schmidt.

Olanda, quando frugale fa rima con paradiso fiscale. Dietro il negoziato un patto su tasse e dividendi?

La battaglia che si sta combattendo sul Recovery Fund probabilmente nasconde una posta in palio ben più importante per alcuni paesi dell’UE con un fisco più “generoso” degli altri. Dietro l’ipocrisia della frugalità, interessi inconfessabili ed una implicita richiesta di garanzie, da parte di Olanda, Irlanda e Lussemburgo, sul tema della diversa imposizione fiscale.

Cosa nasconde il dibattito sul Recovery Fund, condotto dall’Olanda con cinica opposizione da quando è stato concepito? Qual è la vera contropartita? Sono domande solo apparentemente senza risposta, perché la vera posta in palio, ormai, è diventata come il “segreto di Pulcinella”.

Fino ad oggi, è bene precisarlo subito, l’Italia ha fatto quasi da sola, e gli effetti negativi sull’economia si vedono tutti. A parte il programma di Quantitative Easing, che serve soltanto a creare la base di liquidità “a prestito”, è mancata del tutto quella “a fondo perduto”, e cioè l’unico vero aiuto per degli stati che si trovano in estrema difficoltà finanziaria. Dopo quattro mesi, infatti, il tanto strombazzato intervento di aiuti straordinari per i paesi europei sta ancora lì, sul tavolo delle trattative, tenuto in stallo da un gruppo di paesi definiti generosamente da una stampa ruffiana come “frugali” – la traduzione più esatta sarebbe quella di “parsimoniosi” – che di frugale non hanno proprio nulla. A capo di questi paesi che ci remano contro per vile calcolo finanziario c’è l’Olanda, guidata da Rutte (cognome che richiama in Italia buona digestione), che già si era distinta tra Marzo ed Aprile come sospetto sicario di una Merkel allora allineata, per calcolo politico, con il gruppetto dei frugali.

A Bruxelles, sede della Commissione Europea, lo scorso 17 luglio è cominciata la partita finale, quella in cui i ricatti diventano troppo insistenti per non rivelare la vera poste in gioco, che Giuseppe Conte – o chi per lui – ha fatto uscire nei mesi scorsi in tutta la loro chiarezza: la tassazione più bassa riservata alle aziende dall’Olanda, che di fatto è un paradiso fiscale, al pari di Irlanda e Lussemburgo, all’interno dell’UE.

Questo significa, in soldoni, ricevere concorrenza sleale che fa danni a tutti, e che solo in Italia genera mancati introiti per diversi miliardi ogni anno.

La riunione sul Recovery Fund, cioè il fondo da 750 miliardi di euro che dovrebbe far ripartire l’economia UE dopo il disastro della pandemia, non ha ancora messo d’accordo i 27 primi ministri UE, soprattutto sul modo in cui questi soldi vanno distribuiti. Secondo il piano di Germania e Francia di fine Marzo, di questi 500 dovrebbero essere sovvenzioni, e 250 prestiti, ma questa ipotesi non piace ai cosiddetti paesi frugali, cioè Austria, Danimarca, Olanda e Svezia (ed anche la Finlandia sembra avere la stessa linea). 

Ufficialmente, a condurre questa guerra ad oltranza contro il Sud Europa sono Il primo ministro austriaco, Sebastian Kurz (Partito Popolare), il primo ministro danese, signora Mette Frederiksen (partito socialdemocratico), la premier della Svezia è Stefan Löfven (socialdemocratica) ed il premier olandese Mark Rutte (Vvd, partito conservatore liberale europeista). A questi si potrebbe aggiungere anche il primo ministro finlandese, signora Sanna Marin, che però ancora non si svela apertamente.

E Irlanda e Lussemburgo, cosa c’entrerebbero? Siamo sicuri che il lezioso Rutte non rappresenti anche loro, in qualche modo?

I motivi ci sarebbero, eccome, ed è perfettamente lecito sostenerlo al di là di ogni bislacca ipotesi “complottista”. Secondo il presidente dell’Antitrust Roberto Rustichelli, sentito in audizione alla Camera, paesi come l’Irlanda, l’Olanda e il Lussemburgo sono veri e propri paradisi fiscali dell’area Euro, che attuano pratiche fiscali aggressive e, anche grazie a queste pratiche, registrano elevatissimi tassi di crescita sia del PIL (dal 2015 il PIL italiano è cresciuto solo del 5%, quello dell’Irlanda del 60%, quello del Lussemburgo del 17% e quello dell’Olanda del 12%) che del reddito pro capite (Italia 2019 pari a euro 28.860, Lussemburgo euro  83.640, Irlanda 60.350 e Olanda euro 41.870).

Il flusso degli investimenti internazionali è lo specchio del fenomeno, dal momento che quelli effettuati in Italia sono pari al 19% del PIL, mentre il Lussemburgo attrae investimenti pari a oltre il 5.760%, l’Olanda al 535% e l’Irlanda al 311%.

In tutto ciò, l’Unione europea nel complesso ci perde, dal momento che le multinazionali localizzano le loro sedi proprio nei paesi europei con una tassazione più favorevole, realizzando un gettito fiscale complessivamente inferiore. Secondo alcuni uffici studi, per esempio, il fisco italiano perde la possibilità di tassare oltre 23 miliardi di dollari di profitti, perchè 11 miliardi vengono spostati in Lussemburgo, oltre 6 miliardi in Irlanda, 3,5 miliardi in Olanda e circa 2 miliardi in Belgio. Ciò comporta un danno per l’Italia che può essere stimato tra i 5 e gli 8 miliardi di dollari l’anno.

Tutti questi dati, che certo non sono una novità, sono saltati fuori soltanto quattro mesi fa, allo scoppio della pandemia, quando tutti litigavano e l’Unione Europea sembrava aver fatto definitivamente il suo corso. Oggi, dopo estenuanti trattative, i paesi litigano ancora, e l’ipotesi che la posta in gioco sia quella della concorrenza fiscale si fa sempre più reale. Infatti, un negoziato che tratta su 50 miliardi in meno (su 500) di fondo perduto non è credibile, se dietro le quinte non ci sia qualcosa di più “sostanzioso”, ossia un patto di non belligeranza sul tema della tassazione, che vale 70 miliardi l’anno. Tanto è quanto i paradisi fiscali europei sottraggano ogni anno agli altri paesi della UE, grazie alle tasse basse e alla libera circolazione dei capitali.

Troppo, per rinunciarvi.

Recovery Fund, un placebo franco-tedesco per mantenere l’Italia in cattivo stato di salute. Ecco perché

La proposta di Francia e Germania non è un vero aiuto e non risolve i problemi italiani. E’ come una pillola priva di principio attivo, un vero e proprio “placebo” che, per funzionare, dovrebbe produrre nell’organismo produttivo italiano una resilienza che vent’anni di Unione Europea a trazione tedesca hanno ucciso quasi del tutto.

L’Italia è destinata a confermare, all’interno del modello economico voluto dalla Germania e dalla Francia fin dalla nascita dell’Unione Europea, il suo ruolo subalterno di “economia debole”, dalla quale attingere risorse, aziende e menti eccelse a beneficio delle “economie forti”. E’ questa la conclusione che si può ricavare – senza troppi giri di parole o particolare impegno mentale – dalle proposte di regolamento del c.d Recovery Fund, ossia di quel fondo che potrà contare su una dotazione pari a 750 miliardi di euro da distribuire ai paesi membri (cui si aggiungeranno i fondi del bilancio Ue 2021-2027, ossia altri 1.100 miliardi di euro). 

Secondo la proposta franco-tedesca, i soldi diretti ai paesi membri saranno costituiti in massima parte da contributi (fino a 500 miliardi), mentre per 250 miliardi si tratterà di prestiti che dovranno poi essere restituiti dai singoli paesi membri all’UE. In apparenza, si tratta di una cifra senza precedenti nella storia dell’UE, anche perché la raccolta dei fondi verrebbe effettuata tramite una emissione comune di bond con rating “tripla A”, con garanzia del bilancio UE, sui quali si pagheranno bassissimi tassi di interesse.

Finalmente una emissione di debito targato UE, si potrebbe dire. Il sogno del Premier Conte e di Gentiloni (e di molti altri), si potrebbe definire la soluzione prospettata, con grande sorpresa, da Francia e Germania.

Se le cose rimangono in questo modo, però, le misure proposte sono del tutto insufficienti per far fronte alla crisi italiana. Il nostro PIL, infatti, nel corso di quest’anno scenderà più o meno del 13%, per poi recuperare nel 2021 ma ampiamente al di sotto del livello pre-Covid. Facendo bene i conti, pertanto, verrà prodotta una quantità di ricchezza pari a circa 200 miliardi in meno rispetto al 2019, e per fronteggiare questo crollo servirebbero risorse aggiuntive pari almeno, appunto, ad altrettanti 200 miliardi tra il 2020 ed il 2021. Il Recovery Fund di edizione franco-tedesca, purtroppo, sarà disponibile solo a partire dal 2021, e verrà “spalmato” in due anni; così, per il 2020 e parte del 2021 dovremo contare soltanto sulle risorse proprie e sulle altre “pericolosissime” misure di emergenza (MES, SURE) che servono, da un lato, a mitigare gli effetti della crisi (SURE) o, dall’altro, a rafforzare un solo settore dell’Economia (MES), ossia quello sanitario. Nel 2021, infine, entrerà in vigore il Recovery Fund con gli 81 miliardi a fondo perduto (gli altri 90 miliardi saranno prestiti da restituire, pertanto non hanno il medesimo impatto dei primi), che di fronte ad una esigenza di almeno 200 miliardi sono già insufficienti a far fronte alla catastrofe economica in cui siamo precipitati dall’oggi al domani, facendo mancare all’appello circa 120 miliardi di fabbisogno a fondo perduto.

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La proposta dell’UE, pertanto, non è un vero aiuto, e non risolve i problemi italiani. Piuttosto li aggraverà, mantenendo costante nel tempo l’attuale livello di povertà che affligge una larga parte della popolazione. Si tratta di una cura senza principio attivo, un vero e proprio “placebo” che, per funzionare, dovrebbe produrre nell’organismo produttivo italiano una resilienza che vent’anni di Unione Europea a trazione tedesca hanno ucciso quasi del tutto, relegando solo la Lombardia e (in parte) il Veneto, tra tutte le regioni italiane, a godere degli stessi benefici economici garantiti a tutti i paesi del Nord Europa.

Come abbiamo già avuto modo di scrivere in relazione alla riedizione storica, in salsa europea, della Questione Meridionale, il Recovery Fund sembra incarnarla perfettamente, nella sua natura di “non aiuto” destinato ad un paese, come l’Italia, da impoverire – ma non troppo – ed usare per il trasferimento delle migliori risorse economiche, imprenditoriali ed umane verso i paesi dominanti.