Aprile 20, 2026
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Top Management, anche nelle aziende lo spettro della parità forzosa di genere. E la meritocrazia?

Che fine sta facendo la meritocrazia in azienda e nelle professioni? Perché oggi si rende quasi imprescindibile imporre anche alle imprese il credo della parità forzosa tra genere femminile e maschile? Quali sono le tecniche di comunicazione dei media che favoriscono questo pericoloso cambio di passo?

Editoriale di Alessio Cardinale*

C’era una volta il principio di pari opportunità tra uomini e donne. Fu salutato, a suo tempo, come una giusta conquista di civiltà, grazie alla quale anche le donne avrebbero potuto godere, in tutti gli ambiti della Società Civile, delle stesse prerogative legislative e regolamentari per ambire, esattamente come gli uomini, ad un lavoro soddisfacente, ad una posizione di carriera e ad un identico trattamento economico, a tutti i livelli. Per arrivarci c’è voluto un po’ di tempo, ma l’obiettivo è stato raggiunto, ed oggi possiamo già annoverare tantissime donne in posizioni apicali e di vera leadership in economia, in politica e nei media (per non dire dei magistrati donna, che sono il 53% del totale in Italia).

Qual è il comune denominatore che ha portato queste donne ai vertici della carriera? Semplice: un mix di qualità personali, competenza, esperienza, ambizione, impegno e un pizzico di fortuna. In poche parole, lo hanno meritato. Si tratta di donne che si sono messe in gioco, si sono impegnate senza pensare neanche per un attimo di poter avere una corsia preferenziale. Di più, nessuna di loro avrebbe mai sopportato l’umiliazione derivante da una sorta di “raccomandazione di genere“.

Il principio di meritocrazia, pertanto, associato a quello delle pari opportunità, ha consentito di raggiungere questo risultato che si è consolidato negli anni, e di fronte al quale le continue rivendicazioni di genere – alimentate da una certa politica  senza troppi scrupoli e molto attenta a fidelizzare il voto femminile – dovrebbero finalmente avere un termine.

La normalità, oggi, dovrebbe essere quella di una civile competizione tra professionisti – non distinguendo affatto per il loro genere – senza che nessuno di essi vada a ricercare delle scorciatoie per ottenere dei privilegi. Invece, in Italia si sta andando pericolosamente oltre il concetto di meritocrazia. Dopo l’affermazione dei principi di pari opportunità, infatti, a molti fu chiaro che qualcosa non aveva funzionato benissimo nel tradurre gli enunciati di principio in ordini di realtà. Infatti, l’Italia si è ritrovata con una pletora di commissioni P.O. costituite in ogni anfratto della Società Civile e delle attività produttive, composte ope legis solo da donne, in evidente contrasto con la più elementare delle regole costituzionali, quella che vieta espressamente anche la discriminazione per genere. Successivamente, è arrivato il turno delle “quote rosa” in politica, e lì fu subito chiaro che il corposo universo che sostiene questo modo di intendere le relazioni uomo-donna non puntava all’affermazione delle “antiquate” pari opportunità di genere, ma ad un arbitrario e ingannevole superamento di esse, individuabile nel concetto di “Parità Forzosa”.

Cosa intendiamo per “parità forzosa”? Per renderla più simpatica, gli illuminati della (dis)informazione la chiamano “diversity“, ma il suo vero nome dovrebbe essere “shortcut” (scorciatoia). Per chiarire meglio, facciamo un esempio: se una donna studia, si impegna, prende la laurea, frequenta con successo un master, fa la giusta gavetta, mostra di essere brava ed avere “i numeri” per ricoprire un certo ruolo, e lo ottiene, questo è frutto delle pari opportunità; se una donna ottiene il ruolo solo “in quota”, e cioè in virtù della sua appartenenza al genere femminile, senza aver prima dimostrato di avere studiato, di essersi impegnata, di avere una laurea, di aver frequentato un master, di aver fatto la gavetta, di essere brava ed avere i numeri, questo è frutto della parità forzosa, ed è quello che sta succedendo in Italia anche nel mondo aziendale (in politica nazionale e regionale ormai è la norma).

In pratica, il criterio della meritocrazia, che nei secoli dalla rivoluzione industriale ha fatto andare avanti il mondo, viene sostituito dal criterio di raggiungimento della parità forzosa in tutti gli ambiti della Società Civile, nel nome di un evidente “diritto alla scorciatoia e al privilegio” di cui TUTTE le donne – anche quelle senza arte né parte – dovrebbero beneficiare. Nella pratica, ciò equivale alla creazione di una immensa categoria protetta il cui “handicap” sarebbe quello di essere donna e che, in relazione alle sue proporzioni, non può che sopraffare l’opposto genere condannato, invece, alla “normalità”.   

Gli esempi di quanto sopra si trovano a decine, ogni giorno, sui media, grazie ad un elevatissimo livello di omologazione cui l’informazione in Italia si presta volentieri sul tema. Di solito, la notizia viene data con le seguenti modalità: “…Ancora bassa la percentuale di donne tra i dirigenti d’azienda nel settore farmaceutico…”, oppure “….Solo il 12% di donne tra la classe arbitrale nel mondo del calcio…”, oppure ancora “….soltanto 10 donne su 100 sono a capo di una filiale bancaria…” (ed altre, che replicano il medesimo stile). Peraltro, anche il settore della Consulenza Finanziaria non è esente da questa modalità di narrazione. Non è raro, infatti, leggere titoli come “Consulenti finanziari, solo il 25% è donna“. In pratica, la “notizia” è che sarebbero poche, in determinati settori, le donne in posizione di rilievo, ma quali siano le cause di queste percentuali non viene minimamente detto, facendo però intendere il lettore che tutto ciò sia il risultato di una forma di discriminazione ai danni delle pari opportunità delle donne, per cui è necessario imporre il modello della “parità forzosa”, con buona pace della meritocrazia.

Capovolgendo l’esempio al maschile, e facendo riferimento a statistiche autentiche riguardanti il mondo del lavoro, avete mai letto una notizia dal titolo “Solo 15 uomini su 100 svolgono il lavoro di insegnante“? Ovvio che no, così come scommetto che nessuno di voi abbia mai letto una notizia che dica “Quasi nulla la percentuale di donne presenti nell’industria estrattiva e nei trasporti di lunga percorrenza“. Nel primo caso, nessun uomo grida allo scandalo, nè si sente discriminato; quella statistica è frutto di scelte, non di una discriminazione verso il genere maschile nel mondo della Scuola. Relativamente al secondo titolo ipotetico – quello del lavoro in miniera o su un TIR – ci si chiede perchè le donne, in termini di genere, rivendicano (legittimamente) posizioni di vertice nelle aziende, ma non si ritengono idonee a svolgere lavori pesanti. Anche questo, mi pare, è tutto frutto di una scelta.

I comunicati stampa, poi, ci danno esempi di rara bellezza stilistica su questo tipo di informazione strumentale. Lo scorso 7 Ottobre, per esempio, Askanews usciva con questa agenzia: “…In Esselunga solo il 15% dei dirigenti sono donne: in pratica su un totale di 80, le dirigenti sono appena 12. E’ quanto emerso durante la conferenza stampa di Esselunga, che ha per presidente proprio una donna, Marina Caprotti, organizzata in occasione della presentazione, tutta al maschile, del primo bilancio di sostenibilità aziendale…”. Per chi studia la materia della comunicazione – ivi compresa quella che si genuflette al politicamente corretto e agli ordini di scuderia – questo comunicato è oro colato. Peraltro, Luca Lattuada, chief Human resources office di Esselunga, ci teneva a precisare che “…Noi siamo una azienda di circa 25mila persone, che per circa il 50% è fatta da donne, ma ci sono aree dove i ruoli di responsabilità dati alle donne, come quelle degli store, sono sicuramente da migliorare. Abbiamo avviato un percorso di formazione e sviluppo della leadership femminile per fare crescere questa quota“.

Ebbene, chi ha pronunciato questo virgolettato –e stiamo parlando di un top manager, mica poco – si è semplicemente limitato a ripetere senza riflettere il mantra della parità forzosa e delle quote (rosa), ma non sa neanche il motivo per cui si renderebbe necessario un “miglioramento”. Del resto, come potrebbe mai spiegare la questione, se non essendo costretto ad affermare la priorità di assegnare ruoli decisionali alle donne solo per la circostanza di essere tali, in barba al millenario principio di meritocrazia che ha sempre dominato le dinamiche ed il successo delle aziende?

C’è da dire che nel 2019 Esselunga ha registrato un aumento di donne nei ruoli chiave pari al 17% rispetto all’anno precedente. A questo punto, verrebbe da chiedersi se queste manager, quel ruolo, lo abbiano meritato davvero, oppure lo abbiano ricevuto in base al criterio della parità forzosa, e cioè per via della propria appartenenza al genere femminile. “Questo non è un cambiamento che si fa nel breve” – ha sottolineato Lattuada – “In questo percorso di cambiamento si inseriscono iniziative che prevedono workshop aziendali e interaziendali per superare gli stereotipi e creare organizzazioni più inclusive…”.

Forse la meritocrazia in azienda, secondo il top manager Lattuada, è diventata un vecchio stereotipo ormai superato e privo di valore? Così, per capire.

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”, dice la nostra Costituzione all’art. 3. Forse è il caso che questo concetto venga fatto proprio dai CdA delle grandi aziende, affinchè se ne ricordino prima di far celebrare l’elogio della parità forzosa ai propri top manager.

* Direttore editoriale di Patrimoni&Finanza

Più donne in consulenza finanziaria? Sì, ma il merito vale più della “diversity” politicamente corretta

La narrazione di alcune top manager del sistema banca-rete e di autorevoli organi di stampa relativa alla presenza femminile nelle reti di consulenza finanziaria scade nel politicamente corretto, banalizzata da una strategia comunicativa del tutto simile a quella delle famigerate quote rosa. E così il problema più grave, quello delle invalicabili barriere all’entrata che il sistema delle banche-reti  frappone ai giovani, continua ad essere ignorato.

Editoriale di Alessio Cardinale*

L’Italia, e soprattutto il suo modo di fare politica, negli ultimi venti anni sono stati gradualmente (e letteralmente) invasi dalle leggi non scritte del “Politicamente Corretto”. Un vero e proprio “correttore automatico” del pensiero e delle espressioni linguistiche che, come nella peggiore delle dittature, riesce a dominare le idee e le riflessioni di gran parte della Società Civile, nonchè le azioni della mediocre classe politica che ci governa (da sinistra a destra, passando per il centro e le sue estremità).

Ma se alcuni effetti del politically correct, in particolar modo quelli volti a tutelare categorie di persone realmente svantaggiate e/o discriminate, risultano un fattore di progresso civile, molti altri sono il risultato di un suo abuso deliberato e pianificato, volto all’acquisizione di privilegi e di aree di potere in vari ambiti dell’Economia. Tutto ciò che viene spacciato per politicamente corretto, infatti, detta molte delle decisioni da prendere, e può distrarre pericolosamente i decisori dalla reale essenza (e urgenza) delle questioni, diventando un’arma, nelle mani di chi detiene il potere, per il  mantenimento di privilegi e per dare loro continuità, ad uso e consumo di gruppi di interesse privato e politico.

L’espressione “politicamente corretto” nasce dalla locuzione “correttezza politica”, che in teoria designa una linea di opinione e un atteggiamento sociale di estrema attenzione verso determinate categorie di persone, rimuovendo la terminologia che può risultare offensiva e promuovendo, in ciò, maggiore rispetto per i beneficiari ed eliminando ogni tipo di pregiudizio razziale, etnico, religioso, di genere, di età, di orientamento sessuale, o relativo a disabilità fisiche o psichiche della persona. Qualsiasi idea o condotta in deroga più o meno aperta a tale indirizzo appare quindi, per contro, politicamente scorretta (politically incorrect).

Come si traduce il concetto nella pratica di tutti i giorni, e nelle espressioni linguistiche più usate? In Italia, per esempio, i termini “negro” o “nero” diventano “persona di colore”, “zingaro” o “nomade” diventano “rom” e “sinti”, e “diversamente abile” sostituisce le precedenti espressioni politicamente scorrette di “minorato” o “handicappato” (che erano già state corrette in “portatore di handicap” o “disabile”, ancora usate).

Accanto a questi evidenti miglioramenti, però, la mannaia del politicamente corretto porta con sé anche degli eccessi, come nel caso degli individui che non lavorano, non hanno mai lavorato e non cercano lavoro, definite, anziché “nullafacenti” o (con più colore) “scansafatiche”, come “inattive”.

Gli eccessi del politically correct, applicati alla politica parlamentare, hanno raggiunto negli ultimi dieci anni livelli mai visti prima, tanto da spingere alcuni esponenti autorevoli della Cultura a scriverne per segnalare gli effetti nocivi. Una buona disamina è quella svolta da Raffaele Alberto Ventura (“La guerra di tutti. Populismo, terrore e crisi della società liberale, pp. 263-270), secondo il quale “…In principio, il Politicamente Corretto non era per niente una brutta idea; più tardi, tuttavia, le cose hanno iniziato a degenerare e il politicamente corretto è diventato un incubo….Individuando aggressioni e micro-aggressioni dietro ogni scambio comunicativo, il Politicamente Corretto ha finito per diventare una teoria della “guerra giusta” alla portata di chiunque”. 

In particolare, l’abuso del pensiero politically correct si individua in due occasioni: 1) quando si limita ad all’adozione di atteggiamenti ed espressioni forzate che appaiono solo superficialmente più rispettosi, ma dalla scarsa efficacia  (es. avvocata, ministra, sindaca, assessora, architetta etc); 2) quando l’adozione di termini non offensivi nei riguardi di determinate categorie viene sancita senza prima interpellare le categorie stesse (il che costituisce già un fattore di discriminazione).

Relativamente alle donne, grazie alla loro grado di influenza elettorale, la politica ruffiana e potenti gruppi di influenza sono riusciti a fare ciò che nessuno aveva mai tentato prima nella storia del Mondo: trasformare un intero genere, quello femminile, in “politicamente corretto”, relegando quello maschile nell’ambito del “politicamente scorretto”. L’operazione è riuscita in molti ambiti, dal c.d. “Doppio Standard” in sede giudiziaria civile (padri sempre discriminati in sede di separazione o divorzio) e penale (in caso di omicidio, applicazione di pene molto più miti per le donne, anche in occasione di efferati fatti di sangue), alle famigerate “quote rosa” in politica e P.A. (si accede in base al sesso, e non per meriti), passando per le famose commissioni pari opportunità (composte da sole donne e, in teoria, assolutamente incostituzionali).

Da qualche anno, la stessa tendenza ad omologare tutto nel “pensiero unico politicamente corretto” si sta pericolosamente avvicinando al mondo della Consulenza Finanziaria. Nel 2019, le donne iscritte nella sezione dei consulenti finanziari abilitati all’offerta fuori sede dell’Organismo unico erano 11.493 (dati Relazione Annuale dell’OCF), in leggera diminuzione rispetto al 2018 ma saldamente intorno al 25% del totale dei CF attivi. Pertanto, una percentuale per niente trascurabile – ed anzi piuttosto significativa, per usare un eufemismo – segno che la presenza femminile nelle banche-reti è un dato oggettivo e consolidato, e non necessita di alcuna politica delle “quote rosa” vagheggiata ogni tanto dai “negazionisti della meritocrazia”. A dimostrazione di ciò, la statistica sugli esami di abilitazione rivela che oltre un terzo delle domande è presentato da donne, e secondo recenti studi e indagini il 39,9% degli italiani sceglierebbe un consulente finanziario donna. Segno, anche questo, che le donne non sono affatto discriminate in questo settore, e che la loro presenza in ambito professionale è ritenuta assolutamente normale dai potenziali utenti (diversamente, la percentuale più elevata sarebbe andata alla risposta “Non so”).

Eppure, nonostante tutte queste evidenze, il politicamente corretto spinge alcuni gruppi di interesse verso quella che appare come la ricerca di privilegi e posizioni di potere, grazie anche alla arrendevolezza di alcune testate di stampa piegate alle logiche che diffondono “il messaggio unico politicamente corretto”. E così, leggiamo del fantomatico “Comitato Diversity di Assogestioni” (presieduto da Cinzia Tagliabue, amministratore delegato di Amundi SGR), che pare stia lavorando per “…riconoscere e concretizzare il valore delle donne nel risparmio gestito…. Quando si parla di investimenti, gli uomini possono farsi prendere maggiormente dalla paura. Le donne hanno una visione più ampia, basata sul raggiungimento di obiettivi prospettici, mentre l’uomo è più votato alla protezione della famiglia nel breve termine…”.

A ben vedere, Cinzia Tagliabue riceve il supporto di un altro “pezzo da novanta” delle reti, e cioè Paola Pietrafesa (A.D. e D.G. di Allianz Bank Financial Advisors) che, dimenticandosi di quel 33,8% di consulenti donne già operative nelle reti,  afferma incautamente “…..Il modus operandi di qualunque attività ante-covid era una barriera all’entrata per le donne (…). Una maggiore presenza femminile …. può essere solo positiva per lo sviluppo della consulenza finanziaria. Donne nelle reti di consulenza ce ne vorrebbero tante di più, per la capacità di ascolto, l’empatia, l’ambizione alla perfezione, l’attenzione al particolare, il sostegno psicologico. Tutti elementi che fanno parte della natura delle donne e che sono centrali nella prestazione del servizio di consulenza finanziaria….”.

In entrambi gli esempi, la narrazione femminile politicamente corretta viene abilmente mascherata dalla esaltazione della c.d. Diversity, che invece appare come uno degli strumenti idonei ad imporre, anche nel mondo della Finanza, una presunta “superiorità qualitativa” della donna nei confronti dell’uomo. Non lo si dice chiaramente, ma si cerca di inculcare le medesime conclusioni nel sentire comune tramite una strategia comunicativa che, esaltando a più non posso le qualità di un genere, istintivamente spinge a pensare che tali qualità non siano presenti nell’altro. Invece, tutti gli elementi attribuiti alle donne dalla Tagliabue e dalla Pietrafesa non sono affatto una prerogativa femminile, ed i colleghi uomini certamente ne sono portatori, al pari delle donne.

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Del resto, la splendida carriera che ha portato meritatamente sia la Tagliabue che la Pietrafesa a ricoprire ruoli apicali in importantissime aziende del settore finanziario dimostra inequivocabilmente, se ce ne fosse ancora bisogno, che in Finanza non esiste alcuna discriminazione ai danni delle donne che meritano certe posizioni.

Poi ci sono gli organi di stampa finanziaria, come dicevamo. La lista sarebbe lunga, ma non è elegante per un editore specificare l’identità di chi ha avuto il fegato di scrivere che “…il consulente finanziario donna tende a mirare di più verso risultati a lungo termine rispetto al raggiungimento di rapidi guadagni tipici del consulente uomo… . A volte, la troppa fiducia nelle proprie capacità di gestire attivamente un portafoglio può indurre il consulente finanziario a un trading più spinto con costi di transazione più elevati e prestazioni ad alto rischio….per i consulenti finanziari donne il primo obiettivo è spesso la sicurezza economica piuttosto che l’inseguire ritorni fantasmagorici, ma con un rischio elevato.….”.

In pratica, secondo questa versione prona al politically correct (e piuttosto offensiva per gli stessi lettori di quel magazine, molti dei quali sono proprio consulenti), circa 23.000 professionisti uomini sarebbero dei grassatori scatenati che rischiano allegramente con il denaro dei clienti, e questi ultimi sarebbero una massa di stupidi che subiscono passivamente, senza reagire, le scorribande dei propri consulenti nei mercati finanziari.

In definitiva, anche la narrazione propinata dai sostenitori del concetto di “Diversity” appare strumentale, offensiva, irrispettosa e discriminatoria nei confronti del consulente uomo, e tali eccessi sono il frutto di quell’abuso del politically correct di cui parlavamo prima.

Del resto, le false teorie finiscono sempre per scontrarsi con la realtà. Il meccanismo di ingresso nella professione di consulente finanziario, infatti, è perfettamente paritetico dal punto di vista delle opportunità per entrambi i generi: stessi requisiti richiesti, stessi passaggi amministrativi, stesse tasse; chi studia passa gli esami, chi non si è impegnato li ripeterà. A nulla conta il genere, nella Consulenza Finanziaria; qui, il merito personale vale tutto, sia in fase di selezione che durante lo svolgimento del lavoro. I risultati non piovono dal cielo, ed i clienti si guadagnano “sulla strada”, uno ad uno. La competenza, da sola, non basta: puoi conoscere a memoria tutti gli articoli della MiFID, ma se non sai creare relazioni interpersonali vai a casa dopo una settimana.

Non è accettabile che persone poco meritevoli possano fare ingresso nella professione a danno di quelle meritevoli in base a criteri di valutazione iniqui, e così vale anche per le donne: quelle che non hanno i requisiti non ce la faranno (esattamente come gli uomini); e se si consentisse l’ingresso delle donne non sulla base delle capacità personali – ad esempio: aver superato gli esami, saper creare professionalmente relazioni durature e avere i requisiti per mettere sù un buon portafoglio clienti in breve tempo – ma in base all’appartenenza al genere politicamente più corretto, sarebbe la rovina di una intera categoria professionale, e la sconfitta definitiva della meritocrazia che è sempre stata alla base della professione. Anzi, sarebbe persino offensivo rispetto a quel 25% di consulenti donne che hanno meritato ciò che hanno costruito nel tempo, con fatica, partendo da zero.

Parimenti, non è ugualmente accettabile che, dietro l’inesistente problema della scarsa presenza femminile nelle banche-reti, alcune top manager dell’industria del risparmio gestito cerchino di distrarre l’attenzione dal vero problema che affligge la categoria: le insuperabili barriere all’entrata poste dalle società mandanti alle nuove leve, nonchè l’assenza di qualunque azione concreta volta a favorire il ricambio generazionale, senza il quale la categoria stessa dei consulenti finanziari morirà di vecchiaia precoce. Donne comprese.

* Alessio Cardinale, Editore e direttore editoriale di Patrimoni&Finanza

USA, top advisor al femminile: talento e sudore. Dalla povertà a portafogli da miliardi di dollari

Nel mondo della finanza mondiale esiste un nutrito numero di consulenti finanziari donne che, sebbene non siano molto conosciute nei circoli delle celebrità, sono piuttosto famose tra i top clients, ed i loro risultati non sono meno sbalorditivi dei migliori consulenti uomini.

In USA ed Europa, quando cerchi un consulente finanziario che sia adatto alle tue esigenze, lo trovi subito, ma quasi sempre si tratta di un uomo. Infatti, in qualunque canale dei media, i volti che scorrono sono prevalentemente al maschile. Non si tratta di discriminazione – come qualcuno vorrebbe far credere, cavalcando il concetto “politicamente corretto” (tutto europeo) della donna discriminata in tutti i settori – ma di un costume professionale ben radicato, a causa del quale, nel passato, si sono avvicinati a questa professione massimamente gli uomini, e solo negli ultimi quindici anni (in Europa) le donne.

A ben vedere, uguale fenomeno è accaduto in Italia nei ruoli dell’insegnamento, verso i quali le donne si sono proposte in massima parte, al contrario degli uomini (rapporto 70/30), ma nessuno grida allo scandalo né inneggia a “politiche di parità” per riequilibrare la situazione a favore del mondo maschile in quel settore.

Alcuni consulenti finanziari, soprattutto oltreoceano, sono diventati nomi e volti familiari attraverso programmi televisivi e libri, ma nel mondo della finanza esiste anche un nutrito numero di consulenti donne che, sebbene non siano molto conosciute nei circoli delle celebrità, sono piuttosto famose tra i top clients, ed i loro risultati sono assolutamente degni di nota. In USA, per esempio, esse gestiscono già miliardi di dollari per conto di aziende e di ricchi clienti, facendo professione di educazione finanziaria come “cavallo di Troia” per aggiungere nuova clientela e gestirne i patrimoni. Nella “vecchia” Europa, le consulenti cominciano a farsi strada in un mondo tradizionalmente dominato da figure maschili ma del tutto aperto, per sua natura, alle donne, il cui numero totale nel settore rimane basso ma è in costante aumento e non necessita affatto di quegli inopportuni strumenti di parità, utili soltanto ad aumentare artificiosamente la loro presenza numerica a totale detrimento della qualità e del merito.

In ogni caso, ci vuole determinazione per diventare un consulente finanziario di successo, quindi non sorprende leggere le storie di consulenti donne che, in un mercato difficile come quello americano, ce l’hanno fatta superando enormi difficoltà iniziali prima di imbattersi nella professione che le ha accolte e le ha fatte prosperare.

Suze Orman, per esempio, oggi ha un patrimonio personale di circa 35 milioni di dollari, e potrebbe essere sorprendente per alcuni sapere che una volta viveva in un furgone e lavorava per soli 3,50 dollari l’ora, nel 1973, ripulendo le chiome degli alberi. Ha sviluppato la sua forte etica del lavoro quando era bambina, vivendo nel sud della città di Chicago. Suo padre possedeva un negozio di specialità gastronomiche, dove lei e i suoi fratelli lavoravano ogni giorno dopo la scuola. Nel 1973 Suze lasciò l’Università dell’Illinois per dirigersi in California, e lungo il tragitto, per sopravvivere, lavorò presso una ditta di rimozione di detriti dalle strade, vivendo nel furgone di un’amica. In California trovò lavoro come cameriera, guadagnando bene con le mance dei clienti fissi, ma il denaro messo da parte fu perso a causa degli investimenti sbagliati del suo consulente di allora.  Anziché perdersi d’animo, sviluppò interesse per il settore della consulenza finanziaria e, dopo aver ottenuto le autorizzazioni per lavorare ed un prestito di 50.000 dollari dai suoi ex clienti più affezionati, ha intrapreso una splendida carriera ed è diventata prima vicepresidente degli investimenti presso Prudential Financial, e dopo qualche anno fondatrice del Suze Orman Financial Group (non mancando di restituire ogni singolo centesimo del prestito di 50.000 dollari).

Mellody Hobson era la figlia minore di una madre single che, a Chicago, si occupava di affitto e manutenzione di condomini per conto terzi, ma non era un lavoro che permetteva una certa stabilità finanziaria. Cadute in bassa fortuna, un giorno Mellody raggiunse l’apice della indigenza quando dovette riscaldare l’acqua per il bagno su una piastra calda in cucina, e fu quel giorno che giurò a se stessa che non si sarebbe mai più trovata in quella situazione, che lei non si stanca di definire come un “utile corso di sopravvivenza di base”.  Dopo aver abbracciato la professione di advisor e aver gradualmente raggiunto il successo nella vita, la Hobson oggi presiede numerose organizzazioni benefiche e filantropiche, è membro del consiglio di amministrazione di tre importanti società (tra cui DreamWorks Animation) ed è CEO di Ariel Investments, una società di investimento che gestisce 13 miliardi di dollari per conto di ricchi clienti USA. Da sempre seguace di Warren Buffett, Mellody Hobson sostiene che la pazienza ed il tempo sono i migliori ingredienti per costruire la ricchezza; non a caso il logo di Ariel Inv. è una tartaruga. “La cosa più importante che si può imparare dai soldi, e anche Warren Buffett parla di questo, è la tecnica dell’interesse composto. È l’ottava meraviglia del mondo. Se capisci l’interesse composto, capisci quali soldi lavorano a favore o contro di te”.

Karen McDonald

Karen McDonald, cresciuta in una tipica famiglia della middle class americana, è oggi consulente di punta di Morgan Stanley, e si è classificata al primo posto nel tradizionale sondaggio Barron’s del 2019. Ha un patrimonio gestito di 75 miliardi di dollari, e dirige un team di 11 collaboratori con i quali presta consulenza a molti dei clienti presenti nella speciale classifica Fortune 500. Oltre a fornire ai propri clienti imprenditori soluzioni di benefit per i dipendenti, si concentra anche sulla loro educazione a prendere decisioni finanziarie migliori o sui migliori piani di pensionamento privato. La McDonald, fautrice del gioco di squadra ad ogni livello aziendale, attribuisce il suo successo al fatto di essersi circondata di persone fantastiche e di aver costruito negli anni un team forte.

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Susan Kaplan

Susan Kaplan è il presidente di Kaplan Financial Services a Newton, nel Massachusetts. Ha un patrimonio gestito di 2,05 miliardi di dollari ed una media a cliente di 11 milioni. Proveniente da una famiglia poverissima, Susan ha usufruito di diverse borse di studio per conseguire una laurea, ed ha dovuto lavorare di notte per ottenere un MBA in finanza. Oggi ha una forte presenza mediatica (in particolare nel Wall Street Journal, su Bloomberg News, CNBC, WGBH ed altri canali televisivi nazionali), ed è stata nominata dai magazine Barron’s, Worth Magazine e Medical Economics tra i migliori consulenti finanziari del paese, consecutivamente, ogni anno dal 2000 ad oggi. La sua principale attività è quella di progettare piani pensionistici di altissimo livello per i suoi ricchi clienti, assicurando loro anche l’assistenza in campo immobiliare, fiscale e successorio.

Gillian Yu

Nata e cresciuta a Taiwan, Gillian Yu parla fluentemente mandarino, taiwanese e inglese, ed ha conseguito l’MBA presso l’Università della California, Berkeley, nel 2001. Gillian è entrata in Morgan Stanley Private Wealth Management nel 2015 dopo aver trascorso 14 anni con Credit Suisse Securities (USA) a San Francisco. All’inizio della sua carriera ha lavorato per la Chase Manhattan Bank a Taiwan. Dal 2011 è classificata tra le prime 100 consulenti finanziarie donne nella speciale classifica di Barron’s, ed è stata tra le prime 10 consulenti finanziarie donne nel 2013 e nel 2014. Le attività totali gestite di Yu sono pari a 5,85 miliardi di dollari, con una media per cliente di 100 milioni. Gillian concentra il proprio lavoro sulla fornitura di soluzioni complesse e olistiche di gestione patrimoniale transfrontaliere per individui e famiglie con un patrimonio netto molto elevato che vivono in Asia, negli Stati Uniti o in una combinazione di entrambi.

Elaine Meyers

Elaine Meyers si posiziona costantemente nella top 10 della lista Barron’s delle migliori consulenti finanziari donne, arrivando al nono posto nel 2019 ed all’ottavo nel 2018. È Amministratore Delegato e Consulente finanziario di JP Morgan Securities , una divisione di gestione patrimoniale di JP Morgan, ed è molto richiesta sulle strategie di gestione patrimoniale per i dirigenti , fondatori di tecnologia e imprenditori della Silicon Valley. Offre un approccio di tipo family-office alla gestione patrimoniale completa, fornendo assistenza nelle aree di diversificazione della ricchezza, della minimizzazione fiscale e della pianificazione patrimoniale, creando portafogli su misura non correlati alle posizioni azionarie tradizionali. Prima di entrare in JP Morgan nel 2016, Elaine ha iniziato la sua carriera nei servizi finanziari presso la Private Bank della Bank of America, ed ha trascorso oltre 10 anni come amministratore delegato presso Credit Suisse e quasi 14 anni presso importanti società di investimento internazionali. Il suo patrimonio gestito ammonta a circa 3,2 miliardi di dollari, ed i suoi clienti hanno un patrimonio netto medio di 300 milioni.

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Educazione finanziaria “di genere”? No, grazie. Il confronto prevalga sulla esaltazione delle differenze

Con quali modalità le istituzioni economiche mondiali intendono riequilibrare il benessere individuale tra i generi, senza correre il rischio di creare privilegi a beneficio di uno e a danno dell’altro?

Editoriale di Alessio Cardinale*

Uno spettro si aggira tra le istituzioni finanziarie mondiali, un po’ nascosto dietro le trame della politica internazionale (cioè quella che poi incide sull’economia reale). Questo fantasma si chiama “parità economica di genere” e,  come avrete notato soffermandovi sulla denominazione, questa manca del termine “opportunità”.

La differenza non è soltanto lessicale. Infatti, la definizione di “parità di opportunità economiche di genere” individua una società ideale dove tutti, uomini e donne, abbiano uguali strumenti per raggiungere l’eccellenza in tutti i campi, compreso quello economico: libero accesso all’educazione e alla formazione, alle professioni, ai diritti civili, uguali livelli salariali etc. In un siffatto modello sociale, ogni individuo, senza distinzione di sesso, raggiungerà livelli proporzionali all’impegno profuso e alle proprie abilità acquisite. Con il concetto di “parità economica di genere”, invece, si tenta di colmare il gap di opportunità delle donne utilizzando una sorta di “quota rosa” dell’economia, e cioè uno strumento di equilibrio esclusivamente quantitativo, deciso dall’alto, idoneo a creare una artificiale accelerazione dei processi di parificazione (quelli che, in genere, richiedono anche decenni di storia); tutto ciò a totale detrimento della meritocrazia che, in Economia e negli affari – perdonate la franchezza – vale molto più dell’attrezzatura che portiamo sotto gli abiti.

In estrema sintesi, con il primo modello, cioè quello delle opportunità economiche, si dice (in questo caso alle donne) “ti do le stesse opportunità di carriera e di ricchezza degli uomini, in base ai tuoi meriti ed al tuo impegno“; con il secondo (quello della parità economica tout court), si dice “ti dò la stessa carriera e la stessa ricchezza degli uomini“, a prescindere dalle capacità personali e solo per via dell’appartenenza al genere politicamente corretto.

A parte l’aberrazione sociale di siffatto metodo redistributivo, ci si chiede come sia possibile realizzare il secondo modello, a parità di ricchezza globale, senza sottrarne una parte a chi, tra gli individui di genere maschile, se l’è guadagnata e la detiene. 

Nonostante queste riflessioni piuttosto elementari, negli ultimi due anni, di pari passo alle benvenute (quando non realizzano odiosi privilegi) politiche sociali woman oriented, si è sviluppato un vigoroso apparato ideologico a sostegno di quello che appare invece come un pericolosissimo tentativo di forzare la mano all’Economia nei suoi fondamenti, con e le sue leggi e i suoi modelli che qualcuno vorrebbe mutare a beneficio di un solo genere.

Richiamandoci alla storia economica contemporanea, i modelli capitalistici (quelli che tutti noi studiamo all’università), prima ritenuti pressocchè immutabili, sono stati messi a dura prova dall’improvvisa evoluzione di quello cinese, il quale, in un certo senso, ha messo in crisi i dogmi macro-economici europei e americani degli anni ’80 per via del successo decretato dall’intervento diretto della politica post-maoista (l’ex modello comunista) sull’economia di stampo capitalistico. Uno tsunami, per il pensiero degli economisti, a cui il mondo si è abituato, nonostante quello cinese sia un popolo ancora soggiogato dalla dittatura di un partito e del suo segretario, dove l’arricchimento della classe imprenditoriale cinese fa rima con la compressione dei diritti umani (circa 2.500 esecuzioni capitali ogni anno in Cina) e delle libertà civili.

Ebbene, che collegamento c’è tra il modello semi-capitalistico cinese e la battaglia (silenziosa, ma ancora per poco) per la “parità di genere economica”? Uno solo: il metodo, quello che prevede un intervento incisivo della politica (e delle ideologie che la sostengono) sull’Economia mediante l’adozione di leve e meccanismi differenti da quelli tradizionalmente usati per riequilibrare le disparità sociali, ossia la politica monetaria e quella fiscale. Infatti, non è un caso che, da qualche tempo, alcune grosse istituzioni economiche come il World Economic Forum sostengono che investire sulle donne, sul loro benessere, sui loro salari, sulla loro salute e istruzione, sui servizi alle famiglie ci renderebbe tutti più ricchi.

Come non essere attratti da simili affermazioni? Nel mondo occidentale, nessuno deve poter affermare che investire sulle competenze delle donne sia una cosa sbagliata. Serve, però, capire con quali modalità le istituzioni economiche mondiali intendono investire per riequilibrare il benessere di un solo genere, senza correre il rischio di creare privilegi a danno dell’altro. Inoltre, ci si dovrebbe chiedere se tale  principio non nasconda, da parte di alcune formazioni politiche che si auto-definiscono progressiste, l’intento di creare una “parità artificiale”, non sorretta dai necessari principi meritocratici che sono alla base dello sviluppo economico di ogni paese.

In Italia, per esempio, abbiamo già sperimentato come l’aumento, puramente quantitativo, delle donne in Parlamento, avvenuto grazie all’affermazione graduale dei principi di equità alla base delle c.d. quote rosa, non abbia determinato affatto l’attesa “elevazione qualitativa” della classe politica nazionale, ed anzi dobbiamo riconoscere che le parlamentari inserite dai partiti in occasione delle elezioni si siano rivelate, salvo pochissime eccezioni, assolutamente ininfluenti (se non anche scarsamente capaci) e poco avvezze a superare la visione partitocratica dello Stato ed a gestire bene la Cosa Pubblica, al pari della stragrande maggioranza dei parlamentari uomini.

Eppure, il World Economic Forum (molto ascoltato anche dai politici italiani) continua a propinare una sorta di “nuova ideologia” basata sul concetto che i governi guidati da donne sono più democratici, egualitari, pacifisti e meno corrotti; pensano di più all’ambiente, all’istruzione e in generale alle politiche sociali.

In buona sostanza, un insieme di luoghi comuni sconfessati dai fatti.

Secondo il WEF, inoltre, una maggiore partecipazione delle donne alla politica e alla direzione di piccole e grandi imprese aumenterebbe la ricchezza di tutti, e la parità di genere sarebbe strettamente correlata al prosperare delle economie e delle società, comportando dividendi economici significativi anche in termini di PIL. A sostegno di questa tesi, Il WEF sciorina anche dei dati: la parità di genere economica potrebbe aggiungere ulteriori $ 250 miliardi di dollari al PIL del Regno Unito, 1.750 miliardi di dollari a quello degli Stati Uniti, 550 miliardi ai giapponesi, 320 miliardi di dollari alla Francia, 310 miliardi al PIL alla Germania, mentre la Cina potrebbe vedere un aumento di 2,5 trilioni di dollari. Il mondo, inoltre, nel suo complesso potrebbe aumentare il PIL globale di 5,3 trilioni di dollari entro il 2025 (ossia, in un orizzonte temporale di soli 6 anni), se solo riducesse di appena il 25% il divario uomo/donna nella partecipazione economica.

Come ciò si possa verificare, a parità di PIL e di risorse, in soli 6 anni, questo il WEF non lo spiega, limitandosi a sterili enunciazioni di principio, tipiche della prevalenza di posizioni politiche ed ideologiche su quelle economiche e pratiche, sulle quali invece si reggono le fortune (e le sfortune) del mondo. Infatti, a parità di PIL e risorse, l’unico modo per realizzare gli enunciati del WEF non è quello di “affiancare” le donne agli uomini in nuovi ruoli dirigenziali all’interno del mondo imprenditoriale, bensì quella di “sostituire” la classe dirigente maschile con quella femminile. Pertanto, si tratterebbe di una politica sorretta da una ideologia chiaramente suprematista, che non tiene in nessuna considerazione i criteri meritocratici, con i quali la maggioranza delle donne invece accetta di misurarsi, e mira a scalzare le figure maschili solo in virtù del loro genere politicamente scorretto.

Una posizione inaccettabile, a ben vedere, che non ha niente a che fare con l’obiettivo di riequilibrare le possibilità di carriera delle donne (quelle meritevoli), e che mira al superamento stesso delle politiche di pari opportunità per mezzo della creazione di un privilegio assoluto dettato dall’appartenenza al genere corretto.

Il naturale portato di questa ideologia – uno dei tanti – è quello dell’ “educazione finanziaria di genere”, in base alla quale, secondo la Banca Mondiale delle Donne, è necessario ridurre il divario nell’accesso ai servizi finanziari e nell’emancipazione economica femminile. In sintesi, secondo il rapporto annuale della Women’s World Banking, non può esserci inclusione e consapevolezza di genere del proprio peso, decisionale e economico, senza un’educazione finanziaria mirata, dedicata solo al genere femminile.

Come se quello della emancipazione finanziaria sia un problema solo femminile, e non tocchi neanche i milioni di uomini privi di qualunque alfabetizzazione sui temi della finanza più elementare.

Anche in questo caso, quindi, le legittime rivendicazioni provenienti da alcuni dei più grandi paesi del mondo (Bangladesh, Egitto, India, Indonesia, Messico e Nigeria, dove vive oltre il 50% delle donne che non ha accesso al credito e a un conto bancario) vengono utilizzate per nascondere enunciati di principio di chiara matrice suprematista. La stessa WWB, per esempio, sostiene che se la finanza sta diventando più responsabile è merito delle donne, le quali sarebbero più propense agli investimenti sostenibili e attente ai loro effetti di lungo termine. Altri luoghi comuni, dunque, che non chiariscono affatto l’utilità di dover ripensare l’educazione finanziaria «tradizionale», quella cioè basata sullo studio degli argomenti finanziari più complessi (es. il calcolo degli interessi) senza coinvolgere necessariamente entrambi i generi a partire, per esempio, dall’età scolastica primaria e secondaria.

A meno che non si pretenda di tornare, per favorire l’educazione finanziaria di genere, alle classi separate per sesso fin dalla scuola materna.

In definitiva, istituzioni come la WWB propongono un cambio di paradigma per mezzo del raggiungimento di obiettivi di apprendimento che sembrano riservati solo alle donne: come esse possano investire, oppure usare il proprio smartphone per gestire i risparmi, le spese familiari o le attività e imprese economiche in maniera differente rispetto agli uomini.

Si tratta di un approccio che, anziché alimentare il confronto tra i generi e favorire uno scambio di competenze e valori, mira solo alla futura supremazia di un genere a discapito dell’altro. Un approccio di potere, quindi, da cui la futura Europa dei popoli deve difendersi per evitare di ricadere, dopo decenni di sostanziale pace sociale, in una strumentale ed eccessiva esaltazione delle differenze tra uomo e donna in cui, per via dell’asprezza di tale dibattito in molti ambiti della Società, si potrebbe individuare l’anticamera di nuovo antisemitismo di genere.

*Editore e direttore editoriale di Patrimoni&Finanza