Vista da una angolazione diversa da quella spirituale, la cultura sviluppatasi attorno al Cristianesimo ha fatto da culla alle scuole di pensiero progressista e alle rivoluzioni industriali.
Di Valerio Giunta, Founder e CEO di Banking People
Nell’attuale contesto globale, dove economie emergenti e consolidate si confrontano su scala internazionale, è essenziale riscoprire le radici culturali che sono alla base del successo economico dell’Europa nei secoli. Così come la Cina e gli Stati Uniti attingono alle loro basi culturali per rafforzare i loro modelli economici, da più parti si comincia ad affermare che l’Europa debba tornare a valorizzare la propria identità cristiana, che ha storicamente ispirato modelli sociali ed economici capaci di equilibrio, innovazione e progresso.
Vista da una angolazione diversa da quella squisitamente spirituale e “morale”, la cultura sviluppatasi attorno al Cristianesimo – tra mille asperità e lunghi periodi di potere temporale che la critica storica ha definito come “i secoli bui della Chiesa” – ha fatto da culla alle scuole di pensiero progressista che hanno permesso lo sviluppo della Borghesia agraria, delle tecnologie meccaniche e tessili, di ben quattro rivoluzioni industriali (quella digitale è solo l’ultima) e di una quinta in preparazione con l’avvento inarrestabile della Intelligenza Artificiale. La religione islamica, per dare un esempio simmetricamente contrario, ha sempre bloccato sul nascere qualsiasi forma di progressismo sociale ed economico, e l’assenza quasi totale di premi Nobel provenienti dai Paesi in cui l’Islam domina anche come corpus legislativo la dice lunga sulla “essenza modernista” del Cristianesimo, se esso viene analizzato con la visuale della Storia.
Rivolgendo lo sguardo all’Asia, la Cina moderna deve molto al Confucianesimo, una filosofia che valorizza il rispetto per l’autorità, il senso del dovere e il primato della collettività. Questi valori hanno favorito una società disciplinata e coesa, che è stata alla base della rinascita industriale cinese. Xi Jinping, consapevole di questa eredità, sta rafforzando sembra più il ruolo del Confucianesimo per sostenere una visione a lungo termine dello sviluppo economico, contrapposta alla volatilità del modello occidentale. La mentalità confuciana, che privilegia l’armonia sociale rispetto all’individualismo, ha permesso alla Cina di gestire in modo centralizzato un’economia complessa e altamente competitiva, nonchè di fronteggiare con maggior resilienza le ultime crisi economiche (compresa quella in corso).
Relativamente agli Stati Uniti, invece, si può senz’altro fare riferimento alla “predestinazione” come base della loro economia. L’etica calvinista della predestinazione, infatti, ha plasmato una cultura economica unica, in cui la convinzione che il successo materiale sia segno di grazia divina ha spinto generazioni di americani a perseguire con determinazione il profitto, la produttività e l’innovazione. Questo modello ha portato a un capitalismo aggressivo e dinamico, che premia l’iniziativa individuale e la competizione, ma che a volte può risultare insostenibile sul piano sociale ed etico. A confronto dell’approccio americano di stampo calvinista, l’Europa possiede un’identità economica e culturale differente, fondata sulle sue radici cattoliche, e a differenza della visione statunitense e di quella collettivista confuciana, il cattolicesimo propone una visione della realtà concepita come creazione divina e quindi intrinsecamente buona. Questo ha ispirato un’Ethos popolare ed economico massimamente basata sulla solidarietà, sull’idea del rispetto del prossimo e sul principio che il progresso debba essere asservito al bene comune.
Il modello economico europeo, infatti, ha storicamente combinato crescita e inclusione sociale, creando istituzioni come lo stato sociale e promuovendo modelli di governance che tengono conto delle necessità di tutte le parti in causa. Tuttavia, negli ultimi decenni, l’Europa sembra aver perso la propria identità culturale, cedendo a una visione tecnocratica e individualista che la rende vulnerabile rispetto ai modelli più radicati della Cina e degli Stati Uniti. In questo scenario, il ruolo della “sovrastruttura” (cultura, religione, ideologia) di Marxiana memoria rischia di condizionare profondamente la struttura economica e sociale europea, modellando il modo in cui le persone percepiscono la realtà. Del resto, già Durkheim e Engels avevano evidenziato come la religione e l’etica influenzino la coesione sociale e i rapporti economici; lo stesso Gramsci aveva sottolineato il ruolo dell’egemonia culturale nel plasmare i rapporti di forza all’interno della società. Eppure, in Europa sta prevalendo oggi una cultura debole e frammentata, che rischia di soccombere di fronte a sistemi più coesi come quello cinese o americano. Per contrastare questa deriva, il Vecchio Continente dovrebbe ripartire dalle origini, riscoprendo il proprio patrimonio culturale cattolico, e così tornare a creare sistemi stabili e innovativi, sufficientemente forti da contrastare i condizionamenti provenienti da altre culture.
Per rispondere alla competizione globale e superare la frammentazione culturale, l’Europa dovrebbe rifarsi al “Sum ergo cogito” (Papa Giovanni Paolo II, “Memoria e Identità”) e tornare a costruire un’economia basata sull’uomo, sulla solidarietà sociale e sulla dignità del lavoro. Questo modello è l’unico in grado di permettere la rinascita di una identità culturale europea e, soprattutto, di trasmettere i valori di tale modello alla propria struttura economica continentale rafforzando la competitività sui mercati, offrendo un’alternativa etica ai sistemi dominanti che, in tutta evidenza, etici non sono mai stati. Del resto, come afferma il sociologo belga Leo Moulin “…credo obiettivamente e scientificamente che da un punto di vista sociale ed economico (….) i cattolici benedettini siano stati i padri dell’Europa…”.
Il cattolicesimo, pertanto, non può essere visto come un anacronismo in un mondo sempre più digitale e artificiale, ma come una risorsa viva, capace di ispirare un rinnovamento culturale ed economico. Per queste ragioni, che toccano in modo decisivo l’aspetto economico, siamo chiamati a vivere questo Natale come memoria viva delle nostre radici cristiane, guardando alla nascita di Cristo come ad una occasione per “redimere” la nostra Storia più recente, che ha sensibilmente deviato la traiettoria dalle nostre origini, per contemplare ogni cosa, anche l’economia, con occhi nuovi.
Buon Natale.



Le difficoltà europee derivanti dalle sanzioni contro la Russia hanno spalancato le porte alle esportazioni americane. Secondo i dati disponibili, tra luglio 2023 e giugno 2024 il valore delle esportazioni statunitensi verso l’Unione Europea è aumentato di 93 miliardi di dollari, raggiungendo un totale di 367 miliardi di dollari (+34% rispetto al 2021). In particolare, le esportazioni di petrolio sono raddoppiate (+101%), con un incremento di 37,3 milioni di tonnellate; quelle di gas naturale liquefatto (GNL) sono aumentate del 181%, pari a 18,5 milioni di tonnellate; le esportazioni di fertilizzanti sono passate da quasi zero a 666.000 tonnellate. Tutti questi numeri evidenziano come le sanzioni abbiano spinto l’Europa a una crescente dipendenza economica dalle risorse statunitensi, trasformando gli Stati Uniti in fornitori chiave per il Vecchio Continente.
In tal senso, anche gli aiuti americani all’Ucraina non rappresentano solo un gesto di solidarietà, ma anche un volano per l’industria nazionale. Negli ultimi due anni, infatti, la produzione industriale nei settori della difesa e dello spazio è aumentata del 18%, sostenuta dall’espansione della domanda militare generata dagli alleati NATO e dal sostegno a Kiev da parte dell’amministrazione Biden. In soldoni, il 64% dei 60,7 miliardi di dollari stanziati per l’Ucraina è rientrato direttamente nell’economia statunitense, consolidando la base industriale della difesa e creando migliaia di posti di lavoro negli Stati chiave. Tuttavia, l’impatto politico-elettorale di queste misure non è stato sufficiente alle ultime elezioni presidenziali, in occasione delle quali gli elettori americani hanno punito Biden, anziché ringraziarlo per i risultati ottenuti in tema di occupazione.
Si può dire che gli Stati Uniti abbiano finora rafforzato la loro posizione economica e politica, mentre l’Europa stia pagando ancora il prezzo della crisi. Le sanzioni contro la Russia hanno acuito la dipendenza energetica e industriale dai mercati americani, le cui materie prime non sono esattamente a buon mercato, contribuendo a un aumento dei costi per le famiglie e le imprese europee. La necessità di importare dagli Stati Uniti risorse fondamentali prima geograficamente più disponibili e meno costose ha portato molte aziende europee a riconsiderare la propria base operativa, favorendo la delocalizzazione verso gli USA, dove i costi energetici sono significativamente più bassi. Questo fenomeno, unito alla pressione inflazionistica, sta minando la competitività industriale del Vecchio Continente.
Pertanto, la guerra in Ucraina ha rappresentato per gli Stati Uniti un’opportunità unica per rafforzare il proprio ruolo di superpotenza globale, ma ha anche messo in luce le fragilità dell’Europa, costretta com’è a comprare il sempre più crescente debito americano per sostenere il “dollaro forte” ed evitare che le altre valute BRICS prendano ancora più piede nel contesto del commercio internazionale. Se l’Europa non riuscirà a elaborare una strategia che le consenta di recuperare autonomia energetica e industriale, rischia di uscire ulteriormente indebolita da questa crisi.
Relativamente alle implicazioni per gli investitori finanziari, la guerra in Ucraina ha creato scenari di opportunità e rischi significativi, con gli Stati Uniti che emergono come beneficiari principali e l’Europa che subisce le maggiori pressioni economiche. L’industria americana della difesa, dell’energia e il settore manifatturiero americano sono in forte espansione:
Contemporaneamente, l’Europa deve affrontare il rischio di deindustrializzazione e l’aumento dei costi energetici, e già le aziende europee nei settori ad alta intensità energetica stanno perdendo terreno rispetto ai competitor americani. La c.d. transizione energetica, tuttavia, potrebbe compensare la perdita di produttività nei settori più maturi; in tal senso, gli investimenti in energie rinnovabili (come quelli di Iberdrola ed Enel) potrebbero rappresentare un’alternativa sostenibile. Pertanto, gli investitori possono beneficiare del boom americano (finchè dura), mentre in Europa è necessaria una selezione più attenta per evitare settori in difficoltà. Materie prime e fondi diversificati su difesa ed energia restano strategie interessanti per navigare in questa fase di incertezza globale.
Durante l’incontro di Kazan, i paesi BRICS hanno lanciato un messaggio chiaro all’Occidente, evidenziando come l’attuale ordine mondiale sia percepito sempre più come una “locomotiva impazzita”, con rischi devastanti per l’umanità intera se non si intraprende una strada di cambiamento. La riunione di Kazan ha dunque gettato le basi per un futuro in cui i paesi del Sud globale possano svincolarsi dalla supremazia del dollaro e creare un sistema economico internazionale più equo, che permetta ai paesi emergenti di prosperare senza essere subordinati all’Occidente. Uno dei temi centrali del vertice è stata, infatti, la necessità di superare il “sistema di Bretton Woods“, creato nel 1944, dopo la Seconda Guerra Mondiale, e considerato ormai inadeguato dai BRICS, poiché gli Stati Uniti hanno a lungo utilizzato il dollaro come strumento di controllo economico, imponendo sanzioni e dominando il commercio globale attraverso l’uso della loro moneta.
Al vertice di Kazan, oltre ai membri permanenti dei BRICS, erano presenti anche 13 paesi partner, alcuni dei quali sono candidati ad aderire formalmente in futuro, contribuendo ulteriormente a consolidare questo blocco. Anche per questo motivo i BRICS, che già rappresentano un terzo del PIL mondiale e una popolazione di oltre il 43% del pianeta, sono oggi un elemento di forte preoccupazione per i Paesi occidentali. Il timore più grande è rappresentato da uno degli obiettivi principali dell’organizzazione, che è quello di fornire ai suoi membri un’alternativa all’attuale sistema bancario internazionale, creando una nuova architettura finanziaria parallela che possa funzionare autonomamente anche quando si presentano ostacoli o sanzioni da parte dell’Occidente. L’organizzazione, in tal senso, intende adottare una strategia graduale, che prevede l’affiancamento dei sistemi occidentali esistenti, in modo da permettere ai suoi membri di scegliere tra le diverse opzioni a seconda delle loro esigenze. Ma in molti sono pronti a scommettere che la competizione tra i due sistemi sarà subito molto forte.
Il vertice ha anche affrontato il tema della riforma delle Nazioni Unite, e in particolare del Consiglio di Sicurezza, poiché attualmente la rappresentanza dei paesi emergenti non riflette la realtà geopolitica odierna. Le potenze emergenti, come l’India e la Cina, chiedono che venga dato loro il giusto riconoscimento. Questo processo di riforma, secondo i BRICS, sarebbe necessario per creare un sistema più inclusivo ed equilibrato. Tuttavia, contrariamente a quanto si possa pensare, la strategia dei BRICS non sembra sottesa a sovvertire l’attuale ordine globale, bensì a riformarlo per garantire una distribuzione più equa delle risorse e una maggiore stabilità internazionale.
Quanto al processo di “de-dollarizzazione”, va detto che è in atto già da anni, con Russia e Cina che ora commerciano principalmente nelle loro rispettive valute. Le numerose sanzioni imposte unilateralmente dagli Stati Uniti e dal seguito dei Paesi di tutto l’occidente, in passato sono state interpretate dai BRICS come una violazione della sovranità nazionale e una minaccia all’economia globale, e ciò ha generato una crescente diffidenza verso il dollaro. La conseguenza naturale di tale stato di cose è la volontà di molti paesi emergenti di sottrarsi al controllo valutario americano e di mettere al riparo le proprie economie da possibili ritorsioni finanziarie future.
Per chi si occupa di investimenti finanziari, il recente vertice dei BRICS offre numerosi spunti di riflessione e rappresenta un campanello d’allarme per comprendere l’evoluzione dei mercati globali. L’emergere dei BRICS come contrappeso al dominio occidentale e la volontà di de-dollarizzare i loro scambi, infatti, suggeriscono una potenziale riduzione dell’influenza del dollaro sui mercati internazionali, con possibili implicazioni sul valore delle attività denominate in dollari e sulla domanda di beni rifugio, come l’oro e le materie prime, che storicamente aumentano di valore durante periodi di incertezza valutaria. Investitori e gestori patrimoniali dovrebbero considerare con attenzione il peso economico del blocco BRICS, che attualmente rappresenta una quota significativa del PIL mondiale e una crescente influenza nelle catene di approvvigionamento globali.
Il rafforzamento dei legami commerciali e finanziari tra i membri del gruppo potrebbe portare a nuove opportunità d’investimento nei mercati emergenti, che spesso offrono margini di crescita superiori rispetto alle economie mature. Tuttavia, questa dinamica potrebbe anche comportare rischi associati alla volatilità politica e alle possibili ritorsioni da parte dei paesi occidentali, come sanzioni economiche o limitazioni all’accesso ai mercati finanziari. Inoltre, la proposta di un sistema di pagamenti alternativo basato su tecnologie come la Distributed Ledger Technology (DLT) rappresenta un’opportunità interessante per gli investitori in ambito fintech e blockchain.
Un altro elemento chiave emerso dal vertice riguarda l’incremento delle riserve in valute locali da parte dei paesi BRICS, in opposizione al dollaro. Gli investitori dovrebbero monitorare l’andamento di queste valute, come il renminbi cinese o il rublo russo, che potrebbero assumere un ruolo maggiore nelle transazioni internazionali. Una diversificazione valutaria più ampia potrebbe infatti rappresentare una strategia per minimizzare i rischi derivanti dalla volatilità del dollaro, specie per gli investitori che operano in mercati emergenti o in aree influenzate dai BRICS. Infine, il processo di riforma del sistema economico globale promosso dai BRICS potrebbe portare a un aumento della regolamentazione nei mercati occidentali e a una maggiore pressione sui tassi d’interesse e sui rendimenti dei titoli di stato americani. Gli investitori dovrebbero quindi considerare attentamente l’esposizione ai titoli legati al debito degli Stati Uniti e valutare opzioni alternative nei mercati emergenti.
Chi si occupa di investimenti finanziari dovrebbe quindi interpretare le dinamiche dei BRICS non solo come un cambiamento geopolitico, ma come un’evoluzione dei mercati globali che può influenzare asset allocation, strategie di diversificazione e scelte di lungo periodo. Infatti, sul fronte delle materie prime, i BRICS stanno acquisendo un ruolo sempre più importante nel determinare i prezzi delle risorse naturali, di cui sono produttori e grandi consumatori. Pertanto, investimenti in commodity come oro, petrolio, rame e minerali rari possono diventare più interessanti, soprattutto se gli scambi di queste risorse saranno sempre più denominati in valute diverse dal dollaro. Anche i mercati azionari dei BRICS e dei paesi emergenti presentano potenziali di crescita notevoli rispetto ai mercati sviluppati, soprattutto il settore tecnologico cinese, l’industria farmaceutica indiana, l’agribusiness brasiliano e il settore energetico russo.
Le previsioni per le emissioni di titoli del Tesoro nel 2024 sono state riviste al rialzo, raggiungendo la cifra record di 1,34 trilioni di dollari in treasury decennali, soprattutto a causa dell’aumento dei tassi d’interesse. Eppure, nonostante le preoccupazioni, l’ultima emissione di titoli di stato americani ha avuto un successo record, grazie agli alti d’interesse e alla apparente stabilità dell’economia. Invece, la situazione sul fronte della bilancia commerciale continua a peggiorare. Gli Stati Uniti, infatti, registrano un ennesimo saldo negativo, poiché importano ormai da tempo più beni e servizi di quanti ne esportano. Questo deficit, che ammonta a circa 800 miliardi di dollari annui, rappresenta un ulteriore freno alla crescita economica del paese e rende molto complesso il quadro economico americano, che deve affrontare anche le incertezze geopolitiche che vedono coinvolti gli USA, indirettamente, sia nel conflitto Russo-Ucraino che in quello tra Israele e Popolo Palestinese.
Questi elementi di politica internazionale, senza dubbio, sono ulteriori fattori di rischio per la stabilità finanziaria del paese, e il futuro dell’economia americana dipenderà da come il governo riuscirà ad affrontare tutte queste sfide. L’amministrazione Trump e quella Biden hanno provando a correre ai ripari, adottando misure protezionistiche sia nei confronti dei paesi asiatici ma anche nei confronti dell’Europa. Pure gli incentivi all’economia americana (come l’IRA ed il CHIPS and Science Act) sono misure per ridurre il deficit di bilancio, aumentare le esportazioni ed anche riportare a casa il know how tecnologico strategico. Intervenendo alla Camera, la segretaria al Tesoro Usa Janet Yellen si è detta preoccupata per il trend del deficit statunitense. Parliamo della medesima Janet Yellen che, non più tardi di 24 ore prima, aveva fissato in 243 miliardi di dollari il controvalore di nuove emissioni di debito previste per il secondo trimestre di quest’anno e in 847 miliardi quello relativo al periodo giugno settembre.
Gli effetti di questi fattori di rischio si fanno sentire già dall’ultimo scorcio del 2023, e mentre i media distraggono l’attenzione dei cittadini americani (e del mondo) dirottandole dai problemi dell’economia alle proteste negli atenei, il tasso di risparmio precipita al 3,2% del reddito disponibile – il minimo storico assoluto – e il 43% delle piccole e medie imprese USA non è riuscita a pagare l’affitto ad aprile. Il quadro che emerge, pertanto, non è affatto quello di un’economia che sta vivendo un “soft landing“, come sostenuto ripetutamente da alcuni economisti, ma quello di un sistema economico che sta accelerando verso una crisi profonda, che colpirà duramente le famiglie e le piccole imprese americane, riportando gli USA in una situazione di “scollamento” dell’economia reale da quella puramente finanziaria del tutto simile a quella del 2007-2008, allorquando fu evidente che la finanza “drogata” da artifizi contabili ai limiti della truffa sistemica era come un asteroide impazzito lanciato verso la terra.
Oggi come allora, infatti, Wall Street, le grandi aziende tecnologiche e gli insider del mercato finanziario continuano ad arricchirsi, mentre la classe media e le fasce più deboli della popolazione americana si impoveriscono. Il sistema attuale, basato su un debito in costante crescita e su una speculazione finanziaria sfrenata, è insostenibile e sta portando il paese verso una crisi economica e sociale di vaste proporzioni. Se ne sono accorti anche diversi paesi Africani, tra cui Sudafrica, Nigeria e Ghana, che hanno deciso di rimpatriare le proprie riserve auree dagli Stati Uniti. Questa mossa, allarmante per l’economia 
Le conseguenze di questo nuovo focolaio di crisi si stanno già manifestando in Europa. Infatti, il vicino stretto di Suez, che sbocca a sud nella zona di guerra – che è un altro stretto, sia pur naturale – vale il 12% del commercio mondiale per transito di merci, e il 30% se prendiamo in considerazione il traffico internazionale di merci tramite container. Inoltre, da Suez passa il 14,6% dell’import mondiale di prodotti cerealicoli ed il 14,5% dei fertilizzanti usati in Agricoltura. Tesla ha annunciato che dovrà sospendere per due settimane la maggior parte della produzione in territorio tedesco per via della carenza di componenti causata dagli allungamenti delle rotte, poichè molte compagnie di trasporto hanno deciso di circumnavigare l’Africa pur di non incappare negli attacchi degli Houthi.
Nella prima settimana di gennaio 2024, gli Stati Uniti hanno emesso un avvertimento agli Houthi, minacciando conseguenze in caso di persistenza degli attacchi. In risposta, gli Houthi hanno dichiarato la continuità degli attacchi finché non saranno forniti aiuti a Gaza. Le conseguenze potenziali di un simile atteggiamento potrebbero costituire, nel loro insieme, una escalation della crisi nel Mar Rosso, con impatti rilevanti sull’economia e quindi anche sui mercati finanziari europei e, successivamente, su quelli globali. Infatti, la chiusura potenziale delle rotte commerciali nel Mar Rosso comprometterebbe le catene di approvvigionamento tra Europa e oriente e medio oriente, portando a ritardi e aumenti dei costi, con conseguenze importanti per le aziende coinvolte.
Naturalmente, il sostegno iraniano agli Houthi amplifica le tensioni regionali, e innesca un conflitto più ampio tra Iran e il blocco Stati Uniti/Regno Unito, con impatti negativi sui portafogli degli investitori nei mercati coinvolti (Europa , Cina, India e sud est asiatico). Di contro l’economia europea, fortemente dipendente dalle importazioni attraverso il Mar Rosso, è esposta a rischi significativi per via dell’aumento nei prezzi del petrolio, del gas naturale e di tutti i prodotti di scambio con effetti sull’inflazione e sulla crescita economica europea, influenzando le strategie di investimento di qualunque gestore di fondi comuni e sicav.
Vista dall’esterno, l’instabilità geopolitica crescente può minare la fiducia degli investitori, che potrebbero mantenere l’attuale rallentamento nei consumi danneggiando gli investimenti e la redditività delle aziende con esposizione regionale. L’instabilità politica e sociale in aumento nella regione del Mar Rosso è una incognita significativa per gli investimenti, richiedendo una revisione attenta delle strategie di gestione del rischio. Infatti, relativamente all’andamento di azioni e obbligazioni, i loro prezzi sono già in ribasso dall’inizio dell’anno, dopo i due mesi di novembre e dicembre
molto soddisfacenti. Ma è un errore ritenere che si possa trattare di fisiologiche “prese di beneficio”, poiché la profondità del crollo dei mercati nel 2022-2023 è stata tale da non poter ipotizzare un simile atteggiamento così privo di entusiasmo se non con l’arrivo di una ulteriore – la terza, dopo Russia e e Israele/Gaza – questione di politica internazionale. La motivazione del calo di inizio d’anno, pertanto, va ricercata senza dubbio nelle nuove tensioni geopolitiche, ed anche i premi sul rischio sono in aumento, generando preoccupazioni tra gli investitori e potenziali perdite di valore patrimoniale.
In ogni caso, questa espansione costituisce una sfida rilevante per gli Stati Uniti e le economie occidentali, a lungo dominanti nell’arena economica mondiale. Infatti, adesso i BRICS rappresentano anche la più seria alternativa al G7, di cui la Russia non fa più parte dopo l’annessione della Crimea del 2014, ed emergono come un’alternativa al modello statunitense, privilegiando la cooperazione e la solidarietà tra paesi emergenti: sono accomunati dal piano di una agenda politica che vuole essere un’alternativa anti-occidentale e che guarda verso il Global
South. Le aree di cooperazione vanno dalla politica alla sicurezza, dalla cooperazione economica a quella finanziaria, fino a quella culturale; tanto più che il piano di espansione prevede l’adesione di almeno altri venti paesi, il cui obiettivo è quello di “de-dollarizzare” gli scambi commerciali. Infatti, il nuovo membro dei BRICS, l’Iran, sta sollecitando l’alleanza a creare una nuova “valuta comune” che possa essere utilizzata dai paesi membri per regolare le transazioni transfrontaliere e porre fine all’utilizzo del dollaro su scala globale.
Dietro le motivazioni di carattere economico, tuttavia, si celano quelle di natura politico/internazionale. Infatti, l’obiettivo di Iran e Russia è quello di liberarsi dalle catene di sanzioni statunitensi riducendo l’egemonia del dollaro, e una nuova valuta certamente aiuterebbe non poco a ridurre gli effetti delle sanzioni. Su tutto, spicca l’insofferenza per il fatto che le nazioni occidentali hanno il controllo del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale, che con i loro prestiti sono i maggiori creatori di debito estero per le nazioni in cui intervengono.
I BRICS, pertanto, si propongono di avere la rappresentanza delle economie emergenti, e del continente africano in particolare. Per farlo, nel 2014 i paesi BRICS hanno fondato la New Development Bank (NDB), che ha lo scopo di prestare denaro per sostenere la crescita dei paesi aderenti e/o emergenti, e alla fine del 2022 la banca aveva prestato quasi 32 miliardi di dollari per nuove strade, ponti, ferrovie e progetti di approvvigionamento idrico. Questo è uno degli obiettivi primari della Cina tra i BRICS, attraverso i quali sta cercando di accrescere il suo potere e la sua influenza, soprattutto in Africa.
Per gli investitori, l’allargamento dei BRICS comporta sia rischi che opportunità. La crescente competitività economica dei paesi BRICS presenta rischi quali la concorrenza pressante in vari settori, valute volatili e possibili barriere commerciali. D’altra parte, l’espansione dei mercati emergenti offre opportunità di diversificazione nei portafogli degli investitori, dalle infrastrutture in Cina (strade, ferrovie e porti) alle risorse naturali (Petrolio, gas naturale e metalli) fino alla Ricerca e Sviluppo, nei quali i governi e le imprese BRICS investono molto. I titoli delle aziende – governative e private – che investono in questi settori promettono rendimenti elevati, ma bisogna avere consapevolezza dei rischi legati alla volatilità delle valute e alle potenziali barriere commerciali associate a tali investimenti. Pertanto, la diversificazione e la valutazione ponderata dei rischi sono fondamentali per un approccio prudente agli investimenti nei BRICS.
Le imprese europee del settore dell’Automotive, dell’Elettronica e delle Tecnologie verdi sono le più colpite dalle pratiche commerciali aggressive della Cina. La Germania, che è il principale partner commerciale della Cina nell’UE, é la nazione che ha assunto una posizione di maggiore fermezza nei confronti di Pechino. Il nuovo documento sulle relazioni internazionali, reso pubblico nel luglio 2023, riconosce un aumento degli aspetti di competizione e rivalità a scapito della dimensione di partenariato. Questa nuova strategia tedesca è dovuta a una serie di fattori, tra cui la guerra in Ucraina, che ha messo in luce la vulnerabilità dell’economia tedesca alla dipendenza dalla Cina (e della Russia). Inoltre, il crescente controllo politico sull’economia in Cina ha sollevato preoccupazioni in Germania e in altri paesi europei.
Tuttavia, la posizione della Germania è rischiosa, in quanto ha come conseguenza un raffreddamento delle relazioni tra UE e Cina. Questo ha potenzialmente conseguenze negative per l’economia globale, con un possibile impatto negativo sui mercati finanziari. Ecco, in dettaglio, alcune delle implicazioni per gli investitori:
– l’aumento dei prezzi dei beni di consumo ridurrebbe il potere d’acquisto dei consumatori e una forte contribuzione alla recessione in atto;
Gli investitori, alla luce di tali effetti, potrebbero prendere in considerazione una serie di azioni per ridurre il rischio di un’esposizione eccessiva al mercato cinese e l’adozione di alcuni strumenti che aiutano a proteggere gli investimenti da eventuali fluttuazioni del tasso di cambio tra euro e yuan. Più precisamente:
In definitiva, alcuni settori potrebbero essere particolarmente colpiti da un inasprimento della guerra commerciale tra UE e Cina. Innanzitutto, il settore dell’Automotive è particolarmente vulnerabile, in quanto la Cina è uno dei principali produttori di automobili al mondo. Un aumento delle tariffe sulle importazioni di automobili cinesi avrebbe come conseguenza un aumento dei prezzi delle automobili in Europa, quindi una contrazione degli acquisti. A titolo d’esempio, se l’UE imponesse una tariffa del 20% sulle importazioni di automobili cinesi, il prezzo medio di tali automobili in Europa aumenterebbe di circa 2.000 euro. Questo aumento comporterebbe una contrazione stimata del mercato delle automobili cinesi del 20-25%.
Il settore dell’Elettronica è un altro settore critico: la Cina è un importante produttore di componenti elettronici, come semiconduttori, display e batterie. Un aumento delle tariffe o delle restrizioni alle importazioni di questi componenti ha come conseguenza inevitabile un aumento dei prezzi dei prodotti elettronici in Europa, con conseguente contrazione nella vendita di questi prodotti. Il settore delle tecnologie verdi è un settore in forte crescita che potenzialmente potrebbe essere danneggiato: la Cina è, infatti, il più
importante produttore a livello globale di pannelli solari, batterie e altri prodotti per l’energia pulita. Un aumento delle tariffe o delle restrizioni alle importazioni di questi prodotti ostacolerebbe la transizione energetica europea, che nelle agende di tutti gli Stati aderenti è oggi al primo posto. E quelli appena menzionati sono solo alcuni dei settori potenzialmente colpiti dalla crescente tensione nelle relazioni tra UE e Cina.
A quel tempo il
Da quanto tempo la sua azienda si occupa di recruiting verso il personale bancario per conto delle reti di Consulenza Finanziaria?
Vi occupate personalmente di selezionare i candidati, oppure ricevete anche candidature spontanee?
si regge, sia quelli della
economico. Solo dopo aver ricevuto queste informazioni approfondiamo il grado di interesse e di
manager della società mandante, che interviene dal secondo incontro in poi, allo scopo di presentare la
7) Quali sono, in ordine di priorità, le motivazioni che spingono un bancario a valutare l’offerta di una rete di consulenza finanziaria? 

10) Quali sono le sue previsioni per questo segmento specifico di recruiting nei prossimi anni?
Questi gli abstract dai quali nasce l’intervista di venerdì 12 Marzo, alle 18:00, a Oscar Di Montigny, Chief Innovation, Sustainability & Value Strategy Officer di Banca Mediolanum e Amministratore Delegato di Mediolanum Comunicazione, in occasione della 50° puntata di AAAgents Live (
gestito Mediolanum Corporate University, istituto educativo al servizio della Community Mediolanum. E’ stato Chief Marketing Communication Officer del Gruppo Mediolanum dal 2000 al 2018, ed oggi vanta una forte esperienza nei 
A fronte di queste esigenze non rinunciabili, il
sono quelle specializzare nella vendita (67% nel 2010, 71% nel 2015). Eppure,
Pertanto, le aziende cercano
Di fronte a questo scenario, di tassi di turnover bassi e quindi di scarsa mobilità delle risorse umane, i costi connessi all’acquisizione e alla formazione delle risorse commerciali rimangono alti. Si pensi, per esempio, ai costi connessi al mancato servizio di assistenza ai clienti gestiti dai 







