Luglio 26, 2026
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Rothschild: dal 2020 al 2022 tre “shock” diversi. Rischi da politiche meno accomodanti

La pandemia è stata un catalizzatore di cambiamenti a cui famiglie e imprese si sono  adattate in ​​un breve periodo di tempo. Il sostegno monetario e fiscale straordinario ha comunque raggiunto un chiaro punto di svolta.

Di Marc-Antoine Collard*

A Gennaio le infezioni giornaliere globali da Covid-19 segnalate hanno raggiunto 2,5 milioni, più del doppio del picco precedente registrato nell’aprile 2021, sebbene le distorsioni nei test e i ritardi nelle segnalazioni durante le festività potrebbero aver gonfiato in qualche modo le statistiche sul virus. Nel frattempo, diversi studi suggeriscono che l’Omicron causa sintomi più lievi, il che comporta un tasso di ospedalizzazione inferiore rispetto alla precedente ondata di variante Delta. Tuttavia, sebbene l’impatto negativo sul PIL sarà probabilmente più attenuato rispetto al 2020 e 2021, la variante Omicron a rapida diffusione sta danneggiando comunque l’attività economica. Infatti, le aziende hanno cercato di adattarsi all’aumento dei nuovi casi di Covid-19, inclusa la pressione sui livelli di personale, e migliaia di cancellazioni di voli hanno fornito esempi delle sfide che le aziende devono affrontare.

I governi stanno ora valutando come mantenere in funzione i servizi critici in un’ondata di assenze del personale. Paesi come gli Stati Uniti ed il Regno Unito hanno ridotto i periodi di isolamento per le persone che risultano positive al Covid-19, senza mostrare sintomi, per prevenire la carenza di lavoratori in aree importanti come gli ospedali. Al contrario, la Cina mantiene la sua politica zero-Covid di eradicazione immediata della trasmissione del virus, che continueranno a pesare sull’economia. È probabile che il recupero venga ritardato a causa dell’impatto del virus, ma non per molto tempo. Infatti, i produttori globali hanno già chiuso il 2021 con condizioni operative favorevoli, poiché il settore continua a raccogliere i frutti della forte domanda interna e internazionale.

I vincoli della catena di approvvigionamento raggiungeranno presto il picco?
Sebbene la maggior parte degli analisti rimanga ottimista riguardo alle prospettive economiche per il 2022, è difficile ignorare l’impatto della pandemia. Ad esempio, la carenza di materiali e le interruzioni della catena di approvvigionamento hanno ostacolato la crescita e causato notevoli pressioni sui prezzi. L’inflazione è aumentata nella maggior parte delle economie poiché le perturbazioni nei mercati dell’energia, dei prodotti alimentari e delle materie prime hanno fatto salire i prezzi. Inoltre, i prezzi elevati dell’energia stanno limitando la produzione di materiali chiave e beni intermedi e le strozzature nelle catene di produzione stanno portando a una carenza più generalizzata di beni.

Inoltre, il mercato del lavoro manifesta segni di squilibrio. Ad esempio, negli Stati Uniti 4,5 milioni di americani si sono dimessi dal lavoro a novembre e ha spinto il tasso di dimissioni fino al 3%, il livello più alto da quando i dati sono stati pubblicati per la prima volta nel 2000. A livello globale, i tassi di disoccupazione nella maggior parte dei paesi rimangono al di sopra dei livelli pre-pandemia, e le ore lavorate si sono solo parzialmente riprese. Tuttavia, le imprese di diversi settori hanno difficoltà a reclutare lavoratori, in parte spiegate da una mancata corrispondenza delle competenze. Una carenza di lavoratori in diversi settori riflette anche un calo dei tassi di partecipazione alla forza lavoro in diversi paesi, poiché alcune persone hanno deciso di andare in pensione in anticipo mentre le esigenze di assistenza all’infanzia o i problemi di salute hanno portato altre persone ad uscire dal mercato del lavoro. Infatti, indipendentemente dal fatto che gli equilibri di potere tra capitale e lavoro siano cambiati per sempre, la pandemia avrà innescato molti cambiamenti.

Detto questo, l’indagine Markit sulla produzione industriale di dicembre ha inviato segnali provvisori che i vincoli di fornitura potrebbero aver iniziato a diminuire. Dopo aver raggiunto il massimo storico in ottobre, il sottoindice dei tempi di consegna globali ha indicato una riduzione dei ritardi, ed è ora tornato ai livelli dello scorso maggio. Inoltre, il miglioramento è in linea con il calo delle pressioni sui prezzi, poiché il sottoindice dei prezzi alla produzione è sceso per un secondo mese e, sebbene sia ancora elevato, è ora tornato al livello più basso da aprile.

Rischi derivanti da politiche meno accomodanti
Nel complesso, gli impatti di Omicron – e la possibilità di nuove varianti – sono ancora sconosciuti, ma gli investitori sono ottimisti che i policymaker rimarranno impegnati a contenere eventuali ripercussioni negative sull’economia. Tuttavia, le prospettive di inflazione sono incerte e le banche centrali sono state costrette a inasprire le politiche monetarie di fronte alle dilaganti pressioni sui prezzi. Il rischio è che l’economia globale sia colpita da uno “shock dei tassi” nel 2022, dopo lo “shock inflazionistico” del 2021 e lo “shock di crescita” del 2020. Nel frattempo, la maggior parte delle banche centrali nei paesi emergenti, ma anche alcune economie avanzate come Norvegia e Regno Unito, hanno intrapreso cicli di rialzo dei tassi di interesse in un momento in cui la politica fiscale è sul punto di essere meno stimolante.

Negli Stati Uniti, i tassi sono rimasti al limite inferiore dello zero, ma la Fed ha lanciato un messaggio da falco nelle ultime riunioni, e ha raddoppiato il ritmo del tapering degli acquisti di asset in vista della fine del programma a metà marzo. Inoltre, la previsione mediana per il tasso sui fondi federali ora prevede tre rialzi dei tassi nel 2022, e alcuni membri sono arrivati ​​al punto di sostenere che la riduzione del bilancio potrebbe iniziare subito dopo il rialzo dei tassi, aggiungendo che potrebbe essere appropriato un calo significativo. Questi aggiustamenti riflettono le modifiche alle aspettative economiche della Fed, con in particolare l’inflazione core PCE rivista fino al 2,7% nel 2022, rispetto alla stima precedente del 2,3% e dopo il 4,4% nel 2021. Inoltre, un tasso di disoccupazione in calo è stato visto come una prova che il mercato del lavoro si sta rapidamente avvicinando all’obiettivo di massima occupazione e, di conseguenza, gli operatori di mercato si aspettano che la Fed potrebbe iniziare ad aumentare i tassi già a marzo se l’inflazione dovesse aumentare significativamente.

* Chief Economist & Head of Research di Rothschild
(traduzione fedele dall’inglese a cura della redazione di P&F)

A rischio il rally azionario di Natale? Cribari: modesti i ritorni attesi

Molto improbabile ripetere le performance passate, ma per il 2022 si prospetta comunque uno scenario costruttivo. Positivi su azionario emergente di Cina e Brasile, negativi sul comparto obbligazionario.

“Il rischio pandemico torna a essere centrale con la diffusione globale di Omicron e decisiva sarà la reazione delle autorità governative a tali sviluppi. Davanti a questo, Il rally di Natale è a forte rischio. Le incertezze di breve termine sono aumentate mentre molti catalizzatori sono già stati scontati. I ritorni attesi per i prossimi mesi sono modesti a meno di una correzione significativa. Nel dubbio, gli investitori viste le valutazioni, le performance positive e l’approssimarsi di fine anno potrebbero vendere prima e solo in seguito porsi delle domande”. È la view di Mario Cribari, Partner e responsabile della strategia e ricerca di BlueStar Investment Managers.

Il Covid-19 ha accelerato un trend di inflazione più elevata che sarà permanente, non transitoria. Deglobalizzazione, rilocalizzazione, trasformazioni della supply chain, cambiamenti demografici, allentamento monetario, espansione fiscale, rischio geopolitico più elevato, politiche green stanno diventando tutte inflazionistiche. Stiamo passando da un’era di abbondanza a un’era di scarsità e questo scenario rischia di essere peggiorato dalla variante Omicron, per cui la prudenza è d’obbligo, ma per il 2022 si prospetta comunque uno scenario costruttivo. Una correzione significativa (cioè a doppia cifra) dei mercati azionari, per quanto siano obiettivamente molto tirati, sarebbe giustificata solo da una recessione economica che allo stato dei fatti non avrebbe motivazioni fondamentali. Sullo sfondo, a sostegno dell’asset class, restano tassi reali che si trovano ai livelli più bassi della storia e non hanno alcun senso finanziario.

A spingere comunque verso un periodo di maggiore volatilità, cioè di una correzione superiore a quel 5% che quest’anno già provocava stati di allucinazione collettiva, vi sono parecchi elementi. Oltre al nuovo frustrante peggioramento pandemico, la consapevolezza che un tasso di inflazione di almeno il 4% non sarà per nulla transitorio, banche centrali (anche la Bce) che saranno costrette a diventare meno amichevoli, rallentamenti nella produzione a causa di numerosi colli di bottiglia, un inverno caldissimo per quanto riguarda i costi energetici, equilibri geopolitici di nuovo in fibrillazione dopo la breve pausa post-trumpiana.

“In questo contesto privilegiamo l’equity, con menzione particolare a quello emergente cinese e brasiliano, mentre restiamo negativi sul comparto obbligazionario, salvo rarissime eccezioni. Qui riteniamo utile segnalare la nicchia delle obbligazioni high yield emergenti che presentano livelli di spread storicamente interessanti, un deciso pick-up di rendimento, scadenze generalmente corte e fondamentali certamente non brillanti ma neppure così disastrosi”, spiega Cribari. “In attesa di dati più chiari i ciclici sono lettera morta mentre tornano in auge i covid winners. A medio termine tuttavia, escludendo uno scenario drammatico, consigliamo di accumulare ciclici di qualità su ogni correzione. Sulle valute riteniamo che il dollaro stia sperimentando un classico overshooting, che potrebbe ulteriormente accelerare, ma che non rispecchia tuttavia le gravissime lacune del sistema economico-finanziario-politico americano: il peggio potrebbe ancora arrivare”.

Borse, la variante Omicron determinerà un crollo dei mercati?

Il “venerdì nero” della scorsa settimana non è certo il primo episodio di questo tipo accaduto nei mercati azionari dall’inizio della pandemia, ed il pesante storno appare legato all’azione dei ribassisti e a prudenti prese di beneficio. Il destino ancora in mano alle banche centrali.

Di Massimo Bonaventura

La scoperta della variante Omicron e dei suoi possibili effetti sulla diffusione del contagio hanno dominato la giornata di venerdì 26 Novembre. Tutte le maggiori borse sono crollate: Milano ha perso il 4,6%, Madrid il 5%, Parigi il 4,7% e Londra il 3,6%. In mattinata erano già scese pesantemente le borse asiatiche, e la settimana ha chiuso il fuso orario borsistico con il forte calo della borsa americana. E’ crollato pesantemente il prezzo del petrolio (mediamente -10%), le società produttrici di aeroplani (Airbus e Boeing) e naturalmente le compagnie aeree. Viceversa, i titoli delle aziende del comparto tecnologico/informatico, che potrebbero trarre benefici da nuovi lockdown, sono cresciute (come Zoom, per esempio).

Tutto secondo copione, in fondo, come già accaduto in occasione della precedente “variante Delta” e come probabilmente accadrà ogni volta che ne sarà scoperta una nuova e capace di far danni, poiché questo virus si comporta come una normale influenza che varia le proprie capacità di contagio ogni anno, mutando continuamente.  In particolare, hanno risentito del crollo i settori più sensibili alle eventuali restrizioni (viaggi, banche e auto), ma in realtà i dati a disposizione su Omicron sono davvero scarsi al momento, e ci vorranno parecchi giorni per avere valutazioni scientifiche più affidabili. Tuttavia l’aumento dei contagi nella regione di provenienza (Gauteng, Sud Africa) giustifica pienamente questi timori.

Pertanto, è corretto pensare che l’economia mondiale si possa fermare a causa di questa variante, come nel 2020, e che di conseguenza i mercati azionari possano stornare pesantemente? La risposta a queste domande è duplice e contraria, nel senso che difficilmente la produzione e (soprattutto) la distribuzione delle merci potranno nuovamente rallentare il proprio corso, ma lo storno delle borse potrebbe esserci, e non certo per via della variante Omicron, o soltanto per essa. Infatti, i media non avevano ancora finito di martellare gli utenti con la notizia della variante virale, quando già cominciavano ad essere diffuse le notizie che, in tutta probabilità, riporteranno la calma nel giro di qualche giorno: per “aggiornare” i vaccini in relazione ad Omicron ci vorranno al massimo tre mesi, per cui l’industria e la distribuzione non si fermeranno, poiché semplicemente non ce ne sarebbe il tempo.

Per tutti, aziende a persone, sarà sufficiente osservare più rigidamente le regole di distanziamento sociale sia in famiglia che nei luoghi di lavoro, e probabilmente la diffusione della variante spingerà i governi ad imporre – in modo diretto oppure, come in Italia, con modalità di “persuasione indiretta” – la vaccinazione a bambini e studenti, la cui percentuale di contagi preoccupa come nel 2020 e la cui messa in sicurezza adesso appare necessaria per scongiurare gli effetti più gravi del contagio e il raggiungimento di un livello di occupazione delle strutture ospedaliere tale da imporre nuove pesanti restrizioni. Tutto ciò, ovviamente, qualora non venga scoperto che la variante Omicron non sia capace di ridurre i vaccini come un colabrodo.

E i mercati azionari, quali sviluppi si possono prevedere? A tal proposito, c’è da dire che la maggior parte degli analisti era concorde nell’affermare che la risalita dei nuovi casi in Europa avrebbe potuto rallentare la ripresa economica, ma si trattava comunque di una sorta di “atto dovuto previsionale” che, nel periodo invernale di ogni pandemia, ci sta sempre bene come il prezzemolo. Della serie “io intanto lo dico, così potrò sempre sostenere di averlo previsto”. Invece, nonostante il peggioramento della situazione sanitaria in Europa, “gli indicatori economici di breve periodo continuano a essere nel complesso favorevoli” (Ignazio Visco, Governatore Banca D’Italia).

Pertanto, al momento il pesante storno appare legato all’azione dei ribassisti e a prudenti prese di beneficio, mentre il vero pericolo non sembra tanto la nuova versione del virus ed i suoi possibili effetti sull’economia mondiale (che ha già dimostrato tutta la sua capacità di adattamento), bensì la circostanza che le banche centrali, anziché prolungare saggiamente le politiche espansive – o, meglio, rallentare o sospendere quelle restrittive – possano proseguire come se niente fosse nel loro disegno attuale, e cioè quello di frenare gli stimoli tramite il tapering anche qualora la variante Omicron si manifestasse come potenzialmente distruttiva e costringesse tutti a nuovi lockdown. E se tutto ciò dovesse accadere proprio nel momento in cui la spinta inflazionistica non avesse ancora terminato il suo corso “temporaneo” al rialzo, a quel punto sarebbe persino difficile intravedere la fine della correzione dei mercati azionari.   

Queste ipotesi, però, appaiono poco probabili, poiché anche le banche centrali hanno dimostrato di sapersi adattare rapidamente alle circostanze, e alla BCE basterebbe semplicemente annunciare la possibilità di un futuro potenziamento del PNRR per dare serenità in un colpo solo. “Frugali” permettendo, naturalmente: senza la Merkel, quest’ultima possibilità non è più così scontata.