Agosto 13, 2026
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I mini-bond e i nuovi progetti imprenditoriali: il business plan come asset dell’azienda

Il Business Plan, a tutti gli effetti, è un asset immateriale dell’azienda, perché da lui possono dipendere le sorti delle iniziative imprenditoriali.

Da quando sono stati lanciati sul mercato, i minibond sono stati celebrati come strumenti capaci di offrire agli emittenti reali alternative al credito bancario per finanziare la crescita attraverso nuovi progetti di investimento, ma secondo uno studio[1] recente, condotto su un campione significativo di aziende piccole e medie che a metà febbraio 2017 avevano emesso mini-bond, nella realtà le stesse aziende emittenti non hanno mai raccontato agli investitori la progettazione strategica[2] (quella, cioè, che si occupa di descrivere il progetto di sviluppo alla base dell’emissione).

Pertanto, secondo questo studio, l’assenza di un progetto è il vero rischio principale, non citato nel documento informativo.

Traendo spunto da quanto descritto, è evidente che alla base di qualunque progetto di sviluppo aziendale debba esistere un business plan credibile, all’interno del quale vanno descritte tutte le caratteristiche del piano di sviluppo, ivi comprese le sue capacità di generare cassa sufficiente per il pagamento delle obbligazioni assunte per quel progetto.

Da ciò consegue che il Business Plan, a tutti gli effetti, è un asset immateriale dell’azienda, perché da lui possono dipendere le sorti dei progetti futuri, ivi compresa l’emissione del mini-bond. E come tutti gli asset aziendali, il successo (o l’insuccesso) che ne deriverà dipenderà strettamente dalle modalità con cui è stato “costruito” e dall’utilizzo che se ne farà.

Si tratta, peraltro, di un asset a buon mercato e ampiamente sottovalutato (dal punto di vista economico) in proporzione agli effetti che può creare sul futuro dell’impresa. Il Business Plan, infatti, è capace di generare una svolta positiva, oppure di evitare al management perdite disastrose per gli azionisti, allorquando la sua redazione è stata realmente indipendente e da essa si sono palesati scenari negativi rispetto ai progetti da implementare. Pertanto, si preferisce affidare la sua redazione avvalendosi di professionalità esterne, da affiancare eventualmente alle risorse umane presenti in azienda.

In Italia, una consulenza di questo tipo raramente viene pagata in proporzione al suo valore prospettico. Inoltre, la sola redazione del business plan, per quanto scaturita da un confronto sano tra consulente ed azienda, è del tutto insufficiente se poi, all’interno di quella realtà imprenditoriale, non c’è nessuno capace di seguire l’attuazione del piano. Spesso, infatti, occorre prolungare temporalmente l’incarico del consulente per un certo periodo successivo alla consegna del Piano, al fine di creare una sorta di “direzione tecnica” che consenta alle risorse interne di acquisire la sufficiente autonomia gestionale delle attività. Anzi, qualunque consulenza che preveda lo studio e la redazione di un business plan deve comprendere, tra le condizioni contrattuali, un lavoro di tutoring successivo, di durata variabile in base alle dimensioni del Piano stesso.

A parte l’esame delle azioni da mettere in atto, un buon business plan deve comprendere:

  • le informazioni sull’ambiente e sulla qualità del business in cui opera l’impresa,
  • lo scenario verso cui essa è proiettata,
  • le previsioni quantitative sull’impatto che l’afflusso di risorse avrà sui risultati economici.

Senza queste attività, i cui esiti vanno evidenziati nei documenti di lancio dell’iniziativa, il progetto potrebbe non essere “compreso” dai potenziali sottoscrittori, e quindi fallire prima ancora di nascere.

Per questo motivo il business plan diventerà, sempre di più, un vero e proprio asset aziendale. Negli USA, per esempio, esso è capace, da solo, di generare finanziamenti e decidere il destino di una startup o di un’azienda in fase di rilancio. In Italia, è bene dirlo, non esiste una politica del credito che riesca a replicare (anche lontanamente) il modello statunitense, ma le trasformazioni in atto nelle dinamiche economiche del mondo bancario (avanzata inarrestabile dei conti online e chiusura degli sportelli), un calo vertiginoso dei ricavi ed una stagnazione dell’offerta verso le imprese, ci spinge ad essere cautamente ottimisti.

[1] Ricerca condotta da CSE-Crescendo, boutique milanese di consulenza strategica.
[2] Luciano Martinoli, partner di CSE-Crescendo.

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Principi di Finanza Elementare: le obbligazioni ed il rischio emittente

Non è difficile scegliere un titolo su cui investire, è sufficiente esaminare il suo rating e conoscere il suo emittente.

Finita piuttosto presto la tanto temuta fase di rialzo dei tassi di interesse (mentre scriviamo, Agosto 2019 – gli USA hanno già esaurito la fase rialzista e Trump sollecita la FED ad abbassare i tassi per stimolare l’Economia), in Europa – spread o non spread – viviamo ancora in uno scenario di tassi di breve termine prossimi allo zero che non accenna a finire. Molti investitori, di fronte a questo scenario che dura ormai da quattro anni, hanno compreso che, per ricavare un rendimento dai propri investimenti, è necessario cambiare le proprie abitudini.

Per comprendere meglio lo scenario, facciamo un esempio preso a prestito dalla vita di ogni giorno. Se a colazione sono abituato a bere succo di mela verde, e le mie adorate mele verdi non si trovano più neanche a pagarle a peso d’oro, devo fare una scelta: rinunciare, oppure cambiare frutto da cui ricavare la mia preziosa spremuta quotidiana.
Potrei sempre optare per un buon cappuccino, ma nella sostanza la questione rimane la stessa: devo cambiare abitudini.

Allo stesso modo, nell’amministrazione dei nostri risparmi, oggi, è accaduto qualcosa che ci ha costretto ad abbandonare le vecchie abitudini del tasso fisso remunerativo, per cui è più importante di prima avere una guida. Il buon tasso di interesse di breve periodo, al pari delle mele verdi del nostro esempio, è quasi scomparso, e non si sa quando farà ritorno. Anzi, a giudicare dalla situazione attuale (calo dei consumi e bassa inflazione), gli amati interessi a cui eravamo abituati da generazioni potrebbero tardare molti anni prima di riapparire.

Ciò detto, introduciamo alcuni concetti che ci permetteranno di rendere semplice i principi di Investimento Elementare. Per cominciare, enunciamo quella che appare come una banale ovvietà: “Il denaro, prima di essere speso nell’acquisto di un bene o di essere investito in qualunque strumento finanziario, è liquido e disponibile”.

Fino a ieri, lo status di “liquidità” del denaro era visto, dalla generazione dei patrimonials©[1] (cioè i “figli del miracolo economico italiano” degli anni ‘50-’60, quelli che viaggiavano con i BOT al 15.00% annuo…) come nefasto, improduttivo e inopportuno: “…ma come…dovrei lasciare i soldi sul conto e non percepire alcun interesse…???”.
Oggi la liquidità – dovrebbero insegnarlo anche alla scuola materna – è invece un asset talmente strategico che, se usato con saggezza, permette di poter accettare i c.d. rischi “sostenibili” (che non sono folli né imprevedibili), anche per i risparmiatori poco avvezzi al rischio ma oggi orfani del tasso di interesse. Anche perchè, i risparmiatori abituati a comprare obbligazioni hanno imparato, ormai da tempo, a fare i conti con il cosiddetto rischio emittente.

Cos’è il “rischio dell’emittente”? In poche parole, è il rischio legato all’acquisto di un titolo emesso da un’azienda (o da uno stato) economicamente debole e, quindi, ritenuto scarsamente affidabile al momento di pagare gli interessi o restituire il capitale.

Per meglio comprendere ciò di cui scrivo mi ricollego ad una delle regole auree del saper investire in maniera semplice: “Compro un titolo obbligazionario = divento creditore di chi lo ha emesso”. In pratica, se compro un’obbligazione dello Stato Italiano (es. un BTP, buono del tesoro poliennale) a 5 anni, io PRESTO il mio denaro all’Italia per una durata massima di 5 anni, durante i quali, ogni anno, prendo gli interessi stabiliti dal regolamento di quella emissione di BTP (es. 1.50% annuo o 0.75% semestrale). Alla scadenza del quinto anno, se non ho venduto prima il titolo (è sempre possibile sul c.d. mercato secondario, alla quotazione ufficiale del giorno in cui lo vendete), lo Stato mi restituirà in unica soluzione tutto il capitale prestato.

Non è un caso, infatti, che lo chiamino Prestito Obbligazionario: l’obbligazione che abbiamo comprato è esattamente un prestito che noi facciamo all’emittente, un vero e proprio titolo di credito nei confronti dello Stato (ma potrebbe essere anche un’azienda privata come ENEL, ENI etc).

Per maggiore chiarezza, facciamo l’esempio inverso, e ipotizziamo di volerci indebitare per 5 anni al tasso del 5.00% annuo allo scopo di acquistare un’auto nuova che costa 10.000,00 euro, ma la finanziaria presso cui abbiamo ottenuto il prestito, anziché concordare il pagamento di rate comprensive del capitale e degli interessi (e restituire tutto poco alla volta con somme mensili sempre uguali), ci fa pagare per tutta la durata (i 5 anni) piccole rate con i soli interessi, e ci chiede il capitale prestato (i 10.000,00 euro) solo al quinto anno, in unica soluzione. In questo caso, sarà necessario mettere da parte, a riserva, ogni anno una somma che ci consentirà, tra 5 anni, di poter pagare tutto l’ammontare in un’unica soluzione, senza affanno o (come succede con il debito pubblico) senza bisogno di doversi indebitare nuovamente per pagare il debito precedente.

L’obbligazione funziona esattamente così, per cui comprenderete bene che dobbiamo acquistare soltanto quelle per le quali il rimborso del capitale (che è la parte più grande del prestito, e ti viene restituita solo alla fine) è sicuro e non ci crea alcuna “ansia da mancato rimborso”. Come sapere in anticipo se l’emittente dell’obbligazione che intendiamo acquistare è affidabile, ed il rimborso del capitale al termine (o la sua vendita nel mercato secondario) è certo?

Grazie a due elementi: il buon senso (vostro e del vostro consulente patrimoniale), ed il Rating. Relativamente al primo, esso corre in aiuto per guidarci lungo i meandri del mondo delle obbligazioni. Infatti, il rating è un giudizio sulle capacità di una società di pagare o meno i propri debiti, che viene espresso da un soggetto esterno e (si suppone) indipendente da chi emette il titolo: l’agenzia di rating.  Questa valuta la solvibilità di un soggetto che emette obbligazioni; in altri termini attribuisce un giudizio circa la sua capacità di far fronte agli impegni presi nei confronti dei creditori. Tale giudizio è sottoposto a revisione periodica, e tutti possono controllarlo, essendo pubblico.

Gli stati sono i maggiori emittenti in assoluto; le agenzie di rating valutano e classificano i loro titoli in base alla loro capacità di mantenere gli impegni e, durante la vita di un titolo, in base agli sviluppi della propria economia e ai rischi intervenuti relativamente a certe scelte del Governo. I titoli con un rating pari a “AAA” sono nella fascia massima di solvibilità e sicurezza, mentre quelli con rating “CCC”, per esempio, hanno una probabilità del 16.0% di non rimborsare il capitale (1 probabilità su 6)…

Una roba semplice, reperibile su Google in un decimo di secondo. In fondo, la Finanza, prima ancora che una materia di numeri, è sempre stata una questione di buon senso.

[1] Gruppo di individui nati tra il 1950 ed il 1965, ognuno dei quali è a capo di un patrimonio familiare, tra beni mobili ed immobili, superiore a 750.000 euro.

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La finanza elementare e le regole del saper investire: dare all’intuito il giusto valore

Qualunque metodologia di investimento non dovrebbe essere basata sulle intuizioni, bensì sulla ricerca di una piattaforma pratica e concettuale che consenta di ridurre al minimo gli errori.

“Comprare o non comprare”, “cosa” comprare, “quando” comprare, “quanto” comprare… sono domande a cui qualunque risparmiatore non potrà rispondere compiutamente, a meno che egli stesso non diventi un consulente finanziario, oppure si affidi ai consigli dei patrimonials©[1] (ossia gli appartenenti alla generazione dei propri genitori, sapienti riguardo le cose della vita ma notoriamente poco avvezzi alle cose della finanza).

Avere intuito, senza informazione, aggiornamento e studio dei fondamentali economici, non è sufficiente; le migliori intuizioni, infatti, si scontrano spesso contro la scarsa conoscenza degli strumenti patrimoniali e, ancora più spesso, contro il tempo. A voler pensar male, sembra che qualcuno abbia preferito mantenerci tutti nell’ignoranza in materia finanziaria, confidando sulla cronica mancanza di tempo che ci affligge, e sulla nostra tendenza a complicarci la vita. Infatti molti di noi, nel compiere le proprie scelte (anche quelle più semplici e banali) nutrono un’attrazione sconfinata per le complicazioni. Persino la scelta di un detersivo per il bucato in lavatrice è materia ormai di rango accademico (ed infatti i commessi dei supermercati sono tutti laureati, ma questa è un’altra storia). Eppure, nella gestione del nostro patrimonio non prestiamo la stessa attenzione che mettiamo nella scelta di un semplice detersivo: non leggiamo le modalità d’uso, e non chiediamo quanto costa. Ci interessa sapere solo il numero massimo dei “lavaggi” (quanto rende? …per quanti anni?).

Qualunque metodologia di investimento, invece, dovrebbe essere improntata alla ricerca di una piattaforma pratica e concettuale che consenta di ridurre al minimo gli errori. Per realizzarla, è sufficiente affidarci alla Finanza Elementare, ossia quell’insieme di concetti di finanza e gestione finanziaria che, pur non richiedendo una laurea in Economia, risultano sufficienti a risolvere il 95% dei problemi di approccio al Risparmio. La sua denominazione, però, non deve trarre in inganno: la circostanza di dover diventare semplice, per la finanza, è un dovere verso gli utenti, ma non svilisce certo la materia, bensì la contrappone alla c.d. finanza complicata, nata per giustificare l’esistenza stessa dell’industria del Risparmio Gestito e dei derivati (questi ultimi capaci di “affossare” intere economie e diffusi in modo preoccupante negli ultimi quindici anni).

È solo dopo aver scelto la strada per sbagliare il meno possibile che possiamo dare sfogo alla nostra capacità di muoverci attraverso gli strumenti della Finanza Elementare, affidandoci – perché no? – anche all’intuito.
Nel giusto modo, però. Il professionista, infatti, attribuisce all’intuito un peso massimo del 5%, il cliente quello del 95%; per questo motivo anche l’applicazione dei principi di Finanza Elementare richiede sempre l’affiancamento discreto di un consulente patrimoniale, il quale riuscirà a bloccare sul nascere i possibili errori di valutazione del cliente, tutelandolo anche dalle sue stesse scelte, quando queste non sono adeguate al suo profilo di investitore.

Cosa vogliamo dire? Le idee di investimento più rischiose e strampalate, molto più spesso di quanto si possa immaginare, provengono proprio dagli stessi clienti, che a volte maturano granitiche convinzioni finanziarie su un certo titolo azionario (o su una certa obbligazione) solo perché qualcuno gliene ha decantato le virtù. Un consulente di lungo corso potrebbe raccontare decine di aneddoti su queste idee e soluzioni di investimento “esotiche”, ivi comprese le numerose “catene di Sant’Antonio” finanziarie in cui molti clienti si sono imbattuti con grande ingenuità.

Altri, avvisati in tempo dal professionista di famiglia, le hanno evitate, ed oggi raccolgono i frutti di errori mai commessi.

[1] Gruppo di individui nati tra il 1950 ed il 1965, ognuno dei quali è a capo di un patrimonio familiare, tra beni mobili ed immobili, superiore a 750.000 euro

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Legge 17 febbraio 2017, n. 15, in Italia una strategia di Educazione Finanziaria

Educazione Finanziaria: insegnarla oggi nelle scuole per trasmetterla subito anche agli adulti.

Con il decreto-legge del 23 dicembre 2016, n. 237, convertito nella legge del 17 febbraio 2017, n. 15 (“Disposizioni urgenti per la tutela del risparmio nel settore creditizio“), è stato finalmente sancito anche nel nostro paese l’avvio di una strategia nazionale per l’educazione finanziaria, di cui francamente si sentiva la mancanza.

Si è trattata di un’occasione unica per colmare il divario culturale che ci aveva diviso (come in altri ambiti) dai paesi più virtuosi. Infatti, il tempo ci ha restituito costantemente lo scenario in cui il popolo italiano si è mostrato sempre poco avvezzo alle decisioni di investimento per via di una scarsa preparazione finanziaria. Quando il sistema previdenziale era generoso, ed i redditi stabilmente ancorati all’inflazione garantivano buoni livelli di risparmio, gli italiani investivano abitualmente in titoli di stato e obbligazioni bancarie (percepiti come a rischio zero), che venivano distribuite esclusivamente per garantire la loro naturale funzione di provvista per gli impieghi (cioè i prestiti alle imprese e ai privati).

Il mutuo per acquistare la casa, il prestito cambializzato, prelievi e versamenti di contanti… gli italiani accedevano in banca per fruire di servizi semplici, che tutti comprendevano bene. Oggi il contesto è radicalmente cambiato, e l’offerta del sistema bancario ha virato decisamente la rotta verso gli utili assicurati dai servizi di investimento e dal risparmio gestito; così, i costi dell’analfabetismo finanziario hanno avuto effetti negativi anche sullo stesso tenore di vita degli utenti.

Fino a due anni fa, quindi, il tema dell’educazione finanziaria non aveva trovato l’attenzione del mondo della politica, che si era limitato ad adottare e tradurre in legge le regole introdotte dall’Unione Europea sull’informativa dei prodotti e sulle condotte degli intermediari.

A distanza di due anni, però, e soprattutto con l’entrata in vigore della MiFID II (applicazione di una direttiva europea), possiamo affermare che a nulla vale aumentare e perfezionare i sistemi di controllo sull’attività degli intermediari se poi, parallelamente, non si fa nulla per aumentare la competenza degli utenti: lettere scritte con linguaggio astruso, report incomprensibili, distanze siderali tra risparmiatore e gestori del denaro, incomunicabilità tra consumatore e industria, rendono i controlli (solo sulla carta incisivi) del tutto privi di efficacia. Se prima comprendevano poco, dopo l’adozione di misure di controllo complicate i clienti comprenderanno anche di meno.

In breve, il testo della nuova legge prevedeva che il Ministero delle Finanze ed il Ministero dell’Istruzione ed Università, entro 6 mesi dall’entrata in vigore della legge, avrebbero adottato una strategia nazionale per l’educazione finanziaria, assicurativa e previdenziale, finalizzata a coordinare gli interventi di soggetti pubblici e privati (questi ultimi aderiscono su base volontaria) e a definire le modalità attraverso le quali integrare l’educazione finanziaria all’interno delle scuole.

Infatti, le esperienze acquisite in campo internazionale hanno mostrato come la scuola costituisca un canale privilegiato per veicolare le conoscenze e competenze di educazione finanziaria, dal momento che essa consente di raggiungere una vasta fascia della popolazione di ogni ceto sociale e finisce con il formare il consumatore di domani prima che egli possa effettuare, relativamente alle problematiche di natura finanziaria, scelte sbagliate.

L’educazione finanziaria nelle scuole, peraltro, potrebbe produrre anche benefici “indiretti”, nella misura in cui anche gli stessi studenti possono trasmettere ai genitori, in un processo di comunicazione dal basso verso l’alto, una maggiore attenzione ai temi della finanza elementare.

Come? E’ semplice: attraverso i normali compiti di cura. Un esempio su tutti: l’aiuto sui compiti a casa, ruolo che ogni genitore ha sperimentato almeno una volta nella vita. Se l’educazione finanziaria verrà inserita in ambito curriculare scolastico (e ad oggi non lo è ancora), la stessa circostanza di aiutare i propri figli in esercizi di scuola che riguardano la finanza porterà a trasmettere anche all’adulto molti concetti che, nella maggior parte dei casi, egli sconosce del tutto o non ha mai razionalizzato. Del resto, chi può negare che tutti noi impariamo molte cose dai nostri figli?

La previsione normativa, però, non si ancora accompagnata all’adozione di strumenti con i quali la Scuola possa realmente coinvolgere i genitori. Pensare di “saltare” la precedente generazione dei c.d. babyboomers (i nati tra gli anni ’60 ed i primi ’70 significa allungare di altri 30 anni il periodo di ignoranza, in materia finanziaria, degli effettivi detentori attuali di patrimonio. Coinvolgendoli, invece, si potrebbero ottimizzare i tempi, insegnando anche agli adulti, riuniti in un virtuale “dopo-scuola-lavoro” (oppure, ad esempio, favorendone la partecipazione con alcune ore di permesso retribuito dal lavoro per recarsi a scuola anche la mattina), i rudimenti della Finanza, ed evitare così di attendere il tempo in cui le nuove leve di oggi mettano al mondo la prossima generazione di figli, quella “finanziariamente educata”.

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Come investiamo il nostro denaro? Diventiamo soci di qualcuno, o suoi creditori?

A prescindere dal livello di rischio di ogni strumento finanziario, il risparmiatore ha una posizione giuridica molto diversa a seconda che investa in azioni o in obbligazioni.

Non è affatto semplice, neanche per un consulente patrimoniale, spiegare ai clienti cosa vuol dire investire il loro denaro. Infatti, essi tendono a delegare ad occhi chiusi, e ogni volta che lo fanno il consulente riceve fiducia cieca, e viene investito di una responsabilità che va ben al di là di quella prevista dal suo ruolo.  Non è raro che, di fronte a tale delega, il consulente si assume il rischio di sbagliare proprio quando vorrebbe ottenere il meglio per i suoi“datori di lavoro”. Parliamo del classico “errore di entusiasmo”, quello, cioè, che un professionista commette quando, tentato dai mercati come Ulisse dalle sirene, finisce col sostituirsi al cliente (che lo segue ciecamente), perdendo di vista le sue caratteristiche di investitore/risparmiatore.

Da ciò discende una regola aurea: “IL CONSULENTE ED IL CLIENTE SONO DUE PERSONE DIVERSE”.

Sembra una ovvietà, ed invece tale affermazione, rapportata a questo ambito di attività, ha un significato molto profondo. Infatti, ammesso (e non concesso) che con i suoi risparmi personali il consulente può farci quello che vuole (anche navigare perennemente sull’ottovolante dei derivati), non è detto che la circostanza di essere simpatici ed “empatici” trasformi improvvisamente i suoi datori di lavoro (i clienti, ndr) in intrepidi capitani di ventura, solo perchè i primi hanno uno spirito avventuroso. Il consulente è solo un discreto compagno di viaggio, si siede al fianco del cliente e raggiunge insieme a lui la meta.

Pertanto, il consulente che spiega, fino alla noia, che lavoro fa e come lo fa, riesce a bloccare sul nascere i possibili errori di valutazione grazie al tipo di relazione che ha instaurato con la clientela: se spiega tutto, deve spiegare anche i rischi, e se i rischi di un determinato progetto di investimento non sono adeguati al profilo del risparmiatore, non se ne farà nulla: sarà lo stesso cliente a farglielo notare.

Inoltre, spiegando le cose in maniera semplice, il consulente riuscirà a tutelare il cliente da sè stesso. Infatti, le idee di investimento più rischiose e strampalate provengono, molto più spesso di quanto si possa immaginare, proprio dagli stessi clienti, che a volte maturano granitiche convinzioni finanziarie su un certo titolo solo perché il cognato/collega/amico ne ha vantato le virtù. Proprio in quel frangente, sarà bene ricordare al cliente la base più elementari di qualunque investimento:

  • COMPRI UN TITOLO AZIONARIO = diventi SOCIO di quella azienda che ha emesso le azioni, ed il tuo capitale segue le sorti di quell’azienda;
  • COMPRI UN TITOLO OBBLIGAZIONARIO = diventi CREDITORE dell’azienda che ha emesso l’obbligazione, perché all’atto di sottoscrivere il titolo in banca le hai prestato del denaro che, se non vendi prima il titolo (di credito), ti verrà restituito ad una certa data tutto in una volta, che tu lo voglia o no.

Credetemi sulla parola: è sufficiente la spiegazione di questa semplice differenza per far vacillare persino le convinzioni che sembravano più immodificabili. Infatti, qualunque cliente, in condizioni normali, non è disponibile a diventare socio neanche del Dalai Lama…

Ciò detto, introduciamo alcuni concetti che ci permetteranno di rendere semplice i principi di Investimento Elementare all’epoca di Zerolandia, e cioè dei tassi a breve periodo pari a zero. Per cominciare, quella che appare come una banale ovvietà:

“IL TUO DENARO, PRIMA DI ESSERE INVESTITO IN QUALCOSA, È LIQUIDO”.

Fino a ieri, lo status di “liquidità” del denaro è stato spesso visto, dalla generazione dei babyboomers (cioè i “figli del miracolo economico italiano” degli anni ’50 -’60, quelli che viaggiavano con i BOT al 15.00% annuo…) come nefasto, improduttivo e inopportuno: “…ma come…dovrei lasciare i soldi sul conto e non percepire alcun interesse…??? “.
Dopo quarant’anni, questa domanda è ancora “nell’aria”, e se ci pensate bene è il motore culturale che muove ancora oggi una larga fascia di risparmiatori e li fa investire anche in titoli allo 0.75% annuo (magari in emittenti bancari) pur di non lasciare il denaro in conto corrente “…perché sennò perdo interessi…”.

La liquidità – dovrebbero insegnarlo anche alla Materna – è invece un asset (cioè una parte del tutto, un insieme di beni finanziari, in linguaggio Elementariano) talmente strategico che, se usato con intelligenza, permette di poter assumere dei rischi “calcolati” (ma non folli), anche per i risparmiatori poco avvezzi ma oggi orfani del tasso di interesse. Usando la preziosissima liquidità, infatti, ci si potrebbe permette di inserire nel Portafoglio Elementare (ovviamente in minima quantità!) persino obbligazioni di mercati o aziende emergenti, con alta cedola e prezzo ballerino. L’importante sarà non avere fretta di spendere la liquidità, ma investirla “a rate”, ossia poco alla volta e sotto la guida esperta di qualcuno in grado di stemperare i facili entusiasmi.

E allora perché non investirla subito, la liquidità, se si può diversificare correttamente il portafoglio titoli in tanti emittenti riducendo/frammentando il rischio?

La risposta è: TUTTI I TITOLI HANNO UN PREZZO, ED IL PREZZO OSCILLA OGNI GIORNO (anche sensibilmente, in determinate circostanze). Il tasso di interesse, per quanto generoso, non è una polizza assicurativa infallibile in grado di coprire un eventuale caduta del prezzo di un determinato strumento finanziario.

Pertanto, se siete dei consulenti patrimoniali e dovete rispondere alle domande dei vostri clienti relativamente al vostro mestiere, dite pure che la vostra mansione principale è quella del traduttore. Infatti, ogni giorno, non fate altro che ascoltare (e annotare) i desideri dei clienti, per poi tradurli dal linguaggio dei sogni a quello degli obiettivi.

Questa similitudine – provare per credere – funziona sempre.

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