Giugno 24, 2026
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Yen in rafforzamento da qui a fine anno. Mercati emergenti destinati a guidare la crescita globale

Le valutazioni in Asia rimangono molto interessanti rispetto ai livelli europei e statunitensi. Attesi ulteriori sforzi della Corea del Sud per chiudere lo “sconto valutario”, particolarmente quello del prezzo/valore contabile.

di Marcell Zimmermann, gestore del fondo Lemanik Asian Opportunity di Lemanik

L’Asian Dollar Index ha chiuso il mese di maggio invariato, ma lo yen giapponese si è ulteriormente indebolito nei confronti dell’euro. Prevediamo ancora un rafforzamento dello Yen nel corso dell’anno. Il divario tra i titoli di Stato Ue a 10 anni e quelli giapponesi si è ulteriormente ridotto, dopo aver raggiunto un massimo nel settembre 2023.

La performance asiatica è rimasta irregolare durante il mese di maggio. I mercati ad alto contenuto tecnologico, come il Giappone e Taiwan, hanno sovraperformato, mentre i titoli cinesi hanno proseguito la loro corsa al rialzo. Gli indici dei paesi con un’esposizione poco tecnologica hanno chiaramente sofferto in questo scenario, spingendo l’MSCI Asean in territorio negativo. I titoli della Corea del Sud hanno risentito della debole risposta al programma Value-up del governo, presentata allo scopo di valorizzare le quotate coreane, dopo che le linee guida annunciate erano inferiori alle aspettative del mercato. Continuiamo ad aspettarci ulteriori sforzi del governo per chiudere lo sconto valutario coreano.

Il quadro economico in Asia ha continuato a essere disomogeneo. L’indice dei prezzi al consumo cinese si è stabilizzato ad aprile, ma il PMI manifatturiero è sceso a maggio al di sotto della linea di espansione. Tuttavia, i segmenti dei servizi continuano a sostenere l’espansione del Paese. In Giappone, il tasso d’inflazione rimane stabile in territorio positivo, ma il Pil trimestrale del primo trimestre è sceso sotto le aspettative a -2%. Le esportazioni di Taiwan hanno beneficiato di una forte domanda di semiconduttori e il Pil del primo trimestre è aumentato del 6,51% su base annua. Le esportazioni sono aumentate del 10,8% su base annua in aprile. La Corea del Sud ha registrato un aumento simile nello stesso mese, con un incremento del 13,8% e un’espansione della produzione industriale del 6,1% anno su anno in aprile.

In questo contesto, abbiamo continuato a ridurre l’esposizione al Sud-Est asiatico e la liquidità è stata riallocata verso Cina, Giappone e Corea del Sud. Le valutazioni rimangono molto interessanti da un punto di vista fondamentale e rispetto ai livelli europei e statunitensi. Sebbene i mercati emergenti siano destinati a guidare l’espansione economica globale, gli investitori istituzionali rimangono cauti a causa della forza del dollaro Usa”.

Il mercato azionario USA e “il bull market più odiato di tutti i tempi”

Senza ulteriori stimoli fiscali la minore domanda interna procurerà una caduta media di almeno 5 punti nominali di pil Usa a partire dalla metà del 2024. Il trend rialzista dell’oro non è finito.

di Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy

Si è ormai chiuso il periodo delle trimestrali del mercato azionario americano e in sintesi si può constatare che i profitti sono complessivamente saliti del 4,3%. Tuttavia, escludendo le prime sette note società, il resto del mercato evidenzia un calo del 2% circa, confermando il quinto trimestre consecutivo di contrazione degli utili per il 99% delle società quotate. Pure l’indice Stoxx 600 europeo conferma un calo degli utili pari al 7%, confermando anche in questo caso il quarto trimestre consecutivo di contrazione (Fonte: S&P/JP Morgan/Bloomberg). Tutto in linea con il quadro macroeconomico “non ufficiale” di fondo che si conferma in stagnazione in Europa, in forte rallentamento negli Stati Uniti, in stagnazione in Cina e in contrazione in Giappone.

Il mercato azionario americano conferma comunque la sua tenuta vicino ai massimi storici, in quello che può essere definito il bull market più odiato di tutti i tempi. Odiato perché il meccanismo di rialzo è prettamente guidato da retail investors e algoritmi, mentre gli investitori professionali continuano ad evidenziare difficoltà nel partecipare al trend rialzista che è basato su fondamentali sempre più distaccati dalla realtà. Occorre anche chiedersi se ormai il mercato azionario americano è ancora un mercato oppure è semplicemente un indice. Prima della crisi del 2008 era il mercato sottostante che procurava il movimento dell’indice, mentre oggi, a causa della gestione passiva, ETF, Buy Back e algoritmi, è l’indice che muove il mercato sottostante: “acquisto l’indice per sostenere il mercato” o “acquisto tre titoli che fanno l’indice per sostenere l’intero mercato“. Nel frattempo, la notizia a mio parere più rilevante del mese, è la contrazione dei consumi negli Stati Uniti e la netta revisione al ribasso dei dati dei tre mesi precedenti, dati che nessuno ormai guarda più, ma che confermano che il ciclo Usa, sebbene sostenuto da irresponsabili politiche fiscali, è in cedimento da febbraio. La revisione al ribasso dei consumi dei tre mesi precedenti procurerà anche una revisione al ribasso del Pil del primo trimestre. Il dato sui beni durevoli ha subito 18 mesi consecutivi di revisioni al ribasso rispetto alla prima pubblicazione.

Per comprendere le potenzialità di tenuta dell’economia Usa, l’unica economia attualmente ma solo apparentemente non in crisi e le relative potenzialità del ciclo mondiale, occorre analizzare a fondo la dinamica del ciclo americano negli ultimi due anni; così facendo, possiamo individuare alcuni fattori straordinari e certamente irripetibili, che hanno consentito di evitare per ora una crisi. Infatti, le politiche monetarie hanno procurato certamente dei danni profondi ai bilanci delle banche, al Commercial Real Estate, al Private Equity e allo Shadow Banking System in generale, ma la politica monetaria restrittiva che ha colpito una parte importante dell’economia reale è stata in parte compensata da un’aggressiva politica fiscale a sostegno dei consumatori che, dall’uscita dalla pandemia (estate del 2020) fino a marzo di quest’anno è stata complessivamente di circa 45 punti di Pil (in media 11 punti di Pil all’anno), tanto che nella seconda metà del 2023 il Pil è cresciuto prevalentemente grazie alla spesa pubblica.

L’effetto combinato della spesa pubblica e della spesa per consumi generata dal dissipamento totale dell’eccesso di risparmio, assieme a un’ulteriore ondata di debito al consumo per oltre 500 mld di Dollari (2% del Pil), ha procurato un’anomala spinta sui consumi non sostenuta dal reddito ma dalla leva finanziaria e fiscale. Infatti, l’enorme eccesso di risparmio si è creato grazie alle generose erogazioni fiscali alle famiglie e 2,5 trilioni di dollari sono stati spesi nel corso degli ultimi due anni, che assieme ai 500 miliardi di dollari di nuovo debito al consumo, hanno generato un impatto sui consumi interni di 3 trilioni di dollari, pari al 15% del Pil (Federal Reserve of NY – Spending down pandemic saving is an “only in the US” phenomenon. T. Klitgaard and M. Higgins). Questo fenomeno, totalmente anomalo, insostenibile e irripetibile, ha alimentato un rimbalzo dei profitti per le società quotate, che però è già in fase di esaurimento, e una spinta anomala sul Pil nel corso della politica monetaria restrittiva.

Il motivo per il quale l’economia Usa ha evitato finora una crisi è dovuto a questo colossale dissipamento di risparmio, spesa pubblica e debito che non ha precedenti storici. Spesa pubblica aggressiva, aumento del debito privato e dissipamento di eccesso di risparmio hanno generato un’anomala “tenuta” del sistema che rischia di non poter essere sostenuta. Quello che attualmente preoccupa di più è l’aumento delle insolvenze sul credito al consumo a ritmi da crisi finanziaria nonostante l’economia sia solo nella sua fase iniziale di cedimento e ancora in piena occupazione. Le probabilità che questo colossale “dissaving” possa semplicemente finire con un soft landing sono probabilmente pari a zero. Poiché l’effetto combinato di spesa pubblica ed excess saving speso ha procurato una spinta di 5/7 punti nominali di Pil all’anno dal 2021, la mancanza di questi elementi straordinari di sostegno, procurerà una caduta media di almeno 5 punti nominali di Pil a partire dalla metà del 2024, portando la crescita a zero entro settembre.

In base all’analisi suesposta è estremamente probabile che i tassi d’interesse siano ormai in area estremamente restrittiva, dato che la restrizione aggiuntiva verrà ora determinata dalla mancanza degli stimoli straordinari che ne avevano attenuato l’effetto, e la Fed sarà in qualche modo costretta a ridurre i tassi in breve tempo per attenuare il rischio di una caduta verticale del Pil. Il mercato dei bond è quindi in una bottom area e dovrebbe avviare un rally rialzista da questi livelli, almeno fino a fine anno. L’Oro conferma un trend rialzista che non è supportato da aspettative inflazionistiche ma da un potenziale “disordine” di medio lungo periodo innescato dal cedimento delle irripetibili politiche economiche degli Stati Uniti e dal rischio di una Balance Sheet Recession globale procurata da un eccesso di debito speculativo, dalla quale si potrebbe uscire solo con successive operazioni coordinate dal G20 di tipo reflazionistico, guidate da Cina, Stati Uniti e UE. 

Alta Formazione CUOA: il ruolo del Finance nelle scelte strategiche in azienda

Un evento pensato per CFO, imprenditori, amministratori delegati, direttori generali, consulenti di direzione, professionisti, direttori corporate di banche, SGR e fondi di investimento.

Dalle analisi predittive alla trasformazione digitale fino alla crescita con M&A e al ruolo del CFO come advisor ed acceleratore di processi. Sono queste le tematiche al centro del Finance Day CUOA di quest’anno, che si svolgerà mercoledì 26 giugno dalle 14.00 alle 18.30 presso Villa Valmarana Morosini, sede della business school. 

Obiettivo dell’iniziativa, nata nel 2020 con una serie di appuntamenti online, è fornire ai professionisti insights sugli scenari e sui trend evolutivi del settore dando la parola a speaker qualificati che possano condividere la loro esperienza e il loro punto di vista.

L’approfondimento inizierà alle 14:00 con i saluti di Giuseppe Caldiera (nella foto), direttore generale di CUOA, e Francesco Gatto, responsabile del centro di competenza finance della business school. Prenderà poi la parola Marcello Mattiussi, Partner KPMG Advisory, per presentare la relazione “Overview e trend dell’Area Finance: le principali evidenze a livello nazionale e internazionale”. Il pomeriggio continuerà con tre tavole rotonde, ciascuna delle quali prenderà avvio con una breve instant survey rispetto ai temi oggetto di discussione. La prima si intitola “Scenari, analisi predittive, accesso al credito: l’importanza della capacità di pianificazione per orientare le scelte strategiche, gestire le scelte di struttura finanziaria, l’accesso al credito e al sistema finanziario”. La seconda avrà come tema “Il ruolo del Finance nella trasformazione digitale dell’azienda: orientare e guidare processi di cambiamento tecnologico coniugando finanza, tecnologia e strategia”. La terza ed ultima prenderà in esame lo sviluppo dimensionale e la crescita per linee esterne. 

Commenta Francesco Gatto (nella foto), Responsabile dell’Area Finance CUOA: “Nel contesto economico attuale, caratterizzato da una crescente incertezza e da rapidi cambiamenti, il ruolo del CFO è in continua evoluzione. Nel Finance Day abbiamo deciso di porre l’attenzione su alcune sfide cruciali del Finance da qui ai prossimi anni. Impostare e implementare analisi predittive, valutare futuri possibili scenari preparando l’azienda a ciascuno di essi, sfruttare le opportunità offerte dalle nuove tecnologie, capire come utilizzare al meglio le risorse dell’intelligenza artificiale, ragionare sulla necessità della crescita e di come avviare percorsi di sviluppo attraverso acquisizione sono tutte indubbiamente capacità e competenze richieste ad un CFO “moderno”.

L’evento è pensato per CFO, imprenditori, amministratori delegati, direttori generali di aziende, consulenti di direzione, professionisti (Commercialisti, Avvocati), esponenti delle Direzione Corporate di banche, SGR e fondi di investimento.

Per informazioni:  
https://www.cuoa.it/ita/formazione/corsi-executive/finance-day-2024-le-sfide-del-finance-per-orientare-le-scelte-strategiche#:~:text=Il%20FINANCE%20DAY%202024%20rappresenta,per%20le%20sorti%20dell’azienda.

USA: debito elevato, utili aziendali discontinui e calo demografico. Preferire i bond alle azioni

Il premio al rischio azionario negli Stati Uniti intorno al 5%, con una differenza di circa l’1% rispetto all’obbligazionario decennale, rende preferibili i bond, che presentano una volatilità più bassa.

di Alberto Conca, gestore Zest Asset management Sicav e responsabile investimenti Lfg+Zest

Oggi il premio al rischio nell’equity Usa si attesta intorno al 5%, mentre la differenza tra il rendimento azionario atteso e il rendimento obbligazionario decennale è ai minimi dal 2008, poco sopra l’1%. In queste condizioni, sono più attraenti le obbligazioni, perché offrono rendimenti attesi simili a quelli azionari, ma con una volatilità ridotta.

La debolezza del mercato azionario statunitense è legata a una serie di fattori chiave per l’economia Usa: prima di tutto l’elevato debito pubblico, ma anche le tendenze demografiche, i tassi di interesse e la redditività delle imprese. Quanto al debito pubblico, il governo americano sta spendendo a livelli senza precedenti e, secondo le nostre analisi, questo porterà il rapporto debito/Pil al 165% entro il 2035: con questi numeri è logico supporre che un momento di tensione o di paura sui mercati finanziari, causato dall’enorme accumulo di debito, non è una quesitone di se, ma di quando.

Un altro dato che evidenzia l’andamento insostenibile del debito americano è la crescita nominale del debito rispetto a quella del Pil: il primo si attesta al 9,12%, mentre il secondo è al 5,97%. Ciò che è più preoccupante è il costo del servizio del debito, vale a dire gli interessi che il governo degli Stati Uniti paga annualmente sul suo debito: negli anni ’80 e ’90, quando i tassi di interesse erano superiori al 10%, le spese per interessi rappresentavano il 21% della spesa pubblica. Oggi, con un costo medio del debito intorno al 3%, l’onere degli interessi è al 16% e un semplice aumento dei tassi di cento punti base statunitensi ci riporterebbe a quei livelli. È ormai imperativo che questa voce di bilancio venga controllata prima che diventi ingestibile.

Una terza variabile da considerare è la scadenza del debito attualmente emesso. La metà del debito è destinata a scadere entro tre anni e ciò significa che se gli attuali tassi di interesse rimangono a questo livello per un periodo prolungato, il costo del servizio del debito probabilmente aumenterà verso il 21%, se non addirittura superiore. Al quarto punto, invece, dobbiamo tenere in considerazione è il “moltiplicatore del debito“, che descrive il numero di unità di Pil generate da un’unità aggiuntiva di debito. Dal 2003/2004 è stata superata la soglia di efficienza, in base alla quale 1 unità di debito genera 1 unità di Pil. Oggi, ogni unità di debito crea meno del 60% di quell’unità in termini di Pil e ciò significa che sono necessari importi sempre maggiori di debito per aumentare il Pil. Al quinto punto, infine, nel lungo termine riteniamo che la crescita del Pil si normalizzerà a livelli inferiori a quelli registrati finora e, di conseguenza, le valutazioni azionarie ne risentiranno negativamente; questo perchè all’aumentare del rapporto debito/Pil la crescita diminuisce.

Oltre al debito, altri due driver importanti per lo sviluppo del paese sono della forza lavoro e l’aumento della produttività. Il tasso di crescita quinquennale della popolazione a partire dal 1991 è sceso dall’1,35% allo 0,5%, quindi la crescita potenziale degli Stati Uniti sta diminuendo anche a causa del rallentamento della crescita demografica, nonostante l’impatto positivo dell’immigrazione. Per quanto riguarda la produttività americana, il tasso di crescita dagli anni ’60 ad oggi si attesta all’1,31%. Sommando queste la crescita della popolazione (0,5%) e la crescita della produttività (1,31%), possiamo affermare che la crescita degli Stati Uniti descritta da queste due variabili è leggermente inferiore al 2%.

L’immigrazione ha un effetto positivo sulla crescita della popolazione. Il fenomeno è stato estremamente forte negli ultimi anni negli Stati Uniti, ma si è accompagnato a una riduzione del tasso di crescita dei salari, tornato vicino al 4%. Questo livello è considerato una soglia, perché si stima che un aumento salariale al di sopra di questo valore sia inflazionistico, mentre un valore inferiore non ha alcun effetto sull’indice dei prezzi. Attualmente, il ritorno a questo ritmo può aiutare l’economia americana a sgonfiarsi. Altra variabile importante per la crescita Usa è il livello dei tassi di interesse reali, che influenza le aspettative di inflazione. Oggi le aspettative di inflazione sono tornate sopra al 2% e siamo usciti dal contesto dei tassi d’interesse a zero. Questo cambiamento è evidente anche nella quantità di moneta in circolazione. La sostanziale espansione monetaria immessa nel sistema nell’ultimo decennio ha trainato la crescita, portando a un aumento generalizzato dei prezzi. L’ultimo motore della crescita economica è la redditività delle imprese. Nel medio-lungo termine, le società hanno registrato una crescita degli utili di circa l’8-10%. Tuttavia, nel corso di questi anni, la crescita non è stata sempre costante, in quanto le diverse fasi del ciclo economico hanno prodotto risultati diversi. 

Oggi in quale fase del ciclo economico ci troviamo? A novembre 2023 abbiamo raggiunto un drawdown del -24%, indicando che la probabilità di una recessione nei prossimi 18 mesi è vicina al 50%. Per definire la corretta valutazione del mercato, è essenziale considerare la possibilità di una recessione nei prossimi dieci anni. Considerando i principali driver della crescita economica negli Stati Uniti e le prospettive di rendimento dell’S&P 500, partendo dalle valutazioni attuali, possiamo affermare che l’asset allocation preferibile dovrebbe favorire i titoli di Stato o i Corporate bond. Se le azioni dovessero attraversare un periodo di volatilità e qualche correzione in ritardo, ci sarà margine per aumentare l’esposizione azionaria. Per il momento, le obbligazioni societarie e i titoli di Stato offrono un profilo di rendimento corretto per il rischio superiore.

Lemanik: grandi opportunità di investimento nello spazio delle utility e delle rinnovabili

Il taglio dei tassi della Bce dovrebbe fungere da catalizzatore positivo per le mid-small cap italiane e per i flussi verso i mercati azionari. Portafoglio riposizionato su titoli sensibili ai tassi d’interesse come Enel, A2A, Erg.

di Andrea Scauri, gestore azionario Italia di Lemanik

Il nostro scenario di base prevede una crescita economica modesta che non sfoci in una recessione, con un miglioramento in Europa e un rallentamento della velocità di crescita negli Stati Uniti, soprattutto per quanto riguarda i consumi. In questo contesto non ci aspettiamo grandi movimenti tra gli indici ma, al contrario, rotazioni settoriali rilevanti. Per questo motivo vediamo grandi opportunità nello spazio delle azioni di utility e rinnovabili rispetto al settore industriale e (in parte) a quello finanziario.

A maggio si è registrato un netto miglioramento delle stime sugli utili, soprattutto negli Stati Uniti e in Europa, mentre si è registrato un peggioramento in Cina. A livello settoriale, i miglioramenti più significativi sono stati osservati nei settori finanziario e dei servizi di pubblica utilità mentre si sono registrate maggiori revisioni al ribasso nei semiconduttori e nel software. Il gruppo dei “magnifici 7” ha dominato i mercati, mentre anche i mercati azionari asiatici ed europei hanno fatto bene.

In Italia, l’indice principale FTSEMIB ha registrato un +3,5%, il FTSEMID +3%, così come le small cap. Continuiamo a essere costruttivi sulle mid-small cap italiane: storicamente, queste hanno sovraperformato, in media, all’inizio del ciclo di riduzione dei tassi. Il taglio dei tassi della Bce dovrebbe fungere da catalizzatore positivo per le mid-small cap e per i flussi verso i mercati azionari. I rendimenti dei titoli di stato sono scesi leggermente, ma sono rimasti al di sopra della media degli ultimi 12 mesi sia negli Stati Uniti che nell’Ue. Negli Stati Uniti, i verbali della riunione del Fomc hanno confermato che il Comitato intende mantenere l’attuale politica restrittiva più a lungo del previsto, in risposta ai deludenti dati sull’inflazione del primo trimestre. Contrariamente alla conferenza stampa più accomodante del presidente Powell, sembra che “alcuni” membri del Comitato siano più disposti a inasprire ulteriormente la politica monetaria in caso di aumento dei rischi di inflazione.

Gli operatori di mercato si aspettano che il ciclo di tagli sia guidato dalla Bce, con un taglio cumulativo di -70 pb entro la fine del 2024 al 3,3%. Per quanto riguarda la Fed, invece, il mercato si aspetta che il primo taglio avvenga tra settembre (probabilità 45%) e novembre, con un taglio cumulativo di -50 pb entro la fine del 2024 al 5%. La nostra view è che le banche centrali avvieranno il ciclo espansivo nei prossimi mesi, in un contesto di progressiva disinflazione e di necessità di finanziare ampi deficit pubblici, tornando a iniettare liquidità nel sistema in caso di forte rallentamento economico.

La nostra view rimane costruttiva, considerando i segnali di stabilizzazione degli indicatori macro in Europa e del taglio dei tassi da parte della Bce, che potrebbe indirizzare i flussi soprattutto verso le mid-small caps. D’altro canto, segnaliamo che il posizionamento degli investitori sta tornando a salire e che permane un potenziale rischio geopolitico (con la Cina che sta effettuando esercitazioni militari nello stretto di Taiwan) e che stiamo entrando in un periodo più fragile dal punto di vista della stagionalità. In questo contesto, abbiamo ampiamente spostato il portafoglio per riposizionarci sulla maggior parte dei nomi sensibili ai tassi d’interesse come Enel, A2A, Erg. Rimaniamo costruttivi sui titoli finanziari, ma ora con una percentuale di investimento inferiore, e molto selettivi sui titoli industriali dove vediamo rischi sugli utili, ad esempio il settore automobilistico. Dopo la debole performance del settore del lusso, non vediamo più alcun motivo per essere sottopesati. Questo spiega la nostra recente acquisizione di quote in RACE.

Estate e consumi elettrici: consigli di risparmio energetico per i cittadini

Attraverso piccoli gesti quotidiani è possibile non solo ridurre i consumi, ma anche contribuire alla piena realizzazione degli obiettivi di sostenibilità ambientale ed energetica. Ecco alcuni accorgimenti.

di Carolina Gritti, Energy Efficiency and New Solutions Development
presso Gruppo Enercom

Nel più ampio contesto della salvaguardia ambientale il tema del risparmio energetico è un’assoluta priorità per favorire la transizione verso una società sostenibile. L’efficienza energetica, ovvero il minor impiego dell’energia per produrre lo stesso risultato, è stata promossa a livello internazionale dalla sottoscrizione di specifici accordi e a livello europeo dall’importante azione normativa del Green Deal Europeo e dalla semplificazione delle procedure per la realizzazione di impianti interamente alimentati da fonti rinnovabili

In uno scenario del genere, la dimensione energetica non può essere separata dalle vicende geopolitiche. Difatti, l’aumento dei costi dell’energia derivante dall’inasprirsi del conflitto russo-ucraino sta avendo conseguenze non solo sulla capacità produttiva delle imprese, ma sui consumi stessi. L’Unione Europea ha già da tempo elaborato provvedimenti legislativi per diversificare le fonti ed accelerare la transizione verso l’energia pulita. In particolare, il pacchetto Fit for 55 e la Direttiva sull’Efficienza Energetica (EED 3) hanno fissato obiettivi vincolanti per la riduzione, entro il 2030, del consumo energetico finale dell’UE dell’11,7 % rispetto al 2020. Parallelamente, la modifica della Direttiva Energie Rinnovabili (RED 3) ha fissato al 40% l’aumento dell’obiettivo europeo entro il 2030.

Lo stato al ribasso dei prezzi di gas ed energia è confermato dall’Analisi Trimestrale del Sistema Energetico Italiano redatta da Enea. Nello specifico, nel 2023 il prezzo del gas è diminuito del 20% nel secondo trimestre, mentre nel I trimestre è stata di 45 €/MWh la media del gas al TTF, -70% rispetto al II semestre 2022. Cifre analoghe per il mercato elettrico. Tra i fattori determinanti per la riduzione delle tensioni sul mercato energetico la contrazione della domanda, resa possibile da un lato dal clima mite dei primi mesi dell’anno; dall’altro dalla debolezza dell’intera economia dell’eurozona. Sul versante dei consumi, si è assistito da agosto 2022 a novembre 2023 ad una contrazione del consumo di gas di oltre il 17%, superando la soglia fissata dal regolamento UE del 15%. Nel primo semestre 2023 l’Italia ha assistito ad una diminuzione dei consumi di energia (-5% rispetto allo stesso periodo 2022), dopo la flessione del quarto trimestre 2022 (-12%). In generale, nel 2023 si è registrata una diminuzione di circa il 3,5% nel consumo di energia primaria nell’Eurozona, accompagnata da un declino ancora più significativo delle emissioni di CO2, pari a circa il 6%.

Accanto a provvedimenti istituzionali e oscillazioni della domanda dovute a fattori esogeni, un uso dell’energia più efficiente consente di ridurre l’impatto ambientale e abbattere i costi energetici in maniera significativa sin dall’origine. In tal senso, partiamo dal grande protagonista dell’estate: il condizionatore; il suo consumo energetico è un elemento cruciale da considerare quando si valuta l’efficienza e l’impatto ambientale di questo apparecchio. La potenza di un condizionatore, misurata in British Thermal Units (BTU), è un fattore determinante nel calcolo del consumo: in linea generale, maggiore è la potenza, maggiore sarà il consumo di energia.

La classe energetica di un condizionatore è un altro fattore cruciale per valutare la sua efficienza energetica e, di conseguenza, il suo impatto sul consumo di energia; questa è solitamente rappresentata nell’Unione Europea da un sistema di classificazione con scala che va da A+++ (più efficiente) a G (meno efficiente), e le differenze tra queste classi riflettono variazioni significative nella capacità del condizionatore di trasformare l’energia elettrica in raffreddamento senza sprechi inutili. Oltre alla potenza e alla classe energetica però, anche il tipo di condizionatore gioca un ruolo fondamentale nel determinare il consumo energetico. Esistono infatti diversi tipi di condizionatori, tra cui quelli centralizzati, monosplit, multisplit e portatili, ognuno con caratteristiche specifiche che influenzano il loro consumo medio di energia.

Attraverso piccoli gesti quotidiani è possibile non solo ridurre i consumi, ma anche contribuire alla piena realizzazione degli obiettivi di sostenibilità ambientale ed energetica. Ecco alcuni accorgimenti e consigli pratici che permetteranno ai consumatori di tenere sotto controllo le spese e fare la differenza nell’alleggerire il peso delle bollette.
1. Migliorare l’isolamento termico dell’edificio, in modo da evitare l’ingresso di calore e quindi contribuendo a mantenere internamente una temperatura costante, di norma tra i 20 e i 25 gradi tenendo le finestre chiuse, così da minimizzare le necessità di climatizzazione.
2. Effettuare regolarmente la manutenzione degli impianti, al fine di mantenerli puliti, consente di inquinare e consumare meno, oltre che garantire una migliore qualità dell’aria trattata.

3. Preferire deumidificatori o ventilatori all’aria condizionata, pulendone regolarmente i filtri e privilegiando modelli di nuova generazione (di classe A o superiore) dotati di tecnologia inverter. Si stima infatti che un deumidificatore con potenza di 200/300 W consumi 0,2/0,3 kWh, con una diminuzione dopo la prima ora di utilizzo.
4. Fare il check-up della casa: potrebbe essere utile far valutare da un esperto lo stato di isolamento termico di pareti e finestre e l’efficienza degli impianti di climatizzazione per una diminuzione fino al 40% dei costi per la climatizzazione.

5. Scegliere un condizionatore ad alta efficienza: optare per un condizionatore con una classe energetica elevata, come A+++ o A++, può fare la differenza. I modelli più efficienti convertono l’energia in raffreddamento o riscaldamento in modo più ottimale, riducendo gli sprechi.
6. Valutare attentamente le dimensioni del condizionatore: assicurarsi che il condizionatore sia proporzionato alle dimensioni dell’ambiente; un apparecchio troppo grande può accendersi e spegnersi frequentemente, consumando più energia, mentre uno troppo piccolo potrebbe lavorare costantemente a capacità massima.
7. Programmare l’utilizzo: utilizzare termostati programmabili per regolare la temperatura in base alle esigenze. Evitare di mantenere il condizionatore acceso quando non è necessario, come durante le ore in cui l’ambiente è vuoto.

Quanto costa vivere a Berlino? Guida esperta per coloro che vogliono vivere nella “città del talento”

Vorresti intraprendere un percorso di studi in Germania o vorresti trasferirti a Berlino per cercare lavoro? Scopri tutti i costi che dovrai affrontare in una città cosmopolita e accessibile.

di Marco d’Avenia

Berlino ha sempre esercitato un certo fascino sull’immaginario collettivo. La capitale della Germania è infatti intrisa non solo di tanta storia, ma anche di cultura, musica e arte. Berlino nel 2024 attrae, però, i giovani anche – e soprattutto – per un altro motivo: le prospettive lavorative. È vero, l’economia tedesca sta frenando, ma nel 2024 la Germania continua comunque a mostrare segni di stabilità economica, con il Purchasing Managers Index (PMI) a 51,4 punti, in crescita rispetto alle stime precedenti di 50,7. Questo indice, da poco preso in considerazione dagli analisti, risulta in positivo quando è superiore a 50,0.

Il PMI misura, mese dopo mese, i cambiamenti economici prendendo come riferimento il settore manifatturiero. Tuttavia, secondo i dati di DeStatis (l’equivalente in Germania del nostro Istat) il PIL tedesco è stato rivisto al ribasso, registrando un modesto aumento dello 0,1%, in calo rispetto alle aspettative. Nonostante ciò, il tasso di disoccupazione si attesta sul 5,9%, un dato che ci racconta di un paese in cui è difficile restare fuori dal mercato del lavoro. Ebbene, nel contesto di queste condizioni economiche, Berlino si distingue come una città in costante evoluzione e ricca di opportunità per giovani in cerca di lavoro. Inoltre, con una vivace scena culturale, una fervente industria delle startup e un’atmosfera a forte vocazione cosmopolita, la capitale tedesca attira talenti e giovani da tutto il mondo. Berlino, infatti, è rinomata per la sua movida ai limiti dell’eccesso, per i suoi musei stimolanti e ricchi di storia e per la sua vibrante comunità artistica. L’humus culturale unico della città offre un mix vario di opportunità lavorative e di intrattenimento per i giovani italiani che desiderano vivere un’esperienza unica e dinamica.

Per un giovane italiano che si sta preparando a trasferirsi nella capitale tedesca, una delle prime valutazioni da fare è il costo del viaggio. Pertanto, prima di prendere in considerazione altri fattori, andiamo ad analizzare i costi dei voli per recarsi a Berlino, esattamente come abbiamo fatto per altre guide della nostra rubrica “Città straniera, quanto mi costi?” (trovate qui le altre guide per New York, Tunisia, Londra e Barcellona). Le tariffe aeree possono variare a seconda della città di partenza: i voli da Roma Fiumicino a Berlino Brandenburg partono da 31,99 euro, da Milano Malpensa 50 euro e da Palermo 64 euro. Certamente queste tariffe sono puramente indicative e dipendono dalla stagionalità e dai servizi che si scelgono per la tratta, come ad esempio il numero dei bagagli a seguito, ma sono abbastanza indicative della sostenibilità economica di un viaggio di sola andata.

Una volta arrivati a destinazione, è fondamentale avere programmato bene in quale zona della città abitare. Per scegliere il quadrante di Berlino più adatto a un giovane con un budget limitato o ad un lavoratore “di primo pelo” abbiamo soppesato vantaggi e svantaggi di ogni quartiere. La scelta finale è ricaduta su Kreuzberg. Questa zona non solo permette di stare lontani dal centro ed evitare un affitto spropositato, ma si presenta come un vero e proprio crocevia per il trasporto urbano. Il che rappresenta certamente un vantaggio per un under-35 che si trasferisce senza automobile. Ebbene, a Kreuzberg un monolocale di circa 37 metri quadri, ammobiliato e dotato di bagno privato e wi-fi, può avere un costo medio mensile che varia dai 700 ai 900 euro, a seconda della sua posizione nel quartiere e delle condizioni dell’appartamento. Per aiutarci in questa indagine ci siamo avvalsi del portale tedesco Immowelt.

Una volta trovata casa, arriva il momento di rimboccarsi le maniche e iniziare a lavorare (se già non avete trovato prima di partire). Prima di trasferirsi in Germania è però necessario seguire un corso di tedesco per acquisire almeno un’infarinatura di base di questa complessa lingua. A prescindere da questo, a Berlino contano le competenze. Se sei un giovane non altamente qualificato, forse il lavoro che può immediatamente darti una fonte di reddito è quello del cameriere, che nella capitale ha uno stipendio lordo annuo di circa 26.000 – 35.000 euro, come riporta Stepstone.de, portale che oltre 27 anni aiuta i tedeschi a trovare il lavoro dei loro sogni. Se invece hai le carte in regola per entrare in una media/grande azienda, è necessario sapere che lo stipendio annuo lordo di un impiegato a Berlino ammonta a 30.000 – 44.000 euro per quanto riguarda il livello intermedio (mitarbeiter). Se poi si è già abbastanza “skillati” e meritevoli di intraprendere un percorso di carriera, si può arrivare fino al livello Senior, che prevede una retribuzione – sempre secondo Stepstone.de – fino a poco meno di 85.000 euro.

Come abbiamo detto, trasferirsi in un’altra città portando con sé la propria auto potrebbe essere complicato, anche se il sistema di immatricolazione targhe dell’Unione Europea consente una libertà di circolazione tra stati senza precedenti. Se si decide di muoversi a Berlino con la propria macchina bisogna sapere che i prezzi del carburante sono in linea con quelli che offre Roma: circa 1,80 €/l per la benzina, circa 1,68 €/l per quanto riguarda il diesel (fonte CleverTanken). Se invece si opta per i mezzi pubblici, Berlino offre un efficiente sistema di trasporto urbano. Gli studenti universitari possono usufruire di un abbonamento mensile a soli 57,50 euro, mentre per i non studenti il costo è di 86 euro. Relativamente al carrello della spesa, i prezzi dei generi alimentari a Berlino sono generalmente accessibili: 10 uova costano circa 2 euro, 400g di formaggio Gouda si aggirano intorno ai 2,50 euro, 500g di yogurt bianco a circa 1,20 euro, 1 kg di salsicce si trova a circa 9 euro, 400g di asparagi a 2,50 euro e 1 kg di banane a 1,20 euro. E infine, il pizza/index, ossia l’indicatore di sostenibilità economica più diffuso insieme al BigMac: il prezzo medio di una margherita a Berlino è di circa 8/9,00 euro, ben lontano dai 18 dollari (16 euro) di New York.

Per quanto riguarda l’intrattenimento, i costi possono variare: un biglietto per il cinema ha un prezzo medio di 12 euro, una birra da mezzo litro nei pub può costare circa 5,50 euro, mentre per l’ingresso in una delle rinomate discoteche berlinesi si può pagare tra i 10 e i 20 euro. Per gli amanti della cultura, il Museumspass offre l’accesso libero a oltre 30 esposizioni e musei in città al prezzo di 32 euro. Pertanto, con una pianificazione adeguata e un bilancio attento, Berlino può essere una destinazione emozionante e accessibile per tutti gli italiani che cercano nuove prospettive di lavoro e di vita. Certo, la conoscenza della lingua tedesca rimane un passaggio fondamentale per pensare di viverci e coltivare relazioni sociali soddisfacenti, per cui è fondamentale arrivare sufficientemente preparati, per poi perfezionare le proprie capacità linguistiche in loco, durante l’inevitabile “full immersion” che il trasferimento comporta.

Elezioni americane, geopolitica e mercati finanziari: lo scenario attuale

Con Biden più sicurezza in Europa, minore volatilità e mercati valutari tranquilli; con Trump dubbi sull’adesione degli Stati Uniti alla NATO e inasprimento commerciale contro la Cina.

di Roberto Gusmerini, Head of Dealing di Ebury Italia

Il 2024 potrebbe essere ricordato come uno degli anni più movimentati dell’era moderna per quanto riguarda la situazione politica mondiale, con ripercussioni rilevanti in termini di politica globale, economia e mercati finanziari. Nell’arco di pochi mesi, infatti, si prevedono tre interessanti appuntamenti elettorali: le elezioni del Parlamento europeo dal 6 al 9 giugno, le elezioni politiche nel Regno Unito, il 4 luglio, e le elezioni presidenziali e del Congresso degli Stati Uniti il 5 novembre.

Per quanto riguarda le ultime due elezioni, va ricordato che sarebbe la terza volta che nell’ultimo secolo esse coincidono nello stesso anno solare. È successo infatti anche nel 1964 e nel 1992 e, come sempre accade, i mercati finanziari si focalizzeranno nei prossimi mesi sugli esiti elettorali. Per quanto riguarda le elezioni negli Stati Uniti, su cui ci concentreremo in questa analisi, il nervosismo degli investitori è assicurato, soprattutto se i sondaggi dei due contendenti, Joe Biden e Donald Trump, continueranno a mostrare una competizione così serrata. allo stato attuale, gli ultimi sondaggi prevedono una sostanziale parità tra i due candidati, con circa il 45% del voto nazionale, ma è noto che i mercati non amano l’incertezza, e la prospettiva di un ballottaggio tra i due candidati verrà sicuramente accolta con un aumento della volatilità e dell’avversione al rischio.

È importante ricordare che, oltre a eleggere il Presidente, gli americani voteranno anche sulla composizione del Congresso. In altre parole, tutti i 435 seggi della Camera dei Deputati e 34 dei 100 seggi del Senato saranno in palio e, come sempre, il risultato finale sarà molto importante per determinare la reazione dei mercati, in quanto detterà la capacità del nuovo presidente e del suo partito di imporre importanti cambiamenti politici. Tutto lascia supporre che, in caso di vittoria, il Presidente Biden proseguirebbe con la sua linea politica continuando a dare priorità alla crescita dell’occupazione, cosa che ha funzionato molto bene durante il suo primo mandato. La politica fiscale rimarrebbe probabilmente espansiva, concentrandosi sul sovvenzionamento della domanda di alloggi e istruzione. A differenza di Trump, il leader democratico cercherebbe anche di proseguire con il programma di aumento delle le tasse sui redditi più alti e sulle grandi aziende, compreso un aumento dell’aliquota fiscale sulle società dal 21% al 28%.

L’amministrazione Biden prevede che questi aumenti fiscali ridurranno il deficit di 3.000 miliardi di dollari nel prossimo decennio, ma la probabilità che una decisa stretta fiscale venga approvata è minima nel contesto politico statunitense. La politica estera, invece, continuerà a essere un tema di estrema importanza. La leadership di Biden non ha portato l’inversione delle politiche di Trump che ci si aspettava, poiché ha mantenuto un alto livello di protezionismo, soprattutto nei confronti della Cina. È probabile che questo rapporto gelido tra gli Stati Uniti e il gigante asiatico continui anche sotto Biden. Allo stesso modo, il continuo sostegno all’Ucraina e la permanenza degli Stati Uniti nella NATO sono dati per scontati.

Per contro, un secondo incarico di Donald Trump potrebbe significare un ritorno al suo approccio “America first”. Verrebbero imposte tariffe sulle importazioni dall’estero per incoraggiare la produzione interna e aumentare il gettito fiscale, e verrebbero attuate politiche per promuovere il reshoring delle attività negli Stati Uniti, tra cui la proposta di una tariffa del 60% sulle importazioni dalla Cina e del 10% su tutte le altre. È altrettanto probabile che sorgano dubbi sull’adesione degli Stati Uniti alla NATO, che aumenterebbe i rischi per la sicurezza europea, e sulla delocalizzazione della produzione industriale negli Stati Uniti, che potrebbe comportare rischi per l’economia e la valuta comune. È anche probabile che si assista a un ritorno ad alcune delle sue precedenti politiche interne; in particolare l’estensione del Tax Cuts and Jobs Act del 2017, che ha introdotto l’aliquota fiscale fissa del 21% per le imprese. La politica fiscale sarebbe espansiva, come quella di Biden, ma con la priorità di stimolare l’offerta attraverso i tagli fiscali piuttosto che facendo aumentare la domanda.

Relativamente ai mercati valutari, sarebbe ragionevole pensare che una vittoria di Biden porterebbe ad una minore volatilità, spingendo la coppia euro-dollaro verso l’alto. Dopo tutto, gli investitori vedono di buon occhio il mantenimento dello status quo e la vittoria del democratico eviterebbe l’antiglobalismo di Trump e ridurrebbe il rischio per la sicurezza europea. Questo avrebbe anche un effetto a catena sulle valute dei mercati emergenti, in particolare quelli asiatici, poiché gli investitori vedrebbero di buon occhio un minore protezionismo e una crescita globale più forte. Al contrario, una vittoria di Trump porterebbe a una maggiore volatilità dei mercati e sarebbe negativa per l’euro-dollaro. Questo perché i mercati si preparerebbero a tariffe più elevate, alla delocalizzazione e all’incertezza sulla NATO. Il risultato sarebbe negativo anche per le valute dei mercati emergenti, con il rischio di nuove barriere commerciali e una politica estera più imprevedibile. Tra tutte le valute, quelle asiatiche saranno probabilmente le più colpite, poiché gli investitori temono un rallentamento della crescita in Cina.

Un altro fattore da non trascurare nelle prossime elezioni statunitensi è il rischio di una crisi costituzionale. Questa situazione non può essere esclusa alla luce dei problemi legali che il candidato Trump deve affrontare. Egli è infatti il primo ex presidente nella storia degli Stati Uniti a essere incriminato penalmente: deve affrontare quattro accuse penali e diverse cause civili. Sebbene la Costituzione degli Stati Uniti non gli impedisca di candidarsi alla presidenza, le varie date dei processi potrebbero influenzare la sua campagna elettorale e una condanna prima di novembre potrebbe danneggiare significativamente le sue possibilità alle urne. Lo scenario più difficile da prevedere sarebbe quello in cui si verifichi una grave controversia sull’esito delle elezioni e, questa volta, Trump ottenga un sostegno sufficiente nelle amministrazioni degli Stati contesi per creare una crisi costituzionale.  Un simile scenario metterebbe seriamente in discussione la capacità del governo statunitense di funzionare con successo e potrebbe portare alla paralisi politica all’interno di Washington. In questo caso, per la prima volta, potremmo assistere a una rottura del classico paradigma di avversione al rischio. In altre parole, questa situazione potrebbe innescare la debolezza del dollaro USA, ma la mancanza di precedenti rende le previsioni molto difficili.

Tassi in discesa e accesso al credito meno difficile. Tasso variabile: primi risparmi nella rata mensile

Mutui a tasso variabile, primi risparmi nella rata mensile. Kìron: la riduzione dei tassi di interesse in atto rappresenta una buona opportunità per le famiglie che desiderano accedere al credito casa.

I tassi di interesse sui mutui erogati a febbraio 2024 alle famiglie per l’acquisto di abitazioni, comprensivi delle spese accessorie (tasso annuale effettivo globale, TAEG), sono scesi al 4,31% rispetto al 4,38% fatto segnare a gennaio 2024. È quanto ha rilevato la Banca d’Italia. Si tratta di una timida diminuzione che però si traduce in un lieve risparmio sulla rata mensile del mutuo.

L’inversione di tendenza dei mercati sui tassi dei mutui rilevata da Banca d’Italia si collega con quella riscontrata anche dall’ABI. Nel suo bollettino mensile, l’Associazione bancaria italiana ha puntualizzato che, a marzo 2024, i tassi di interesse sulle nuove operazioni di finanziamento sono in diminuzione: il tasso medio sulle nuove operazioni per l’acquisto di abitazioni è diminuito al 3,79%, rispetto al 3,89% di febbraio 2024 e rispetto al 4,42% di dicembre 2023. Questo si traduce in un risparmio in termini di rata mensile: considerando l’importo e la durata media di un mutuo, il calo dei tassi vuol dire che la rata di un mutuo a tasso variabile scende, rispetto ai massimi di novembre 2023, di 48 euro al mese, con un risparmio di 576 euro annui.

Del resto, il primo taglio dei tassi di interesse è ormai alle porte. e a giugno 2024 la Banca centrale europea (BCE) potrebbe mettere mano alle forbici e ridurre (probabilmente) di 25 punti base il costo del denaro. Una contrazione tanto attesa, dopo i dieci rialzi consecutivi degli interessi varati da luglio 2022 a settembre 2023 per contrastare l’impennata dell’inflazione in Europa. Aumenti dei tassi che si sono tradotti in un salasso sulla rata mensile del mutuo per le famiglie. Secondo gli esperti di Kìron Partner, analizzando i dati Banca d’Italia si registra che i tassi di interesse sui prestiti erogati alle famiglie per l’acquisto di abitazioni si sono attestati al 4,21% (inclusi tutti i costi accessori e rappresentati dal Tasso Annuale Effettivo Globale TAEG). Su base mensile i tassi di interesse evidenziano un calo rispetto al 4,31% di febbraio. Si tratta di un indice importante ed interessante per chi sta valutando l’opportunità di accedere al mercato immobiliare e riflette una tendenza verso tassi di interesse più favorevoli rispetto a quelli a proposti nei mesi appena trascorsi.

Per quanto riguarda la tipologia di mutuo, i dati di Kìron riferiti al primo trimestre del 2024 vedono una netta preferenza degli italiani verso il tasso fisso, che sfiora quota 94% facendo scendere i mutui a tasso variabile al 2,5%. Uno scenario completamente differente rispetto ai primi mesi del 2023, quando i mutui a tasso fisso rappresentavano il 63%. “La domanda di mutui casa – afferma Renato Landoni (nella foto), Presidente di Kìron Partner – è in costante aumento e la riduzione dei tassi di interesse in atto ormai da alcuni mesi rappresenta una buona opportunità per le famiglie. È probabile che la BCE intervenga ancora nei prossimi mesi riducendo ulteriormente i tassi di riferimento, dando ulteriore impulso a coloro che sottoscrivono un finanziamento per perfezionare l’acquisto immobiliare”.

Tensioni geopolitiche e mosse delle banche centrali: l’impatto sui mercati finanziari

L’inflazione rimane al centro di tutte le attenzioni, poiché il percorso verso la disinflazione non sembra ancora del tutto spianato. le economie sembrano dimostrare una resistenza maggiore del previsto.

A cura di Roberto Gusmerini*

Il mese scorso ha messo a dura prova la stabilità dei mercati finanziari, colpendo gli investitori con una serie di eventi di rilevanza globale. Dati macroeconomici, tensioni geopolitiche e decisioni delle politiche monetarie hanno contribuito a delineare un paesaggio di incertezza e fluttuazioni significative. Il conflitto in Medio Oriente, aggravatosi improvvisamente, ha catalizzato l’attenzione dei mercati. La crescente inquietudine geopolitica ha spinto gli investitori verso beni rifugio, determinando un picco del prezzo del petrolio Brent, che ha oltrepassato la soglia psicologica dei 90 dollari al barile – il punto più alto dallo scoppio delle ostilità nella Striscia di Gaza. Questa ondata di instabilità ha minacciato di esasperare le già tese relazioni internazionali. Tuttavia, è stato evitato uno scenario di guerra totale, e questo ha, per ora, parzialmente calmato il nervosismo degli investitori.

La politica monetaria delle banche centrali continua a esercitare la sua influenza predominante sull’animato palcoscenico valutario. Le aspettative di taglio dei tassi sono state temperate, con particolare riferimento agli Stati Uniti dove è cresciuta la percezione che i tassi possano rimanere elevati più del previsto. Gli indicatori di inflazione nell’economia più grande al mondo hanno indotto i mercati a ridimensionare le probabilità di vedere manovre espansive dalla Federal Reserve quest’anno, mentre si sono levate voci di possibili rialzi, prontamente mitigate dalle dichiarazioni del governatore Powell. Nonostante ciò, il dollaro americano ha mostrato un apprezzamento significativo nel corso dell’anno, anche se di recente ha assistito a un arresto del rally, allentando parte dei guadagni nei confronti delle valute principali.

Le recenti dichiarazioni della Fed hanno delineato un approccio più cauto e accomodante, aumentando l’asticella per l’ipotesi di rialzi futuri dei tassi negli USA. Inoltre, un rallentamento della crescita economica e un mercato del lavoro non più così fervido negli Stati Uniti hanno riportato sul tavolo delle discussioni la possibilità di tagli dei tassi anticipati a settembre, mentre il mercato sconta due tagli entro la fine dell’anno. In tale scenario, il dollaro australiano si è distinto, raggiungendo un picco di performance contro il dollaro USA grazie all’aspettativa che la Reserve Bank of Australia possa assumere una posizione più incisiva per arginare l’inflazione. Un mercato del lavoro vigoroso e la pressione inflattiva lasciano presagire non solo l’assenza di tagli imminenti ma l’orientamento verso una politica di rialzi dei tassi.

Ultimo ma non meno importante, assistiamo a un’incoraggiante ripresa economica in Europa, con le economie dell’Eurozona e del Regno Unito che sembrano essersi lasciate alle spalle la fase più critica. Questo dinamismo ha portato sostegno e vigore a euro e sterlina, le quali hanno recuperato terreno nei confronti del dollaro negli ultimi tempi. Come sempre, è fondamentale monitorare incessantemente il panorama dei mercati finanziari poiché gli scenari possono evolversi rapidamente. A completamento dell’analisi sui mercati finanziari e valutari, emergono sviluppi rilevanti riguardanti alcune delle valute fondamentali e alcune meno centrali nel contesto globale.

Il marasma che ha afflitto i mercati il mese scorso ha visto lo yen giapponese e la corona svedese come i protagonisti meno lusinghieri. Quest’ultima, in particolar modo, ha subito il contraccolpo di un’economia che procede a passo rallentato e di un atteggiamento ultra-cauto adottato dalla Riksbank, la banca centrale di Svezia. Le indicazioni di un possibile taglio dei tassi nella prossima riunione di maggio hanno avuto un impatto tangibile sulla posizione della corona, addirittura mandandola al suo livello più basso dallo scorso novembre contro euro.

Spostando lo sguardo ai mercati emergenti, il peso cileno ha sfoggiato una performance notevolmente più positiva il mese scorso, guadagnando terreno fino a posizionarsi intorno al livello di 929 contro il dollaro USA e tornando sotto 1000 contro l’euro, livello che non si vedevano da fine gennaio. Fattori come il costante prezzo elevato del rame e un contesto macroeconomico cileno generalmente positivo hanno certamente contribuito a questo rafforzamento. In termini di politiche monetarie, poi, abbiamo assistito ad un’apertura della BCE ad un primo taglio dei tassi a partire da giugno. La presidente Christine Lagarde ha percepito una maggiore tranquillità in un ambiente meno teso, mentre l’inflazione, seppur mitigata, continua a richiedere attenzione.

Roberto Gusmerini

Per quanto riguarda la Banca del Giappone, ad aprile i tassi sono stati mantenuti invariati dopo il rialzo del mese precedente. Di contro, l’inerzia nell’ultima riunione ha causato un calo dello yen giapponese, portandolo vicino ai livelli minimi degli ultimi 30 anni. Sembra che la banca centrale sia intervenuta per rafforzare lo yen, l’iniziativa ha riportato USD/JPY sotto 153, ma come manovre simili fatte in passato da altre banche centrali anche questa non convince i mercati, infatti il cambio è tornato nel giro di pochi giorni in area 156. Dal canto oro, i mercati restano in trepidante attesa per qualsiasi segno che possa fornire indicazioni sulla direzione futura dei tassi d’interesse da parte delle maggiori economie mondiali. In aggiunta, la situazione dell’inflazione rimane al centro di tutte le attenzioni, poiché il percorso verso la disinflazione non sembra ancora del tutto spianato. Stati Uniti e Area Euro mostrano segnali di un’inflazione che, sebbene lontano dai picchi, non dà segni di arrendersi facilmente.

I dati sull’attività economica e sulle prospettive di crescita sono altresì cruciali. Nonostante le tensioni inflattive e la stretta monetaria, le economie sembrano dimostrare una resistenza maggiore del previsto. In questo contesto, gli indicatori PMI sia in Eurozona sia nel Regno Unito riflettono un ottimismo moderato, suggerendo un’espansione dell’attività economica. Sorprendentemente, una convergenza dei dati tra Stati Uniti ed altre aree economiche principali potrebbe rafforzare le posizioni di euro e sterlina nei confronti del dollaro.

* Head of Dealing Ebury Italia