Maggio 10, 2026
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Le assicurazioni digitali integrate conquistano la generazione Z e i millennials

I prodotti embedded insurance sempre più graditi dai giovani, che preferiscono processi d’acquisto semplici e rapidi, specialmente quando si tratta di prodotti assicurativi. Al top auto e viaggi.

Le assicurazioni integrate stipulate su piattaforme tecnologiche ad hoc sono sempre più richieste. Secondo un report realizzato da BCG, le nuove generazioni sembrano essere quelle maggiormente aperte all’innovazione: a livello globale l’84% della Gen Z e il 75% dei Millennial affermano che comprerebbero un prodotto embedded insurance (servizio assicurativo abbinato o integrato a prodotti o servizi non assicurativi). In media il 30% acquisterebbe assicurazioni integrate sulle auto e sui viaggi. Si stima infatti, per esempio, che il mercato globale dell’embedded insurance nei viaggi e nell’hospitality aumenterà da 18,8 miliardi di dollari del 2023 a 37 entro il 2030 (+97%).

“Il mercato evolve, subentrano nuovi asset digitali, le esigenze dei consumatori sono in costante evoluzione e la tecnologia è la chiave per colmare questo gap”, ha commentato Tommaso Giovannini (nella foto), Practice Manager Insurance di Mia-Platform. I Millennial e la Gen Z sono noti come consumatori “point-and-click”, preferiscono processi d’acquisto semplici e rapidi, specialmente quando si tratta di prodotti assicurativi: non vogliono investire ore leggendo documenti complessi o interagendo ripetutamente con un agente per acquistare una polizza, cercano invece immediatezza e trasparenza, prediligendo il formato digitale. Inoltre non vogliono preoccuparsi dell’assicurazione quando acquistano beni o servizi, ma desiderano che sia inclusa o comunque disponibile al momento dell’acquisto: si parla, a questo proposito di polizze embedded.

Il trend delle polizze embedded è confermato dai numeri: secondo un sondaggio realizzato dalla Boston Consulting Group, l’84% della Gen Z e il 75% dei Millennial hanno dichiarato che acquisterebbero un prodotto embedded insurance, contro il 59% della Gen X e il 46% dei babyboomer. Sempre dalla stessa indagine emerge anche che i settori in cui l’assicurazione integrata sarebbe maggiormente auspicabile dalle giovani generazioni sono l’automotive e il travel: in media il 30% delle giovani generazioni acquisterebbe volentieri polizze assicurative integrate direttamente nel processo di vendita e manutenzione delle automobili e assicurazioni di viaggio come parte integrante del pacchetto di servizi forniti dalle travel agency.

Infatti, secondo il recentissimo report “Embedded Auto Insurance” realizzato da Polly Insurance, 4 persone su 5 appartenenti alla Gen Z e ai Millennial ritengono che l’assicurazione dovrebbe essere parte del processo di acquisto dell’auto, ritenendo il 75% più conveniente acquistare veicolo e assicurazione insieme. Ugualmente, se parliamo dei viaggi, ormai da tempo è diffusa la tendenza a comprare un’assicurazione contestualmente all’acquisto dei biglietti per i viaggi in treno o in aereo, oltre che per le prenotazioni di alloggi. Si stima infatti che il mercato globale dell’embedded insurance nei viaggi e nell’hospitality conoscerà un incremento di circa il 97% in 7 anni, passando da 18,8 miliardi di dollari del 2023 a 37 entro il 2030, con un tasso di crescita annuale composto (CAGR) del 9,67%.

“Questi dati evidenziano come in un mondo sempre più connesso e digitale, l’embedded insurance sia diventata una necessità, sia per le giovani generazioni, migliorando l’esperienza utente, sia per le compagnie assicurative, dimostrandosi la strada migliore da perseguire per evolversi e rimanere competitive”, ha commentato Tommaso Giovannini. Ma non è tutto. Secondo EY i canali integrati costituiranno oltre il 30% di tutte le transazioni assicurative entro il 2028. In particolare Gen Z e Millennial, che risultano essere anche le generazioni più aperte all’innovazione, preferiscono un’esperienza di acquisto più fluida: rimanendo sempre nell’ambito dell’automotive, per esempio, secondo i dati di Polly Insurance, l’82% preferisce utilizzare dispositivi mobili per l’acquisto di assicurazioni, mentre il 65% è disposto ad attivare un’assicurazione tramite un’app integrata presso il concessionario.

Rimane tuttavia aperta una grande questione, ossia se il settore assicurativo, per la maggior parte ancora legato a sistemi informatici tradizionali, è realmente pronto per questo cambiamento: secondo una ricerca di McKinsey del 2022, l’81% degli assicuratori aveva meno del 25% dei propri sistemi su cloud pubblico, fondamentale per l’embedded insurance. È dunque necessario che le compagnie innanzitutto stabiliscano processi operativi digitali che consentano loro d’integrarsi con il rivenditore nella maniera più rapida possibile: “È fondamentale che il portale del rivenditore sia integrato con i sistemi

della compagnia assicurativa“, prosegue Giovannini. Per poter fare ciò nel modo più efficiente possibile occorre avere un modello operativo di integrazione digitalizzato che permetta di ottimizzare il processo di integrazione. In questo modo il rivenditore, avendo a disposizione un portale pubblico accessibile in cui la compagnia espone i prodotti disponibili alla vendita e tutta la documentazione utile per integrare, dal punto di vista tecnico, determinati prodotti e i propri sistemi di compagnia, può richiedere l’accesso a tali sistemi nello stesso portale, conoscendo così in tempo reale il valore della polizza, il periodo di validità ecc.

Di solito questo processo di integrazione richiede un tempo che varia tra i 6 e i 9 mesi, poichè le società assicurative hanno in dotazione strumenti e sistemi non progettati per essere agili, e quindi non sono in grado di raggiungere rapidamente i partner. In questo contesto diventa fondamentale adottare un approccio che consenta alle aziende assicurative di personalizzare l’offerta in base alle richieste dei partner, utilizzando una piattaforma digitale che permette di ragionare per pacchetti applicativi singoli: in questo modo, la compagnia può intervenire su ciascun componente, customizzandolo senza dover modificare l’intero sistema. 

Quanto costa vivere e lavorare a Los Angeles. Mini guida per italiani avventurosi

Los Angeles rappresenta il cuore pulsante della California, grazie al suo panorama lavorativo variegato che spazia dall’industria cinematografica e dell’intrattenimento, all’innovazione tecnologica e alla finanza.

di Marco d’Avenia

California Dreamin’” cantavano i The Mamas & the Papas nel 1965. Da allora, questo magnifico stato degli USA e la sua città-simbolo, Los Angeles, non hanno mai smesso di esercitare il loro fascino in tutto il mondo ed in particolare su noi italiani. Hollywood, la Walk of Fame, il Getty Museum, la cattedrale di Nostra Signora degli Angeli: Los Angeles offre un’esperienza di vita davvero dinamica. Ma trasferirsi nella Città degli Angeli rappresenta una scelta sostenibile?

Scopriamolo insieme. La California, negli ultimi mesi, sta vivendo una fase di rinascita economica significativa. Secondo il Public Policy Institute of California, il “Golden State” ha visto la creazione di oltre 260.000 nuovi posti di lavoro, con i livelli di occupazione che sono tornati sui livelli pre-COVID. Questo dinamismo economico ha portato il tasso di disoccupazione al 4,9%, segno di un mercato del lavoro in buona salute. Anche i salari hanno seguito questa tendenza positiva, con un aumento medio del 15% negli ultimi due anni, compensando così quasi del tutto l’incremento dei prezzi al consumo del 19%. Questo è potuto avvenire grazie al fatto che Los Angeles ha rappresentato il cuore pulsante della ripresa californiana, grazie al suo clima mite e al panorama lavorativo variegato, che spazia dall’industria cinematografica e dell’intrattenimento, all’innovazione tecnologica e alla finanza.

Le opportunità di networking sono infinite, grazie alla presenza di numerosi eventi, conferenze e fiere. La città ospita alcune delle più grandi aziende del mondo e startup innovative sempre alla ricerca di nuovi talenti. Tuttavia, Los Angeles non è solo lavoro. La città è famosa per la sua movida e le sue innumerevoli attrazioni culturali. I suoi musei offrono esposizioni di livello mondiale. La vita notturna è tra le più pittoresche, con bar, club e ristoranti che soddisfano tutti i gusti. Inoltre, la città è un melting-pot di vari orizzonti culturali, che trovano una sintesi in una scena culinaria ricca e variegata, che va dai mitici food trucks ai ristoranti stellati Michelin.

Vivere a Los Angeles, per un italiano di 30-40 anni alla ricerca di nuove prospettive di lavoro, può essere un’avventura emozionante che arricchisce il proprio bagaglio culturale. La città offre infinite opportunità professionali e non solo, ma è fondamentale essere consapevoli dei costi associati alla vita in una metropoli così dinamica. Dalla spesa per il volo e l’affitto, ai costi dei trasporti e della vita quotidiana, è importante pianificare attentamente il proprio budget per godere appieno di tutto ciò che Los Angeles ha da offrire. Nonostante le sfide economiche, la possibilità di vivere in una delle città più affascinanti e stimolanti al mondo rende questo investimento un’opzione da considerare con attenzione.

Per un italiano che decide di trasferirsi a Los Angeles, uno dei primi aspetti da considerare è il costo del volo. I prezzi per un biglietto aereo di sola andata variano a seconda della città di partenza: da Roma Fiumicino all’Aeroporto internazionale di Los Angeles il costo è di 436,99 euro, da Milano Malpensa 307 euro, mentre da Palermo Punta Raisi si spendono circa 360 euro (i sono indicativi e possono variare in base alla stagione e alle offerte delle compagnie aeree). Una volta arrivati a Los Angeles, la scelta dell’alloggio si scontra con il fatto che la città è una tra le più care degli Stati Uniti. La zona di Palms è particolarmente apprezzata dai giovani professionisti per la sua posizione strategica e i servizi offerti. Qui, il costo medio di un monolocale ammobiliato di 25 metri quadri con bagno privato e Wi-Fi si aggira intorno ai 1.750 dollari al mese. Questa cifra rappresenta una spesa considerevole, ma riflette il costo della vita in una delle città più dinamiche e ricercate degli Stati Uniti.

Un altro elemento fondamentale da considerare è il costo dei trasporti urbani. Los Angeles è una città estesa, e spostarsi senza un’auto può essere complicato. Tuttavia, il sistema di trasporto pubblico di LADOT Transit sta migliorando, con un abbonamento mensile che costa 57 dollari. Questo abbonamento permette di utilizzare autobus e metropolitane, offrendo una soluzione economica per chi preferisce evitare il traffico cittadino, un fattore che i locals invitano a non sottovalutare. E’ fondamentale, comunque, lavorare in una sede che non sia troppo distante dalla propria casa, poiché Los Angeles si estende, da una punta all’altra, per circa 115 km (come andare da Firenze a Bologna, periferie comprese), e quindi anche l’ausilio dei mezzi pubblici diventa complicato e disagevole.

Relativamente alla spesa alimentare, essa incide nel budget familiare per circa 300 dollari settimanali (al supermercato), facendo della California lo stato più caro o tra i più cari (come riportato dal United States Census Bureau). Pertanto, una famiglia composta da tre persone non può neanche pensare di potersi trasferire a Los Angeles se i redditi complessivi non sono superiori a 5.000 dollari al mese, necessari a coprire i costi di una abitazione di 60 mq (2.200 dollari al mese), l’assicurazione medica per tutta la famiglia (1.500 dollari al mese), la spesa alimentare (1.200 dollari al mese). Un single, poi, sommando le tre principali voci di spesa californiane, dovrebbe avere un reddito netto mensile non inferiore a 3.300 dollari tra affitto (1.750 dollari al mese), assicurazione medica (750 dollari al mese) e spesa alimentare (800 dollari al mese).  

Per quanto riguarda la movida, Los Angeles offre una vasta gamma di attività a prezzi diversi. Andare al cinema costa in media 12 dollari a biglietto. Una pinta di birra in un pub o un bar costa circa 8 dollari, mentre una serata in discoteca può variare tra i 20 e i 40 dollari a seconda del locale e della serata. Questi costi possono sembrare elevati, ma riflettono la qualità e l’esperienza offerta dai locali di Los Angeles, che sono tra i migliori al mondo.

Le vacanze e il risparmio energetico: consigli per evitare i consumi “inutili” in una casa vuota

Le vacanze costituiscono un momento di relax e di fuga dalla routine quotidiana e possono diventare anche un’occasione per ottimizzare il consumo energetico della nostra casa.

di Carolina Gritti, Energy Efficiency and New Solutions Development Manager del Gruppo Enercom

Il passaggio a una società completamente sostenibile passa anche attraverso i piccoli gesti quotidiani, come abbiamo già analizzato nel precedente articolo sul tema dei risparmi energetici. La medesima regola, come vedremo, vale anche quando si è in vacanza.

Nell’attuale contesto di crescente sensibilità verso la salvaguardia ambientale, il risparmio energetico è diventato una priorità assoluta per facilitare questa transizione. Il tema dell’efficienza energetica è stato affrontato a livello internazionale con la sottoscrizione di diversi accordi, e a livello europeo con il protagonismo della Commissione Europea. L’Europa si è posta in una posizione di avanguardia rispetto alle tematiche ambientali attraverso il Green Deal, il pacchetto Fit for 55, e, a livello legislativo, con la Direttiva sull’Efficienza Energetica (EED 3) e la Direttiva Energie Rinnovabili (RED 3). Lo stato al ribasso dei prezzi di gas ed energia è confermato dall’Analisi Trimestrale del Sistema Energetico Italiano redatta da Enea. Secondo il report, nel 2023 i prezzi del gas sono diminuiti del 70% nel primo semestre e del 20% nel secondo semestre. Anche il mercato elettrico ha registrato una situazione analoga. La riduzione della domanda, dovuta in parte al clima mite e alla flessione economica dell’eurozona in seguito al conflitto russo-ucraino, ha contribuito a questa tendenza.

In questo scenario, dove efficienza energetica e tutela ambientale ricoprono un ruolo sempre più cruciale, le vacanze – oltre a costituire un momento di relax e di fuga dalla routine quotidiana – possono diventare anche un’occasione per ottimizzare il consumo energetico della nostra casa. Quando siamo lontani per diversi giorni, è possibile ridurre significativamente gli sprechi energetici con alcune semplici azioni preventive. Ecco una guida pratica su come risparmiare energia e ridurre i costi durante le ferie.
1. Spegni gli elettrodomestici e non lasciarli in standby: prima di partire, assicurati di spegnere tutti gli elettrodomestici non essenziali. Non basta metterli in standby, poiché molti dispositivi continuano a consumare energia anche in questa modalità. Stacca la spina di apparecchi come televisori, computer, microonde e carica-batterie. Questo semplice gesto può ridurre notevolmente il consumo energetico durante la tua assenza.

2. Imposta il termostato: se possiedi un termostato programmabile, imposta la temperatura interna della casa su un livello minimo durante la tua assenza. In estate, alzalo per ridurre il raffreddamento e in inverno abbassalo per ridurre il riscaldamento. Questo evita di consumare energia per mantenere una temperatura confortevole quando non c’è nessuno in casa.
3. Disattiva il boiler: il boiler è uno degli elettrodomestici più energivori della casa. Se non è necessario mantenere l’acqua calda durante la tua assenza, spegnilo o mettilo in modalità vacanza. Questo può fare una grande differenza nel consumo energetico complessivo.

4. Usa timer e sensori di movimento: se hai bisogno di lasciare alcune luci accese per motivi di sicurezza, considera l’uso di timer o sensori di movimento. I timer possono accendere e spegnere le luci a orari prestabiliti, simulando la presenza di persone in casa e risparmiando energia rispetto a lasciare le luci accese tutto il tempo.
5. Scollega i dispositivi di ricarica; molti di noi lasciano carica-batterie e adattatori collegati alle prese anche quando non sono in uso. Anche se sembrano innocui, questi dispositivi continuano a consumare energia. Prima di partire, scollega tutti i carica-batterie e gli adattatori per evitare sprechi.

6. Chiudi tende e persiane: chiudere tende e persiane può contribuire a mantenere una temperatura interna più stabile, riducendo la necessità di riscaldamento o raffreddamento. In estate, questo aiuta a mantenere la casa più fresca, mentre in inverno aiuta a trattenere il calore.
7. Frigorifero e freezer: se la tua assenza sarà prolungata e il frigorifero è quasi vuoto, potresti considerare di svuotarlo e spegnerlo. In alternativa, assicurati che la temperatura sia impostata correttamente (circa 4°C per il frigorifero e -18°C per il freezer) per evitare consumi eccessivi. Riempire il frigorifero con bottiglie d’acqua può aiutare a mantenere la temperatura stabile con meno sforzo energetico.
8. Energia Rinnovabile: se hai pannelli solari o altre fonti di energia rinnovabile, assicurati che siano configurati correttamente per massimizzare l’efficienza durante la tua assenza. Molti sistemi possono continuare a generare energia che può essere immagazzinata o reimmessa nella rete.

Deloitte: il taglio dei tassi favorisce il Direct Credit per finanziare le transizioni green e digitale

In America del Nord e Gran Bretagna oltre il 70% del credito erogato alle imprese proviene da fondi di direct credit e solo il 22% rimane finanziato dalle banche. In Europa il rapporto di forza è rovesciato.

“La recente decisione della Bce di ridurre il Tasso Ufficiale di Sconto sembra indicare un ritorno alla “normalità” per il mercato del credito, che porterà a un maggiore accesso e un minor costo dei finanziamenti per le Pmi Italiane, con effetti positivi sulla crescita e sulla redditività. La transizione green e digitale delle imprese italiane non può essere finanziata solo dal settore pubblico o dal sistema bancario. Le risorse devono necessariamente passare anche dal risparmio privato e, in questo senso, il Direct credit rappresenta uno strumento finanziario fondamentale oltre che un’opportunità di crescita per imprese, investitori e banche”. Lo ha affermato Claudio Scardovi, Senior Partner e Private Equity Leader di Deloitte Italia, nel corso dell’evento “Direct Credit, un’opportunità per il Paese”, che si è tenuto lo scorso 19 giugno presso la sede di Deloitte di Milano.

“Della crescita del Direct Lending in Italia beneficerebbe in larga parte lo stesso settore bancario, che si sta riorientando sempre di più verso l’asset e wealth management, con progressiva diversificazione delle fonti di reddito e dei rischi patrimoniali assunti, con una minore dipendenza del valore economico creato dal Tasso Ufficiale di Sconto, destinato a scendere. Le banche Italiane, negli ultimi due anni, hanno largamente beneficiato della crescita dei tassi, soprattutto in termini di dividendi record e redditività. Le banche italiane potranno supportare lo sviluppo del direct credit, sia raccogliendo risparmi privati da investire sia lavorando in partnership con i fondi mid-market già attivi in questo settore attraverso attività di origination e co-finanziamento sui propri clienti», continua Scardovi (nella foto).

Il Direct Credit è uno strumento ancora poco conosciuto e utilizzato in Italia. Infatti, mentre in America del Nord (USA e Canada) e Gran Bretagna oltre il 70% del credito erogato alle imprese proviene da financial sponsor tra cui i fondi di direct credit, con la quota rimanente finanziata dal sistema bancario, il rapporto di forza appare rovesciato in Europa: in Francia il credito bancario è al 55% del totale, in Italia al 47% e in Germania al 37%, rispetto al 22% per gli Stati Uniti. I volumi di credito diretto non bancario – il cosiddetto shadow banking – sono molto rilevanti a livello globale e caratterizzati da elevata crescita. Il 58% di questo stock è però concentrato in America del Nord, con un capitale disponibile per finanziamenti di direct lending che ammonta a 182 miliardi di dollari a livello globale, per AUM complessivi pari a 546 miliardi.

Il direct credit è caratterizzato da durate medie ponderate dei prestiti più lunghe (oltre 5 anni la durata media negli Stati Uniti, oltre i 6 anni in Italia), a fronte di un costo medio competitivo rispetto a quello bancario (6,8% nel 2023, secondo Aifi). Guardando alle attività di investimento, la quota italiana di private debt risulta pari ad appena 2,9 miliardi di euro nel 2023, registrando, secondo Aifi, un calo del 12% rispetto al 2022, con oltre i due terzi dell’erogato concesso a grandi imprese. Il numero di operazioni è sceso del 37%, passando da 262 a 164, coinvolgendo 109 società. Di queste, il 55% sono stati finanziamenti, il 38% obbligazioni e il 7% di strumenti ibridi. Peraltro, oltre il 30% dei mini-bond è sottoscritto dalle stesse banche, con limitato uso di basket bond (portafoglio di mini-bond diversificato). Parallelamente, la raccolta degli operatori di private debt attivi in Italia è aumentata nel 2023 del 14%, raggiungendo 1.141 milioni di euro. La raccolta indipendente, che rappresenta il 96% del totale, proviene principalmente dal settore pubblico e dai fondi di fondi istituzionali (46%), seguita dalle banche (19%) e dai fondi pensione e casse di previdenza (16%).

«Considerando il vasto universo di oltre 10.000 aziende in Italia con un fatturato tra i 30 e i 100 milioni di euro, risulta evidente il notevole potenziale di crescita del mercato del private debt, che può essere colto sviluppando maggiormente la raccolta da investitori istituzionali, auspicabilmente supportandola con benefici fiscali. Ciò consentirebbe di aumentare la penetrazione del prodotto tra le piccole e medie imprese italiane e ridurrebbe la dipendenza dal settore bancario per finanziare progetti di crescita organica (principalmente investimenti) o per vie esterne (e.g. M&A)», commenta Luigi Cutugno, Partner Corporate Finance e Debt & Capital Advisory Leader di Deloitte Italia.

Yen in rafforzamento da qui a fine anno. Mercati emergenti destinati a guidare la crescita globale

Le valutazioni in Asia rimangono molto interessanti rispetto ai livelli europei e statunitensi. Attesi ulteriori sforzi della Corea del Sud per chiudere lo “sconto valutario”, particolarmente quello del prezzo/valore contabile.

di Marcell Zimmermann, gestore del fondo Lemanik Asian Opportunity di Lemanik

L’Asian Dollar Index ha chiuso il mese di maggio invariato, ma lo yen giapponese si è ulteriormente indebolito nei confronti dell’euro. Prevediamo ancora un rafforzamento dello Yen nel corso dell’anno. Il divario tra i titoli di Stato Ue a 10 anni e quelli giapponesi si è ulteriormente ridotto, dopo aver raggiunto un massimo nel settembre 2023.

La performance asiatica è rimasta irregolare durante il mese di maggio. I mercati ad alto contenuto tecnologico, come il Giappone e Taiwan, hanno sovraperformato, mentre i titoli cinesi hanno proseguito la loro corsa al rialzo. Gli indici dei paesi con un’esposizione poco tecnologica hanno chiaramente sofferto in questo scenario, spingendo l’MSCI Asean in territorio negativo. I titoli della Corea del Sud hanno risentito della debole risposta al programma Value-up del governo, presentata allo scopo di valorizzare le quotate coreane, dopo che le linee guida annunciate erano inferiori alle aspettative del mercato. Continuiamo ad aspettarci ulteriori sforzi del governo per chiudere lo sconto valutario coreano.

Il quadro economico in Asia ha continuato a essere disomogeneo. L’indice dei prezzi al consumo cinese si è stabilizzato ad aprile, ma il PMI manifatturiero è sceso a maggio al di sotto della linea di espansione. Tuttavia, i segmenti dei servizi continuano a sostenere l’espansione del Paese. In Giappone, il tasso d’inflazione rimane stabile in territorio positivo, ma il Pil trimestrale del primo trimestre è sceso sotto le aspettative a -2%. Le esportazioni di Taiwan hanno beneficiato di una forte domanda di semiconduttori e il Pil del primo trimestre è aumentato del 6,51% su base annua. Le esportazioni sono aumentate del 10,8% su base annua in aprile. La Corea del Sud ha registrato un aumento simile nello stesso mese, con un incremento del 13,8% e un’espansione della produzione industriale del 6,1% anno su anno in aprile.

In questo contesto, abbiamo continuato a ridurre l’esposizione al Sud-Est asiatico e la liquidità è stata riallocata verso Cina, Giappone e Corea del Sud. Le valutazioni rimangono molto interessanti da un punto di vista fondamentale e rispetto ai livelli europei e statunitensi. Sebbene i mercati emergenti siano destinati a guidare l’espansione economica globale, gli investitori istituzionali rimangono cauti a causa della forza del dollaro Usa”.

Il mercato azionario USA e “il bull market più odiato di tutti i tempi”

Senza ulteriori stimoli fiscali la minore domanda interna procurerà una caduta media di almeno 5 punti nominali di pil Usa a partire dalla metà del 2024. Il trend rialzista dell’oro non è finito.

di Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy

Si è ormai chiuso il periodo delle trimestrali del mercato azionario americano e in sintesi si può constatare che i profitti sono complessivamente saliti del 4,3%. Tuttavia, escludendo le prime sette note società, il resto del mercato evidenzia un calo del 2% circa, confermando il quinto trimestre consecutivo di contrazione degli utili per il 99% delle società quotate. Pure l’indice Stoxx 600 europeo conferma un calo degli utili pari al 7%, confermando anche in questo caso il quarto trimestre consecutivo di contrazione (Fonte: S&P/JP Morgan/Bloomberg). Tutto in linea con il quadro macroeconomico “non ufficiale” di fondo che si conferma in stagnazione in Europa, in forte rallentamento negli Stati Uniti, in stagnazione in Cina e in contrazione in Giappone.

Il mercato azionario americano conferma comunque la sua tenuta vicino ai massimi storici, in quello che può essere definito il bull market più odiato di tutti i tempi. Odiato perché il meccanismo di rialzo è prettamente guidato da retail investors e algoritmi, mentre gli investitori professionali continuano ad evidenziare difficoltà nel partecipare al trend rialzista che è basato su fondamentali sempre più distaccati dalla realtà. Occorre anche chiedersi se ormai il mercato azionario americano è ancora un mercato oppure è semplicemente un indice. Prima della crisi del 2008 era il mercato sottostante che procurava il movimento dell’indice, mentre oggi, a causa della gestione passiva, ETF, Buy Back e algoritmi, è l’indice che muove il mercato sottostante: “acquisto l’indice per sostenere il mercato” o “acquisto tre titoli che fanno l’indice per sostenere l’intero mercato“. Nel frattempo, la notizia a mio parere più rilevante del mese, è la contrazione dei consumi negli Stati Uniti e la netta revisione al ribasso dei dati dei tre mesi precedenti, dati che nessuno ormai guarda più, ma che confermano che il ciclo Usa, sebbene sostenuto da irresponsabili politiche fiscali, è in cedimento da febbraio. La revisione al ribasso dei consumi dei tre mesi precedenti procurerà anche una revisione al ribasso del Pil del primo trimestre. Il dato sui beni durevoli ha subito 18 mesi consecutivi di revisioni al ribasso rispetto alla prima pubblicazione.

Per comprendere le potenzialità di tenuta dell’economia Usa, l’unica economia attualmente ma solo apparentemente non in crisi e le relative potenzialità del ciclo mondiale, occorre analizzare a fondo la dinamica del ciclo americano negli ultimi due anni; così facendo, possiamo individuare alcuni fattori straordinari e certamente irripetibili, che hanno consentito di evitare per ora una crisi. Infatti, le politiche monetarie hanno procurato certamente dei danni profondi ai bilanci delle banche, al Commercial Real Estate, al Private Equity e allo Shadow Banking System in generale, ma la politica monetaria restrittiva che ha colpito una parte importante dell’economia reale è stata in parte compensata da un’aggressiva politica fiscale a sostegno dei consumatori che, dall’uscita dalla pandemia (estate del 2020) fino a marzo di quest’anno è stata complessivamente di circa 45 punti di Pil (in media 11 punti di Pil all’anno), tanto che nella seconda metà del 2023 il Pil è cresciuto prevalentemente grazie alla spesa pubblica.

L’effetto combinato della spesa pubblica e della spesa per consumi generata dal dissipamento totale dell’eccesso di risparmio, assieme a un’ulteriore ondata di debito al consumo per oltre 500 mld di Dollari (2% del Pil), ha procurato un’anomala spinta sui consumi non sostenuta dal reddito ma dalla leva finanziaria e fiscale. Infatti, l’enorme eccesso di risparmio si è creato grazie alle generose erogazioni fiscali alle famiglie e 2,5 trilioni di dollari sono stati spesi nel corso degli ultimi due anni, che assieme ai 500 miliardi di dollari di nuovo debito al consumo, hanno generato un impatto sui consumi interni di 3 trilioni di dollari, pari al 15% del Pil (Federal Reserve of NY – Spending down pandemic saving is an “only in the US” phenomenon. T. Klitgaard and M. Higgins). Questo fenomeno, totalmente anomalo, insostenibile e irripetibile, ha alimentato un rimbalzo dei profitti per le società quotate, che però è già in fase di esaurimento, e una spinta anomala sul Pil nel corso della politica monetaria restrittiva.

Il motivo per il quale l’economia Usa ha evitato finora una crisi è dovuto a questo colossale dissipamento di risparmio, spesa pubblica e debito che non ha precedenti storici. Spesa pubblica aggressiva, aumento del debito privato e dissipamento di eccesso di risparmio hanno generato un’anomala “tenuta” del sistema che rischia di non poter essere sostenuta. Quello che attualmente preoccupa di più è l’aumento delle insolvenze sul credito al consumo a ritmi da crisi finanziaria nonostante l’economia sia solo nella sua fase iniziale di cedimento e ancora in piena occupazione. Le probabilità che questo colossale “dissaving” possa semplicemente finire con un soft landing sono probabilmente pari a zero. Poiché l’effetto combinato di spesa pubblica ed excess saving speso ha procurato una spinta di 5/7 punti nominali di Pil all’anno dal 2021, la mancanza di questi elementi straordinari di sostegno, procurerà una caduta media di almeno 5 punti nominali di Pil a partire dalla metà del 2024, portando la crescita a zero entro settembre.

In base all’analisi suesposta è estremamente probabile che i tassi d’interesse siano ormai in area estremamente restrittiva, dato che la restrizione aggiuntiva verrà ora determinata dalla mancanza degli stimoli straordinari che ne avevano attenuato l’effetto, e la Fed sarà in qualche modo costretta a ridurre i tassi in breve tempo per attenuare il rischio di una caduta verticale del Pil. Il mercato dei bond è quindi in una bottom area e dovrebbe avviare un rally rialzista da questi livelli, almeno fino a fine anno. L’Oro conferma un trend rialzista che non è supportato da aspettative inflazionistiche ma da un potenziale “disordine” di medio lungo periodo innescato dal cedimento delle irripetibili politiche economiche degli Stati Uniti e dal rischio di una Balance Sheet Recession globale procurata da un eccesso di debito speculativo, dalla quale si potrebbe uscire solo con successive operazioni coordinate dal G20 di tipo reflazionistico, guidate da Cina, Stati Uniti e UE. 

Alta Formazione CUOA: il ruolo del Finance nelle scelte strategiche in azienda

Un evento pensato per CFO, imprenditori, amministratori delegati, direttori generali, consulenti di direzione, professionisti, direttori corporate di banche, SGR e fondi di investimento.

Dalle analisi predittive alla trasformazione digitale fino alla crescita con M&A e al ruolo del CFO come advisor ed acceleratore di processi. Sono queste le tematiche al centro del Finance Day CUOA di quest’anno, che si svolgerà mercoledì 26 giugno dalle 14.00 alle 18.30 presso Villa Valmarana Morosini, sede della business school. 

Obiettivo dell’iniziativa, nata nel 2020 con una serie di appuntamenti online, è fornire ai professionisti insights sugli scenari e sui trend evolutivi del settore dando la parola a speaker qualificati che possano condividere la loro esperienza e il loro punto di vista.

L’approfondimento inizierà alle 14:00 con i saluti di Giuseppe Caldiera (nella foto), direttore generale di CUOA, e Francesco Gatto, responsabile del centro di competenza finance della business school. Prenderà poi la parola Marcello Mattiussi, Partner KPMG Advisory, per presentare la relazione “Overview e trend dell’Area Finance: le principali evidenze a livello nazionale e internazionale”. Il pomeriggio continuerà con tre tavole rotonde, ciascuna delle quali prenderà avvio con una breve instant survey rispetto ai temi oggetto di discussione. La prima si intitola “Scenari, analisi predittive, accesso al credito: l’importanza della capacità di pianificazione per orientare le scelte strategiche, gestire le scelte di struttura finanziaria, l’accesso al credito e al sistema finanziario”. La seconda avrà come tema “Il ruolo del Finance nella trasformazione digitale dell’azienda: orientare e guidare processi di cambiamento tecnologico coniugando finanza, tecnologia e strategia”. La terza ed ultima prenderà in esame lo sviluppo dimensionale e la crescita per linee esterne. 

Commenta Francesco Gatto (nella foto), Responsabile dell’Area Finance CUOA: “Nel contesto economico attuale, caratterizzato da una crescente incertezza e da rapidi cambiamenti, il ruolo del CFO è in continua evoluzione. Nel Finance Day abbiamo deciso di porre l’attenzione su alcune sfide cruciali del Finance da qui ai prossimi anni. Impostare e implementare analisi predittive, valutare futuri possibili scenari preparando l’azienda a ciascuno di essi, sfruttare le opportunità offerte dalle nuove tecnologie, capire come utilizzare al meglio le risorse dell’intelligenza artificiale, ragionare sulla necessità della crescita e di come avviare percorsi di sviluppo attraverso acquisizione sono tutte indubbiamente capacità e competenze richieste ad un CFO “moderno”.

L’evento è pensato per CFO, imprenditori, amministratori delegati, direttori generali di aziende, consulenti di direzione, professionisti (Commercialisti, Avvocati), esponenti delle Direzione Corporate di banche, SGR e fondi di investimento.

Per informazioni:  
https://www.cuoa.it/ita/formazione/corsi-executive/finance-day-2024-le-sfide-del-finance-per-orientare-le-scelte-strategiche#:~:text=Il%20FINANCE%20DAY%202024%20rappresenta,per%20le%20sorti%20dell’azienda.

USA: debito elevato, utili aziendali discontinui e calo demografico. Preferire i bond alle azioni

Il premio al rischio azionario negli Stati Uniti intorno al 5%, con una differenza di circa l’1% rispetto all’obbligazionario decennale, rende preferibili i bond, che presentano una volatilità più bassa.

di Alberto Conca, gestore Zest Asset management Sicav e responsabile investimenti Lfg+Zest

Oggi il premio al rischio nell’equity Usa si attesta intorno al 5%, mentre la differenza tra il rendimento azionario atteso e il rendimento obbligazionario decennale è ai minimi dal 2008, poco sopra l’1%. In queste condizioni, sono più attraenti le obbligazioni, perché offrono rendimenti attesi simili a quelli azionari, ma con una volatilità ridotta.

La debolezza del mercato azionario statunitense è legata a una serie di fattori chiave per l’economia Usa: prima di tutto l’elevato debito pubblico, ma anche le tendenze demografiche, i tassi di interesse e la redditività delle imprese. Quanto al debito pubblico, il governo americano sta spendendo a livelli senza precedenti e, secondo le nostre analisi, questo porterà il rapporto debito/Pil al 165% entro il 2035: con questi numeri è logico supporre che un momento di tensione o di paura sui mercati finanziari, causato dall’enorme accumulo di debito, non è una quesitone di se, ma di quando.

Un altro dato che evidenzia l’andamento insostenibile del debito americano è la crescita nominale del debito rispetto a quella del Pil: il primo si attesta al 9,12%, mentre il secondo è al 5,97%. Ciò che è più preoccupante è il costo del servizio del debito, vale a dire gli interessi che il governo degli Stati Uniti paga annualmente sul suo debito: negli anni ’80 e ’90, quando i tassi di interesse erano superiori al 10%, le spese per interessi rappresentavano il 21% della spesa pubblica. Oggi, con un costo medio del debito intorno al 3%, l’onere degli interessi è al 16% e un semplice aumento dei tassi di cento punti base statunitensi ci riporterebbe a quei livelli. È ormai imperativo che questa voce di bilancio venga controllata prima che diventi ingestibile.

Una terza variabile da considerare è la scadenza del debito attualmente emesso. La metà del debito è destinata a scadere entro tre anni e ciò significa che se gli attuali tassi di interesse rimangono a questo livello per un periodo prolungato, il costo del servizio del debito probabilmente aumenterà verso il 21%, se non addirittura superiore. Al quarto punto, invece, dobbiamo tenere in considerazione è il “moltiplicatore del debito“, che descrive il numero di unità di Pil generate da un’unità aggiuntiva di debito. Dal 2003/2004 è stata superata la soglia di efficienza, in base alla quale 1 unità di debito genera 1 unità di Pil. Oggi, ogni unità di debito crea meno del 60% di quell’unità in termini di Pil e ciò significa che sono necessari importi sempre maggiori di debito per aumentare il Pil. Al quinto punto, infine, nel lungo termine riteniamo che la crescita del Pil si normalizzerà a livelli inferiori a quelli registrati finora e, di conseguenza, le valutazioni azionarie ne risentiranno negativamente; questo perchè all’aumentare del rapporto debito/Pil la crescita diminuisce.

Oltre al debito, altri due driver importanti per lo sviluppo del paese sono della forza lavoro e l’aumento della produttività. Il tasso di crescita quinquennale della popolazione a partire dal 1991 è sceso dall’1,35% allo 0,5%, quindi la crescita potenziale degli Stati Uniti sta diminuendo anche a causa del rallentamento della crescita demografica, nonostante l’impatto positivo dell’immigrazione. Per quanto riguarda la produttività americana, il tasso di crescita dagli anni ’60 ad oggi si attesta all’1,31%. Sommando queste la crescita della popolazione (0,5%) e la crescita della produttività (1,31%), possiamo affermare che la crescita degli Stati Uniti descritta da queste due variabili è leggermente inferiore al 2%.

L’immigrazione ha un effetto positivo sulla crescita della popolazione. Il fenomeno è stato estremamente forte negli ultimi anni negli Stati Uniti, ma si è accompagnato a una riduzione del tasso di crescita dei salari, tornato vicino al 4%. Questo livello è considerato una soglia, perché si stima che un aumento salariale al di sopra di questo valore sia inflazionistico, mentre un valore inferiore non ha alcun effetto sull’indice dei prezzi. Attualmente, il ritorno a questo ritmo può aiutare l’economia americana a sgonfiarsi. Altra variabile importante per la crescita Usa è il livello dei tassi di interesse reali, che influenza le aspettative di inflazione. Oggi le aspettative di inflazione sono tornate sopra al 2% e siamo usciti dal contesto dei tassi d’interesse a zero. Questo cambiamento è evidente anche nella quantità di moneta in circolazione. La sostanziale espansione monetaria immessa nel sistema nell’ultimo decennio ha trainato la crescita, portando a un aumento generalizzato dei prezzi. L’ultimo motore della crescita economica è la redditività delle imprese. Nel medio-lungo termine, le società hanno registrato una crescita degli utili di circa l’8-10%. Tuttavia, nel corso di questi anni, la crescita non è stata sempre costante, in quanto le diverse fasi del ciclo economico hanno prodotto risultati diversi. 

Oggi in quale fase del ciclo economico ci troviamo? A novembre 2023 abbiamo raggiunto un drawdown del -24%, indicando che la probabilità di una recessione nei prossimi 18 mesi è vicina al 50%. Per definire la corretta valutazione del mercato, è essenziale considerare la possibilità di una recessione nei prossimi dieci anni. Considerando i principali driver della crescita economica negli Stati Uniti e le prospettive di rendimento dell’S&P 500, partendo dalle valutazioni attuali, possiamo affermare che l’asset allocation preferibile dovrebbe favorire i titoli di Stato o i Corporate bond. Se le azioni dovessero attraversare un periodo di volatilità e qualche correzione in ritardo, ci sarà margine per aumentare l’esposizione azionaria. Per il momento, le obbligazioni societarie e i titoli di Stato offrono un profilo di rendimento corretto per il rischio superiore.

Lemanik: grandi opportunità di investimento nello spazio delle utility e delle rinnovabili

Il taglio dei tassi della Bce dovrebbe fungere da catalizzatore positivo per le mid-small cap italiane e per i flussi verso i mercati azionari. Portafoglio riposizionato su titoli sensibili ai tassi d’interesse come Enel, A2A, Erg.

di Andrea Scauri, gestore azionario Italia di Lemanik

Il nostro scenario di base prevede una crescita economica modesta che non sfoci in una recessione, con un miglioramento in Europa e un rallentamento della velocità di crescita negli Stati Uniti, soprattutto per quanto riguarda i consumi. In questo contesto non ci aspettiamo grandi movimenti tra gli indici ma, al contrario, rotazioni settoriali rilevanti. Per questo motivo vediamo grandi opportunità nello spazio delle azioni di utility e rinnovabili rispetto al settore industriale e (in parte) a quello finanziario.

A maggio si è registrato un netto miglioramento delle stime sugli utili, soprattutto negli Stati Uniti e in Europa, mentre si è registrato un peggioramento in Cina. A livello settoriale, i miglioramenti più significativi sono stati osservati nei settori finanziario e dei servizi di pubblica utilità mentre si sono registrate maggiori revisioni al ribasso nei semiconduttori e nel software. Il gruppo dei “magnifici 7” ha dominato i mercati, mentre anche i mercati azionari asiatici ed europei hanno fatto bene.

In Italia, l’indice principale FTSEMIB ha registrato un +3,5%, il FTSEMID +3%, così come le small cap. Continuiamo a essere costruttivi sulle mid-small cap italiane: storicamente, queste hanno sovraperformato, in media, all’inizio del ciclo di riduzione dei tassi. Il taglio dei tassi della Bce dovrebbe fungere da catalizzatore positivo per le mid-small cap e per i flussi verso i mercati azionari. I rendimenti dei titoli di stato sono scesi leggermente, ma sono rimasti al di sopra della media degli ultimi 12 mesi sia negli Stati Uniti che nell’Ue. Negli Stati Uniti, i verbali della riunione del Fomc hanno confermato che il Comitato intende mantenere l’attuale politica restrittiva più a lungo del previsto, in risposta ai deludenti dati sull’inflazione del primo trimestre. Contrariamente alla conferenza stampa più accomodante del presidente Powell, sembra che “alcuni” membri del Comitato siano più disposti a inasprire ulteriormente la politica monetaria in caso di aumento dei rischi di inflazione.

Gli operatori di mercato si aspettano che il ciclo di tagli sia guidato dalla Bce, con un taglio cumulativo di -70 pb entro la fine del 2024 al 3,3%. Per quanto riguarda la Fed, invece, il mercato si aspetta che il primo taglio avvenga tra settembre (probabilità 45%) e novembre, con un taglio cumulativo di -50 pb entro la fine del 2024 al 5%. La nostra view è che le banche centrali avvieranno il ciclo espansivo nei prossimi mesi, in un contesto di progressiva disinflazione e di necessità di finanziare ampi deficit pubblici, tornando a iniettare liquidità nel sistema in caso di forte rallentamento economico.

La nostra view rimane costruttiva, considerando i segnali di stabilizzazione degli indicatori macro in Europa e del taglio dei tassi da parte della Bce, che potrebbe indirizzare i flussi soprattutto verso le mid-small caps. D’altro canto, segnaliamo che il posizionamento degli investitori sta tornando a salire e che permane un potenziale rischio geopolitico (con la Cina che sta effettuando esercitazioni militari nello stretto di Taiwan) e che stiamo entrando in un periodo più fragile dal punto di vista della stagionalità. In questo contesto, abbiamo ampiamente spostato il portafoglio per riposizionarci sulla maggior parte dei nomi sensibili ai tassi d’interesse come Enel, A2A, Erg. Rimaniamo costruttivi sui titoli finanziari, ma ora con una percentuale di investimento inferiore, e molto selettivi sui titoli industriali dove vediamo rischi sugli utili, ad esempio il settore automobilistico. Dopo la debole performance del settore del lusso, non vediamo più alcun motivo per essere sottopesati. Questo spiega la nostra recente acquisizione di quote in RACE.

Estate e consumi elettrici: consigli di risparmio energetico per i cittadini

Attraverso piccoli gesti quotidiani è possibile non solo ridurre i consumi, ma anche contribuire alla piena realizzazione degli obiettivi di sostenibilità ambientale ed energetica. Ecco alcuni accorgimenti.

di Carolina Gritti, Energy Efficiency and New Solutions Development
presso Gruppo Enercom

Nel più ampio contesto della salvaguardia ambientale il tema del risparmio energetico è un’assoluta priorità per favorire la transizione verso una società sostenibile. L’efficienza energetica, ovvero il minor impiego dell’energia per produrre lo stesso risultato, è stata promossa a livello internazionale dalla sottoscrizione di specifici accordi e a livello europeo dall’importante azione normativa del Green Deal Europeo e dalla semplificazione delle procedure per la realizzazione di impianti interamente alimentati da fonti rinnovabili

In uno scenario del genere, la dimensione energetica non può essere separata dalle vicende geopolitiche. Difatti, l’aumento dei costi dell’energia derivante dall’inasprirsi del conflitto russo-ucraino sta avendo conseguenze non solo sulla capacità produttiva delle imprese, ma sui consumi stessi. L’Unione Europea ha già da tempo elaborato provvedimenti legislativi per diversificare le fonti ed accelerare la transizione verso l’energia pulita. In particolare, il pacchetto Fit for 55 e la Direttiva sull’Efficienza Energetica (EED 3) hanno fissato obiettivi vincolanti per la riduzione, entro il 2030, del consumo energetico finale dell’UE dell’11,7 % rispetto al 2020. Parallelamente, la modifica della Direttiva Energie Rinnovabili (RED 3) ha fissato al 40% l’aumento dell’obiettivo europeo entro il 2030.

Lo stato al ribasso dei prezzi di gas ed energia è confermato dall’Analisi Trimestrale del Sistema Energetico Italiano redatta da Enea. Nello specifico, nel 2023 il prezzo del gas è diminuito del 20% nel secondo trimestre, mentre nel I trimestre è stata di 45 €/MWh la media del gas al TTF, -70% rispetto al II semestre 2022. Cifre analoghe per il mercato elettrico. Tra i fattori determinanti per la riduzione delle tensioni sul mercato energetico la contrazione della domanda, resa possibile da un lato dal clima mite dei primi mesi dell’anno; dall’altro dalla debolezza dell’intera economia dell’eurozona. Sul versante dei consumi, si è assistito da agosto 2022 a novembre 2023 ad una contrazione del consumo di gas di oltre il 17%, superando la soglia fissata dal regolamento UE del 15%. Nel primo semestre 2023 l’Italia ha assistito ad una diminuzione dei consumi di energia (-5% rispetto allo stesso periodo 2022), dopo la flessione del quarto trimestre 2022 (-12%). In generale, nel 2023 si è registrata una diminuzione di circa il 3,5% nel consumo di energia primaria nell’Eurozona, accompagnata da un declino ancora più significativo delle emissioni di CO2, pari a circa il 6%.

Accanto a provvedimenti istituzionali e oscillazioni della domanda dovute a fattori esogeni, un uso dell’energia più efficiente consente di ridurre l’impatto ambientale e abbattere i costi energetici in maniera significativa sin dall’origine. In tal senso, partiamo dal grande protagonista dell’estate: il condizionatore; il suo consumo energetico è un elemento cruciale da considerare quando si valuta l’efficienza e l’impatto ambientale di questo apparecchio. La potenza di un condizionatore, misurata in British Thermal Units (BTU), è un fattore determinante nel calcolo del consumo: in linea generale, maggiore è la potenza, maggiore sarà il consumo di energia.

La classe energetica di un condizionatore è un altro fattore cruciale per valutare la sua efficienza energetica e, di conseguenza, il suo impatto sul consumo di energia; questa è solitamente rappresentata nell’Unione Europea da un sistema di classificazione con scala che va da A+++ (più efficiente) a G (meno efficiente), e le differenze tra queste classi riflettono variazioni significative nella capacità del condizionatore di trasformare l’energia elettrica in raffreddamento senza sprechi inutili. Oltre alla potenza e alla classe energetica però, anche il tipo di condizionatore gioca un ruolo fondamentale nel determinare il consumo energetico. Esistono infatti diversi tipi di condizionatori, tra cui quelli centralizzati, monosplit, multisplit e portatili, ognuno con caratteristiche specifiche che influenzano il loro consumo medio di energia.

Attraverso piccoli gesti quotidiani è possibile non solo ridurre i consumi, ma anche contribuire alla piena realizzazione degli obiettivi di sostenibilità ambientale ed energetica. Ecco alcuni accorgimenti e consigli pratici che permetteranno ai consumatori di tenere sotto controllo le spese e fare la differenza nell’alleggerire il peso delle bollette.
1. Migliorare l’isolamento termico dell’edificio, in modo da evitare l’ingresso di calore e quindi contribuendo a mantenere internamente una temperatura costante, di norma tra i 20 e i 25 gradi tenendo le finestre chiuse, così da minimizzare le necessità di climatizzazione.
2. Effettuare regolarmente la manutenzione degli impianti, al fine di mantenerli puliti, consente di inquinare e consumare meno, oltre che garantire una migliore qualità dell’aria trattata.

3. Preferire deumidificatori o ventilatori all’aria condizionata, pulendone regolarmente i filtri e privilegiando modelli di nuova generazione (di classe A o superiore) dotati di tecnologia inverter. Si stima infatti che un deumidificatore con potenza di 200/300 W consumi 0,2/0,3 kWh, con una diminuzione dopo la prima ora di utilizzo.
4. Fare il check-up della casa: potrebbe essere utile far valutare da un esperto lo stato di isolamento termico di pareti e finestre e l’efficienza degli impianti di climatizzazione per una diminuzione fino al 40% dei costi per la climatizzazione.

5. Scegliere un condizionatore ad alta efficienza: optare per un condizionatore con una classe energetica elevata, come A+++ o A++, può fare la differenza. I modelli più efficienti convertono l’energia in raffreddamento o riscaldamento in modo più ottimale, riducendo gli sprechi.
6. Valutare attentamente le dimensioni del condizionatore: assicurarsi che il condizionatore sia proporzionato alle dimensioni dell’ambiente; un apparecchio troppo grande può accendersi e spegnersi frequentemente, consumando più energia, mentre uno troppo piccolo potrebbe lavorare costantemente a capacità massima.
7. Programmare l’utilizzo: utilizzare termostati programmabili per regolare la temperatura in base alle esigenze. Evitare di mantenere il condizionatore acceso quando non è necessario, come durante le ore in cui l’ambiente è vuoto.