Maggio 10, 2026
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In Gold we trust. Il debito USA mette paura, scatta la corsa al rientro delle riserve auree

Il sistema americano basato sul debito e sulla speculazione finanziaria sta portando il paese verso una grave crisi economica. I paesi Africani fanno rimpatriare le proprie riserve auree dagli Stati Uniti.

Di Valerio Giunta* 

E’ notizia recente di come il debito pubblico degli Stati Uniti abbia raggiunto un nuovo record, sfondando per la prima volta la quota dei 35000 miliardi di dollari (a fronte di un PIL di 27000 miliardi). Questa crescita esponenziale, iniziata a partire dalla fine degli anni ’90 e alimentata da anni di deficit di bilancio, adesso desta grande preoccupazioni tra gli analisti, che temono per il tenore di vita delle future generazioni e per la stabilità stessa dell’economia americana, basata su alti livelli di reddito e sugli alti consumi delle famiglie americane.

Le previsioni per le emissioni di titoli del Tesoro nel 2024 sono state riviste al rialzo, raggiungendo la cifra record di 1,34 trilioni di dollari in treasury decennali, soprattutto a causa dell’aumento dei tassi d’interesse. Eppure, nonostante le preoccupazioni, l’ultima emissione di titoli di stato americani ha avuto un successo record, grazie agli alti d’interesse e alla apparente stabilità dell’economia. Invece, la situazione sul fronte della bilancia commerciale continua a peggiorare. Gli Stati Uniti, infatti, registrano un ennesimo saldo negativo, poiché importano ormai da tempo più beni e servizi di quanti ne esportano. Questo deficit, che ammonta a circa 800 miliardi di dollari annui, rappresenta un ulteriore freno alla crescita economica del paese e rende molto complesso il quadro economico americano, che deve affrontare anche le incertezze geopolitiche che vedono coinvolti gli USA, indirettamente, sia nel conflitto Russo-Ucraino che in quello tra Israele e Popolo Palestinese.

Questi elementi di politica internazionale, senza dubbio, sono ulteriori fattori di rischio per la stabilità finanziaria del paese, e il futuro dell’economia americana dipenderà da come il governo riuscirà ad affrontare tutte queste sfide. L’amministrazione Trump e quella Biden hanno provando a correre ai ripari, adottando misure protezionistiche sia nei confronti dei paesi asiatici ma anche nei confronti dell’Europa. Pure gli incentivi all’economia americana (come l’IRA ed il CHIPS and Science Act) sono misure per ridurre il deficit di bilancio, aumentare le esportazioni ed anche riportare a casa il know how tecnologico strategico. Intervenendo alla Camera, la segretaria al Tesoro Usa Janet Yellen si è detta preoccupata per il trend del deficit statunitense. Parliamo della medesima Janet Yellen che, non più tardi di 24 ore prima, aveva fissato in 243 miliardi di dollari il controvalore di nuove emissioni di debito previste per il secondo trimestre di quest’anno e in 847 miliardi quello relativo al periodo giugno settembre.

Gli effetti di questi fattori di rischio si fanno sentire già dall’ultimo scorcio del 2023, e mentre i media distraggono l’attenzione dei cittadini americani (e del mondo) dirottandole dai problemi dell’economia alle proteste negli atenei, il tasso di risparmio precipita al 3,2% del reddito disponibile – il minimo storico assoluto – e il 43% delle piccole e medie imprese USA non è riuscita a pagare l’affitto ad aprile. Il quadro che emerge, pertanto, non è affatto quello di un’economia che sta vivendo un “soft landing“, come sostenuto ripetutamente da alcuni economisti, ma quello di un sistema economico che sta accelerando verso una crisi profonda, che colpirà duramente le famiglie e le piccole imprese americane, riportando gli USA in una situazione di “scollamento” dell’economia reale da quella puramente finanziaria del tutto simile a quella del 2007-2008, allorquando fu evidente che la finanza “drogata” da artifizi contabili ai limiti della truffa sistemica era come un asteroide impazzito lanciato verso la terra.

Oggi come allora, infatti, Wall Street, le grandi aziende tecnologiche e gli insider del mercato finanziario continuano ad arricchirsi, mentre la classe media e le fasce più deboli della popolazione americana si impoveriscono. Il sistema attuale, basato su un debito in costante crescita e su una speculazione finanziaria sfrenata, è insostenibile e sta portando il paese verso una crisi economica e sociale di vaste proporzioni. Se ne sono accorti anche diversi paesi Africani, tra cui Sudafrica, Nigeria e Ghana, che hanno deciso di rimpatriare le proprie riserve auree dagli Stati Uniti. Questa mossa, allarmante per l’economia americana, è motivata, da un lato, dall’inasprimento delle tensioni internazionali e dall’intensificarsi delle controversie commerciali che accrescono la cautela dei paesi africani e li spingono a non esporre le proprie riserve d’oro a potenziali rischi derivanti da azioni avverse degli Stati Uniti (come sta avvenendo con la Russia); dall’altro, dalla crescente sfiducia verso il ruolo di custode delle riserve auree straniere degli USA, che nel 2012 hanno lasciato un segno indelebile negando alla Grecia l’accesso alle proprie riserve d’oro depositate in territorio americano.

In definitiva, l’esodo dell’oro africano dagli Stati Uniti rappresenta un ulteriore segnale di preoccupazione sullo stato di salute della sua economia, e questa nuova situazione di estrema instabilità, finora mai percepita così chiaramente all’esterno, rischia di accelerare il declino del dominio americano sul mondo.

* AD di Startup Italia e Founder di Banking People

La Longevity e l’allungamento della vita media: vietato sopravvivere ai propri risparmi

Con l’approssimarsi dell’età pensionabile, la paura di poter sopravvivere ai propri risparmi e ridurre il proprio tenore di vita è quella che più di tutte dovrebbe occupare i pensieri delle famiglie di tutto il mondo.

Com’è noto, anche i risparmi possono “morire”, ossia estinguersi per via delle più disparate cause che la vita ci riserva: peggioramento improvviso della salute, incidenti con invalidità, spese straordinarie improvvise per l’immobile, perdita improvvisa del posto di lavoro, debiti non più sostenibili ed altro ancora. Già con l’approssimarsi dell’età pensionabile, pertanto, la paura di poter sopravvivere ai propri risparmi, riducendo il proprio tenore di vita, è statisticamente quella che più di tutte occupa i programmi delle famiglie di tutto il mondo, ben conoscendo che il miglioramento delle condizioni di vita e il conseguente allungamento della vita media costringono, in età avanzata, a dover far fronte a maggiori spese aggiuntive, in special modo quelle di tipo sanitario.

Il rischio di una vita più lunga, infatti, è quello di vedersi allungare proprio il periodo di vita in cui gli individui vivono in condizioni di cattiva salute, durante il quale è maggiore la spesa per cure sanitarie a fronte di pensioni sempre più basse. Ergo, se fino al 1990 gli importi medi delle pensioni ed una riserva media di risparmio di 75.000 euro riuscivano a fronteggiare l’aumento delle spese dell’intera vecchiaia, oggi e nel futuro prossimo saranno a malapena sufficienti 150.000 euro di risparmi liquidi per farvi fronte, calcolando una diminuzione media delle pensioni del 30% e un costo della vita in cui gli effetti dell’alta inflazione sul potere d’acquisto (-30% tra il 2022 e il 2030) saranno consolidati definitivamente, senza alcuna possibilità di recupero se non attraverso un aumento dei redditi reali che in Italia non aumentano da trenta anni.  

Secondo i dati di ISTAT e INPS, In Italia esistono 2,5 milioni di anziani non autosufficienti, 2,8 milioni di familiari che si prendono cura di questi ultimi e un esercito di 900.000 badanti, per un costo medio di 15.800 euro all’anno per ogni badante. Già oggi, le pensioni della P.A. non sono sufficienti a permettere una badante senza il contributo economico dei figli – tanto che il ricorso alle RSA è sempre più in crescita anno per anno – per cui i futuri pensionati hanno l’obbligo di cercare una copertura adeguata: chi ha un reddito elevato ed una buona capacità di risparmio riuscirà a mettere da parte il denaro sufficiente per far fronte in autonomia alle spese di vecchiaia, chi ha un reddito più basso deve valutare strumenti alternativi di trasmissione del rischio, come le polizze Long Term Care (LTC). Questi ultimi sono prodotti assicurativi che tutelano l’individuo dal rischio di inabilità e perdita di autosufficienza, intesa come incapacità di riuscire a svolgere in modo autonomo tutte le tipiche azioni quotidiane che, secondo la Circolare del Ministero del Tesoro numero 14 del 1992, individuano in modo specifico il concetto di indipendenza: vestirsi, lavarsi, mangiare e preparare i pasti, espletare i bisogni fisiologici, fare la spesa o commissioni di vario tipo, spostarsi nell’ambiente domestico o per raggiungere il luogo di lavoro, svolgere le faccende domestiche, conoscere il valore del denaro, orientarsi nello spazio e nel tempo, essere in grado di provvedere a sé in una situazione d’emergenza e di chiedere soccorso, leggere, mettere in funzione la radio e la televisione, guidare l’automobile.

La polizza LTC permette di ottenere una rendita vitalizia in caso di improvvisa impossibilità fisica di condurre la maggior parte delle operazioni quotidiane a causa di malattia o infortunio, ed è sottoscrivibile in due formule: quella temporanea e quella a vita intera. La prima prevede un periodo predefinito entro il quale possa verificarsi l’inabilità o non autosufficienza, ed entro il quale la polizza copre il rischio; la seconda non pone vincoli temporali e la copertura interviene da quando l’evento si verifica per tutta la durata della vita. Al momento circolano sul mercato diverse di queste polizze, per le quali vale in linea di massimo il principio secondo cui “meno costano, meno coprono”. Infatti, prima di sottoscrivere questo particolare tipo di polizza assicurativa, è bene verificare quali metodi e parametri usano le compagnie per determinare la non autosufficienza dell’assicurato, poiché i test di verifica della non autosufficienza sono molto rigidi, e non sono pochi i casi l’eccessiva severità della compagnia assicurativa nel non riconoscere la sussistenza anche di uno solo dei parametri di non autosufficienza abbia prodotto lunghi strascichi in tribunale.

Infatti, in generale una persona viene definita non più autosufficiente quando non è più capace di compiere almeno quattro delle sei attività elementari della vita umana necessarie per la cura personale: nutrirsi, lavarsi, vestirsi, muoversi, essere continente e spostarsi. In alcuni casi, poi, è previsto che la copertura della LTC operi anche nel caso in cui dovesse essere diagnosticata la perdita irreversibile delle facoltà mentali, causata dal morbo di Alzheimer o da altre forme di demenza senile. Pertanto, nel momento in cui l’assicurato “apre il sinistro”, ossia comunica alla compagnia assicurativa la perdita della propria autosufficienza, dovrà essere sottoposto ad un esame medico (raramente solo in via documentale) condotto da personale inviato in tempi brevi dalla stessa compagnia, la quale assumerà un atteggiamento “rigido”, atto ad escludere il più possibile il rischio che l’assicurato sia in grado, in realtà, di svolgere anche una sola delle attività elementari della quotidianità dichiaratamente non più sostenibili. Ed è in questo caso che nascono le contestazioni e gli accertamenti, che allungano non poco l’inizio dell’entrata in funzione delle prestazioni assicurative. Per questo motivo è meglio affidarsi a compagnie solide, fare una indagine accurata sui canali di informazione più accessibili (i social network sono una miniera per le recensioni) e studiare attentamente tutte le clausole del contratto.

L’assicurazione Long Term Care è detraibile al 19% dalle imposte sul reddito. L’importo complessivo annuo detraibile è pari a 1.291,14 euro. I costi variano a seconda che si scelga una polizza temporanea o a vita intera e a seconda dell’età dell’assicurato, e ogni contratto prevede controlli medici preventivi e un periodo di latenza tra la firma del contratto e l’entrata in validità della polizza. Inoltre, i tempi di attesa che intercorrono tra la denuncia e l’erogazione della rendita mensile possono essere lunghi, fino a 210 giorni, ma ci sono compagnie che la riconoscono anche dopo soli 90 giorni. Tutte queste informazioni potrebbero essere veicolate dai consulenti finanziari, che hanno ben chiaro il momento in cui, all’interno della pianificazione patrimoniale del cliente-famiglia, sia bene inserire gli accantonamenti – sotto forma di polizza LTC o altro – per la longevità, che necessariamente deve precedere (di poco) la pianificazione successoria e il passaggio generazionale.

Logistica, ecco le 6 sfide che attendono il settore nel 2024

Nella Logistica 1,7 miliardi d’investimenti messi in campo solo nel 2023. Tante le sfide che attendono il settore: genuinità dei contratti di appalto, carenza di personale ed esplosione dell’e-commerce.

In crescita il comparto della Logistica in Europa, ma i numeri in crescita non devono però far dimenticare i punti deboli di un settore che nel 2023 ha registrato circa 1,7 miliardi di euro di capitali investiti, 40% in meno rispetto al 2022.

Le stime più recenti dicono che il mercato del trasporto merci e della logistica in Europa possa chiudere il 2024 con un fatturato poco superiore ai 1000 miliardi di dollari, per poi superare i 1200 miliardi nel 2029 con un tasso composito di crescita annuale nei 5 anni pari al +4,11%. Secondo il report di Mordorintelligence.com, il mercato europeo dei trasporti e della logistica è dominato da paesi come Germania, Francia, Italia, Spagna e Regno Unito. Il governo tedesco ha recentemente allocato un fondo di 530 milioni di euro (578 milioni di dollari) per migliorare i ponti lungo la rete. Le tariffe di trasporto hanno anche registrato un aumento in Europa a causa dell’inflazione, della debolezza della domanda e della guerra in Ucraina.

Oggi la logistica si trova a giocare un ruolo chiave per l’economia e le persone, come confermato dalle molte notizie che circolano sulla stampa, ma non sempre ciò avviene tramite l’utilizzo di strumenti e prassi genuine nell’ambito di filiere produttive sempre più lunghe per via del ricorso a esternalizzazioni. Recentemente, infatti, si è parlato di frodi fiscali con mancato versamento di contributi e mancato pagamento dell’Iva nei cosiddetti pseudo-appalti, lavoratori assunti ma costretti a rinunciare al trattamento di fine rapporto o ad una corretta retribuzione. Non mancano poi le indagini sul caporalato, sulle catene di fornitura e subfornitura che nascondono casi di somministrazione di manodopera irregolare. Le criticità da affrontare sono tante e non risolverle rischia di attirare sempre meno investitori.

Da inizio marzo 2024, il Governo ha messo in campo un’ulteriore stretta inasprendo le sanzioni penali per la somministrazione illecita di manodopera (d.l. n. 19 del 2 marzo 2024). L’intento è quello di garantire maggiore protezione ai lavoratori e una concorrenza leale tra le imprese. La somministrazione di manodopera se effettuata da parte di soggetti non autorizzati, come ad esempio con pseudo-appalti o distacchi fittizi, è punita con l’arresto fino a un mese o in alternativa con un’ammenda di 60 euro per ogni lavoratore e per ogni giornata di lavoro. Sanzione che riguarda tanto il somministratore non autorizzato quanto l’utilizzatore.

Per contrastare questa problematica in campo internazionale, sono nate alcune piattaforme che promuovono lo sviluppo sostenibile dell’intera filiera in ottica ambientale, sociale e di governance. TIAKI Logistics, nata grazie alla partnership con EETRA srl SB e all’impulso di Assologistica, è una delle più importanti, ed oggi beneficia degli studi e ricerche ADAPT, che promuove già da alcuni anni studi e ricerche nell’ambito delle relazioni industriali e di lavoro. In questo modo, sarà possibile per l’utenza godere della esperienza pluriennale nell’ambito dei servizi d’assistenza progettuale ad aziende, professionisti, sindacalisti e operatori delle relazioni industriali, per orientarsi nelle complesse questioni giuridiche connesse alla gestione quotidiana dei rapporti di lavoro e dei contratti di appalto e subappalto.

In particolare, questa collaborazione intende offrire alle aziende interessate una prima valutazione sulla genuinità dei propri appalti al fine di fare chiarezza e dare maggiori certezze ai contratti stipulati. Tramite un servizio di valutazione dedicato (tiakilogistics.com) le aziende potranno comprendere il livello di rischio al quale si espongono nell’ambito delle filiere di esternalizzazione attuate ottenendo altresì indicazioni e suggerimenti su come migliorare i propri contratti di appalto e subappalto. “Sebbene il settore della logistica abbia compiuto progressi significativi nelle soluzioni di efficientamento energetico e diminuzione dell’impatto ambientale, ci sono ancora molte sfide da affrontare per quanto riguarda i parametri sociali – dichiara Martina Castoldi, cofondatrice di Tiaki Logistics – Diritti dei lavoratori, condizioni contrattuali, salute e sicurezza, equità nell’accesso ai servizi: sono questi i temi dove c’è ancora molta strada da percorrere. La nostra collaborazione con ADAPT vuole dare un segnale in questo senso e fornire uno strumento facile e digitale per implementare la regolarità e il benessere sociale”.

Ecco quindi, nel dettaglio, le 6 sfide che il settore della logistica dovrà affrontare in questo 2024:
Rispetto dei parametri ESG: dalla sostenibilità, con le aziende impegnate a ridurre l’impatto ambientale, alla legalità fatta di contratti e appalti in regola. Rispettare i parametri ESG può aiutare ad attirare investimenti.
Rispetto delle genuinità delle esternalizzazioni: dalla gestione di contratti di appalto e subappalto genuini, al rispetto della normativa antinfortunistica, fino al controllo dei corretti adempimenti da parte di appaltatori e subappaltatori verso i lavoratori impiegati nell’appalto.
Carenza di manodopera: l’assenza di autisti è solo una delle mancanze. Il personale ha bisogno della giusta formazione. Le aziende devono investire nella formazione e nello sviluppo delle competenze del personale per attirare e trattenere i migliori talenti.
Innovazione e Tecnologia: la logistica non è certo esclusa dalla diffusione dell’intelligenza artificiale che può diventare fondamentale nella pianificazione e nella gestione delle scorte. Ma ciò deve essere fatto nel rispetto della normativa di riferimento e coniugando tale esigenza di sviluppo con la genuinità di eventuali appalti e subappalti.
Boom dell’E-commerce: le consegne a domicilio aumentano sempre di più, creando sfide per la logistica dell’ultimo miglio. Di conseguenza aumentano anche i resi, da gestire sopportandone il costo e l’impatto ambientale.
Sicurezza Informatica: la logistica è un settore bersaglio per gli attacchi informatici. Le aziende devono investire nella sicurezza informatica per proteggere i loro dati e sistemi.

Risale il mercato del credito nel primo trimestre 2024, ma i dati sono ancora negativi

Nel primo trimestre 2024 dati contrastanti per il mercato del credito: tutto in crescita rispetto all’ultimo trimestre 2023, ma il dato annuale è ancora pesantemente negativo.

Il primo trimestre del 2024 evidenzia una sostanziale crescita del mercato del credito e in particolare una ripresa del segmento dei mutui: nel confronto con l’ultimo trimestre del 2023, le richieste di mutuo sono aumentate del +3,68%, primo segnale di una ripresa del mercato dei mutui sostenuta dal trend discendente dei tassi di interesse partito lo scorso ottobre.

L’ultimo Rapporto sul Credito Italiano – Trends & Insights di Experian – principale società di global information al mondo – relativo al mese di marzo 2024, riporta come il 2024 sia iniziato sotto i migliori auspici anche per il segmento dei prestiti e per i finanziamenti online: per entrambi, infatti, le richieste continuano a crescere ogni mese, con marzo che ha registrato +8% per i prestiti finalizzati, +14% per i personali e +10% per finanziamenti online. Il primo trimestre, pertanto, conferma la tendenza positiva del mercato, soprattutto per i finanziamenti web e per i prestiti personali, cresciuti rispettivamente del +34% e del +18% in confronto all’ultimo trimestre del 2023.

Fatica il “Buy Now, Pay Later”, che negli ultimi tre mesi ha fatto registrare un calo di utilizzo del -19% rispetto al periodo ottobre-dicembre 2023, in cui si sono concentrate la maggior parte delle spese dell’anno. Tuttavia, ciò non inficia la rilevanza del BNPL per i consumatori di oggi: sono infatti proprio i periodi di offerte a far registrare dei picchi significativi di utilizzo e proprio nella settimana dal 20 al 25 marzo, coincisa con le offerte di primavera di Amazon, è stato rilevato un aumento di richieste del +30% rispetto ai periodi precedenti. “Al di là dei periodi di stallo, dovuti alla diminuzione delle spese o all’assenza di festività, la centralità del Buy Now, Pay Later come strumento di consumo rimane indubbia, come evidenzia la crescita del +122% registrata negli ultimi due anni”, afferma Armando Capone, General Manager Experian Italia. “Di conseguenza, siamo certi che il trend dell’utilizzo di BNPL e finanziamenti web non farà altro che crescere nei prossimi mesi, e in generale, possiamo dire che il primo trimestre del 2024 fa ben sperare per la ripresa del mercato del credito italiano nel complesso, con la diminuzione dei tassi di interesse su mutui e prestiti che gradualmente contribuirà ad una stabilizzazione e nuova crescita dei volumi”.

Le famiglie italiane hanno ricevuto finanziamenti per l’acquisto dell’abitazione per 10.822,1 milioni di euro, rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente si registra una variazione delle erogazioni pari a -15,8%, per un controvalore di -2.032,5 milioni di euro. “La fotografia – dichiara Renato Landoni (nella foto), Presidente Kìron Partner – indica ancora un ridimensionamento nell’erogazione del credito concesso alle famiglie, che conferma la tendenza sia del terzo trimestre 2023 (quando la variazione è stata pari a -24,7%) sia del secondo trimestre 2023 (-33,3%). Gli ultimi dodici mesi si sono chiusi con 41.240,8 milioni di euro erogati, con una variazione pari a -25,4% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente”.

A livello nazionale l’indagine condotta dalla BCE a gennaio 2024 riflette un aumento del numero di famiglie a basso reddito che lamentano difficoltà nel soddisfare i pagamenti del mutuo; questo dato è influenzato principalmente dalla crescita delle rate dei mutui causate dall’aumento dei tassi di interesse. È ragionevole ipotizzare un effetto “onda” riguardo al disagio delle famiglie a basso reddito che si trascina dagli scorsi mesi e che crea minor serenità su questo campione. I tassi sui nuovi finanziamenti per l’acquisto di abitazioni hanno registrato una modesta riduzione, collocandosi al 4,31% a febbraio 2024, rispetto al 4,38% di gennaio (il tasso preso fa riferimento al TAEG e quindi al tasso comprensivo di tutte le spese).

Il mercato immobiliare rallenta, ma gli acquisti per investimento lo tengono su. Previsioni per il 2024

Si fa strada un sentiment di maggiore fiducia alla luce dei miglioramenti sull’accesso al credito. Gli acquisti per investimento mostrano maggiore resilienza e l’usato è preferito al nuovo. Corrono le locazioni.

Di recente, l’Agenzia delle Entrate ha diffuso i dati relativi alle compravendite immobiliari nel 2023, che registra transazioni in decrescita del 9,70% rispetto all’anno precedente (709.591 transazioni in totale), di cui il 3,3% solo nel quarto trimestre, a testimonianza di un trend negativo che ha preso una accelerazione nell’ultimo scorcio del 2023 ed è continuata in questo primo quadrimestre del 2024, complice la stretta creditizia ancora in atto da parte delle banche che solo da Febbraio in poi hanno ricominciato a diffondere quelle che sembrano incoraggianti campagne di marketing sui tassi fissi (previsti in discesa nei prossimi 36 mesi).

Il 2024, secondo le previsioni delle maggiori reti di intermediazione, dovrebbe chiudersi con un consuntivo compreso tra 660.000 e 680.000 compravendite, in calo quindi del 5,57% rispetto al 2023 e del 15,3% rispetto al 2022. In particolare, i comuni capoluogo chiudono con 221.144 compravendite, in calo del 10,7% rispetto al 2022, mentre i comuni non capoluogo invece fanno -9,2% passando da 537.857 a 488.447. Tra le grandi città è Napoli che mette a segno la contrazione più bassa: -4,4%, e Bari quella più alta (-19,1%). Se si limita l’analisi al quarto trimestre, Bari si conferma fanalini di coda (-15,7%) mentre Palermo registra solo un -1,6%, mentre Milano e Genova registrano entrambe un -2,3%.

I dati parziali per l’anno in corso, come dicevamo, confermano un ulteriore ribasso dei volumi ma si fa strada un sentiment di maggiore fiducia alla luce dei timidi miglioramenti registrati sul fronte creditizio. Il settore degli acquisti per investimento, nello scenario degli ultimi 18 mesi, è quello che ha mostrato maggiore resilienza. Infatti, secondo Tecnocasa nel 2023 il 19,5% degli acquisti è stato realizzato per investimento, e si tratta della percentuale più alta registrata negli ultimi anni, realizzata “grazie” agli alti tassi di inflazione che hanno spinto molti risparmiatori a spostare i propri risparmi sul mercato immobiliare. Peraltro, tra il 2012 e il 2022 le percentuali di acquisto per investimento si erano mantenute all’interno di un intervallo compreso tra il 16% e il 18% sul totale delle compravendite, ma nel 2023 si è andati per la prima volta oltre il 19%, a dimostrazione di quanto siano attivi gli investitori in questa fase.

Prendendo in considerazione solamente le grandi città italiane, poi, la quota media di acquisti per investimento è più alta rispetto alla media nazionale e si attesta al 28,6% (era il 24,9% nel 2022). Tra le grandi città italiane è Verona quella che nel 2023 detiene la percentuale più alta di acquisti per investimento, arrivando al 43,1% sul totale delle compravendite. A seguire si piazzano Napoli (41,2%), Palermo (35,3%) e Milano (35%). A Bari gli acquisti per investimento compongono il 32,7% delle transazioni. Dal 23% in giù Firenze, Torino, Roma, Genova e Bologna. Nel 2022 Napoli si piazzava in cima alla classifica ma con una percentuale più bassa rispetto a quella del 2023.

In Italia la fascia di età più attiva sul mercato dell’investimento immobiliare è quella compresa tra 45 e 54 anni e compone il 29,5% del totale, seguita dalla fascia 35-44 anni (22,7%) e 55-64 anni (21,6%). Percentuali molto simili si registravano anche nel 2022. Ad acquistare per investimento sono prevalentemente coppie e famiglie, che compongono il 69,4% sul totale degli acquirenti, mentre sono single il 28,8% degli investitori. Negli ultimi anni si evidenzia un progressivo aumento della percentuale di acquisti da parte di investitori single, che passano dal 25,8% del 2019 fino ad arrivare al 30,6% del 2023. Naturalmente, la maggior parte degli acquisti per investimento avviene in contanti (88,1%), mentre solo l’11,9% degli investitori ricorre al credito bancario.

Interessante anche il confronto tra immobili nuovi e usati. Infatti, la c.d. pace edilizia di cui da qualche settimana si accenna ripetutamente nei media nazionali – ora in modo negativo ora positivo, a seconda del colore politico di chi ne parla – è strumentale a sanare le difformità interne alle abitazioni, e sembra che possa contenere in sé carburante sufficiente per far ripartire un mercato degli immobili “usati” spesso “ingessato” dagli ingenti costi amministrativi e catastali richiesti ai venditori all’atto di dover vendere un immobile, pena il mancato rogito notarile. Si sta studiando, con grande fatica, un pacchetto di norme che interverranno sulle abitazioni e che mirano a regolarizzare le piccole difformità o le irregolarità strutturali che interessano, secondo uno studio del Consiglio nazionale degli ingegneri, quasi l’80% del patrimonio immobiliare italiano. Con questa misura, pertanto, i piccoli proprietari immobiliari che oggi devono attendere anni per regolarizzare le loro posizioni e ristrutturare o vendere la propria casa, potranno essere tutelati e, allo stesso tempo, il lavoro degli uffici tecnici comunali, oggi sommersi dalle richieste di sanatorie, potrebbero essere sgravati da un importante carico di lavoro ed una cronica carenza di personale che genera ritardi insostenibili. 

Relativamente al mercato del nuovo, si segnala che l’interesse per le nuove costruzioni è in una fase di stallo tra i potenziali acquirenti, i quali da un lato stanno cominciando a prestare attenzione alla qualità costruttiva degli immobili che l’Europa vorrebbe imporre con la direttiva “Casa Green”, e dall’altro si mostrano titubanti per via dei prezzi al mq sensibilmente superiori a quelli riscontrabili nell’usato ristrutturato. Infatti, l’aumento dei costi di costruzione, sperimentato negli ultimi anni, ha portato a un maggiore interesse per le soluzioni usate in buono stato o ristrutturate che non necessitano di importanti interventi di riqualificazione. Inoltre, gli ultimi dati Ance hanno messo in evidenza che i costi di costruzione stanno diminuendo, ma non si sono ancora portati a livelli pre-pandemia. Pertanto, il risultato del 2023 relativo alle compravendite di immobili di nuova costruzione è stato inferiore del 19,6% rispetto al 2022, e senza una maggiore elasticità del settore bancario nella concessione del credito il 2024 non sarà certo migliore.

L’andazzo generale si riflette sui tempi di vendita, che a gennaio 2024 si attestano intorno a 108 giorni nelle grandi città contro i 104 giorni di un anno fa. Secondo Tecnocasa, la città con tempi più brevi è Bologna (68 giorni), seguita da Milano (72 giorni), ma in entrambe si segnala un peggioramento rispetto a un anno fa. Tempi in leggera diminuzione a Torino, Napoli e Palermo. Quest’ultima si conferma come la città che ha i tempi di vendita più lunghi (132 giorni). Sostanzialmente invariati i tempi di vendita nell’hinterland delle grandi città, 137 giorni, contro i 138 giorni di un anno fa.  Analoga situazione nei capoluoghi di provincia dove i tempi di vendita sono di 131 giorni rispetto ai 130 giorni di un anno fa. Lo sconto medio praticato nel secondo semestre del 2023 è stato dell’8,3%, in aumento rispetto al secondo semestre dell’anno scorso che lo dava a -7,9%.

All’interno di questo scenario generale, il mercato delle locazioni continua a correre. I canoni infatti sono cresciuti per tutto il 2023, a causa della forte domanda di locazione e di una bassa offerta: +4,2% per i monolocali, +3,6% per i bilocali e +3,4% per i trilocali. Firenze è la città che ha messo a segno il rialzo dei canoni più significativo (+7,3%, +6,6%, +7,3%), seguita da Roma (5,4%, 4,3%, 5,3%). Milano si conferma la città con i canoni di locazione mensili più elevati 800 euro per un monolocale, 1100 euro per un bilocale e 1480 euro per un trilocale, mentre i tempi di locazione (media nazionale) si sono portati a 35 giorni. 

Barcellona, quanto costi? Vademecum per studenti universitari e genitori “investitori”

Barcellona è la città ideale per i giovani che vogliono studiare all’estero. Meglio però analizzare i costi per i genitori “investitori” ed il loro impatto sul “rendimento familiare atteso”.

di Marco d’Avenia

Barcellona è una città ambita da molti studenti universitari che vogliono intraprendere il progetto l’Erasmus, programma di interscambio culturale fra atenei promosso dall’Unione Europea, o anche un intero corso di studi nelle più disparate discipline. Tra cibo delizioso, cultura e tanta movida, però, si potrebbe facilmente far perdere il controllo delle proprie finanze ai genitori, ossia a coloro che finanziano gli studi universitari all’estero dei propri figli. Per costoro, infatti, il (molto) denaro speso per i figli durante gli anni dell’università è un investimento da cui si attende un “rendimento familiare” completamente diverso da quello atteso dai risparmiatori propriamente detti, poiché racchiude in sé una serie di risultati di natura non squisitamente numerica: istruzione internazionale, opportunità lavorative e raggiungimento dell’indipendenza economica. Ecco perché è importante scrivere una guida – senza pretesa di esaustività, sennò servirebbe un libro – che possa aiutare studenti e genitori a ponderare questa importante scelta.

La città catalana è una metropoli che non ha certo bisogno di presentazioni, e propone un ventaglio di opportunità davvero eccezionale. Barcellona ha infatti in sé una forte vocazione turistica, ma è al contempo uno dei principali centri europei per la chirurgia estetica e per la fecondazione eterologa e assistita, con capacità occupazionali di tutto rispetto per giovani medici. Essa, inoltre, è la culla di interessanti start-up che vogliono affacciarsi al panorama imprenditoriale, per cui la città attrae molti giovani neo-imprenditori, tutti provenienti dall’alta formazione universitaria, desiderosi di confrontarsi con coloro che hanno già avviato con successo nuovi progetti imprenditoriali avvalendosi dei più moderni strumenti di finanziamento (Lending e Equity Crowdfunding e Private Equity).

Prima di fare le valigie e prendere l’aereo, però, ci sono un paio di considerazioni da fare. Lo studente universitario in Erasmus, per esempio, deve prima conoscere in quali termini l’Unione Europea finanzierà il viaggio-studio. Il bando, infatti, distingue tre categorie di Paesi: Gruppo 1 (paesi con costo della vita alto, ad esempio Svizzera, Danimarca, Lussemburgo), Gruppo 2 (paesi con costo della vita medio, ad esempio Germania, Paesi Bassi, Portogallo) e Gruppo 3 (paesi con costo della vita basso, ad esempio Romania, Slovenia, Turchia). Ebbene, la Spagna è inserita nel Gruppo 2. Ora, presumendo una permanenza di un anno, il contributo Erasmus è pari a 3.600 euro (200 euro x 12 mesi), che saranno però erogati in un’unica soluzione poco prima di partire. In più, presentando il proprio ISEE, è possibile ottenere un ulteriore supplemento economico qualora la famiglia dello studente ricada in una fascia di reddito sfavorita. Questo può andare dai 400 euro per ogni mese trascorso in Erasmus, se il reddito annuale risulta inferiore a 13mila euro, ai 150 euro mensili nel caso in cui l’Indicatore della Situazione Economica Equivalente sia compreso tra i 40mila e i 50mila euro. Anche l’importo legato all’ISEE non verrà erogato mensilmente, ma diviso in due tranche. La prima metà verrà infatti erogata assieme al finanziamento Erasmus, mentre la seconda a periodo di scambio concluso. In ogni caso, non ricevere il contributo con regolarità, ogni 30 giorni, per molte famiglie potrebbe rappresentare un problema, poiché il rischio di perdere il controllo sul proprio budget mensile è molto alto.

Una volta chiarito il funzionamento del programma Erasmus, concentriamoci sugli stessi tradizionali parametri di confronto che abbiamo indicato nei precedenti articoli di questa speciale serie “Città straniera, quanto mi costi?”, allorquando abbiamo parlato di Londra, New York e della Tunisia: costi dei voli aerei, abitazione, cibo e trasporti. Relativamente al volo, raggiungere Barcellona non comporta un impegno economico proibitivo, poiché le compagnie propongono prezzi allettanti per chi vuole imbarcarsi verso Barcellona con un biglietto di sola andata. Da Roma la tariffa è pari a circa 30 euro (stesso discorso per Milano) mentre per quanto riguarda Palermo si sale a circa 55 euro (100 euro circa da Napoli). Naturalmente, queste tariffe risentiranno molto della stagione in cui si deciderà di partire e dei servizi che si andranno ad aggiungere al biglietto, come il numero dei bagagli al seguito oppure la classe in cui si sceglierà di viaggiare.

Per vivere discretamente a Barcellona, senza far lievitare il budget a disposizione, è bene scegliere dove abitare senza allontanarsi troppo dal proprio ateneo, evitando però di prendere casa in una zona dove potrebbero esserci troppi studenti e dove, di conseguenza, i prezzi degli affitti sono aumentati per via della forte domanda. La nostra guida ha preso in considerazione, per questi motivi, il quartiere Collblanc, quadrante poco lontano dalla zona universitaria ma più abbordabile. Qui, secondo un noto portale online di ricerca affitti, un monolocale di 30 metri quadrati ammobiliato, con angolo cottura e due posti letto (camera condivisa), bagno privato e aria condizionata viene a costare circa 850 euro al mese. Se non si desidera condividere l’alloggio, nei principali quartieri della città l’affitto delle stanze singole in appartamenti condivisi oscilla tra i 400 euro (senza bagno privato) ai 600 euro mensili (con bagno privato); tutto questo escluso il costo delle bollette della luce, che per una casa media beneficiano di un Voluntary Price for Small Consumers (PVPC) pari a 292 kWh all’anno e 51,64 euro al mese (per lo smartphone c’è il roaming europeo, per cui si può usare tranquillamente il numero italiano). L’affitto, dunque, non è certo un aspetto da prendere sottogamba in una città come Barcellona, e nei quadranti più centrali della metropoli catalana il costo per le medesime soluzioni esaminate può aumentare anche sensibilmente. Ma in ogni caso stiamo parlando di un mercato degli affitti che ha costi inferiori del 45% rispetto a quelli di Londra e Dublino, e del 70% rispetto a quelli di New York.

Una volta presa casa, sarà poi necessario organizzarsi per muoversi in città e fare la spesa. Chi vuole esplorare la dinamica e vivace Barcellona non può prescindere dal sottoscrivere la propria “T-Jove Card”, una tessera che consente agli under-30 di viaggiare illimitatamente per 90 giorni al costo di 42,70 euro sui mezzi pubblici. È possibile ottenere la propria card online oppure recandosi direttamente agli sportelli dedicati della TMB, l’azienda che gestisce i trasporti di Barcellona. In più, c’è da dire che nella città spagnola la metro è molto efficiente e permette di raggiungere tutti i luoghi d’interesse in poco tempo. Fare la spesa, poi, è parimenti a buon mercato rispetto ad altre capitali europee: un caffè costa in media 1,25 euro, una baguette 0,75 euro, 1 litro di latte viene invece 1,70 euro, una dozzina di uova 1,60 euro, un boccale di birra circa 3,00 euro, un pacco di zucchero costa 0,81 euro mentre i pomodori viaggiano su una media di 1,75 euro al kg. Possiamo dunque riassumere che una spesa mensile per cibo e altri beni di prima necessità si attesta sui 270 euro al mese.

Vivere a Barcellona, comunque, comporta per chiunque l’opportunità di uscire per mangiare fuori con amici e colleghi di studio, e la città mostra anche in questo caso i suoi vantaggi: un menù del giorno può costare persino 10 euro a persona, e un menù alla carta 25 euro (in un ristorante standard). L’entrata per una discoteca varia da 15 a 40 euro (a seconda del tipo di locale e dal numero di drink inclusi); i biglietti del cinema da 7-10 euro, del teatro da 12 fino a 50 euro e gli ingressi ai musei da 5 a 15 euro.

Le mid-small cap italiane hanno valutazioni attraenti. Focus su MPS, Intesa e BPM

Secondo Andrea Scauri (Lemanik), le valutazioni del mercato Usa sembrano elevate, mentre quelle Europee e italiane appaiono attraenti soprattutto per le mid-small cap.

di Andrea Scauri, gestore azionario Italia di Lemanik

Nel contesto macroeconomico attuale manteniamo la nostra visione prudente sui mercati perché vediamo ancora il rischio che le politiche monetarie restrittive continuino a influenzare la crescita economica nei prossimi mesi. È l’analisi di. In portafoglio rimaniamo complessivamente sovrappesati sui titoli finanziari, mentre siamo fuori dal settore dei servizi di pubblica utilità a causa del peggioramento dello scenario dei prezzi dell’energia. Siamo più prudenti sul lusso nel breve termine dopo la forte corsa dei titoli Ytd e abbiamo preso parzialmente profitto dal nostro posizionamento nell’Energia. Manteniamo un posizionamento selettivo sugli industriali e un’esposizione alle infrastrutture.

I mercati azionari globali hanno chiuso il mese di marzo in territorio positivo, grazie ai segnali dovish (cioè a mantenere bassi i tassi) delle banche centrali, alla presenza di liquidità sui mercati, al significativo aumento delle probabilità di uno scenario “Goldilocks” – ossia un’economia in cui la crescita è positiva, ma non abbastanza consistente da spingere l’inflazione e neppure troppo debole da generare una recessione – caratterizzato da una crescita più forte del previsto e, in una certa misura, al boom dell’intelligenza artificiale. A nostro avviso, il mercato statunitense continua a prezzare con eccessivo compiacimento uno scenario in cui il rialzo sincronizzato delle banche centrali di circa 500 pb per frenare l’inflazione non porterà a evidenti danni macroeconomici o alle aspettative di una crescita degli utili strutturalmente più elevata, come indicato dalla compressione dei premi di rischio e degli spread di credito. Il mercato azionario sarà quindi vulnerabile nei prossimi mesi se la crescita economica dovesse deludere o in presenza di un’inflazione più resistente, mentre riteniamo leggermente meno in uno scenario in cui la Fed mantenga i tassi più alti per un periodo più lungo a causa del continuo aumento del debito pubblico statunitense.

La mediana dei partecipanti al Fomc (Federal Open Market Committee) ha confermato tre tagli dei tassi di interesse per quest’anno, anche se ora con un percorso più leggero di tagli nel 2025 e 2026 rispetto all’ultima previsione di dicembre. Tuttavia, il messaggio complessivo del presidente Powell è stato accomodante, con una posizione rilassata sull’aumento dell’inflazione a gennaio e febbraio. Pertanto, a meno di sviluppi sfavorevoli sull’inflazione, il piano per iniziare a tagliare i tassi da giugno sembra probabile. Nel caso della Fed, il mercato prevede un taglio dei tassi di circa 75 pb entro la fine del 2024, al 4,58% dal 5,33%. Lo stesso vale per l’Europa, dove il mercato prevede un taglio dei tassi di circa 100 pb entro la fine del 2024 al 3% (primo taglio di 25 pb a giugno con una probabilità dell’86%).

Le valutazioni del mercato statunitense sembrano elevate, mentre quelle dell’Europa e dell’Italia appaiono molto meno estreme e attraenti soprattutto per le mid-small cap italiane. Un altro fattore da tenere in considerazione è la concentrazione, che sta diventando sempre più elevata sia negli Usa che in Europa. Il gruppo noto come “Granolas” – Gsk, Roche, Asml, Nestlé, Novartis, Novo Nordisk, L’Oréal, Lvmh, AstraZeneca, Sap e Sanofi ha raggiunto circa il 25% della capitalizzazione dell’indice Stoxx600 e questo rappresenta un rischio, soprattutto in un momento in cui questa tendenza dovrebbe cambiare direzione. Un altro esempio è l’indice statunitense a media e piccola capitalizzazione Russell 2000, la cui performance ha recuperato da inizio novembre, ma gran parte del contributo è arrivato da un singolo titolo, Super Micro Computer (+254% Ytd), che ha raggiunto una capitalizzazione di mercato di 59 miliardi di dollari.

In portafoglio nel campo dei finanziari abbiamo mantenuto il nostro posizionamento su Banca Monte dei Paschi grazie alla valutazione e all’appeal speculativo. Gli altri nomi sono Intesa e Banco Bpm. Relativamente ai petroliferi abbiamo ridotto la nostra posizione su Tenaris e siamo ancora investiti in Saras. Nella difesa spicca Leonardo, che sta sfruttando tutto il suo potenziale (purtroppo anche aiutato dalla situazione geopolitica) in termini di ritracciamento grazie alle buone azioni messe in atto dal nuovo management. Nel green capex e sulla transizione energetica alcuni titoli beneficeranno di un ciclo di investimenti a lungo termine nei rispettivi settori. In particolare, sulla transizione energetica confermiamo il nostro posizionamento su Prysmian, che sul tema beneficia dei grandi piani di investimento.
 

Al via Education Week, i webinar gratuiti di 24ORE Business School

Alla terza edizione il ciclo di eventi formativi gratuiti promosso da 24ORE Business School. Quaranta appuntamenti per fare cultura su temi di attualità e scoprire nuove prospettive di lavoro.

Dallo scorso 9 Aprile e fino al 22 Aprile 2024 è tornato l’atteso appuntamento con l’Education Week, il ricco ciclo di eventi culturali e formativi gratuiti promosso per il terzo anno consecutivo da 24ORE Business School. In programma oltre 40 appuntamenti, fruibili da tutti gli interessati in live-streaming o in presenza presso le sedi di Milano e di Roma, dedicati a temi e materie di grande attualità, approfonditi da docenti, esperti del settore e testimonial d’eccezione. Durante l’Education Week, sessioni interattive permetteranno di esplorare un’ampia gamma di argomenti tra cui innovazione, project management, sport, sostenibilità, logistica, digital marketing, ma anche geopolitica, finanza, fino al personal branding.

“Da 30 anni la mission di 24ORE Business School è fornire a giovani laureati e professionisti le competenze necessarie per affrontare le sfide del mondo del lavoro, eccellere e trasformare i propri sogni in successi duraturi”, afferma Valerio Momoni (nella foto), AD di 24ORE Business School. “Con l’Education Week vogliamo offrire un momento culturale unico che permetta di scoprire nuove prospettive di lavoro, con uno sguardo fortemente rivolto alle professioni del futuro”. Un’occasione, dunque, per arricchire le competenze individuali stando al passo con le ultime tendenze, ma, come spiega Momoni, “anche un modo per restituire cultura alla società, offrendo gratuitamente l’accesso a informazioni preziose e aggiornate”. 

Tra i relatori di spicco che interverranno all’Education Week, l’Ambasciatore Stefano Pontecorvo, Mauro Bonati di Yakult Italia, Stefano Branca di Culligan International, Simona Vargas di Telepass, Carlo Diego D’Andrea dell’European Chamber of Commerce in China, Massimiliano De Blasi di Publicis Sapient, Dario Castiglia (nella foto) di RE/MAX, Dario Gargiulo di Bottega Veneta Greater China e molti altri esperti di rilevanza. Professionisti che condivideranno le loro conoscenze ed esperienze, offrendo un’opportunità unica di apprendimento e di connessione con i principali attori del mondo del business.

Oltre ai webinar con i manager d’azienda e i testimonial d’eccezione, il calendario dell’Education Week comprende esclusive open lesson che rientrano nel piano formativo di alcuni dei principali Master della Business School che per l’occasione saranno aperte al pubblico. Tra le novità, anche la presentazione in anteprima di tre libri di manualistica, dedicati a temi “caldi” come il digital marketing, logistica e supply chain e l’utilizzo di LinkedIn, il social network professionale per eccellenza. Ad inaugurare l’Education Week  è stato l’evento “Leadership: Visione, passione, entusiasmo e sviluppo dell’altro”, durante il quale è stata effettuata una approfondita esplorazione del significato della parola “leadership” attraverso le testimonianze di top manager chiamati a motivare e sviluppare il potenziale dei leader di oggi e di domani.

DATA EVENTO: Dal 9 al 22 aprile 2024
PROGRAMMA: https://www.24orebs.com/lp/education-week-aprile-2024
PER INFORMAZIONI: adriana.anceschi@24orebs.com
VIDEO: https://youtu.be/nVVFGEliNvA

Quanto costa vivere in Tunisia? Guida per pensionati e imprese in cerca di risparmio fiscale

Il paese nordafricano offre ai pensionati italiani un concreto miglioramento delle condizioni di vita e un clima favorevole. Non è un paese per giovani, a meno che non siano imprenditori.

di Marco d’Avenia

Vivere in Tunisia è davvero così conveniente? Da quando i media hanno fatto scoprire agli italiani che il costo della vita nel paese nordafricano è davvero basso, molti hanno iniziato a valutare di trasferirsi, soprattutto pensionati in cerca di un regime fiscale più vantaggioso. In questa guida analizzeremo i vantaggi e gli svantaggi di un trasferimento in Tunisia, meta tra le più vicine in termini geografici ma tra le più lontane dal pensiero comune dell’italiano medio, soprattutto se giovane ed in cerca di prima occupazione.

Lo stato che confina a ovest con l’Algeria e a est con la Libia presenta una situazione geopolitica abbastanza stabile, anche se di recente il presidente Kaïs Saïed ha intrapreso una serie di riforme che hanno suscitato polemiche da parte dei sindacati. Mettendo da parte questo aspetto, di certo non secondario, la Tunisia presenta un tasso di cambio molto interessante: 1 Euro vale infatti 3,39 dinari tunisini*. Questo vuol dire che un italiano con reddito in euro ha un potere d’acquisto superiore – non solo nominale, ma anche reale – rispetto a quello di un abitante della Tunisia, e questo fattore è molto importante allorquando si deve valutare la decisione di trasferirsi nel paese nord-africano. Peraltro, la distanza dall’Italia è davvero breve, e mediamente  raggiungere Tunisi da Fiumicino ha un costo base di circa 120 euro, a cui va aggiunta la tariffa variabile prevista per i servizi di viaggio (bagaglio, posto assegnato etc). Da Palermo, invece, Tunisi è raggiungibile con la nave al costo di circa 150 euro (450 euro imbarcando l’auto).

Per i pensionati che intendono migliorare le proprie condizioni di vita, è fondamentale esaminare il capitolo del “reddito importato” dall’Italia. La cosa funziona pressappoco in questo modo: il pensionato italiano deve richiedere il permesso di soggiorno e abitare effettivamente in Tunisia per almeno 6 mesi + 1 giorno all’anno. Deve poi aprire un conto bancario, sul quale farsi accreditare la pensione italiana che verrà corrisposta dall’Ente Italiano erogante al lordo, quindi senza ritenute alla fonte, poichè in virtù della convenzione fiscale essa sarà tassata non più dallo Stato Italiano ma da quello Tunisino. Su tale importo lordo, la Tunisia concede una detrazione dell’80%, e tassa con una aliquota media del 27% solo il 20% di esso, con un limite massimo del 5% della pensione lorda. In pratica, su una pensione italiana lorda annua di 20.000 euro il reddito imponibile sarà pari a 4.000 euro (20.000 meno l’80%) e l’imposta complessiva pari a 1.000 euro l’anno.

Nell’esempio considerato, così, al nostro pensionato rimangono 19.000 euro netti in tasca, con i quali coprire i costi della casa, dell’alimentazione, del trasporto, sanitari etc. Anche in relazione alla casa, la scelta della Tunisia fa immediatamente intuire la convenienza del cambio di paese e di valuta. Infatti, con un costo di molto inferiore a quello di qualsiasi città turistica italiana, è possibile abitare una casa abbastanza comoda affacciati sul mare nella costiera tunisina, tra le più belle del Nord Africa. A Tunisi, ossia nella capitale, c’è un ventaglio di opportunità davvero niente male. L’affitto di un bilocale in centro, ben fornito e già arredato, costa mediamente 250 euro al mese, mentre una casa con tre camere da letto 380 euro. Se si decide di acquistare, si spendono rispettivamente 50.000 euro fronte mare e 35-40.000 euro nelle strade più interne (bilocale) e tra 90.000 e 110.000 per un pentavani in centro.

Una villetta con piscina, poi, si trova agevolmente a 110-120.000 euro. A Sousse, Djerba, Monastir o Hammamet, incantevoli città sul mare, l’affitto scende a 200-300 euro. Per chi già percepisce una pensione in Italia, pertanto, pianificare il proprio tenore di vita in Tunisia sarà un gioco da ragazzi. Chi invece vuole trasferirsi nel paese nordafricano per lavorare, allora farebbe bene ad avere un quadro chiaro della situazione retributiva locale. Il portale “Altra Tunisia”, attivo da 10 anni nel suggerire agli italiani le dritte giuste per organizzare la loro nuova vita nel paese, ha condotto un’inchiesta sul tema. In Tunisia, infatti, ci sono molte ditte italiane legate a doppio filo con l’Italia, che ricercano figure madrelingua da inserire nel loro organico, anch’esso formato da migranti nostrani. Ad esempio, la retribuzione in un call center varia dai 600 ai 1200 dinari tunisini netti (da 182 euro a 364 euro), giusto il minimo sindacale per condurre uno stile di vita meno che dignitoso anche per i tunisini. Queste condizioni non sembrano strizzare l’occhio a chi vuole farsi assumere da dipendente, pertanto sembra che la migliore opzione per avvantaggiare la propria situazione economica in Tunisia sia quella di mettersi in proprio per stabilire lì una nuova attività imprenditoriale o delocalizzare quella presente in Italia. Occhio, però, perché la burocrazia è complessa e piuttosto lenta.

Capitolo viabilità: come muoversi in Tunisia? La rete ferroviaria tunisina si estende per un totale di 2152 km, supportati numerose aziende pubbliche o private che si occupano dei trasporti urbani, suburbani, interurbani e turistici tramite autobus e minibus. Puntando il nostro focus sulla capitale Tunisi, il prezzo mensile di un abbonamento ai trasporti che copra l’intera città costa solo 45 dinari, l’equivalente di 13,32 euro. Una tariffa davvero vantaggiosa soprattutto per chi ha tanto tempo libero e vuole visitare le meraviglie di questa metropoli dalle origini antichissime, come ad esempio la Medina, il Suq (mercato storico) o la moschea di Al-Zaytouna. Per chi vuole invece spostarsi con l’auto, la benzina costa mediamente 0,74 euro al litro, mentre il diesel 0,65 euro al litro, valori che in Italia determinerebbero un vero e proprio assalto alle stazioni di rifornimento.

Passiamo infine al carrello della spesa: quanto costa mangiare in Tunisia? Ebbene, nel paese nordafricano c’è un vero e proprio culto della cucina, e i prezzi dei prodotti alimentari più comuni sono molto al di sotto di quelli italiani ed europei. Nel dettaglio, un litro di latte costa 0,41 euro, 12 uova 1,1 euro, 1 kg di carne di manzo 8,70 euro, una confezione di pane in cassetta da 125 g. costa circa 0,03 euro, 1 kg di riso 0,92 euro, 1 kg di pomodori 0,64 euro, mentre un etto di formaggio locale lo si paga 0,90 euro. Inoltre, una cena per due persone in un ristorante medio, con tre portate, costa 18 euro, un cappuccino al bar 0,75 euro, un caffè 0,50 (idem per una Coca Cola).

A conti fatti, il pensionato italiano da 20.000 euro annui, cui rimane intatto il 95% della pensione lorda, può mettere da parte fino a 5.000 euro l’anno, e tutto questo senza farsi mancare nulla. L’impresa di servizi che delocalizza in Tunisia parte o tutta l’attività aziendale ha un trattamento di tutto favore. Infatti, le imprese che producono impiegando manodopera locale ed esportano interamente la produzione all’estero godono per i primi dieci anni di attività di una tassazione ridotta con aliquota del 10%, che diventa il 30% dall’undicesimo anno in poi (ma sono previste riduzioni al 10% per i settori agricolo, medicale, artigiano, istruzione e formazione). In ogni caso, anche dopo il decimo anno il risparmio delle circa 800 aziende italiane presenti in Tunisia è notevole rispetto al nostro Paese, dove oggi la pressione fiscale complessiva alle imprese fa fatica a scendere al di sotto del 50%.

*Cambio TND/EUR applicato alla data di scrittura dell’articolo pari a 3,39 Dinari tunisini per ogni Euro

Al bando l’eccessiva liquidità in conto corrente, è ora di investire in obbligazioni. Ecco perché

Gli amanti della liquidità di conto corrente di fronte ad un bivio. Alcune buone ragioni per investire nelle obbligazioni ed evitare il “loop” delle offerte di tassi creditori al ribasso.

Di Massimo Bonaventura

Negli ultimi 15 anni, il sistema bancario è stato sempre più dipendente dai margini generati dal risparmio gestito per via del quasi azzeramento dei ricavi derivanti dall’intermediazione dei tassi di credito/debito (c.d. “forbice dei tassi). Prova ne sia che le banche-reti di consulenza finanziaria, prima “figlie minori” (ma carine) delle capogruppo, nello stesso periodo hanno letteralmente salvato gli utili dell’industria bancaria iniettando provvidenziali flussi di cassa in un sistema che, altrimenti, avrebbe rischiato il collasso sotto i colpi dei tassi a zero.

Tuttavia, già due anni prima della pandemia, e nonostante le politiche espansive con cui le banche centrali assicuravano una crescita “drogata” del mercato azionario, la tendenza dei risparmiatori a detenere grandi quantità di denaro in conto corrente aumentava mese dopo mese, in particolar modo dopo il 2018, anno in cui i mercati azionari e obbligazionari – preludio del biennio 2022-2023 – si sono espressi entrambi in modo pesantemente negativo, incidendo così sulla propensione al rischio degli investitori.

Lungo tutto questo periodo, il travaso costante dal risparmio amministrato a quello gestito e la conseguente sostenibilità degli utili bancari hanno mascherato il fenomeno, ma negli ultimi due anni il crollo dei prezzi dei bond e delle azioni, seguito allo spegnimento del Quantitative Easing e all’aumento dei prezzi al consumo, hanno determinato una corsa graduale al rifugio del denaro – spesso disinvestito in perdita – in conti correnti che hanno continuato ad offrire tassi prossimi allo zero, e solo di recente tassi creditori decorosi, ma solo per il breve periodo.

In verità, prima del 2022 non sono mai mancati gli “appelli” del mondo bancario all’impiego di tale liquidità in soluzioni di investimento della più svariata natura – dai BTP indicizzati all’inflazione ai fondi specializzati – ma molti risparmiatori sono rimasti sordi per lungo tempo a questi richiami, anche quando tali consigli di investimento, qualora ascoltati, tra giugno 2020 e settembre 2021 avrebbero alleviato non poco le minusvalenze realizzate nel 2018, grazie anche ai recenti buoni ritorni in conto capitale generati dai mercati. Pertanto, al punto in cui siamo arrivati – tutti in attesa di un punto di svolta dei mercati azionari che, invece, stenta ad arrivare – possiamo annoverare tre categorie di risparmiatori, e ad ognuna di queste possiamo attribuire specifiche caratteristiche. La classificazione non è esaustiva, ma serve a comprendere e a rendere omogenei alcuni stati d’animo tipici degli investitori che, altrimenti, sarebbe difficile individuare.

Al primo posto c’è il “risparmiatore liquido di lungo corso”, ossia colui che detiene molto denaro in conto corrente fin dal 2018-2019 e fino ad oggi non ha voluto investire in nessuno strumento finanziario. Chi appartiene a questa categoria ha, tutt’al più, valutato investimenti immobiliari ma ha finito per rimanere in una situazione di stallo, non scegliendo né l’uno nell’altro. In ogni caso, il suo “mood” da investitore è stato positivo tra il 2019 ed il finale del 2023, avendo evitato un paio di periodi di forte stress (marzo-giugno 2019 e novembre 2021-novembre 2023) e questo gli dà la piacevole sensazione di aver limitato al massimo le minusvalenze e di essere stato più abile degli altri. Adesso, però, il suo ottimismo comincia a scricchiolare perché si è già perso i rialzi avvenuti da ottobre 2023 ad oggi e ora non sa se e come rientrare. Nel frattempo, ha spostato da pochi mesi la liquidità sui conti remunerati al 3-4% lordo e si illude di aver recuperato la perdita di potere d’acquisto causata dall’inflazione del biennio 2022-2023 (-18%); ma non riuscendo ad uscire dallo stallo, quasi certamente perderà i guadagni dei prossimi tre anni e, ad un certo punto, rimarrà orgogliosamente liquido anche contro ogni evidente e migliore alternativa offerta dai mercati.

Al secondo posto troviamo il “risparmiatore liquido debuttante”, e cioè quella persona o famiglia che ha appena costituito una buona riserva di liquidità derivante da svariate fonti (eredità, vendita immobiliare, erogazione TFR, riscatto polizza) ed è ineluttabilmente attratta dalle offerte di conti ben remunerati (anche il 5% lordo) ma per brevissimi periodi (6 mesi al massimo). Questa categoria di risparmiatori, senza alcuna storia di investimento e con un livello di educazione finanziaria molto più basso della media (che è già molto bassa in Italia), rischia di entrare nel “loop” delle offerte sulla liquidità che, secondo le previsioni sui tassi, non dureranno più di un anno e mezzo e saranno comunque rinegoziate al ribasso ogni sei mesi. Rispetto al “risparmiatore liquido di lungo corso”, costui è stato indenne dall’inflazione (non aveva risparmio) e, quindi, non la conosce e non la teme.

Al terzo posto, infine, c’è “l’investitore investito”, ossia quel tipo di risparmiatore che ha mantenuto gli investimenti effettuati prima del “biennio terribile” appena superato e le ha prese su tutti i fronti: crollo mercato azionario e obbligazionario più perdita di valore reale degli investimenti a causa dell’inflazione. Costui, nel frattempo, ha accumulato anche asset liquidi che non investe per paura di perdere ancora, però ha beneficiato dei rialzi da ottobre 2023 ed ha riacquistato un po’ il sorriso. Adesso è tentato dalla scelta (insensata) di disinvestire gli asset azionari anche con un po’ di perdita – comunque inferiore rispetto a quanto avrebbe ricavato disinvestendo fino ad ottobre scorso – e parcheggiare il ricavato in un conto remunerato e vincolato con durate 24-36 mesi, almeno finchè dura la festicciola dei tassi creditori.

Tutte e tre le categorie di risparmiatori sono accomunate da una certa avversione al rischio, e vedono con paura o diffidenza l’investimento nel settore azionario. Costoro, però, avrebbero almeno due buone ragioni per scegliere quanto meno una entrata decisa nel mondo delle obbligazioni. La prima è rappresentata dal fatto che l’allocazione difensiva, che oggi rivede i bond come strumenti di ritrovato interesse strategico, è molto importante per via dell’attuale scenario macro, che presenta un elevato rischio tra timori di una recessione, tensioni geopolitiche e futura volatilità azionaria legata alle elezioni americane di novembre. La seconda buona ragione è data dalle straordinarie opportunità di rendimento che le obbligazioni offrono agli investitori, grazie ai rendimenti che sono ancora vicini ai massimi decennali e, soprattutto, sono ancora assicurabili per i prossimi anni. Inoltre, le banche centrali taglieranno gradualmente i tassi nei prossimi anni – e cominceranno a farlo già nel secondo semestre dell’anno in corso – e i prezzi delle obbligazioni godranno di un sicuro rialzo. Questo scenario di ribasso dei tassi è ciò che dovrebbe più di tutto scoraggiare gli amanti della liquidità di conto corrente, poichè i tagli dei tassi si rifletteranno immediatamente proprio sui tassi creditori dei depositi non vincolati, che verranno immediatamente corretti al ribasso mentre i prezzi delle obbligazioni, per gli stessi motivi, saliranno.