Il sistema americano basato sul debito e sulla speculazione finanziaria sta portando il paese verso una grave crisi economica. I paesi Africani fanno rimpatriare le proprie riserve auree dagli Stati Uniti.
Di Valerio Giunta*
E’ notizia recente di come il debito pubblico degli Stati Uniti abbia raggiunto un nuovo record, sfondando per la prima volta la quota dei 35000 miliardi di dollari (a fronte di un PIL di 27000 miliardi). Questa crescita esponenziale, iniziata a partire dalla fine degli anni ’90 e alimentata da anni di deficit di bilancio, adesso desta grande preoccupazioni tra gli analisti, che temono per il tenore di vita delle future generazioni e per la stabilità stessa dell’economia americana, basata su alti livelli di reddito e sugli alti consumi delle famiglie americane.
Le previsioni per le emissioni di titoli del Tesoro nel 2024 sono state riviste al rialzo, raggiungendo la cifra record di 1,34 trilioni di dollari in treasury decennali, soprattutto a causa dell’aumento dei tassi d’interesse. Eppure, nonostante le preoccupazioni, l’ultima emissione di titoli di stato americani ha avuto un successo record, grazie agli alti d’interesse e alla apparente stabilità dell’economia. Invece, la situazione sul fronte della bilancia commerciale continua a peggiorare. Gli Stati Uniti, infatti, registrano un ennesimo saldo negativo, poiché importano ormai da tempo più beni e servizi di quanti ne esportano. Questo deficit, che ammonta a circa 800 miliardi di dollari annui, rappresenta un ulteriore freno alla crescita economica del paese e rende molto complesso il quadro economico americano, che deve affrontare anche le incertezze geopolitiche che vedono coinvolti gli USA, indirettamente, sia nel conflitto Russo-Ucraino che in quello tra Israele e Popolo Palestinese.
Questi elementi di politica internazionale, senza dubbio, sono ulteriori fattori di rischio per la stabilità finanziaria del paese, e il futuro dell’economia americana dipenderà da come il governo riuscirà ad affrontare tutte queste sfide. L’amministrazione Trump e quella Biden hanno provando a correre ai ripari, adottando misure protezionistiche sia nei confronti dei paesi asiatici ma anche nei confronti dell’Europa. Pure gli incentivi all’economia americana (come l’IRA ed il CHIPS and Science Act) sono misure per ridurre il deficit di bilancio, aumentare le esportazioni ed anche riportare a casa il know how tecnologico strategico. Intervenendo alla Camera, la segretaria al Tesoro Usa Janet Yellen si è detta preoccupata per il trend del deficit statunitense. Parliamo della medesima Janet Yellen che, non più tardi di 24 ore prima, aveva fissato in 243 miliardi di dollari il controvalore di nuove emissioni di debito previste per il secondo trimestre di quest’anno e in 847 miliardi quello relativo al periodo giugno settembre.
Gli effetti di questi fattori di rischio si fanno sentire già dall’ultimo scorcio del 2023, e mentre i media distraggono l’attenzione dei cittadini americani (e del mondo) dirottandole dai problemi dell’economia alle proteste negli atenei, il tasso di risparmio precipita al 3,2% del reddito disponibile – il minimo storico assoluto – e il 43% delle piccole e medie imprese USA non è riuscita a pagare l’affitto ad aprile. Il quadro che emerge, pertanto, non è affatto quello di un’economia che sta vivendo un “soft landing“, come sostenuto ripetutamente da alcuni economisti, ma quello di un sistema economico che sta accelerando verso una crisi profonda, che colpirà duramente le famiglie e le piccole imprese americane, riportando gli USA in una situazione di “scollamento” dell’economia reale da quella puramente finanziaria del tutto simile a quella del 2007-2008, allorquando fu evidente che la finanza “drogata” da artifizi contabili ai limiti della truffa sistemica era come un asteroide impazzito lanciato verso la terra.
Oggi come allora, infatti, Wall Street, le grandi aziende tecnologiche e gli insider del mercato finanziario continuano ad arricchirsi, mentre la classe media e le fasce più deboli della popolazione americana si impoveriscono. Il sistema attuale, basato su un debito in costante crescita e su una speculazione finanziaria sfrenata, è insostenibile e sta portando il paese verso una crisi economica e sociale di vaste proporzioni. Se ne sono accorti anche diversi paesi Africani, tra cui Sudafrica, Nigeria e Ghana, che hanno deciso di rimpatriare le proprie riserve auree dagli Stati Uniti. Questa mossa, allarmante per l’economia
americana, è motivata, da un lato, dall’inasprimento delle tensioni internazionali e dall’intensificarsi delle controversie commerciali che accrescono la cautela dei paesi africani e li spingono a non esporre le proprie riserve d’oro a potenziali rischi derivanti da azioni avverse degli Stati Uniti (come sta avvenendo con la Russia); dall’altro, dalla crescente sfiducia verso il ruolo di custode delle riserve auree straniere degli USA, che nel 2012 hanno lasciato un segno indelebile negando alla Grecia l’accesso alle proprie riserve d’oro depositate in territorio americano.
In definitiva, l’esodo dell’oro africano dagli Stati Uniti rappresenta un ulteriore segnale di preoccupazione sullo stato di salute della sua economia, e questa nuova situazione di estrema instabilità, finora mai percepita così chiaramente all’esterno, rischia di accelerare il declino del dominio americano sul mondo.
* AD di Startup Italia e Founder di Banking People



Il rischio di una vita più lunga, infatti, è quello di vedersi allungare proprio il periodo di vita in cui gli individui vivono in condizioni di cattiva salute, durante il quale è maggiore la spesa per cure sanitarie a fronte di pensioni sempre più basse. Ergo, se fino al 1990 gli importi medi delle pensioni ed una riserva media di risparmio di 75.000 euro riuscivano a fronteggiare l’aumento delle spese dell’intera vecchiaia, oggi e nel futuro prossimo saranno a malapena sufficienti 150.000 euro di risparmi liquidi per farvi fronte, calcolando una diminuzione media delle pensioni del 30% e un costo della vita in cui gli effetti dell’alta inflazione sul potere d’acquisto (-30% tra il 2022 e il 2030) saranno consolidati definitivamente, senza alcuna possibilità di recupero se non attraverso un aumento dei redditi reali che in Italia non aumentano da trenta anni. 
autonomo tutte le tipiche azioni quotidiane che, secondo la Circolare del Ministero del Tesoro numero 14 del 1992, individuano in modo specifico il concetto di indipendenza: vestirsi, lavarsi, mangiare e preparare i pasti, espletare i bisogni fisiologici, fare la spesa o commissioni di vario tipo, spostarsi nell’ambiente domestico o per raggiungere il luogo di lavoro, svolgere le faccende domestiche, conoscere il valore del denaro, orientarsi nello spazio e nel tempo, essere in grado di provvedere a sé in una situazione d’emergenza e di chiedere soccorso, leggere, mettere in funzione la radio e la televisione, guidare l’automobile.
La polizza LTC permette di ottenere una rendita vitalizia in caso di improvvisa impossibilità fisica di condurre la maggior parte delle operazioni quotidiane a causa di malattia o infortunio, ed è sottoscrivibile in due formule: quella temporanea e quella a vita intera. La prima prevede un periodo predefinito entro il quale possa verificarsi l’inabilità o non autosufficienza, ed entro il quale la polizza copre il rischio; la seconda non pone vincoli temporali e la copertura interviene da quando l’evento si verifica per tutta la durata della vita. Al momento circolano sul mercato diverse di queste polizze, per le quali vale in linea di massimo il principio secondo cui “meno costano, meno coprono”. Infatti, prima di sottoscrivere questo particolare tipo di polizza assicurativa, è bene verificare quali metodi e parametri usano le compagnie per determinare la non autosufficienza dell’assicurato, poiché i test di verifica della non autosufficienza sono molto rigidi, e non sono pochi i casi l’eccessiva severità della compagnia assicurativa nel non riconoscere la sussistenza anche di uno solo dei parametri di non autosufficienza abbia prodotto lunghi strascichi in tribunale.
personale inviato in tempi brevi dalla stessa compagnia, la quale assumerà un atteggiamento “rigido”, atto ad escludere il più possibile il rischio che l’assicurato sia in grado, in realtà, di svolgere anche una sola delle attività elementari della quotidianità dichiaratamente non più sostenibili. Ed è in questo caso che nascono le contestazioni e gli accertamenti, che allungano non poco l’inizio dell’entrata in funzione delle prestazioni assicurative. Per questo motivo è meglio affidarsi a compagnie solide, fare una indagine accurata sui canali di informazione più accessibili (i social network sono una miniera per le recensioni) e studiare attentamente tutte le clausole del contratto.
L’assicurazione Long Term Care è detraibile al 19% dalle imposte sul reddito. L’importo complessivo annuo detraibile è pari a 1.291,14 euro. I costi variano a seconda che si scelga una polizza temporanea o a vita intera e a seconda dell’età dell’assicurato, e ogni contratto prevede controlli medici preventivi e un periodo di latenza tra la firma del contratto e l’entrata in validità della polizza. Inoltre, i tempi di attesa che intercorrono tra la denuncia e l’erogazione della rendita mensile possono essere lunghi, fino a 210 giorni, ma ci sono compagnie che la riconoscono anche dopo soli 90 giorni. Tutte queste informazioni potrebbero essere veicolate dai consulenti finanziari, che hanno ben chiaro il momento in cui, all’interno della pianificazione patrimoniale del cliente-famiglia, sia bene inserire gli accantonamenti – sotto forma di polizza LTC o altro – per la longevità, che necessariamente deve precedere (di poco) la pianificazione successoria e il passaggio generazionale.
Le stime più recenti dicono che il mercato del trasporto merci e della logistica in Europa possa chiudere il 2024 con un fatturato poco superiore ai 1000 miliardi di dollari, per poi superare i 1200 miliardi nel 2029 con un tasso composito di crescita annuale nei 5 anni pari al +4,11%. Secondo il report di
Oggi la logistica si trova a giocare un ruolo chiave per l’economia e le persone, come confermato dalle molte notizie che circolano sulla stampa, ma non sempre ciò avviene tramite l’utilizzo di strumenti e prassi genuine nell’ambito di filiere produttive sempre più lunghe per via del ricorso a esternalizzazioni. Recentemente, infatti, si è parlato di frodi fiscali con mancato versamento di contributi e mancato pagamento dell’Iva nei cosiddetti pseudo-appalti, lavoratori assunti ma costretti a rinunciare al trattamento di fine rapporto o ad una corretta retribuzione. Non mancano poi le indagini sul caporalato, sulle catene di fornitura e subfornitura che nascondono casi di somministrazione di manodopera irregolare. Le criticità da affrontare sono tante e non risolverle rischia di attirare sempre meno investitori.
Da inizio marzo 2024, il Governo ha messo in campo un’ulteriore stretta inasprendo le sanzioni penali per la somministrazione illecita di manodopera (d.l. n. 19 del 2 marzo 2024). L’intento è quello di garantire maggiore protezione ai lavoratori e una concorrenza leale tra le imprese. La somministrazione di manodopera se effettuata da parte di soggetti non autorizzati, come ad esempio con pseudo-appalti o distacchi fittizi, è punita con l’arresto fino a un mese o in alternativa con un’ammenda di 60 euro per ogni lavoratore e per ogni giornata di lavoro. Sanzione che riguarda tanto il somministratore non autorizzato quanto l’utilizzatore.
Per contrastare questa problematica in campo internazionale, sono nate alcune piattaforme che promuovono lo sviluppo sostenibile dell’intera filiera in ottica ambientale, sociale e di governance. TIAKI Logistics, nata grazie alla partnership con EETRA srl SB e all’impulso di Assologistica, è una delle più importanti, ed oggi beneficia degli studi e ricerche ADAPT, che promuove già da alcuni anni studi e ricerche nell’ambito delle relazioni industriali e di lavoro. In questo modo, sarà possibile per l’utenza godere della esperienza pluriennale nell’ambito dei servizi d’assistenza progettuale ad aziende, professionisti, sindacalisti e operatori delle relazioni industriali, per orientarsi nelle complesse questioni giuridiche connesse alla gestione quotidiana dei rapporti di lavoro e dei contratti di appalto e subappalto.
In particolare, questa collaborazione intende offrire alle aziende interessate una prima valutazione sulla genuinità dei propri appalti al fine di fare chiarezza e dare maggiori certezze ai contratti stipulati. Tramite un servizio di valutazione dedicato (
Ecco quindi, nel dettaglio, le 6 sfide che il settore della logistica dovrà affrontare in questo 2024:
Innovazione e Tecnologia: la logistica non è certo esclusa dalla diffusione dell’intelligenza artificiale che può diventare fondamentale nella pianificazione e nella gestione delle scorte. Ma ciò deve essere fatto nel rispetto della normativa di riferimento e coniugando tale esigenza di sviluppo con la genuinità di eventuali appalti e subappalti.
L’ultimo Rapporto sul Credito Italiano – Trends & Insights di Experian – principale società di global information al mondo – relativo al mese di marzo 2024, riporta come il 2024 sia iniziato sotto i migliori auspici anche per il segmento dei prestiti e per i finanziamenti online: per entrambi, infatti, le richieste continuano a crescere ogni mese, con marzo che ha registrato +8% per i prestiti finalizzati, +14% per i personali e +10% per finanziamenti online. Il primo trimestre, pertanto, conferma la tendenza positiva del mercato, soprattutto per i finanziamenti web e per i prestiti personali, cresciuti rispettivamente del +34% e del +18% in confronto all’ultimo trimestre del 2023.
Fatica il “Buy Now, Pay Later”, che negli ultimi tre mesi ha fatto registrare un calo di utilizzo del -19% rispetto al periodo ottobre-dicembre 2023, in cui si sono concentrate la maggior parte delle spese dell’anno. Tuttavia, ciò non inficia la rilevanza del BNPL per i consumatori di oggi: sono infatti proprio i periodi di offerte a far registrare dei picchi significativi di utilizzo e proprio nella settimana dal 20 al 25 marzo, coincisa con le offerte di primavera di Amazon, è stato rilevato un aumento di richieste del +30% rispetto ai periodi precedenti. “Al di là dei periodi di stallo, dovuti alla diminuzione delle spese o all’assenza di festività, la centralità del Buy Now, Pay Later come strumento di consumo rimane indubbia, come evidenzia la crescita del
+122% registrata negli ultimi due anni”, afferma Armando Capone, General Manager Experian Italia. “Di conseguenza, siamo certi che il trend dell’utilizzo di BNPL e finanziamenti web non farà altro che crescere nei prossimi mesi, e in generale, possiamo dire che il primo trimestre del 2024 fa ben sperare per la ripresa del mercato del credito italiano nel complesso, con la diminuzione dei tassi di interesse su mutui e prestiti che gradualmente contribuirà ad una stabilizzazione e nuova crescita dei volumi”.
Le famiglie italiane hanno ricevuto finanziamenti per l’acquisto dell’abitazione per 10.822,1 milioni di euro, rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente si registra una variazione delle erogazioni pari a -15,8%, per un controvalore di -2.032,5 milioni di euro. “La fotografia – dichiara Renato Landoni (nella foto), Presidente Kìron Partner – indica ancora un ridimensionamento nell’erogazione del credito concesso alle famiglie, che conferma la tendenza sia del terzo trimestre 2023 (quando la variazione è stata pari a -24,7%) sia del secondo trimestre 2023 (-33,3%). Gli ultimi dodici mesi si sono chiusi con 41.240,8 milioni di euro erogati, con una variazione pari a -25,4% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente”.
A livello nazionale l’indagine condotta dalla BCE a gennaio 2024 riflette un aumento del numero di famiglie a basso reddito che lamentano difficoltà nel soddisfare i pagamenti del mutuo; questo dato è influenzato principalmente dalla crescita delle rate dei mutui causate dall’aumento dei tassi di interesse. È ragionevole ipotizzare un effetto “onda” riguardo al disagio delle famiglie a basso reddito che si trascina dagli scorsi mesi e che crea minor serenità su questo campione. I tassi sui nuovi finanziamenti per l’acquisto di abitazioni hanno registrato una modesta riduzione, collocandosi al 4,31% a febbraio 2024, rispetto al 4,38% di gennaio (il tasso preso fa riferimento al TAEG e quindi al tasso comprensivo di tutte le spese).
Il 2024, secondo le previsioni delle maggiori reti di intermediazione, dovrebbe chiudersi con un consuntivo compreso tra 660.000 e 680.000 compravendite, in calo quindi del 5,57% rispetto al 2023 e del 15,3% rispetto al 2022. In particolare, i comuni capoluogo chiudono con 221.144 compravendite, in calo del 10,7% rispetto al 2022, mentre i comuni non capoluogo invece fanno -9,2% passando da 537.857 a 488.447. Tra le grandi città è Napoli che mette a segno la contrazione più bassa: -4,4%, e Bari quella più alta (-19,1%). Se si limita l’analisi al quarto trimestre, Bari si conferma fanalini di coda (-15,7%) mentre Palermo registra solo un -1,6%, mentre Milano e Genova registrano entrambe un -2,3%.
I dati parziali per l’anno in corso, come dicevamo, confermano un ulteriore ribasso dei volumi ma si fa strada un sentiment di maggiore fiducia alla luce dei timidi miglioramenti registrati sul fronte creditizio. Il settore degli acquisti per investimento, nello scenario degli ultimi 18 mesi, è quello che ha mostrato maggiore resilienza. Infatti, secondo Tecnocasa nel 2023 il 19,5% degli acquisti è stato realizzato per investimento, e si tratta della percentuale più alta registrata negli ultimi anni, realizzata “grazie” agli alti tassi di inflazione che hanno spinto molti risparmiatori a spostare i propri risparmi sul mercato immobiliare. Peraltro, tra il 2012 e il 2022 le percentuali di acquisto per investimento si erano mantenute all’interno di un intervallo compreso tra il 16% e il 18% sul totale delle compravendite, ma nel 2023 si è andati per la prima volta oltre il 19%, a dimostrazione di quanto siano attivi gli investitori in questa fase.
Prendendo in considerazione solamente le grandi città italiane, poi, la quota media di acquisti per investimento è più alta rispetto alla media nazionale e si attesta al 28,6% (era il 24,9% nel 2022). Tra le grandi città italiane è Verona quella che nel 2023 detiene la percentuale più alta di acquisti per investimento, arrivando al 43,1% sul totale delle compravendite. A seguire si piazzano Napoli (41,2%), Palermo (35,3%) e Milano (35%). A Bari gli acquisti per investimento compongono il 32,7% delle transazioni. Dal 23% in giù Firenze, Torino, Roma, Genova e Bologna. Nel 2022 Napoli si piazzava in cima alla classifica ma con una percentuale più bassa rispetto a quella del 2023.
Interessante anche il confronto tra immobili nuovi e usati. Infatti, la c.d. pace edilizia di cui da qualche settimana si accenna ripetutamente nei media nazionali – ora in modo negativo ora positivo, a seconda del colore politico di chi ne parla – è strumentale a sanare le difformità interne alle abitazioni, e sembra che possa contenere in sé carburante sufficiente per far ripartire un mercato degli immobili “usati” spesso “ingessato” dagli ingenti costi amministrativi e catastali richiesti ai venditori all’atto di dover vendere un immobile, pena il mancato rogito notarile. Si sta studiando, con grande fatica, un pacchetto di norme che interverranno sulle abitazioni e che mirano a regolarizzare le piccole difformità o le irregolarità
strutturali che interessano, secondo uno studio del Consiglio nazionale degli ingegneri, quasi l’80% del patrimonio immobiliare italiano. Con questa misura, pertanto, i piccoli proprietari immobiliari che oggi devono attendere anni per regolarizzare le loro posizioni e ristrutturare o vendere la propria casa, potranno essere tutelati e, allo stesso tempo, il lavoro degli uffici tecnici comunali, oggi sommersi dalle richieste di sanatorie, potrebbero essere sgravati da un importante carico di lavoro ed una cronica carenza di personale che genera ritardi insostenibili.
Relativamente al mercato del nuovo, si segnala che l’interesse per le nuove costruzioni è in una fase di stallo tra i potenziali acquirenti, i quali da un lato stanno cominciando a prestare attenzione alla qualità costruttiva degli immobili che l’Europa vorrebbe imporre con la direttiva “Casa Green”, e dall’altro si mostrano titubanti per via dei prezzi al mq sensibilmente superiori a quelli riscontrabili nell’usato ristrutturato. Infatti, l’aumento dei costi di costruzione, sperimentato negli ultimi anni, ha portato a un maggiore interesse per le soluzioni usate in buono stato o ristrutturate che non necessitano di importanti interventi di riqualificazione. Inoltre, gli ultimi dati Ance hanno messo in evidenza che i costi di costruzione stanno diminuendo, ma non si sono ancora portati a livelli pre-pandemia. Pertanto, il risultato del 2023 relativo alle compravendite di immobili di nuova costruzione è stato inferiore del 19,6% rispetto al 2022, e senza una maggiore elasticità del settore bancario nella concessione del credito il 2024 non sarà certo migliore.
L’andazzo generale si riflette sui tempi di vendita, che a gennaio 2024 si attestano intorno a 108 giorni nelle grandi città contro i 104 giorni di un anno fa. Secondo Tecnocasa, la città con tempi più brevi è Bologna (68 giorni), seguita da Milano (72 giorni), ma in entrambe si segnala un peggioramento rispetto a un anno fa. Tempi in leggera diminuzione a Torino, Napoli e Palermo. Quest’ultima si conferma come la città che ha i tempi di vendita più lunghi (132 giorni). Sostanzialmente invariati i tempi di vendita nell’hinterland delle grandi città, 137 giorni, contro i 138 giorni di un anno fa. Analoga situazione nei capoluoghi di provincia dove i tempi di vendita sono di 131 giorni rispetto ai 130 giorni di un anno fa. Lo sconto medio praticato nel secondo semestre del 2023 è stato dell’8,3%, in aumento rispetto al secondo semestre dell’anno scorso che lo dava a -7,9%.
All’interno di questo scenario generale, il mercato delle locazioni continua a correre. I canoni infatti sono cresciuti per tutto il 2023, a causa della forte domanda di locazione e di una bassa offerta: +4,2% per i monolocali, +3,6% per i bilocali e +3,4% per i trilocali. Firenze è la città che ha messo a segno il rialzo dei canoni più significativo (+7,3%, +6,6%, +7,3%), seguita da Roma (5,4%, 4,3%, 5,3%). Milano si conferma la città con i canoni di locazione mensili più elevati 800 euro per un monolocale, 1100 euro per un bilocale e 1480 euro per un trilocale, mentre i tempi di locazione (media nazionale) si sono portati a 35 giorni. 
La città catalana è una metropoli che non ha certo bisogno di presentazioni, e propone un ventaglio di opportunità davvero eccezionale. Barcellona ha infatti in sé una forte vocazione turistica, ma è al contempo uno dei principali centri europei per la chirurgia estetica e per la fecondazione eterologa e assistita, con capacità occupazionali di tutto rispetto per giovani medici. Essa, inoltre, è la culla di interessanti start-up che vogliono affacciarsi al panorama imprenditoriale, per cui la città attrae molti giovani neo-imprenditori, tutti provenienti dall’alta formazione universitaria, desiderosi di confrontarsi con coloro che hanno già avviato con successo nuovi progetti imprenditoriali avvalendosi dei più moderni strumenti di finanziamento (Lending e
Prima di fare le valigie e prendere l’aereo, però, ci sono un paio di considerazioni da fare. Lo studente universitario in Erasmus, per esempio, deve prima conoscere in quali termini l’Unione Europea finanzierà il viaggio-studio. Il bando, infatti, distingue tre categorie di Paesi: Gruppo 1 (paesi con costo della vita alto, ad esempio Svizzera, Danimarca, Lussemburgo), Gruppo 2 (paesi con costo della vita medio, ad esempio Germania, Paesi Bassi, Portogallo) e Gruppo 3 (paesi con costo della vita basso, ad esempio Romania, Slovenia, Turchia). Ebbene, la Spagna è inserita nel Gruppo 2. Ora, presumendo una permanenza di un anno, il contributo Erasmus è pari a 3.600 euro (200 euro x 12 mesi), che saranno però erogati in un’unica soluzione poco prima di partire. In più, presentando il proprio ISEE, è possibile ottenere un ulteriore supplemento economico qualora la famiglia dello studente ricada in una fascia di reddito sfavorita. Questo può andare dai 400 euro per ogni mese
trascorso in Erasmus, se il reddito annuale risulta inferiore a 13mila euro, ai 150 euro mensili nel caso in cui l’Indicatore della Situazione Economica Equivalente sia compreso tra i 40mila e i 50mila euro. Anche l’importo legato all’ISEE non verrà erogato mensilmente, ma diviso in due tranche. La prima metà verrà infatti erogata assieme al finanziamento Erasmus, mentre la seconda a periodo di scambio concluso. In ogni caso, non ricevere il contributo con regolarità, ogni 30 giorni, per molte famiglie potrebbe rappresentare un problema, poiché il rischio di perdere il controllo sul proprio budget mensile è molto alto.
Una volta chiarito il funzionamento del programma Erasmus, concentriamoci sugli stessi tradizionali parametri di confronto che abbiamo indicato nei precedenti articoli di questa speciale serie “Città straniera, quanto mi costi?”, allorquando abbiamo parlato di
Per vivere discretamente a Barcellona, senza far lievitare il budget a disposizione, è bene scegliere dove abitare senza allontanarsi troppo dal proprio ateneo, evitando però di prendere casa in una zona dove potrebbero esserci troppi studenti e dove, di conseguenza, i prezzi degli affitti sono aumentati per via della forte domanda. La nostra guida ha preso in considerazione, per questi motivi, il quartiere Collblanc, quadrante poco lontano dalla zona universitaria ma più abbordabile. Qui, secondo un noto portale online di ricerca
bagno privato) ai 600 euro mensili (con bagno privato); tutto questo escluso il costo delle bollette della luce, che per una casa media beneficiano di un Voluntary Price for Small Consumers (PVPC) pari a 292 kWh all’anno e 51,64 euro al mese (per lo smartphone c’è il roaming europeo, per cui si può usare tranquillamente il numero italiano). L’affitto, dunque, non è certo un aspetto da prendere sottogamba in una città come Barcellona, e nei quadranti più centrali della metropoli catalana il costo per le medesime soluzioni esaminate può aumentare anche sensibilmente. Ma in ogni caso stiamo parlando di un mercato degli affitti che ha costi inferiori del 45% rispetto a quelli di
Una volta presa casa, sarà poi necessario organizzarsi per muoversi in città e fare la spesa. Chi vuole esplorare la dinamica e vivace Barcellona non può prescindere dal sottoscrivere la propria “T-Jove Card”, una tessera che consente agli under-30 di viaggiare illimitatamente per 90 giorni al costo di 42,70 euro sui mezzi pubblici. È possibile ottenere la propria card online oppure recandosi direttamente agli sportelli dedicati della TMB, l’azienda che gestisce i trasporti di Barcellona. In più, c’è da dire che nella città spagnola la
metro è molto efficiente e permette di raggiungere tutti i luoghi d’interesse in poco tempo. Fare la spesa, poi, è parimenti a buon mercato rispetto ad altre capitali europee: un caffè costa in media 1,25 euro, una baguette 0,75 euro, 1 litro di latte viene invece 1,70 euro, una dozzina di uova 1,60 euro, un boccale di birra circa 3,00 euro, un pacco di zucchero costa 0,81 euro mentre i pomodori viaggiano su una media di 1,75 euro al kg. Possiamo dunque riassumere che una spesa mensile per cibo e altri beni di prima necessità si attesta sui 270 euro al mese.
Vivere a Barcellona, comunque, comporta per chiunque l’opportunità di uscire per mangiare fuori con amici e colleghi di studio, e la città mostra anche in questo caso i suoi vantaggi: un menù del giorno può costare persino 10 euro a persona, e un menù alla carta 25 euro (in un ristorante standard). L’entrata per una discoteca varia da 15 a 40 euro (a seconda del tipo di locale e dal numero di drink inclusi); i biglietti del cinema da 7-10 euro, del teatro da 12 fino a 50 euro e gli ingressi ai musei da 5 a 15 euro.
I mercati azionari globali hanno chiuso il mese di marzo in territorio positivo, grazie ai segnali dovish (cioè a mantenere bassi i tassi) delle banche centrali, alla presenza di liquidità sui mercati, al significativo aumento delle probabilità di uno scenario “Goldilocks” – ossia un’economia in cui la crescita è positiva, ma non abbastanza consistente da spingere l’inflazione e neppure troppo debole da generare una recessione – caratterizzato da una crescita più forte del previsto e, in una certa misura, al boom dell’intelligenza artificiale. A nostro avviso, il mercato statunitense continua a prezzare con eccessivo compiacimento uno scenario in cui il
rialzo sincronizzato delle banche centrali di circa 500 pb per frenare l’inflazione non porterà a evidenti danni macroeconomici o alle aspettative di una crescita degli utili strutturalmente più elevata, come indicato dalla compressione dei premi di rischio e degli spread di credito. Il mercato azionario sarà quindi vulnerabile nei prossimi mesi se la crescita economica dovesse deludere o in presenza di un’inflazione più resistente, mentre riteniamo leggermente meno in uno scenario in cui la Fed mantenga i tassi più alti per un periodo più lungo a causa del continuo aumento del debito pubblico statunitense.
La mediana dei partecipanti al Fomc (Federal Open Market Committee) ha confermato tre tagli dei tassi di interesse per quest’anno, anche se ora con un percorso più leggero di tagli nel 2025 e 2026 rispetto all’ultima previsione di dicembre. Tuttavia, il messaggio complessivo del presidente Powell è stato accomodante, con una posizione rilassata sull’aumento dell’inflazione a gennaio e febbraio. Pertanto, a meno di sviluppi sfavorevoli sull’inflazione, il piano per iniziare a tagliare i tassi da giugno sembra probabile. Nel caso della Fed, il mercato prevede un taglio dei tassi di circa 75 pb entro la fine del 2024, al 4,58% dal 5,33%. Lo stesso vale per l’Europa, dove il mercato prevede un taglio dei tassi di circa 100 pb entro la fine del 2024 al 3% (primo taglio di 25 pb a giugno con una probabilità dell’86%).
Le valutazioni del mercato statunitense sembrano elevate, mentre quelle dell’Europa e dell’Italia appaiono molto meno estreme e attraenti soprattutto per le mid-small cap italiane. Un altro fattore da tenere in considerazione è la concentrazione, che sta diventando sempre più elevata sia negli Usa che in Europa. Il gruppo noto come “Granolas” – Gsk, Roche, Asml, Nestlé, Novartis, Novo Nordisk, L’Oréal, Lvmh, AstraZeneca, Sap e Sanofi ha raggiunto circa il 25% della capitalizzazione dell’indice Stoxx600 e questo rappresenta un rischio, soprattutto in un momento in cui questa tendenza dovrebbe cambiare direzione. Un altro esempio è l’indice statunitense a media e piccola capitalizzazione Russell 2000, la cui performance ha recuperato da inizio novembre, ma gran parte del contributo è arrivato da un singolo titolo, Super Micro Computer (+254% Ytd), che ha raggiunto una capitalizzazione di mercato di 59 miliardi di dollari.
In portafoglio nel campo dei finanziari abbiamo mantenuto il nostro posizionamento su Banca Monte dei Paschi grazie alla valutazione e all’appeal speculativo. Gli altri nomi sono Intesa e Banco Bpm. Relativamente ai petroliferi abbiamo ridotto la nostra posizione su Tenaris e siamo ancora investiti in Saras. Nella difesa spicca Leonardo, che sta sfruttando tutto il suo potenziale (purtroppo anche aiutato dalla situazione geopolitica) in termini di ritracciamento grazie alle buone azioni messe in atto dal nuovo management. Nel green capex e sulla transizione energetica alcuni titoli beneficeranno di un ciclo di investimenti a lungo termine nei rispettivi settori. In particolare, sulla transizione energetica confermiamo il nostro posizionamento su Prysmian, che sul tema beneficia dei grandi piani di investimento.
“Da 30 anni la mission di 24ORE Business School è fornire a giovani laureati e professionisti le competenze necessarie per affrontare le sfide del mondo del lavoro, eccellere e trasformare i propri sogni in successi duraturi”, afferma Valerio Momoni (nella foto), AD di 24ORE Business School. “Con l’Education Week vogliamo offrire un momento culturale unico che permetta di scoprire nuove prospettive di lavoro, con uno sguardo fortemente rivolto alle professioni del futuro”. Un’occasione, dunque, per arricchire le competenze individuali stando al passo con le ultime tendenze, ma, come spiega Momoni, “anche un modo per restituire cultura alla società, offrendo gratuitamente l’accesso a informazioni preziose e aggiornate”.
Tra i relatori di spicco che interverranno all’Education Week, l’Ambasciatore Stefano Pontecorvo, Mauro Bonati di Yakult Italia, Stefano Branca di Culligan International, Simona Vargas di Telepass, Carlo Diego D’Andrea dell’European Chamber of Commerce in China, Massimiliano De Blasi di Publicis Sapient, Dario Castiglia (nella foto) di RE/MAX, Dario Gargiulo di Bottega Veneta Greater China e molti altri esperti di rilevanza. Professionisti che condivideranno le loro conoscenze ed esperienze, offrendo un’opportunità unica di apprendimento e di connessione con i principali attori del mondo del business.
Oltre ai webinar con i manager d’azienda e i testimonial d’eccezione, il calendario dell’Education Week comprende esclusive open lesson che rientrano nel piano formativo di alcuni dei principali Master della Business School che per l’occasione saranno aperte al pubblico. Tra le novità, anche la presentazione in anteprima di tre libri di manualistica, dedicati a temi “caldi” come il digital marketing, logistica e supply chain e l’utilizzo di LinkedIn, il social network professionale per eccellenza. Ad inaugurare l’Education Week è stato l’evento “Leadership: Visione, passione, entusiasmo e sviluppo dell’altro”, durante il quale è stata effettuata una approfondita esplorazione del significato della parola “leadership” attraverso le testimonianze di top manager chiamati a motivare e sviluppare il potenziale dei leader di oggi e di domani.
Lo stato che confina a ovest con l’Algeria e a est con la Libia presenta una situazione geopolitica abbastanza stabile, anche se di recente il presidente Kaïs Saïed ha intrapreso una serie di riforme che hanno suscitato polemiche da parte dei sindacati. Mettendo da parte questo aspetto, di certo non secondario, la Tunisia presenta un tasso di cambio molto interessante: 1 Euro vale infatti 3,39 dinari tunisini*. Questo vuol dire che un italiano con reddito in euro ha un potere d’acquisto superiore – non solo nominale, ma anche reale – rispetto a quello di un abitante della Tunisia, e questo fattore è molto importante allorquando si deve valutare la decisione di trasferirsi nel paese nord-africano. Peraltro, la distanza dall’Italia è davvero breve, e mediamente raggiungere Tunisi da Fiumicino ha un costo base di circa 120 euro, a cui va aggiunta la tariffa variabile prevista per i servizi di viaggio (bagaglio, posto assegnato etc). Da Palermo, invece, Tunisi è raggiungibile con la nave al costo di circa 150 euro (450 euro imbarcando l’auto).
Per i
Nell’esempio considerato, così, al nostro
Una villetta con piscina, poi, si trova agevolmente a 110-120.000 euro. A Sousse, Djerba, Monastir o Hammamet, incantevoli città sul mare, l’affitto scende a 200-300 euro. Per chi già percepisce una
anch’esso formato da migranti nostrani. Ad esempio, la retribuzione in un call center varia dai 600 ai 1200 dinari tunisini netti (da 182 euro a 364 euro), giusto il minimo sindacale per condurre uno stile di vita meno che dignitoso anche per i tunisini. Queste condizioni non sembrano strizzare l’occhio a chi vuole farsi assumere da dipendente, pertanto sembra che la migliore opzione per avvantaggiare la propria situazione economica in Tunisia sia quella di mettersi in proprio per stabilire lì una nuova attività imprenditoriale o delocalizzare quella presente in Italia. Occhio, però, perché la burocrazia è complessa e piuttosto lenta.
Capitolo viabilità: come muoversi in Tunisia? La rete ferroviaria tunisina si estende per un totale di 2152 km, supportati numerose aziende pubbliche o private che si occupano dei trasporti urbani, suburbani, interurbani e turistici tramite autobus e minibus. Puntando il nostro focus sulla capitale Tunisi, il prezzo mensile di un abbonamento ai trasporti che copra l’intera città costa solo 45 dinari, l’equivalente di 13,32 euro. Una tariffa davvero vantaggiosa soprattutto per chi ha tanto tempo libero e vuole visitare le meraviglie di questa metropoli dalle origini antichissime, come ad esempio la Medina, il Suq (mercato storico) o la moschea di Al-Zaytouna. Per chi vuole invece spostarsi con l’auto, la benzina costa mediamente 0,74 euro al litro, mentre il diesel 0,65 euro al litro, valori che in Italia determinerebbero un vero e proprio assalto alle stazioni di rifornimento.
Passiamo infine al carrello della spesa: quanto costa mangiare in Tunisia? Ebbene, nel paese nordafricano c’è un vero e proprio culto della cucina, e i prezzi dei prodotti alimentari più comuni sono molto al di sotto di quelli italiani ed europei. Nel dettaglio, un litro di latte costa 0,41 euro, 12 uova 1,1 euro, 1 kg di carne di manzo 8,70 euro, una confezione di pane in cassetta da 125 g. costa circa 0,03 euro, 1 kg di riso 0,92 euro, 1 kg di pomodori 0,64 euro, mentre un etto di formaggio locale lo si paga 0,90 euro. Inoltre, una cena per due persone in un ristorante medio, con tre portate, costa 18 euro, un cappuccino al bar 0,75 euro, un caffè 0,50 (idem per una Coca Cola).
A conti fatti, il pensionato italiano da 20.000 euro annui, cui rimane intatto il 95% della pensione lorda, può mettere da parte fino a 5.000 euro l’anno, e tutto questo senza farsi mancare nulla. L’impresa di servizi che delocalizza in Tunisia parte o tutta l’attività aziendale ha un trattamento di tutto favore. Infatti, le imprese che producono impiegando manodopera locale ed esportano interamente la produzione all’estero godono per i primi dieci anni di attività di una tassazione ridotta con aliquota del 10%, che diventa il 30% dall’undicesimo anno in poi (ma sono previste riduzioni al 10% per i settori agricolo, medicale, artigiano, istruzione e formazione). In ogni caso, anche dopo il decimo anno il risparmio delle circa 800 aziende italiane presenti in Tunisia è notevole rispetto al nostro Paese, dove oggi la pressione fiscale complessiva alle imprese fa fatica a scendere al di sotto del 50%.
Tuttavia, già due anni prima della pandemia, e nonostante le politiche espansive con cui le banche centrali assicuravano una crescita “drogata” del
Lungo tutto questo periodo, il travaso costante dal risparmio amministrato a quello gestito e la conseguente sostenibilità degli utili bancari hanno mascherato il fenomeno, ma negli ultimi due anni il crollo dei prezzi dei bond e delle azioni, seguito allo spegnimento del Quantitative Easing e all’aumento dei prezzi al consumo, hanno determinato una corsa graduale al rifugio del denaro – spesso disinvestito in perdita – in conti correnti che hanno continuato ad offrire tassi prossimi allo zero, e solo di recente tassi creditori decorosi, ma solo per il breve periodo.

Adesso, però, il suo ottimismo comincia a scricchiolare perché si è già perso i rialzi avvenuti da ottobre 2023 ad oggi e ora non sa se e come rientrare. Nel frattempo, ha spostato da pochi mesi la liquidità sui conti remunerati al 3-4% lordo e si illude di aver recuperato la perdita di potere d’acquisto causata dall’inflazione del biennio 2022-2023 (-18%); ma non riuscendo ad uscire dallo stallo, quasi certamente perderà i guadagni dei prossimi tre anni e, ad un certo punto, rimarrà orgogliosamente liquido anche contro ogni evidente e migliore alternativa offerta dai mercati.

Tutte e tre le categorie di risparmiatori sono accomunate da una certa avversione al rischio, e vedono con paura o diffidenza l’investimento nel settore azionario. Costoro, però, avrebbero almeno due buone ragioni per scegliere quanto meno una entrata decisa nel mondo delle obbligazioni. La prima è rappresentata dal fatto che l’
investitori, grazie ai rendimenti che sono ancora vicini ai massimi decennali e, soprattutto, sono ancora assicurabili per i prossimi anni. Inoltre, le 








